- Dettagli
- Scritto da Mike Steinberg
- Categoria: Le Origini Di Kail
- Visite: 13
Il sole stava definitivamente calando quando Kail uscì dalla cabina del capitano. Galeth lo attendeva poco distante, sul ponte ancora illuminato dagli ultimi riflessi aranciati del giorno. Kail si guardò subito intorno, come se cercasse qualcuno.
“I cavalli sono stati portati nella stiva e loro sono scesi tutti e tre…” Disse Galeth con calma, indicando il molo con il pollice. Attese che l’amico gli si affiancasse, poi chiese a bruciapelo: “Che ti ha detto Dominique?”
Kail appoggiò i gomiti sulla frisata e, a bassa voce, riferì quanto appreso: la spilla incantata e la sua incredibile storia, il passato condiviso con Astarte e la gravosa responsabilità che il nostromo aveva appena accettato di prendersi sulle spalle.
“Probabilmente non ha detto tutto …” Concluse Kail. “… ma non per diffidenza, per cautela.” Galeth rifletté un istante. “Ti fidi di lui?” “Si.” Confermò il mezzelfo, lo sguardo perso tra i moli del porto. Galeth annuì. “Mi basta.” Non servì aggiungere altro.
I due compagni rimasero sul ponte un’altra mezz’ora. In quel lasso tempo avevano sperato che qualcuno tra il capitano, Maquesta o Dominique salisse a bordo, ma immaginarono che tutti e tre avessero il loro bel da fare per pianificare i prossimi compiti e spostamenti. D’altro canto quella situazione, per quanto importante, non era certo stata preventivata.
Persino gli altri passeggeri erano spariti dalla circolazione.
Galeth aveva chiesto a Kail cosa ne pensasse dei due mercanti e della donna di bell’aspetto intravisti poco prima, e se fosse il caso parlarne col capitano. Ne stavano ancora discutendo quando Melas Kar – Thon tornò sulla nave, accompagnato dalla figlia e dal nostromo. Dominique portava con sé una sacca da viaggio, recuperata da qualche parte fuori dalla nave. Era molto probabile che il nostromo avesse una casa in città.
I due amici capirono immediatamente che non era il momento per fare domande. Quello era il momento del commiato.
Maquesta gli si avvicinò per prima; con un gesto rapido gli sistemò il bavero e lo strinse in un abbraccio breve ma sincero. Non era un saluto tra due ufficiali. Era qualcosa di più profondo, più intimo. Non tra padre e figlia, ma quasi. Come uno zio che partiva per un viaggio rischioso e una nipote che fingeva di non temere per lui. Dominique le dedicò una carezza che scaldò il cuore di entrambi.
Poi fu il turno del capitano Melas Kar – Thon, che gli strinse l’avambraccio con forza. Erano uomini che avevano condiviso tempeste e silenzi, decisioni difficili e notti senza stelle.
“Sii prudente.” Riuscì a biascicare Melas, tradendo un briciolo di imbarazzo. Dominique annuì con un sorriso, poi si voltò e si sistemò meglio la sacca sulla spalla, intenzionato a scendere lungo la passerella direttamente verso il molo.
A quel punto Kail e Galeth si avvicinarono per salutare il nostromo, augurandogli buona fortuna. Era una missione cruciale anche per loro: se Astarte non avesse ricevuto la lettera, una volta raggiunto Crossing sarebbe stato tutto più difficile far arrivare aggiornamenti e comunicazioni al suo castello nell’entroterra solamnico.
Dominique si sforzò di tenere il morale alto di tutti, compresi i marinai accorsi da ogni parte per dedicargli il giusto commiato; assicurò che ogni cosa sarebbe andata bene e che lui sarebbe tornato presto sulla Peregrina, ma sia il mezzelfo che il capitano sentivano che invece qualcosa sarebbe andato storto. Se lo confermarono con un’occhiata eloquente.
Melas seguì Dominique con lo sguardo mentre si dirigeva verso il porto e i cavalli che lo avrebbero condotto a nord, verso Lemish. Il nostromo intendeva raggiungere Firstward entro l’ora di cena: lì, un parente lo avrebbe ospitato, permettendogli di lasciare subito la zona del porto, decisamente troppo pericolosa in quel momento.
Mentre gli altri parlavano a bassa voce, Melas non si mosse. Seguì il nostromo con lo sguardo finché la sua figura non si confuse tra le sagome dei magazzini e delle gru del porto. Anche quando non fu più distinguibile, continuò a fissare quel punto, come se volesse imprimere quell’immagine nella memoria.
Kail comprese in quell’istante che, qualunque, cosa accadesse, Melas non aveva nulla a che vedere con ombre e tradimenti. Se c’era qualcosa nell’aria, era solo un presagio. E il capitano ne era solo la prima vittima.
Fu allora che Galeth si fece avanti.
“Capitano…” Disse con rispetto. “… prima che venga assorbito dai suoi doveri sulla nave, io e Kail vorremmo farvi qualche domanda sui passeggeri.”
Quella che poteva sembrare una richiesta fuori contesto, visto il forte momento emotivo, si rivelò invece per Melas un’opportunità per riancorarsi alla realtà. L’ergothiano si diresse verso il timone e fece segno a Kail e Galeth di seguirlo. “Che genere di domande? Non amo parlare dei miei passeggeri.” Esordì in tono distaccato.
Il guerriero sbirciò verso il ranger, poi aggiunse: “Niente di personale, ma avendo notato che non sono più sul ponte e probabilmente nemmeno sulla nave, ci chiedevamo se potessero essere… come dire… sicuri.” Gli occhi scuri del capitano si posarono su di lui. “Sicuri?”
“Si, ecco… spero possiate capire la nostra apprensione.” Melas sospirò, levando gli occhi al cielo. “I mercanti e la ragazza hanno prenotato una locanda nella parte alta della città. Ci raggiungeranno più tardi, dopo aver cenato.”
Galeth non disse nulla, ma continuò a fissarlo come se si aspettasse dell’altro . Il capitano sospirò affranto. “I mercanti commerciano in pelli. Devono attraversare l’Abanasinia fino alla costa opposta. Hanno pagato bene, ho verificato i nomi. Nessuna cattiva referenza.” Fece una pausa, sperando che Galeth mollasse la presa, ma capì che non sarebbe successo.
“La nobildonna invece, Katharina Di Caela, è stata raccomandata da un membro della Chiesa dei Cercatori. Un sant’uomo, almeno in apparenza. Mi ha chiesto la cortesia di accompagnarla a New Ports, verso sud. Viaggia leggera, non crea problemi.” Si strinse nelle spalle. “Non ho motivo di dubitare di lei.”
Il mezzelfo si sforzò di ricordare dove avesse già sentito quel nome, effettivamente importante, di una delle famiglie solamniche più in vista di tutte. Tuttavia il ricordo faticava a riemergere. Alla fine annuì insieme a Galeth, annuì. Notando che la loro curiosità era stata appagata, Melas aggiunse: “All’alba salperemo e il vento non ci sarà favorevole. Potremmo impiegare più del previsto. Per chi non è abituato al mare, anche poche ore possono pesare. Se accettate un consiglio: andate a riposare.”
Quasi a chiudere la conversazione, una voce femminile intervenne alle loro spalle. “E prima di riposare… dovete decidere dove cenare.” Maquesta, li osservava con attenzione vigile. Senza attendere replica, si rivolse al padre: “La nave è pronta a salpare, capitano. Al suo ordine.” Melas approvò con un cenno e si allontanò.
“Scendete al porto o resterete a bordo?” Chiese la ragazza. Galeth rispose senza esitare. “Meglio non farci vedere in giro. Rimaniamo qui, se possibile.” Maquesta fece loro un cenno d’approvazione. “Saggia decisione. Venite.”
La giovane li condusse sotto coperta, attraverso il corridoio centrale. Lì, in un angolo riparato tra le travi robuste, due amache erano state tese per loro. “Non è un cabina privata…” Disse con franchezza. “Ma nessuno vi disturberà. Farò portare qualcosa da mangiare.” Poi si allontanò con passo sicuro.
Poco dopo, un giovane mozzo comparve con una cesta: pane scuro, formaggio stagionato e una zuppa densa e tiepida in un recipiente di metallo. Rimasero soli. Mangiarono senza fretta, mentre i rumori del porto filtravano attutiti attraverso lo scafo. Quando ebbero finito, Kail aprì il proprio zaino: “Credo sia arrivato il momento di organizzare la prima fase del nostro viaggio…” Galeth si tirò su dall’amaca, incuriosito. “I diari di Anteus…”
Kail mostrò all’amico i resoconti che Astarte aveva organizzato con cura affinché lo guidassero nel suo pericoloso viaggio nell’Abanasinia. Anteus, suo padre adottivo e maestro d’armi, era stato inviato lì due anni prima per verificare voci inquietanti provenienti dall’estremo sud. Movimenti sospetti e presenze non riconducibili ad alcuna autorità locale. Voci che ora, dopo quanto avevano scoperto su Galen Dracos, assumevano un significato ben più oscuro.
Anteus era scomparso e Kail si era offerto per quella missione anche con la speranza di ritrovarlo. Galeth si alzò e gli si affiancò, mentre l’amico sfogliava le prime pagine degli appunti, indicando le note di un lavoro di ricostruzione che copriva due anni del viaggio sul territorio.
“Settembre 328: approdo a Crossing, contatto con Rashmintalan, la mia guida elfica di Qualinesti. Secondo l’elfo, due mesi prima ha visto la presenza di creature oscure a Xak Xhalan. Inizierò da qui, vale la pena indagare. Arrivo a Staughton, rifornimenti e partenza per Xak Xhalan.
Ottobre 328: Abbiamo esplorato il sito. L’elfo mi ha confermato la presenza di tracce fresche di goblin e hobgoblin ed umani, di non più di un mese fa. Sono rimasti poco, forse erano esploratori. L’elfo ha visto anche altre tracce strane, più grandi, forse orchi, il che farebbe pensare ad una insolita collaborazione.”
Kail leggeva gli appunti di Anteus riportando fedelmente ogni parola. “Dovremo ripercorrere tutto…” Mormorò Galeth. “Passo dopo passo.” Confermò Kail.
Tuttavia, proprio quando entrambi convennero che trovare Rashmintalan avrebbe fatto la differenza, scoprirono con amarezza che la guida elfica di Anteus era morta mesi dopo, durante l’ispezione di alcune miniere abbandonate.
“Giugno 329: Una terribile tragedia si è abbattuta su di noi. Mentre controllavamo i cunicoli più interni sotto Pax Tharkas, una frana ha tagliato la via a Rashmin! Lo abbiamo cercato per tre giorni, ma non perdo le speranze: riusciremo a trovarlo e a tirarlo fuori! Purtroppo Rashmin non ce l’ha fatta! L’abbiamo trovato morto dopo infinti tentativi. Senza di lui sarà molto più difficile orientarsi. C’era un forte odore di zolfo e il nostro povero amico aveva entrambe le gambe spezzate, ma in punti differenti. Aveva inoltre dei strani segni sul collo, per WindWalker si tratta di un’aggressione e io stesso resto moderatamente dubbioso.”
I due amici stabilirono comunque che iniziare il viaggio trovando una guida valida, magari cercandola proprio nella comunità elfica locale, sarebbe stato fondamentale per muoversi in quei territori ostili e sconosciuti. Parlarono a lungo del loro approccio a Crossing, di come muoversi con discrezione, chi contattare e quali piste seguire per prime. Finché le parole si fecero più lente, cullate dal rollio leggero della nave ormeggiata. Alla fine si addormentarono.
Quando Kail riaprì gli occhi, la luce era già piena: non il grigio dell’alba, ma mattina inoltrata! La nave si muoveva con decisione: avevano salpato. Un odore intenso e dolciastro saturava l’aria sottocoperta.
Quel profumo strano non gli era nuovo lo aveva già avvertito nel pacco che Maquesta aveva ritirato dall’oste alla Gramigna Verde. Quell’aroma speziato, misto a una lieve ma intensa sensazione di calore proveniente dal medaglione, lo avevano avvolto mentre dormiva. Ricordava vagamente, in quel limbo tra veglia e torpore avvenuto molto prima dell’alba, di aver provato ad alzarsi, a reagire, ma il suo corpo era rimasto inerte, prigioniero di una paralisi artificiale.
Kail si tirò su a fatica, la testa pesante come piombo. Poi ricordò: Belladonna!
Questa volta la riconobbe. Era la stessa sostanza – in forma meno brutale – usata dagli uomini di Galen Dracos per drogare Galeth durante il suo rapimento. Lì, in un angolo, una piccola ciotola metallica custodiva i resti anneriti delle erbe bruciate. Kail le toccò: erano fredde, spente da ore.
“Hanno smesso di bruciare prima dell’alba…” Disse piano. Erano stati costretti a dormire molto più del dovuto. Galeth si alzò, ancora intontito. “Allora dev’essere un vizio…” Scherzò il guerriero, rammentando bene il disagio provato quando aveva ingerito la droga al Tasso d’Argento. Tuttavia lo scherzo morì sul nascere.
Un urlo lacerante squarciò il silenzio della stiva, poco distante. Poi un altro. Concitazione. Panico. Qualcosa di terribile era accaduto mentre erano stati costretti con la forza a rimanere nel mondo dei sogni.
Kail si riscosse, come se stesse tornando in superficie dopo un’immersione troppo lunga. Le amache oscillavano ancora lentamente, mentre lo scafo gemeva sotto la spinta del mare. La testa gli martellava. Il gusto dolciastro della spezia gli restava incollato alla lingua. Accanto a lui, Galeth si muoveva a fatica, stringendo le palpebre contro la luce.
Poi arrivarono altre grida. Non erano urla di una rissa. Non erano ordini. Erano urla spezzate dall’orrore.“No… no…” “Capitano!”
Kail cercò di tenersi in piedi, di scuotersi, ma le ginocchia cedevano. Il medaglione gli scottò appena contro il petto giusto per un istante, e in quel calore improvviso e momentaneo, gli tornò vivido il ricordo della notte: la coscienza vigile, il corpo immobile e qualcosa di soprannaturale all’opera.
“Allora non me lo sono sognato…” Mormorò preoccupato.
Galeth lo afferrò per un braccio, lo sguardo duro. “Qualunque cosa stia capitando, non è finita…” Si sorressero a vicenda, mentre scendevano insieme ad altri uomini ancora storditi. Non erano stati dunque i soli ad aver sofferto degli effetti della Belladonna. L’aria si faceva più pesante ad ogni gradino, impregnata non solo di umidità salmastra, ma di un inconfondibile odore ferroso. Odore di sangue.
Quando raggiunsero il fondo, la scena si aprì davanti ai loro occhi con una lentezza irreale. I marinai formavano un semicerchio all’interno di una sezione della stiva. Uno si faceva il segno del “buon auspicio” invocando gli dei del mare; un altro fissava il pavimento come se sperasse di svanire, un altro ancora vomitava in un angolo.
Kail e Galeth raccolsero tutte queste informazioni in un’unica intensa occhiata. Poi si mossero di lato, per cercare una visuale migliore. Che diavolo stava succedendo lì dentro?
Al centro, sopra una cassa di pellame, spiccava una giacca azzurra imbrattata di rosso. Niente riuscì a nascondere l’orrore assoluto negli occhi del mezzelfo e del guerriero. Era la giacca di Dominique!
Kail cercò con lo sguardo il capitano e Maquesta. Li scorse lì vicino, assorti e disperati. La ragazza stava di fianco alla cassa, rigida, le mani intrecciate nei capelli e lo sguardo perso nel vuoto.
Melas era seduto su un barile, le braccia appoggiate sul grembo e la bocca semiaperta. Non parlava. Non si muoveva. Ma non era paralizzato: stava solo trovando la forza per tornare ad essere il capitano, ma davanti a quello scempio anche il comando sembrava un fardello insopportabile.
“L’abbiamo trovata dietro quelle casse.” Disse un terrorizzato marinaio, indicando un punto poco distante. “Era… era così.”
Melas si alzò in un silenzio assoluto. Si avvicinò alla giacca e ne sfiorò il tessuto lordo di sangue con la punta delle dita. Era ancora umido in alcuni punti. Tracce di sale brillavano sulle maniche e sul colletto. Sollevò delicatamente un lembo e un gemito di sofferenza e disgusto attraversò l’intera stiva.
La testa di Dominique apparve appena tra le pieghe. Il taglio era netto. Pulito. E proprio per questo più atroce. Maquesta ispirò bruscamente, ma non distolse lo sguardo. Melas richiuse lentamente il tessuto, si voltò e domandò con voce d’oltretomba: “Chi era di guardia?”
La maggior parte dei marinai non rispose, ancora sopraffatti dai fumi della droga che li aveva intontiti sottocoperta. Alcuni però balbettarono scuse indistinte.
“Andate a svegliare i passeggeri! Vi voglio tutti sul ponte, ora! Questo abominio non resterà impunito!” Detto questo, il capitano uscì a grandi passi dalla stiva, seguito dai marinai e da Maquesta. Passando accanto a Kail e Galeth, la ragazza sussurrò con un filo di voce: “Mio padre non riuscirebbe a farlo. Controllate voi se c’è qualche indizio. Vi prego.” Aveva le lacrime agli occhi, ma nei suoi tratti persisteva una lucidità ferrea, un controllo che a Melas mancava. Galeth annuì solennemente, serrando la mascella in un gesto che era insieme dolore e preoccupazione.
I due amici si avvicinarono al macabro lascito di chissà quale assassino invisibile. Fu Kail a scostare con cautela il bordo del tessuto. La testa di Dominique restava immobile, gli occhi socchiusi, il taglio netto alla base del collo. Non c’era rabbia sul suo volto. Solo un’espressione sospesa, interrotta. Non aveva avuto il tempo di aver paura: era stato decapitato da tergo.
Il mezzelfo frugò con angoscia dentro le tasche interne della giacca alla ricerca della lettera, ma per sua sfortuna, era sparita. Dominique era riuscito a nasconderla in tempo, consegnandola a qualcuno di fidato, o l’omicida gliel’aveva strappata via insieme alla vita?
Poi notò un flebile bagliore sotto il colletto: la spilla incantata era ancora lì. Un dettaglio stridente, quasi un errore logico, che lo portò ad una conclusione immediata: Galen Dracos non era presente fisicamente al momento dell’uccisione di Dominique! Uno stregone del suo calibro si sarebbe accorto facilmente di un oggetto magico simile.
“Probabilmente sono stati i Corvi Rossi…” Dedusse Kail.
Dominique era morto in quel modo brutale per mandare ad entrambi un messaggio preciso: sapevano della lettera, sapevano della rotta. “Non un messaggio… una provocazione.” Ribatté a mezza bocca Galeth. “Una minaccia.” Concluse Kail, invitando l’amico a staccare la spilla di Mishakal dalla giacca del nostromo. Galeth la fissò un attimo, poi la nascose tra le pieghe della cappa.
Kail si passò una mano sul viso, distrutto dal dolore e dalla preoccupazione. Galeth avvolse con cura i resti di Dominique nella sua stessa giacca e la sollevò per portarla sul ponte. Al di la della tragedia personale, perché il nostromo era davvero un uomo retto e giusto, un pensiero politico li tormentava: come avrebbero fatto adesso a fare rapporto ad Astarte? Come avrebbero informato il grande Cavaliere delle malefatte di Galen Dracos sul territorio solamnico dopo questo fallimento?
“Ehi Kail?! Stai bene?” Domandò il guerriero in un sussurro. “Si… si, sto bene. Andiamo.” Così i due compagni risalirono dalla stiva al ponte, trascinandosi dietro i macabri resti del povero nostromo e tutta l’amarezza di averlo, seppure indirettamente, condannato a morte.
Il ponte della Peregrina era immerso in un silenzio teso quando Kail e Galeth risalirono da sottocoperta. Il guerriero teneva la testa di Dominique avvolta nella giacca blu del nostromo. Non la esponeva, ma tutti compresero bene cosa stesse portando.
Melas aveva radunato tutti. I marinai erano disposti in fila irregolare lungo il lato di dritta, i volti segnati dalla stanchezza e dal sospetto. Poco più indietro, i due mercanti barcollavano ancora, pallidi, gli occhi velati da ombre scure. Si reggevano alla balaustra come uomini reduci da una febbre non ancora smaltita.
Mancava solo la donna.
Al centro del ponte, il capitano si accorse subito del loro arrivo. Osservò per un breve istante il macabro fagotto che Galeth ancora teneva sollevato e dischiuse leggermente le labbra nel tentativo di dire qualcosa. Vedendo il padre in difficoltà, Maquesta intervenne prontamente.
“L’avete esaminata?” Galeth annuì. “E avete scoperto qualcosa?” Incalzò la giovane, facendo un passo avanti. Kail rispose con voce piatta, quasi clinica. “La testa è stata mozzata di netto, da tergo. Una mano esperta, precisa. Dominique non deve essersi accorto di nulla.”
Il capitano deglutì, recuperando a fatica il controllo del proprio respiro. “C’è altro?”
“La sua spilla era ancora appuntata alla giacca…” Aggiunse Kail. “Ma la lettera è sparita.” Lo sguardo di Melas si indurì. “La lettera è sparita.” Ripeté tra sé, la voce persa nel labirinto dei propri pensieri.
“Se la portava ancora addosso…” Continuò il mezzelfo. “… qualcuno l’ha presa di sicuro. Resta solo da sperare che Dominique sia riuscito ad affidarla a qualcun altro prima di… prima di essere catturato.”
Il capitano serrò la mascella, poi fece un cenno verso poppa. “I miei uomini hanno trovato tracce di sangue.” Kail e Galeth si scambiarono un’occhiata perplessa. “Dove?” Chiese Galeth. “Alla murata di poppa.”
Melas fece strada, mentre Maquesta rimase con la ciurma qualche metro indietro. I due amici lo seguirono. Il sangue aveva colato lungo il legno, seguendo le venature fino a quasi metà ponte, dove si interrompeva bruscamente.
“Non c’era sangue prima dell’alba!” Esclamò spaventato uno dei marinai. “Altrimenti l’avrei visto!” Kail si chinò, analizzando l’angolazione degli schizzi e la distanza tra le macchie.
Galeth invece indicò il legno graffiato poco sopra. “Qui hanno agganciato qualcosa.” “Un rampino.” Sussurrò Melas, ricalcando con il dito il segno sottile sulla balaustra. “Qualcuno è salito da qui…” “Si…” Confermò Kail, scrutando lo scafo proprio sotto i graffi. “Una piccola imbarcazione. Due o tre uomini al massimo, silenziosi. Si sono accostati senza farsi notare.” Galeth annuì cupo. “Dominique era già morto quando è stato… issato a bordo.”
Un mormorio inquieto attraversò l’equipaggio. Tutti avevano teso l’orecchio per carpire ogni frammento di quella conversazione. “Come potete dirlo?” Chiese uno dei due mercanti, la voce incerta. Kail sui voltò a guardarlo. “Il taglio è troppo netto, troppo pulito. E qui sul ponte non c’è abbastanza sangue. L’esecuzione è avvenuta altrove.” Melas annuì lentamente. “La testa è stata portata a bordo… e chi l’ha fatto aveva un complice tra noi.”
Il capitano tornò dai suoi uomini. “Quello che è accaduto stanotte…” Disse con voce controllata e le mani intrecciate dietro la schiena. “… non è stato un incidente, ma un’azione deliberata contro questa nave.” Fece un passo avanti, scrutando i volti uno ad uno. “Voglio sapere chi era di turno tra la quarta e la quinta ora prima dell’alba.”
Due marinai si fecero avanti titubanti. “Noi, capitano.” “Avete visto scialuppe?” “No, capitano.” “Avete sentito corde sfregare? Rumori contro lo scafo?” I due esitarono qualche istante, scambiandosi occhiate confuse. Poi uno di loro disse: “Niente che non fosse il normale sciabordio del mare su di una nave ormeggiata.” Melas imprecò sottovoce.
“E voi?” Domandò, voltandosi verso i mercanti. Uno dei due deglutì a vuoto. “Capitano… noi abbiamo solo accettato un consiglio.” “Quale consiglio?” “La donna…. Ci ha offerto dell’incenso. Ha detto che il viaggio sarebbe stato agitato e che quell’aroma avrebbe aiutato a dormire.””E voi l’avete bruciato.” “Si.” “Quando?” “Prima di coricarci. Era ancora notte fonda.”
Kail sentì la tensione farsi quasi tangibile. La droga era stata distribuita con precisione chirurgica, prima che tutti andassero a dormire. Non era stato un caso.
“Il sonno era… strano.” Intervenne un altro marinaio. “Strano in che senso?” Chiese Melas. “Quando ho raggiunto la mia cuccetta sottocoperta per il cambio turno, ho sentito uno strano odore di spezie. Ero stanco e non gli ho dato peso, ma sono crollato subito. Il sonno era… pesante. Come se l’aria fosse diventata densa.” Un commilitone vicino a lui annuì. “C’era odore di erbe bruciate, capitano.”
Kail sollevò lo sguardo. Melas si irrigidì. “Erbe?” “La nobildonna ha acceso una scodella, prima che ci ritirassimo. Diceva che purificava l’aria.”
Il mezzelfo si voltò verso Maquesta. Nella sua mente aveva impressa l’immagine della ragazza che ritirava un pacco pieno di spezie dalla locanda del porto. Quasi avesse letto i suoi sospetti, Maquesta strinse le labbra e serrò i pugni fino a sbiancare le nocche. “Sono stata ingannata…” Mormorò in un bisbiglio amaro. Gli sguardi di tutti si inchiodarono su di lei.
Melas le si avvicinò. “Ingannata? Da chi e in che modo?” Maquesta imprecò rabbiosamente contro sé stessa. “Da quella maledetta, che sicuramente non si chiama Katharina Di Caela! Sono andata alla locanda della Gramigna Verde a ritirare un pacco per lei. Mi ha detto che si trattava di incenso. Una fragranza che amava per coprire gli odori intensi dei viaggi. Mi ha dato i soldi per pagare l’oste e io… io ci sono cascata come una stupida!” Lo sguardo del capitano si addolcì per un istante. “Non potevi saperlo, Maquesta. Svolgiamo spesso commissioni simili per i passeggeri.”
Il silenzio calò sul ponte della Peregrina, interrotto solo dallo scricchiolio del sartiame. Poi Galeth si rivolse ai marinai. “Avete esaminato la cabina della donna?” Due uomini fecero un passo avanti. “Abbiamo bussato più volte, senza risposta.” Disse uno dei due. “Visto che la porta non era chiusa a chiave, abbiamo sbirciato dentro. L’unico particolare degno di nota erano le sue vesti bianche, perfettamente ripiegate e sistemate sulla cuccetta.”
“Capitano… cosa sappiamo davvero di questa donna?” Chiese Galeth, spazientito da tanta astuzia. “Come faceva a sapere che ci saremmo imbarcati proprio qui?” Melas guardò Kail e Galeth con intensità. “E’ salita a bordo tre ore prima di voi. Aveva credenziali inattaccabili: un sigillo araldico autentico della casata dei Di Caela. (! Kail può ripetere il tiro su Araldica e ricordare che esiste una Katharina Di Caela ma aveva l’età di Astarte, Kail lo fa presente) Inoltre mi era stata raccomandata da un sant’uomo della chiesa dei Cercatori e …”
“Se era sulle vostre tracce, è stata la scelta più logica.” Lo interruppe Maquesta bruscamente. “La Peregrina è l’unica nave diretta verso l’Abanasinia che parte all’alba. Non è difficile scoprirlo: basta chiedere al porto.”
Galeth annuì lentamente. “Ha proceduto per esclusione. Sapeva che saremmo arrivati in città probabilmente per imbarcarci e questa era la rotta più probabile, perché più immediata.” “E se a dispetto delle probabilità, non vi foste presentati?” Domandò Melas.
In quel momento Kail rammentò dove, e soprattutto quando, aveva sentito pronunciare quel nome: al castello di Astarte, circa vent’anni prima! Katharina di Caela era sì una nobile di quella famosa stirpe, ma oggi avrebbe dovuto avere la stessa età del grande Cavaliere! La donna che si era fatta passare per lei le aveva rubato l’identità, oltre che l’anello del casato. “Vista le sua abilità, avrebbe semplicemente cambiato piano. Si sarebbe adattata.” Rispose Kail con amarezza.
“E forse il mio amico Dominique sarebbe ancora vivo.” Il mezzelfo abbassò lo sguardo, oppresso dal senso di colpa.
“Padre, è chiaro che abbiamo a che fare con dei professionisti.” Concluse Maquesta, la voce ora ferma come l’acciaio. “Per quanto anche a me faccia un male cane accettarlo, Dominique sapeva cosa rischiava. Dobbiamo rimanere lucidi o rischiamo di perdere ogni cosa. Non abbiamo scelta ormai!” Melas la guardò e accennò un sorriso amaro. “Anche il vestito, lasciato lì in quel modo… che sia un demone o una donna, il messaggio è chiaro. Si tratta di gente meticolosa, che applica metodi puliti, precisi. Non lasciano nulla al caso.” Terminò la ragazza grattandosi il mento.
Melas iniziò a camminare lentamente sul ponte, scrutando il mare. “Dunque…” Disse, schiarendosi la gola. “Le erbe bruciate spiegano il torpore. Il rampino e l’agguato quando eravamo ormeggiati spiegano come siano saliti a bordo. La donna li ha guidati nella stiva: era il loro gancio, ha stabilito i tempi per colpire e lasciare …la testa di Dominique, come messaggio intimidatorio. Poi sono tornati indietro e hanno lasciato la Peregrina.” Si fermò, voltandosi verso la ciurma.
“Ma nessuno, me compreso… li ha visti attraversare il ponte. Dico bene?” Silenzio. “Ed è questo che non capisco.” Riprese il capitano. “Come hanno fatto a passare inosservati per ben due volte senza che nessuno fosse riuscito a vederli?” Kail sentì risalire il ricordo del medaglione che si scaldava prima dell’alba. Non poteva parlarne apertamente, poiché aveva scelto di tenere segrete le sue abilità, ma era certo che gli autori dell’incursione, probabilmente i Corvi Rossi, avessero utilizzato talenti magici. Talenti che l’artefatto di sua madre era riuscito a percepire.
“Se nessuno li ha visti…” Esordì con cautela. “… forse non potevano esser visti.” Melas lo fissò. “Spiegati.” “Oggetti magici.” Continuò Kail. “Mantelli. Artefatti che velano la presenza. Se dietro la morte di Dominique c’è l’organizzazione che sospettiamo, allora dispongono di uno stregone potente.” “Questa non è affatto un’ipotesi irragionevole.” Commentò Galeth. Un mormorio inquieto si diffuse tra i marinai. Melas rimase immobile per un lungo istante, poi prese una decisione. “Gettate l’ancora!”
Maquesta lo guardò sbalordita. “Siamo in mare aperto!” “Non proseguiremo come se nulla fosse.” Rispose il padre; l’ancora venne calata, la catena stridette finché la nave si fermò tra le onde. Melas si voltò verso l’equipaggio. “Al tramonto celebreremo una cerimonia per Dominique. Poi discuteremo sul da farsi. Ho bisogno di pensare nelle prossime ore, per cui rivolgetevi al nostromo per ogni necessità. Potete andare.” Si ritirò cupo nella sua cabina.
Il sole iniziò a scendere verso l’orizzonte, mentre Galeth e Kail parlavano tra di loro, con Maquesta e con la ciurma. Il mare attorno alla Peregrina sembrava improvvisamente più vasto e più silenzioso.
Al tramonto, puntuale come la morte, Melas uscì dalla sua cabina e rimase per qualche secondo a fissare il ponte. L’equipaggio lasciò ogni cosa stesse facendo in quel momento e si schierò in silenzio. Il mare era rosso di riflessi, come se fosse stato tinto dal sangue.
Galeth sollevò il fagotto e lo porse al capitano. L’uomo lo prese con mani ferme, ma lo sguardo tradiva un dolore profondo. “Dominique era con me da quindici anni…”Disse. “Da prima che Maquesta nascesse. Era un uomo leale. Il mare lo aveva cresciuto e il mare ora lo riprenderà.” Scoprì un lembo di giacca per un’ultima volta, osservando quel volto deturpato. “Che le onde ti diano pace, amico mio. Che le correnti ti conducano dove la sofferenza e la solitudine non possano mai trovarti.”
Con un gesto lento, lasciò cadere il triste fardello nelle acque scure. Il tonfo fu lieve, poi solo il mare. Dopo qualche istante il capitano si voltò.
“Maquesta. Kail. Galeth. Nella mia cabina.”
Li condusse all’interno e chiuse la porta, isolandoli dal resto del mondo. La piccola stanza era illuminata da una luce obliqua. La carta nautica restava aperta sul tavolo, la rotta tracciata fino a Crossing. Melas non si sedette subito.
“Ho perso il mio nostromo.” Disse. “Un uomo che navigava con me da più anni di quanti ne abbia mia figlia.” Maquesta aveva le lacrime agli occhi, ma sostenne lo sguardo del padre. “E la cosa peggiore è che me lo sentivo! Me lo sentivo, dannazione!” Continuò lui, la voce che vibrava di una furia repressa. “Beh, non perderò la mia nave per orgoglio. Posso tornare a Port O’Call. Posso dire che è stato un incidente a terra.” “Non lo crederanno…” Rispose Galeth a bassa voce. “Non mi interessa cosa credono! Quella gente maledetta cerca voi, non mia figlia o la mia nave. Ho delle responsabilità verso di loro. Lo capite?”
Il discorso di Melas non faceva una piega. Attirare l’attenzione dei Corvi Rossi sulla Peregrina non era di certo una mossa saggia, ma bisognava valutare con cura quale decisione fosse la meno rischiosa. Maquesta fece un passo avanti. “Se torniamo indietro, padre, stiamo dicendo loro che basta una testa nella stiva per fermare la Peregrina.”
“Inoltre,” Aggiunse Kail. “se tornerete a Port O’Call, vi esporrete ad un pericolo maggiore. E’ lì che si è consumato l’omicidio di Dominique, ed è lì che i Corvi Rossi vi aspetteranno. Secondo me, è meglio per voi rimanere in mare…”
Il silenzio che seguì fu più pesante di qualsiasi urlo. Melas fissò entrambi a lungo. Così simili, eppure così diversi. Poi i suoi occhi si fermarono sulla figlia. Pensò che sarebbe stata un grande nostromo e un capitano eccezionale, ma scelse di tacere quei pensieri. Per ora.
“Tu non hai visto uomini affondare per scelte sbagliate.” Le disse. “E tu non hai mai ceduto ad una minaccia.” Le parole non erano urlate. Erano dette piano, ma colpivano con la precisione di una lama.
Kail intervenne con cautela. “Chiunque sia stato non voleva la nave, capitano. Voleva impedirci di arrivare a Crossing.” Galeth approvò con un cenno. “Se torniamo adesso, gli stiamo dando ragione. Ad ogni modo, la scelta spetta a voi. Ecco la spilla che abbiamo trovato sulla giacca di Dominique. Credo sia giusto che l’abbiate voi.” Il guerriero mise il prezioso monile del nostromo sul tavolo del capitano.
Melas restò immobile. Gli occhi scivolarono sull’artefatto graffiato dell’amico. Con mano tremante l’afferrò e lo rigirò tra le dita, quasi cercasse di percepirne ancora il calore o la presenza. Poi, con un sospiro pesante, lo restituì a Galeth. “Se l’hanno lasciato sulla sua giacca senza prenderlo, vuol dire che gli dei vogliono che arrivi dove è diretto. O almeno credo che Dominique avrebbe risposto così.” Melas distolse lo sguardo. “Io non sono l’uomo giusto per portarlo.”
Galeth esitò, cercando conferma in Kail, che rispose con uno sguardo d’intesa. Il guerriero afferrò delicatamente la spilla: il metallo era stranamente caldo al tatto.
Melas trasse un respiro profondo, riprendendo il comando su sé stesso. “Proseguiremo. Ma non attraccherò. Non porterò la Peregrina dentro la baia. A quattrocento metri dalla riva calerò una scialuppa. Voi scenderete lì. Io tornerò in mare aperto e vi rimarrò a lungo. Obiezioni?”
Kail corrucciò la fronte. “E i nostri cavalli?” Melas sostenne il suo sguardo senza battere ciglio. “Sono certo che ne troverete degli altri sul posto. Avete la mia parola che saranno trattati bene e che, prima o poi, vi verranno restituiti sani e in salute.” Notando lo scetticismo dei due viaggiatori, aggiunse: “Approderò a New Ports tra un mese esatto da oggi. Li lascerò nelle stalle del maniscalco della città e pagherò per la loro permanenza finché non andrete a ritirarli. Di più non posso fare.”
Maquesta annuì. Anche Galeth e Kail, seppur a malincuore, acconsentirono. La ragazza sapeva bene che la decisione di suo padre non avrebbe cancellato il dolore della loro perdita, ma almeno gli avrebbe dato un senso.
La notte scivolò via senza troppe parole.
Kail e Galeth erano scesi nella stiva per l’ultimo saluto ai loro compagni animali. Per loro non erano solo cavalli, ma alleati di mille battaglie. Separarsene fu un colpo duro, ma inevitabile. “Guardiamo il lato positivo….” Mormorò Galeth. “Visto come si sono messe le cose, è molto più probabile che siano loro a sopravvivere che noi…” Kail non poté far altro che confermare con un sorriso amaro.
Poco prima dell’alba, Crossing emerse dalla foschia come una promessa e una minaccia insieme. I due restavano sul ponte, appoggiati alla balaustra, mentre il mare restava innaturalmente calmo, quasi a voler ignorare l’orrore accaduto durante la navigazione. Sotto i loro piedi il legno della nave scricchiolava appena, mentre i marinai lavoravano in silenzio.
Maquesta li raggiunse, restando per qualche istante in silenzio a osservare la città che prendeva forma all’orizzonte. “E’ quella.” Disse piano. “Crossing.” Galeth annuì. Sembrava cercasse le parole giuste, poi si voltò. “Maquesta… a proposito di Dominique…”
Lei scosse il capo prima che lui potesse continuare. “Non è stata colpa vostra.” Galeth abbassò lo sguardo, tormentato. “Eppure, se non avessimo chiesto di qualcuno che potesse svolgere la consegna della lettera, lui sarebbe ancora vivo.” Maquesta inspirò lentamente l’aria salmastra. “Dominique sapeva sempre dove si stava cacciando. Non era uno che si tirava indietro.” Li fissò entrambi negli occhi. “E non siete stati voi ad ucciderlo. Qualcun altro l’ha fatto.”
Il mare restava immobile. Quando la città divenne distinguibile, torri, mura, il profilo dei moli, Melas diede l’ordine. “Calate la scialuppa.” La sua voce era ferma, ma segnata dalla stanchezza. Si avvicinò ai due uomini, mentre i marinai cominciavano a manovrare le funi. “E’ quanto avevo promesso.”
Kail lo guardò riconoscente. “Capitano...” Melas sollevò una mano per fermarlo. “Non serve. Avete già visto abbastanza su questa nave.” Galeth fece un passo avanti. “Dominique non meritava una fine così.” Il capitano lo guardò per qualche istante. Nei suoi occhi passò un lampo duro, subito spento dalla rassegnazione. “No. Non lo meritava.” Rispose asciutto. Il vento muoveva appena le vele. “Il mare si è preso ciò che restava di lui.” Continuò, cupo. “Adesso, prendete voi la vostra strada.” Kail annuì lentamente. “Vi siamo debitori, capitano.” Melas scosse il capo. “No.” Poi volse lo sguardo verso Crossing. “Vi ho portati dove avevate chiesto.”
La scialuppa venne calata con movimenti precisi. Nessun marinaio esitò. Galeth si fermò un istante prima di scendere. Guardò Maquesta. “Spero di rivedervi…” Lei accennò un sorriso stanco. “Mi auguro che quando questo accadrà, non lo farete solo per raccontarmi un’altra storia come questa.” Galeth annuì, abbozzando un lieve sorriso: l’affinità con Maquesta sembrava palese. La ragazza gli tese la mano e lui la strinse, un ultimo contatto solido prima dell’incertezza.
Poi lo sguardo della giovane passò su Kail. “State attenti laggiù.” Kail inclinò appena il capo. “Per quel che può servire, vi giuro che se ne avrò mai la possibilità, vendicherò la morte di Dominique.” Maquesta annuì.
Il mezzelfo scese per primo, seguito subito dopo da Galeth. Maquesta restò a guardare dal parapetto, ferma accanto a Melas, mentre la Peregrina manteneva la distanza pattuita dalla riva. Quando la scialuppa toccò l’acqua, Kail sentì ancora il medaglione pulsare contro il petto. Non era solo un’eco della notte. Era un avvertimento che non aveva ancora finito di sussurrare.
Galeth afferrò i remi e iniziò a vogare, fendendo la superficie scura. Mentre si allontanavano la nave si faceva piccola alle loro spalle, capirono che ciò che era stato lasciato nella stiva non era soltanto una testa mozza.
Era l’inizio di un’ordalia terribile.
- Dettagli
- Scritto da Mike Steinberg
- Categoria: Le Origini Di Kail
- Visite: 234
Port O’ Call era vicina.
La vegetazione selvatica dell’entroterra iniziava a diradarsi, lasciando spazio a una strada maestra battuta, segnata da solchi profondi dei carri che per generazioni avevano rifornito la costa. Il paesaggio si apriva in una distesa di colline basse e brulle, dove i campi coltivati e i vigneti secchi cominciavano ad intravedersi poco più lontano, alternandosi a zone di macchia mediterranea e rocce calcaree che affioravano dal terreno come ossa antiche.
“Ho riflettuto molto sulla tua proposta, Kail… e ho deciso di accettarla.” Esordì Galeth, la voce resa seria dalla consapevolezza del pericolo. “Qui ormai non si parla più di lavoro o di svolgere semplici missioni…” Fece una pausa intensa, il volto corrucciato e preoccupato. Kail lo guardò per un breve momento, poi tornò a fissare la strada.
“Ormai c’è in gioco la mia vita… costantemente intendo. Non c’è mai pausa, come tra un lavoro e un altro. La minaccia è continua, perenne… e pesa come un macigno sulla mia testa.” Continuò Galeth, concedendosi un’altra pausa cruciale. Kail abbassò lo sguardo, sentendosi in colpa: sapeva che quella era la nuda verità.
“Il pericolo non riguarda solo i Corvi Rossi, a quelli avrei potuto provare a sottrarmi. Qui ci sono in ballo stregoni, artefatti maledetti e un esercito che si prepara all’invasione!” Commentò il guerriero con concitazione. Poi ritrovò la calma e aggiunse: “La situazione si è fatta troppo rischiosa per entrambi e ho il presentimento che andrà sempre peggio. Restare soli significa solo diventare bersagli più facili; se ci prendono separatamente, gli uomini di Galen Dracos ci schiacceranno senza fatica. Meglio rimanere uniti e provare a giocarcela insieme, piuttosto che finire uccisi uno alla volta.” Sospirò, ma non in maniera affranta. Era un sospiro fermo, determinato.
“Verrò con te, mezzelfo. A patto che la paga sia quella che mi hai proposto. Tutto quello che troviamo, lo smezziamo. Dico bene?” Disse Galeth con un mezzo ghigno astuto sulle labbra. Kail annuì e gli regalò un sorriso che sapeva di assenso e gratitudine insieme. “E poi mi ci vuole una vacanza… pazienza se sarà molto lunga.” Stemperò il veterano, assestandosi meglio sulla sella.
“Non ti mentirò: mi dispiace di averti cacciato in questo guaio, Galeth. Molto. Ma sono felice che mi accompagnerai nel mio viaggio. Non credo che riuscirei a farcela da solo.” Rispose semplicemente Kail.
Galeth lo guardò, ma non replicò. Osservando la sua espressione, colse il peso della responsabilità che il mezzelfo portava sulle spalle e capì quanto dovesse essere lacerante per lui. In ogni caso, la loro avventura insieme era stata ufficialmente suggellata e questo era un bene. Per entrambi.
Il sentiero che scendeva verso sud si fece più largo e i campi iniziavano a comparire ai lati della strada. Filari ordinati, muretti bassi di pietra, qualche contadino che sollevava lo sguardo al loro passaggio. L’odore del mare arrivava a tratti portato dal vento. Non lo vedevano ancora, ma lo percepivano.
Galeth si fermò su una lieve altura che precedeva la città. All’orizzonte, oltre le tegole e i camini, una striscia d’argento segnava l’acqua.
“Eccola, finalmente …” Disse semplicemente.
Port O’Call non appariva minacciosa. Non aveva l’austerità di una fortezza né l’eleganza di una capitale. Era operosa. Viva.
Case basse in periferia, botteghe, cortili interni, stendardi commerciali appesi alle travi. Il traffico aumentava man mano che si addentravano: carri carichi di merci, animali da soma, mercanti che discutevano sui prezzi prima ancora di varcare le porte urbane.
Eppure Kail non rallentò il passo.
Un carretto li superò sollevando polvere. Il conducente non li guardò, ma il ragazzo seduto accanto a lui sì. Troppo a lungo. Galeth lo notò, ma non disse nulla.
Più avanti, un uomo col cappuccio abbassato attraversò la strada davanti a loro. Si fermò un istante per sistemarsi il mantello, ma in realtà li stava osservando. Quando incrociò lo sguardo di Kail, riprese a camminare.
“Sono solo viaggiatori.” Mormorò Galeth.“ Anche le spie lo sono.” Rispose Kail asciutto.
Entrarono in città passando sotto un arco di pietra annerito dal tempo. All’interno, le strade si facevano più strette e più affollate. Bancarelle improvvisate, tessuti colorati, pesce essiccato steso su graticci, l’odore pungente del sale e delle spezie.
Non era ancora il porto. Era il ventre della città.
Un battente si richiuse al piano superiore di una casa, appena troppo in fretta. Un bambino che giocava in strada smise di correre quando li vide passare, come se avesse ricevuto un comando invisibile. Dai balconi, tende si mossero veloci.
Nulla di concreto. Nulla che potesse essere indicato come una minaccia. Eppure abbastanza per far capire ad entrambi che una moltitudine di occhi ed orecchie erano posati su di loro. Tutti potenzialmente pericolosi. Tutti potenzialmente letali.
Il medaglione di Kail rimaneva silente. Questo lo inquietava quasi di più se avesse preso a vibrare e a scaldarsi come faceva molto spesso ultimamente.
“Basta così …” Disse Galeth. “Togliamoci dalla strada o rischierò di diventare paranoico …”
Il guerriero fermò una donna anziana che sistemava ceste di pane. “Per favore, una locanda tranquilla…” Chiese. “… non troppo vicina alle banchine.” La donna li studiò un momento, poi indicò verso il centro. “La Lanterna d’Ottone. Clientela mista, ma discreta…” Rispose, concedendo ad entrambi un largo sorriso sdentato.
Kail annuì. Meglio scrivere la lettera prima di farsi vedere al porto.
Non fu difficile trovarla. La locanda era a due piani, con finestre strette e vetri opachi. All’interno, il rumore era contenuto: viaggiatori in transito, un paio di mercanti intenti a contare monete, nessuna musica. Galeth annuì. “Perfetto.” Bisbigliò.
Il locandiere asciugò le mani nel grembiule quando li vide entrare.
“Di passaggio?” Chiese, come se quella domanda fosse la più normale del mondo. “Sempre.” Rispose laconicamente Kail. “Il mare chiama o vi allontana?” Pungolò l’oste. “Ci fermeremo poco.” Disse Galeth come a chiudere la conversazione.
L’oste li osservò con maggiore attenzione. “Da dove venite?” Galeth sospirò: non voleva essere scortese, ma quella conversazione si stava trasformando pericolosamente in un interrogatorio. “Da nord.” Fece un cenno lento, canzonatorio. “Uhm … e dove andate?” Insistette il locandiere, per nulla intento a darsi per vinto. “A sud.” Questa volta fu Kail a rispondere.
L’uomo rimase immobile un istante, come se stesse cercando altro nelle loro parole. Poi accennò un sorriso educato.
“Capisco.” Disse semplicemente. Il suo sguardo si posò per un breve attimo su qualcuno o qualcosa alle loro spalle.
Vicino al camino, un uomo con un mantello scuro smise di muovere la coppa. Non li fissò apertamente, ma li studiò di sottecchi. Dopo qualche secondo bevve un ultimo sorso, si alzò, mise senza discutere alcune monete di rame sul bancone, ed uscì. La porta si richiuse con un colpo asciutto. Il brusio riprese subito dopo, ma più basso.
Kail chiese all’oste di quell’uomo, ma quando ricevette una risposta evasiva, si accontentò di una camera con due letti, pagò e ricevette una chiave senza poter fare o dover subire ulteriori domande.
Galeth fece strada. La scala scricchiolò sotto i loro passi. Il corridoio del piano superiore era stretto, illuminato da una sola lampada ad olio. A metà del corridoio, un inserviente era inginocchiato davanti una porta. Un secchio rovesciato accanto a lui, lo straccio in mano. Una macchia scura si allargava sulle assi del pavimento.
Lì per lì ci fu un attimo di panico, poiché Galeth aveva scambiato quella chiazza ombrosa per sangue, ma Kail fu lesto a tranquillizzarlo. L’odore disgustoso che emanava, suggeriva che un pitale fosse stato svuotato male piuttosto che qualcuno fosse stato sgozzato in quel punto. Non ne era certo, ma era molto probabile.
L’inserviente sollevò lo sguardo quando li sentì arrivare. Non sembrò sorpreso. I suoi occhi passarono da Galeth a Kail con lentezza misurata. Poi fece un breve cenno con il capo. Non parlò. Riprese a strofinare solo quando la chiave girò nella serratura. La porta si chiuse alle loro spalle e Galeth fece scattare il chiavistello immediatamente.
“Finalmente un po’ di calma…” Aggiunse nervosamente, guardando Kail di sfuggita.
La stanza era spartana. Un tavolo, due sedie, due letti stretti contro la parete.
Kail frugò nello zaino e tirò fuori una delle pergamene che gli aveva fornito Astarte per i suoi resoconti e la mise sul tavolo, mentre Galeth, inquieto, scostava di continuo le tende dalle finestre per sbirciare se occhi indiscreti guardavano in alto verso di loro. Poi il mezzelfo si mise a sedere e preparò la piuma d’oca e i l calamaio.
Nonostante l’amico fosse di guardia, il mezzelfo non riusciva a non sciogliere la morsa attorno al medaglione, che teneva nella mano sinistra. Scriveva ad Astarte con la destra, ma la sua mente era altrove, assediata dal timore che Galen Dracos potesse violare i suoi pensieri da un momento all’altro. Sperava, quasi febbrilmente, di tenerlo a bada concentrando ogni briciolo di volontà su quel pezzo di metallo freddo premuto contro il palmo.
Ogni poche righe la mano si fermava. Kail restava quasi paranoicamente in ascolto dei pochi rumori che venivano dal corridoio, mentre Galeth osservava le vie sottostanti, brulicanti di una vita che appariva loro come un groviglio di potenziali minacce. Il medaglione restava inerte: freddo, immobile, privo di vibrazioni o calore. Lo girò tra le dita, ne saggiò la consistenza, poi tornò a scrivere, forzando il fiato a farsi regolare. Non ci riuscì.
A quel punto si alzò ed invitò Galeth a prendere il suo posto. Il guerriero rimase assai perplesso dalla decisione presa dal mezzelfo: se era vero che Galen Dracos poteva vedere i pensieri dell’amico, cosa sarebbe cambiato se la lettera fosse stata scritta di suo pugno o da quello di Kail? Eppure mettersi a discutere su questo gli parve fuori luogo, per cui afferrò la piuma d’oca e iniziò a vergare la pergamena nel modo in cui gli veniva detto.
Sulla carta fluirono presto i nomi delle loro sventure recenti:
Erstellen che era stata tratta in salvo nel luogo convenuto e l’ombra del tradimento che aveva infettato il maniero di Astarte; i Corvi Rossi e i loro agguati che erano stati per entrambi quasi letali; l’incontro tra di loro ad Elmwood; l’oscura maestosità di Ravenshadow’s Keep e il Cristallo Maledetto, ora fortunatamente infranto, che serviva a preparare il maniero del lord spettrale all’invasione! Annotò di Grymace, dei suoi scavi misteriosi e del suo esercito disciplinato e marziale; descrisse i disegni del loro generale umano: Lord V. e, sopra ogni altra cosa, la figura di Galen Drakos: uno stregone potente e dalla natura aliena, che sembrava possedere occhi e orecchie in ogni angolo del mondo. Come nota finale, Kail suggerì a Galeth di invitare Astarte ad eliminare tutti i Corvi Rossi presenti nella foresta di Godsfell Woods: probabilmente questa operazione non sarebbe servita ad estirparli definitivamente dal territorio, ma avrebbe dato di sicuro un duro colpo allo stregone che ne era a capo. Galeth continuò a scrivere finché nella stanza non rimase che il suono secco della penna che graffiava la pergamena.
Un improvviso sussulto bloccò di nuovo il mezzelfo dal dettare altro. Il ricordo del sogno lo travolse: lo sguardo di Dracos, quella sensazione viscida di essere stato violato nel sonno, di esser stato raggiunto laddove nessuno dovrebbe poter arrivare. Strinse ancora il medaglione fino a farsi sbiancare le nocche. Attese. Ma ancora una volta non accadde nulla. Kail decise allora che poteva bastare.
Una volta terminata la lettera, domandò a Galeth di farne una copia: la prudenza non era mai troppa! Poi infilò il medaglione sotto la tunica, ed insieme al compagno le piegò per bene e le imbustò, sigillandole con la cera di una candela e il marchio di Astarte. Ognuno di loro ne tenne con sé una.
Galeth si alzò dalla sedia, si sgranchì le gambe e gli disse piano: “Non possiamo affidarci ad un corriere qualunque. Dobbiamo trovare qualcuno di integerrimo, che non venda le nostre vite per qualche spicciolo…”
Kail ripose con cura la sua missiva nello zaino. “No, non possiamo”. Rispose, con l’ansia che trapelava da ogni sillaba. “E a questo punto del viaggio, non possiamo nemmeno tornare indietro per consegnarle a qualcuno di nostra conoscenza a Lemish. Saremmo seguiti e braccati in un istante.” Aggiunse il guerriero, quasi parlando tra sé, come a voler razionalizzare un cappio al collo che si faceva sempre più stretto. Kail annuì lentamente, cercando di riprendere il controllo.
“Una cosa alla volta. Scendiamo al porto e vediamo di incontrare intanto questo capitano Kar – Thon. Appena ci saremo guadagnati un passaggio per Crossing, penseremo alla lettera. Magari, per una volta, la fortuna deciderà di guardarci in faccia.” Galeth incrociò il suo sguardo e accennò un timido assenso, anche se l’ombra sul suo volto tradiva quanto poco credesse alle parole di Kail.
Dopo qualche altro minuto di preparazione, i due compagni lasciarono la stanza e scesero al piano di sotto. L’oste non disse niente, guardandoli solamente un fugace momento prima che uscissero.
Kail e Galeth lasciarono la Lanterna d’Ottone e si inoltrarono tra le vie centrali di Port O’ Call. Seguendo strade strette e vicoli affollati di pedoni e carrettieri. Il rumore delle chiacchiere, dei passi e delle botteghe riempiva l’aria, ma la loro attenzione rimaneva alta: occhiate furtive dai balconi, figure incappucciate tra la folla, tutto contribuiva a tenere alta la soglia del sospetto.
Galeth fermò un adolescente seduto su una cassa e gli domandò se c’era una taverna al porto e il ragazzo gli suggerì “La Gramigna Verde”: una bettola fumosa e affollata, con luci tremolanti e odori di pesce, birra e legna bruciata che saturavano l’ambiente. Non potevano non trovarla.
Infatti, dopo pochi isolati, fu davvero molto semplice scovarla: bastò seguire il flusso di ubriachi, mercanti e stranieri che, a ridosso del porto, sciamavano verso di essa.
“La Gramigna Verde” si affacciava su una traversa che odorava di alghe e catrame. L’insegna cigolava nel vento. L’interno pullulava di uomini dall’aspetto poco raccomandabile, mercenari, contrabbandieri e figure pronte a scambiare o vendere informazioni al miglior offerente o a tirar coltelli senza esitazione. Le conversazioni si abbassarono di mezzo tono quando Kail e Galeth entrarono.
I due amici si mossero con cautela, evitando sguardi troppo diretti e cercando di apparire quanto più ordinari possibile. Si avvicinarono al bancone. L’oste, un uomo largo di spalle e con baffi grigi e gli occhi astuti, li osservò senza cordialità.
“Cerchiamo un uomo.” Disse Galeth diretto. “Melas Kar – Thon.”
Il panno con cui l’oste stava asciugando un boccale si fermò. “E perché mai dovreste trovarlo qui?” Kail posò una moneta d’argento sul legno, senza spingerla verso di lui.
“Perché è un capitano. E i capitani hanno bisogno di bere quanto i loro uomini.” Il locandiere guardò avidamente la moneta, ma non la prese subito. “Kar – Thon non è il tipo di uomo che si fa trovare senza che ci sia un buon motivo per farlo.” Rispose, mentre asciugava il bicchiere e passava gli occhi da loro all’argento sul suo bancone. “Non lo cerchiamo per capriccio, ma per lavoro.” Replicò Galeth asciutto.
Ci fu un silenzio teso. Poi l’oste fece sparire la moneta con un gesto rapido e contemporaneamente disse: “Molo principale. La sua nave è la Peregrina. Salpa all’alba per l’Abanasinia, se il vento tiene.” Kail annuì. “Grazie.” Sussurrò mentre si voltava per uscire. Proprio in quel momento la porta si aprì. Una corrente d’aria fredda e salmastra attraversò la sala insieme a una ragazza.
“Parli del diavolo…” Kail e Galeth la seguirono con lo sguardo.
La ragazza non aveva più di quattordici anni, ma non camminava come una bambina. Il passo era sicuro, lo sguardo fermo. Indossava abiti di mare, semplici ma funzionali. Dietro di lei entrò un uomo alto, solido, che trasmetteva sicurezza e aveva l’aria di chi era abituato a dare ordini. Sulla giacca blu portava una spilla metallica, un simbolo inciso che non apparteneva a nessuna casata comune. Per un breve istante il suo medaglione si scaldò appena, quando posò i suoi occhi su di essa.
“La figlia di Kar – Thon…” Mormorò l’oste a mezza voce, spezzando i suoi pensieri. “… e il suo nostromo.” La ragazza si fermò davanti al bancone e domandò all’oste se aveva preparato ciò che gli aveva chiesto. L’oste annuì, si chinò, afferrò un piccolo pacco sigillato che profumava di spezie (un odore che Kail riconobbe, ma che non riuscì ad identificare) e glielo porse. Lei se lo mise sotto il braccio, pagò e fece per uscire. Il nostromo invece, restò immobile ad osservare la sala. Tutta la conversazione durò solo pochi secondi. Quando la ragazza si voltò per andarsene, Kail non aspettò oltre.
“Un momento.” Disse con rispetto, ma senza esitazione. “Siete dell’equipaggio di Melas Kar – Thon?” Il nostromo non rispose subito. “Chi lo chiede?” “Due uomini che devono parlargli prima dell’alba.”
La ragazza li studiò apertamente. Il suo sguardo penetrante e i suoi modi sfrontati, sembravano cozzare con il suo corpo ancora acerbo. “Mio padre non ama le sorprese.” Disse con voce sorprendentemente calma. “Nemmeno noi.” Rispose Galeth, sostenendo la sua tagliente occhiata. Il nostromo fece un passo avanti. “E perché dovremmo condurvi da lui?” Kail incollò i suoi occhi marroni in quelli azzurri di lui. “Perché ciò che dobbiamo dirgli riguarda solo lui. E il tempo non è dalla nostra parte.” Ci fu una pausa intensa. Poi il mezzelfo aggiunse: “La nostra traversata è molto urgente… vi prego di farvi bastare questo.”
La ragazza inclinò leggermente il capo, come se stesse ponderando le sue parole. Guardava Kail in modo strano, come se le fosse familiare ma non abbastanza. Lo scout non riuscì a capire di più. Il nostromo la guardò. Lei fece un cenno minimo. “Venite.” Disse infine.
Uscirono dalla locanda quando era pomeriggio inoltrato, non era notte ma la sera era alle porte. Le lanterne lungo la banchina oscillavano nel vento. Poco più avanti, una nave si stagliava scura contro il cielo: la Peregrina. Camminavano in fila compatta. Kail rimase leggermente indietro. Fu allora che osservò meglio la ragazza: anche lei gli aveva trasmesso qualcosa di familiare. Ineffabile ma familiare.
Le spalle larghe, le braccia definite, ma non con la potenza massiccia di un’ergothiana. La pelle scura, ma non del nero profondo delle genti dell’Ergoth. Un tono più caldo, ramato. Quando si voltò per assicurarsi che li seguissero, la luce di una lanterna le illuminò il volto. E fu in quel momento che Kail lo notò con un sussulto.
Gli occhi erano leggermente allungati, quasi obliqui, un tratto che conosceva molto bene. Un tratto tipico dei mezzelfi! Tuttavia le orecchie erano umane. O così sembravano. Kail aggrottò le sopracciglia: non poteva essersi sbagliato, non proprio lui! Si avvicinò di qualche passo nel tentativo di osservarle meglio.
Un riflesso più netto rivelò alcune cicatrici appena visibili lungo il bordo superiore. Linee precise, chirurgiche. Le punte erano state tagliate! Kail distolse lo sguardo per un istante: non per imbarazzo, ma per comprensione. Maquesta si accorse della sua breve indagine, semplicemente guardandolo negli occhi. Nessuna parola, nessuna vergogna. Solo consapevolezza. C’era poco spazio in mare per i mezzosangue come lei, soprattutto se avesse voluto diventare un giorno il successore di suo padre sulla Peregrina.
La nave li attendeva. Sul cassero, una figura imponente li osservava avvicinarsi. Il nostromo si fermò ai piedi della scaletta. “Capitano! Questi due uomini chiedono udienza.” Melas Kar – Thon scese con calma. Alto, possente, pelle segnata dal sole e dagli anni in mare. “Non porto chiunque.” Disse prima ancora che qualcuno parlasse. “E non porto guai.”
“Non siamo guai.” Rispose Galeth asciutto. “Lo dicono tutti…” Commentò Melas con un mezzo ghigno. Kail fece un passo avanti. “Capitano Kar – Thon… la nostra traversata non è per diletto. Avete fama di essere un uomo d’onore, da quello che ho sentito in giro. Credetemi se vi dico che giungere a destinazione sani e salvi, non sarebbe fondamentale solo per noi, ma anche per chi ci vuole laggiù… persone molto più importanti e valorose di me e del mio compagno.” Silenzio.
Gli occhi del capitano si strinsero leggermente.
“I soldi non sono un problema…” Aggiunse dopo due secondi Kail con tono pacato. Il vento fece sbattere una vela allentata. Il capitano li studiò ancora un momento. Poi, senza dire una parola, spostò lo sguardo oltre loro. Verso Maquesta. Non fu un gesto teatrale. Solo un rapido scambio d’occhi. Ma era chiaro che stava pesando qualcosa più delle loro parole.
La ragazza non parlò. Non intervenne. Si limitò a sostenere lo sguardo del padre e a fare un cenno quasi impercettibile. Poi Melas tornò a fissarli. Attese ancora un istante e poi fece un passo di lato. “Salite.” Disse semplicemente. “Se avete qualcosa di serio da dire, lo direte nella mia cabina. Non qui.” Aggiunse, mentre istintivamente si guardò a destra e a sinistra in cerca di sguardi indiscreti. Maquesta annuì, poi seguì suo padre. Galeth le andò dietro e Kail andò subito dopo. Il nostromo chiuse la fila senza dire una parola, ma il mezzelfo intuiva che aveva taciuto non perché gli mancassero, ma perché stava ponderando altro.
La Peregrina ondeggiava dolcemente al molo, legata con corde robuste, le vele ripiegate e il profumo salmastro del mare che si mescolava a quello del legno impregnato di resina. Altri passeggeri erano già a bordo. Kail e Galeth ci fecero caso mentre seguivano Melas nelle sue cabine.
Due mercanti dalla pelle abbronzata e un fare nervoso: panciuti e vestiti con tuniche un po’ consunte e trasandate; una donna nobile, dagli abiti gonfi e bianchi e dalla postura eretta, i capelli raccolti e lo sguardo distante, immersa nei propri pensieri. Appena passarono per il ponte, i due mercanti si voltarono di scatto, fissandoli con occhi sospettosi. La donna invece rimase immobile, come se nulla fosse cambiato.
Il capitano aprì deciso la sua cabina e si sedette dietro una vecchia sedia di legno, dietro un tavolo pieno di mappe. Una lanterna a olio illuminava fiocamente l’interno, spartano ma essenziale. Poi scrutò i visitatori, poi sua figlia e il nostromo, valutando ogni minimo gesto.
“Intanto presentiamoci: io mi chiamo Melas Kar – Thon, lei è mia figlia Maquesta e lui è il nostromo della Peregrina, Dominique. Voi chi siete?” Kail e Galeth dichiararono i loro nomi e le loro intenzioni.
“D’accordo, i convenevoli sono stati risolti. Ora andiamo al punto. Cosa vi porta sulla mia nave?” Chiese, la voce profonda e ferma.“Abbiamo bisogno di arrivare a Crossing. Abbiamo i soldi per pagare il passaggio.” Rispose Kail freddamente, mostrando con cautela l’anello di Astarte che egli gli aveva donato come lasciapassare.
Melas sgranò gli occhi, controllando meglio l’anello. Poi annuì e lo restituì al mezzelfo. Sembrava colpito da questo dettaglio. Inoltre la maniera in cui guardava Kail non era la stessa con cui fissava Galeth. C’era meno tensione, meno diffidenza nei suoi occhi quando si rivolgeva al mezzelfo. “D’accordo. Le monete d’oro ci sono. Avete risolto la metà del problema.” Disse il capitano, appoggiando la schiena sulla sedia in un gesto quasi plateale. “Ma io non porto chiunque sulla mia nave.” Aggiunse asciutto, incrociando le braccia. “Dovete capire che Crossing non è una destinazione che ho sulla mia rotta e io non rischio la mia nave e i miei uomini, facendo deviazioni non necessarie per qualsiasi storia.”
Galeth schioccò le labbra e aggiunse quasi spazientito: “Quell’anello dovrebbe bastare a farvi capire che non si tratta di una storia qualunque, ma se desiderate conoscerla nel dettaglio, allora dovremo cercare un’altra nave.”
A quelle parole Melas Kar – Thon si rilassò un poco. Sorrise leggermente e disse: “Non voglio sapere nulla sui vostri affari laggiù. Avevo già deciso di prendervi a bordo quando vi ho visto la prima volta. Noi marinai ci affidiamo all’istinto, solo così riusciamo a sopravvivere in mare aperto. Volevo solo punzecchiarvi un altro po’, tanto per capire che genere di persone siete. Inoltre conosco Astarte. Se siete qui per suo conto, questo mi basta. Benvenuti sulla Peregrina, dunque.”
In quel momento Dominique si mosse appena, avvicinandosi di qualche passo al tavolo. I suoi occhi azzurri fissavano con intensità l’anello di Astarte che Kail stava recuperando. Quando fu fianco a fianco col mezzelfo, il suo medaglione si scaldò di nuovo, ma la sensazione che provò non fu per niente piacevole. Gli ricordò l’esperienza nel tempio di Paladine sotto il maniero Astarte di qualche settimana prima. Un senso di disagio e soffocamento che ancora gli metteva i brividi addosso.
Doveva essere quella spilla!
Kail provò a scorgere senza dare nell’occhio ciò che quel simbolo graffiato rappresentava e fu allora che lo vide: il simbolo blu dell’infinito di Mishakal, la dea della guarigione! Uno dei culti benevoli più diffusi prima dell’avvento del Cataclisma.
Vista la flebile scia magica che quell’oggetto emanava, possibile che quell’uomo di mare fosse segretamente un antico chierico? Improbabile: quell’Ordine era scomparso insieme a tutti gli altri almeno tre secoli prima. E allora chi era davvero? E perché aveva quel sigillo magico addosso?
Non poteva essersi sbagliato: il medaglione di sua madre non aveva mai fallito le sue rivelazioni mistiche. Dominique scrutò per qualche altro intenso secondo l’anello, poi annuì in direzione del suo capitano. Galeth sorrise soddisfatto, voltandosi verso l’amico mezzelfo, che però conservava ancora un certo cipiglio sul volto teso.
“C’è un’altra questione.” Esordì Kail, spezzando improvvisamente il clima disteso che si era creato. “Ho questa missiva da consegnare urgentemente ad Astarte in persona. Non possiamo rischiare che venga intercettata, per cui abbiamo bisogno di una persona di fiducia che possa svolgere questo compito. Non potremo partire se prima non avremo risolto questo problema: è di vitale importanza che il Cavaliere ne legga il contenuto il prima possibile. Ovviamente pagheremo bene anche questo servizio.”
Melas si accigliò. Poi schioccò le labbra, incrociando le dita sulla scrivania consunta. “Non è una questione di soldi. Io ho una nave, non un negozio di consegne e fattorini. Anche ammesso che volessi aiutarvi, non saprei proprio come fare… cercare persone affidabili al porto è come sperare di trovare una rotta sicura in una notte senza luna e senza stelle.” Il silenzio calò fitto nel cabinato. Kail annuì, mentre faceva scivolare la lettera nelle tasche. “Allora dovremo trovare un’altra strada da un’altra parte.”
Fece per alzarsi per andare a cercare un’altra soluzione a quel problema: aveva tempo fino all’alba, quindi molto poco. Fortunatamente una voce si levò insperata a dargli speranza. “Ci andrò io. Non voglio conoscerne il contenuto, ma se ritenete che sia davvero importante, mi prenderò una pausa di qualche settimana dal mare e svolgerò questa commissione. Se per voi va bene, ovviamente.” Disse Dominique con voce ferma e decisa.
Gli occhi di tutti i presenti si voltarono verso di lui. “Conosco molto bene i cavalieri, conosco Lord Astarte e conosco bene quei luoghi. Posso assicurarmi che la missiva arrivi a destinazione. Noi ci rivedremo qui tra meno di un mese…” Continuò il nostromo, posando i suoi profondi occhi azzurri sul capitano.
Melas corrucciò la fronte per nulla convinto: “Mi dispiace Dominique, so che i tuoi intenti sono buoni, ma la Peregrina non può rimanere senza nostromo. Io non posso rimanere senza nostromo.” Il capitano fece un segno eloquente con la mano che non accettava repliche in merito, ma Dominique sorrise e si scostò leggermente di lato, mostrando Maquesta. “Tua figlia mi sostituirà egregiamente in questo compito, Melas. Sa fare tutto su una nave e spesso prende decisioni sia per me che per te…”
Maquesta era rimasta con gli occhi sgranati e la bocca aperta udendo quelle parole, percependo una stima infinita, ma anche il peso di una responsabilità asfissiante. Gli occhi del capitano si posarono prima su di lei e poi su di lui, ma non disse una parola. Dominique sospirò. Poi aggiunse. “Suvvia, capitano. Si tratta solo di pochi giorni, non di anni. Inoltre questa investitura ad interim servirà anche per capire quello che già sappiamo no? Maquesta potrà sostituirti un giorno sul ponte della Peregrina?” La giovane abbassò gli occhi per un istante, poi li rialzò fieramente.
“Supponiamo che io ti conceda questa… vacanza. Dimmi perché vuoi farlo? Dico davvero, Dominique. So che sei una persona altruista, ma questo mi sembra un po’ troppo. Inoltre ho davvero un cattivo presentimento. Perché devo rischiare la vita del mio nostromo per delle persone che conosco appena?” Kail pose il suo sguardo incuriosito sul secondo del capitano. Dominique sorrise e disse con voce solenne: “Un giorno gli dei torneranno… e questo giorno non è molto lontano. Non so spiegartelo, ma so che portare a termine questo compito… risulterà importante anche per rendere possibile il loro ritorno. Sai che su queste cose mi sbaglio raramente: io sento che devo farlo, Melas!”
Il capitano lo guardò con fermezza, poi fissò la figlia e disse: “Te la senti Maquesta?” La ragazza annuì lentamente. “Allora vieni con me, dobbiamo avvertire la ciurma che per questo viaggio sarai il nuovo nostromo ad interim.” Disse, scostando indietro la sedia. Non aggiunse un’altra parola, uscendo a grandi passi dalla cabina. Maquesta gli andò dietro. Adesso nella cabina del capitano erano rimasti solo gli avventurieri e Dominique.
“Non sappiamo davvero come ringraziarvi.” Disse Galeth un po’ impacciato, grattandosi la testa. “Non dovete ringraziarmi, messer Galeth… ma vorrei chiedervi una premura. Potrei rimanere a scambiare da solo due parole con il vostro amico?” Galeth guardò Kail, che annuì. Il guerriero abbozzò un sorriso e uscì. Dominique lo seguì con gli occhi, poi disse.
“Immagino abbiate alcune domande da farmi, Sir Kail. Io ne ho almeno due in mente che vorrei esporvi. Se me lo permettete.” Kail annuì. “La prima riguarda il vostro rapporto con Astarte. Non mi basta che portiate con voi il suo sigillo. Voglio sapere chi siete per lui… e chi è lui per voi.” Lo sguardo del nostromo non era accusatorio, ma misurato. Curioso, ma rispettoso. Poi aggiunse: “La seconda… riguarda ciò che percepisco.” Fece un piccolo cenno verso il petto di Kail. “Non è solo paura quello che vi portate addosso. C’è qualcos’altro. Qualcosa che non appartiene alla gente comune.”
La cabina sembrava improvvisamente più stretta. “Rispondete a queste due domande …” Concluse Dominique. “… e io saprò se sto facendo la cosa giusta.”
Kail non rispose subito. Non perché non sapesse cosa dire, ma perché stava scegliendo cosa non dire. Raccontò di esser stato adottato da Astarte da bambino, dopo che suo padre era sparito o forse morto, la cosa non era chiara. Disse che era cresciuto nel suo maniero, che Astarte lo aveva educato con rigore ma senza durezza, come un tutore esigente e giusto. L’aveva affidato alle cure del suo maestro d’armi, Sir Anteus e ammise che si stava recando nell’Abanasinia anche per cercarlo. Mostrò la sua spada a Dominique che annuì. Egli rivelò di aver conosciuto Anteus e la sua perizia senza pari con la spada. Kail non parlò però di sua madre. Non parlò del sangue che era stato versato tra lei e il suo padre biologico.
Aggiunse soltanto che non aveva mai visto in Astarte un cedimento morale. Mai una scelta comoda al posto di una scelta giusta. Che se quell’uomo gli aveva chiesto di svolgere dei compiti perigliosi, era perché la questione superava l’interesse di un singolo Ordine. “Non riguarda solo i cavalieri.”Concluse con calma il mezzelfo. “Riguarda il futuro di Krynn. E se Astarte ha deciso di muoversi, significa che il tempo è già quasi scaduto.” Non c’era enfasi nella sua voce, solo convinzione.
Quando invece parlò del medaglione fu più vago. Ammetteva di possedere un oggetto appartenuto a sua madre, ma che non ne conosceva le vere proprietà. Sapeva solo che reagiva alla magia. Che talvolta si scaldava, che vibrava. Che lo metteva in guardia. Che percepiva presenze, tensioni, minacce prima che si manifestassero apertamente. Non aggiunse altro.
Dominique lo studiò a lungo. “Non sei un uomo qualunque…” Esordì poi, schioccando le labbra. “…e non sei un ingenuo.” Fece una lunga pausa, poi riprese a parlare. “Conosco Astarte.” Disse semplicemente. “Non di nome. Di persona.”
Kail sollevò lo sguardo.
“Abbiamo servito insieme, anni fa. Non nello stesso Ordine. Ma sotto lo stesso cielo.” Un accenno appena percettibile di sorriso. “E’ un uomo che non chiede mai ciò che non farebbe lui stesso.” Un’altra pausa, ma più breve. “Quando hai mostrato il suo sigillo… non ho visto paura nei tuoi occhi. Ho visto responsabilità. E’ diverso.” Kail non rispose.
Dominique sfiorò la spilla appuntata alla sua giacca. “Hai riconosciuto il simbolo.” “Mishakal…” Sussurrò Kail. Dominique annuì lentamente. “E’ un oggetto di famiglia. Risale al tempo del Cataclisma. Un mio avo era un chierico di Mishakal. Non un semplice devoto, ma un uomo rispettato nell’ecclesiarchia. Saggio. Ascoltato.” La sua voce si fece più bassa. “Quando gli Ordini crollarono e i Templi furono distrutti dalla montagna di fuoco, ciò che rimase fu questo. Non come reliquia sacra… ma come ricordo. E’ stato tramandato per generazioni. Molti lo hanno portato come ornamento. Pochi hanno…. sentito qualcosa.”
Kail lo osservava con attenzione. “Tu sei tra quei pochi.”Disse. Dominique non si schermì. “Ho scoperto, col tempo, che imponendo le mani posso favorire piccole guarigioni. Escoriazioni. Tagli. Fratture leggere. Non miracoli. Non resurrezioni.” Fece un mezzo sorriso. “Non sono un chierico. Ma qualcosa in quell’oggetto scorre ancora … qualcosa che evidentemente sa riconoscere il giusto e il benevolo.” Il silenzio che seguì tra i due non era vuoto. Era valutazione reciproca.
Poi Dominique sospirò, ed annuì. Come se si fosse anch’egli tolto un peso da dentro l’anima che portava con sé da sempre. “La porterò come se fosse mia.” Disse, prendendo la lettera e sistemandosela nella tasca interna della giacca.
Non era un giuramento solenne. Era qualcosa di dolorosamente diverso, una premonizione forse. Il legno dello scafo vibrò leggermente: sul ponte si stavano dando gli ultimi ordini prima della partenza. Dominique si avvicinò alla porta.
“Quando tornerò … semmai tornerò …” Disse prima di uscire. “… spero che tu abbia trovato la strada per scovare Anteus e svolgere i tuoi doveri nell’Abanasinia. Lo spero davvero per te e … per Krynn.” E lasciò Kail solo nella cabina.
Il medaglione, sotto la tunica, si era fatto tiepido, ma Kail come al solito non sapeva se per via di un pericolo latente nell’aria o solo per un refolo di angoscia che portava nel cuore. Non sapeva spiegarlo, ma adesso riusciva a percepire l’ansia di Melas. Qualcosa sarebbe andato storto. Se lo sentiva sotto la pelle.
- Dettagli
- Scritto da Mike Steinberg
- Categoria: Le Origini Di Kail
- Visite: 264
“Ehi Kail, dai un’occhiata a questo!” Galeth era sceso da cavallo per controllare se sui corpi degli uomini che avevano abbattuto ci fosse qualcosa di determinante per capire chi fossero i loro mandanti. A quanto pare c’era riuscito.
Il grosso guerriero mostrò al mezzelfo una pietra rossastra, trovata nelle tasche del sicario che l’aveva aggredito. “Una pietra ematoide…” Bisbigliò Kail tra i denti. Una di quelle pietre magiche che i Corvi Rossi utilizzavano per controllare gli uccelli che facevano da spie lungo tutto il territorio. Era così che li avevano seguiti e trovati.
Galeth si alzò e passò il cristallo all’amico. Il medaglione di nuovo si scaldò appena quando lo scout lo prese nella mano.
Il mezzelfo restituì la pietra al compagno e fece per dire qualcosa, ma barcollò leggermente.
“Ehi…”
Galeth lo afferrò prima che perdesse l’equilibrio e cadesse da cavallo. “Guardami.” Disse asciutto. Kail sollevò lo sguardo. Gli occhi erano lucidi, ma presenti. “Sto bene.” Galeth sbuffò appena. “Certo. E io sono un chierico di Paladine.”
Indicò la ferita alla testa. “Quanto ti gira il mondo, da uno a dieci?” Kail esitò.
“Sei…”
“Sette.” Lo corresse Galeth. “E smettila di fare l’eroe.” Poi rimontò in sella e gli si affiancò. “Spostiamoci di qui. Ma quando non te la senti più, dimmelo…” Continuò il guerriero, cavalcando lentamente al suo fianco. “… non devi dimostrarmi niente.” Kail strinse la mascella, ricacciando dietro il dolore. “Dobbiamo arrivare a Port O’Call.”
“Ci arriveremo…” Rispose Galeth conciso. “…ma non se ti spacchi il cranio prima.” Kail annuì piano. Era la prima volta, da quando avevano deciso di viaggiare insieme, che Galeth sentiva pronunciare dal mezzelfo quella parola senza alcuna resistenza.
Il mormorio del fiume Garnet iniziò a farsi strada nel silenzio della vallata.
Poco prima di raggiungere il guado, il calore improvviso del medaglione gli bruciò la pelle. Kail alzò lo sguardo per istinto: era come se il pendaglio di sua madre, oltre a metterlo in guardia, riuscisse adesso persino a suggerirgli dove doveva guardare, quando intendeva avvertirlo che c’era qualcosa sopra le righe nelle vicinanze.
Un corvo dagli occhi scarlatti era appollaiato su un vecchio tronco a lato del sentiero. Li scrutava con occhi fissi e vivi, inclinando appena la testa con espressione quasi intelligente.
Il mezzelfo tirò fuori la pietra ematoide recuperata al “Passo dell’Orso” e provò a concentrarsi per controllarlo. Chiuse gli occhi, cercando di canalizzare la propria volontà, ma percepì chiaramente quanto le arti arcane non gli appartenessero. Senza il potere del medaglione, la sua mente non riusciva a stabilire nessun contatto. Senza il supporto di un vero incantatore, dominare quel volatile restava un’impresa impossibile. Sospirò e ripose la pietra.
“Guarda là.” Disse Kail, indicando il volatile. Ma quando Galeth sollevò gli occhi, il tronco era vuoto. “Guardare… cosa?” Domandò Galeth perplesso. Kail si grattò la tempia confuso e borbottò tra sé: “Niente. Forse me lo sono immaginato…”
Superato il piccolo promontorio che portava al guado, scorsero due figure chinate su un carro ambulante. Erano intenti a sistemare una ruota malandata, probabilmente danneggiata da una buca profonda subito dopo aver attraversato il ponte. Erano uomini bassi e curvi, vestiti con abiti di buona fattura tipici dei mercanti di città e sembravano del tutto assorbiti dal lavoro, imprecando a bassa voce contro il legno scheggiato.
Cordialmente Galeth offrì il suo aiuto. I due uomini, che non parevano molto avvezzi ai lavori manuali, lo accettarono, ma di malagrazia. Erano nervosi: i loro sguardi si incrociavano spesso, rapidi e fugaci, come se nascondessero un segreto pressante. Avevano accolto quell’insperato aiuto solo perché piegati dalle circostanze, ma si vedeva lontano un miglio che desideravano ripartire al più presto, avvolti dal silenzio della strada.
Kail tentò di scalfirne la riservatezza, riuscendo a strappare solo poche informazioni banali: provenivano dal porto ed erano diretti alla capitale, Garnet Thax. Tuttavia, notando la rigidità delle loro spalle e il modo in cui incrociavano nervosamente le mani, intuì subito che velassero dettagli ben più utili.
Uno dei due, incalzato da una sua domanda sui pericoli della zona, si lasciò sfuggire una frase appena udibile, ma che catturò completamente l’attenzione del mezzelfo. “… meglio girare alla larga dalla vecchia fortezza di Grymace…” Quelle parole appena bisbigliate, evocarono in lui ricordi recenti, cupi ed angoscianti.
Kail e Galeth si scambiarono un’occhiata d’intesa. Non era semplice prudenza da viandanti senza scorta: quei mercanti erano stati pagati per tacere, oppure, ipotesi ben più inquietante, erano stati minacciati o spaventati da qualcosa che avevano visto a sud, qualcosa che orbitava attorno alla torre di Grymace. Un orrore che li aveva svuotati di ogni forma di coraggio, lasciando in loro solamente il desiderio febbrile di fuggire il più lontano possibile!
Galeth rimise a posto la ruota in pochi minuti. Per gratitudine, i mercanti rivelarono il nome del capitano che li aveva scortati da Crossing a Port O’Call: Melas Kar – Thon: un marinaio la cui fama sembrava precederlo lungo ogni rotta costiera. Senza indugiare oltre, i mercanti balzarono a cassetta e spronarono i cavalli.
Lasciarono il ponte con una fretta tale che avrebbe fatto invidia a chiunque avesse un’orda di goblin alle calcagna.
Galeth e Kail li osservarono allontanarsi aggrottando le sopracciglia. Avvertirono chiaramente quel silenzio innaturale che seguiva la paura altrui. Qualunque cosa avessero visto laggiù, aveva lasciato un segno profondo nelle loro anime. “Forse è il caso dare un’occhiata.” Mormorò Galeth, più a sé stesso che al compagno.
Oltrepassarono il ponte e seguirono il sentiero verso est per qualche miglio, immersi in un paesaggio che sembrava trattenesse il respiro. Poi Kail strinse le redini del cavallo e sospirò. La sua postura, solitamente fiera, era ora incrinata dalla fatica.
“Forse dovremmo fermarci qui un attimo…” Disse appena, notando una piccola area oltre la via segnata, riparata e coperta. Galeth annuì, osservando l’amico ondeggiare leggermente in sella. “Si. Passiamo la notte qui. Devi riposare, Kail. Non possiamo permetterci di proseguire con te in queste condizioni, non con l’ombra che spaventava quei mercanti alle spalle.”
Mentre il sole calava, Galeth si occupò dei cavalli con gesti esperti, per poi dedicarsi al campo. Accese un fuoco, modesto ma rinfrancante e poi medicò la ferita di Kail, raccogliendo con perizia erbe officinali e dimostrando al mezzelfo che i suoi talenti non riguardavano solamente l’uso della spada.
Preparò un unguento per la ferita del compagno e, per sé, un ultimo infuso di Ruta, necessario a mondare definitivamente i residui delle droghe che l’avevano steso due giorni prima. Quando Kail iniziò a cedere ad un sonno incombente, Galeth gli rivolse un mezzo sorriso rassicurante: un tacito invito a dormire senza curarsi di nient’altro.
Il sonno lo colse senza preavviso.
Kail si ritrovò in piedi su una distesa scura e immobile, come acqua nera pietrificata. Nessun cielo, nessuna terra. Solo una profondità infinita che sembrava inghiottire ogni luce. L’aria era densa, compressa; ogni respiro appariva faticoso, come se dovesse prima rispondere ad una volontà estranea e dominante.
Il mezzelfo percepì subito di non essere solo.
Prima arrivò la pressione, un peso invisibile sul petto, poi la sensazione opprimente di essere osservato da ogni direzione. Quando la presenza prese forma, non fu completa: un’ombra umanoide avvolta in un mantello scuro, dalla corporatura massiccia appena accennata. Sembrava che qualcosa di molto più grande fosse tenuto segretamente celato sotto quel velo d’ombra. La figura lo fissava immobile, con uno sguardo indagatore e inquisitorio, mentre il silenzio diventava quasi lacerante.
Kail provò a parlare, ma la voce gli morì in gola.
“Non sforzarti…” Disse una voce, profonda, cavernosa, agghiacciante. Non proveniva da una bocca, ma vibrava direttamente dall’oscurità circostante. “Questo non è un dialogo. Non sei abbastanza importante da concederti una replica. Voglio che tu sia consapevole di chi hai deciso di sfidare.”
Kail comprese, con un brivido, di essere totalmente impotente. Poteva solo ascoltare, cercare di carpire ogni dettaglio utile e resistere il più a lungo possibile a quella pressione psichica prima che la visione lo spezzasse.
“Mi hai distrutto anni di lavoro.” Continuò la voce, senza rabbia manifesta, il che rendeva il tono ancor più terribile. “Hai spezzato, in un modo che non è mi è ancora del tutto chiaro, un vincolo che neppure gli spiriti legati a quel luogo erano riusciti ad infrangere. Hai spinto ciò che era piegato, incatenato, consumato, a ribellarsi, a distruggere un artefatto di immenso potere nell’unico modo possibile. Il sacrificio estremo. Mi chiedo come. Come tu possa esserci riuscito.”
L’ombra inclinò appena il capo.
“Un mezzelfo qualunque non può farlo. Su questo sarai d’accordo.” Attorno a Kail il buio si increspò, come reagendo a quelle parole.
“Non so chi tu sia.” Disse la presenza. “Non ancora. Ma so che porti qualcosa con te. Una risonanza. Un artefatto, forse. Qualcosa che parla la lingua degli spiriti e anche molte altre lingue magiche. Probabilmente molte di più di quelle che tu possa mai immaginare.”
Un silenzio denso e minaccioso, cominciò a solidificarsi attorno a Kail, togliendogli il respiro.
“E’ così che ti ho trovato.” Il mezzelfo sentì un calore improvviso divampargli sul petto, là dove il medaglione riposava sotto la tunica, come se fosse stato sfiorato da dita invisibili ed incandescenti.
L’ombra innanzi a lui si fece più ancor più cupa. Il mantello scuro si mosse appena, come scosso da un vento che non esisteva. “Non mi fido degli esseri umani.” Disse la figura velata. “Sono fragili. Imprevedibili. Tradiscono per paura o per ambizione.” Fece una pausa intensa. “Ma questo nuovo, giovane Lord, gode del favore delle forze oscure che muovono i fili più sottili. Forze di cui non sospetti la potenza… né la spietatezza.”
Galen Dracos non pronunciò alcun nome, ma il mezzelfo intuì che si riferisse a “Lord V.”, citato nella lettera trovata nelle tasche del sicario di nome Kumik. Forse stava anche iniziando a capire chi l’aveva scritta
“Io non servo nessuno.” Continuò l’ombra con calma glaciale. “A parte la Dea dalle Cinque Teste di Drago. Io comando.” Due occhi rossi guizzarono per un attimo sotto il cappuccio che teneva il suo volto nascosto.
“I Corvi Rossi sono miei! Ogni loro lama. Ogni loro giuramento. Ogni loro fallimento. Ogni loro parola.” Fece un passo in avanti e il cuore di Kail ebbe un sussulto violento.
Un gelo improvviso gli attraversò la schiena. Se uno aveva parlato, quanti altri l’avevano fatto? Quanti occhi li avevano osservati senza essere visti? Kail sentì affiorare un pensiero improvviso e velenoso.
Spie. Spie ovunque. Sulla strada per Kayolin, tra le ombre di Wildtree. Persino tra le mura del maniero di Astarte.
Il grande cavaliere si era fidato di lui. Ma chi altro lo stava segretamente ascoltando per fini meno nobili? Dracos inclinò ancora una volta il capo, come se stesse gustando il suo turbamento.
“E’ così che ho saputo che qualcuno l’avrebbe condotta via da lì. Che l’avrebbe condotta lontano.” La parola “qualcuno” suonò come un’accusa tagliente.
Dopo un silenzio calcolato, la voce di Dracos si fece più sottile e pericolosa, quasi sibilante.
“Voglio sapere dove hai portato la bambina.” Fece un altro passo verso di lui. “E come hai fatto a convincere gli spiriti a distruggere il mio artefatto.” Il mantello si increspò, rivelando per un istante una massa scura dietro le sue spalle. “Voglio conoscere i tuoi segreti, mezzelfo.”
Il medaglione al petto di Kail pulsò appena, caldo come brace sotto la cenere. Dracos rimase immobile, poi pronunciò un’ultima frase, calma e misurata.
“Se oserai entrare ancora nei miei domini, ti sarà ancor più chiara la portata della grandezza con cui ti stati misurando, ma saresti anche più facile da catturare. Mi risparmieresti di inseguirti per tutta la Solamnia. E’ un bel dilemma il tuo. Ho giurato di ucciderti, ma prima estirperò da te con le mie mani tutto ciò che voglio sapere. Per cui ecco le mie ultime parole…”
Kail rimase col fiato sospeso, gli occhi sgranati, la bocca contratta in un respiro strozzato.
“Spero tanto che tu lo faccia.”
Kail si svegliò di colpo, il cuore che batteva forte, la testa ancora confusa dal sogno e la mano stretta sul petto. Il medaglione era caldo, pulsante. Le parole di Dracos suonavano come una condanna: solo ora comprendeva quanto fosse profondo l’abisso in cui era precipitato.
Accanto a lui, Galeth scattò a sedere, come se avesse percepito la vibrazione del terrore dell’amico. Mancava poco all’alba.
“Tutto bene?” Chiese Galeth, ancora mezzo assopito. Il mezzelfo prese un respiro profondo, cercando di scacciare il gelo che ancora gli stringeva le ossa. “No.” Sussurrò. “Non credo proprio.” Galeth si raddrizzò, il volto improvvisamente serio. “Cosa c’è che non va?”
Kail si alzò, constatando che la ferita non gli faceva più molto male. Iniziò a disfare il campo per dissimulare il nervoso. “Mi ha contattato … qualcuno. Non stavo sognando, mi è venuto a cercare con la magia.” Galeth lo studiò attentamente, con un’ombra di scetticismo nello sguardo: “Chi? E che t’ha detto?”
“Galen Dracos.” Rispose Kail, guardando severamente l’amico negli occhi. L’espressione di Galeth mutò leggermente. “E tu sei certo che fosse lui e non un delirio causato dal colpo che hai preso alla testa?” Kail annuì lentamente. Galeth sospirò. Poi fece segno di continuare, mentre iniziava a sellare i cavalli.
“Non è umano… o almeno, non come noi. Sa chi siamo e cosa abbiamo fatto al maniero… e sa di Erstellen. Lo è venuto a sapere perché è lui il capo dei Corvi Rossi! Il famoso stregone misterioso di cui parlavi.”
Galeth si voltò lentamente, lo sguardo inquieto. Le parole dell’amico avevano senso e incastravano ogni tassello al posto giusto: Galen Dracos a capo dei Corvi Rossi spiegava quella fitta rete di spie e sicari che infestava il territorio, preparando il terreno per “l’invasione” di cui lo stregone aveva parlato.
Kail fece una pausa, guardando il cielo che cominciava a schiarirsi. “Lord V. è il comandante in carica di questa campagna militare; Dracos è uno dei suoi luogotenenti. A quanto ho capito, lo stregone non si fida degli esseri umani, ma questo Lord V. sembra godere del favore di forze oscure inimmaginabili, potenti e feroci.” Galeth non commentò, assorbendo ogni parola come una spugna.
“Vuole sapere come ho fatto a parlare con gli spiriti e a convincerli a distruggere il suo manufatto maledetto e… e vuole Erstellen. Non avrà pace finché non riuscirà a strapparmi questi due segreti. Solo allora mi ucciderà.”
Galeth inarcò un sopracciglio e salì a cavallo. Stringendo le labbra sentenziò: “Beh, se ti ha trovato una volta nel sogno, lo farà di nuovo. Non sapremo mai quando e come, ma lo farà.” Kail annuì, cupo. “Lo so… ma non abbiamo scelta. Dobbiamo muoverci. E ho comunque intenzione di dare un’occhiata alla torre di Grymace.” Afferrò le redini di Aghnes e balzò in sella.
Dopo circa un paio d’ore, il terreno iniziò a cambiare. Una torre si stagliava all’orizzonte: massiccia, con bastioni ormai in rovina. Una volta importante avamposto dei Solamnici, ora appariva desolata: un relitto di antiche guerre combattute, ma di cui si era ormai persa la memoria.
Kail percepì qualcosa di strano, di innaturale: un’inquietudine che lo spinse a stringere le redini tra le dita. Il suo medaglione infatti aveva preso a scaldarsi e a vibrare lievemente contro il petto. Mentre Galeth vedeva solo mura crollate, pietra spezzata e silenzio, agli occhi dello scout la roccaforte apparve improvvisamente diversa.
Una specie di cupola bluastra sembrava circondarla! Una barriera magica, uno schermo incantato che distorceva i sensi dei curiosi, inducendoli a proseguire per la loro strada, ignari di ciò che accadeva realmente al suo interno.
Kail serrò le labbra, memore delle parole di Galen Dracos riguardo la scelta che avrebbe potuto fare se avesse scovato un altro dei suoi avamposti. Mentre valutava come agire, il compagno indicò un lato della torre.
Quando il goblin emerse oltre il limite invisibile, fu come se venisse espulso dall’aria stessa. Fortunatamente Galeth, non potendo percepire il magico, non poteva far caso a questo dettaglio.
La creatura avanzò di qualche passo all’esterno, guardinga e nervosa, per poi rientrare oltre quel confine che solo il medaglione permetteva a Kail di scorgere.
I due compagni si guardarono per un attimo intenso. “Lo seguiamo?” Chiese Galeth. “Si, ma andrò da solo.” L’amico provò a protestare, ma Kail lo interruppe spiegandogli che se il compito era soltanto osservare ed ascoltare, la discrezione sarebbe stata la loro arma migliore. Ed il silenzio non era certo il punto forte del guerriero.
A malincuore Galeth assentì: “Kail, mi raccomando: raccogli informazioni e torna da me.” Il mezzelfo annuì, affidò le redini all’amico e si preparò all’incursione.
Lo scout si mosse basso tra le erbacce, silenzioso come un’ombra. Attraversare la cupola fu come immergersi nell’acqua fredda: per un istante i suoni si ovattarono, poi tutto tornò vivido. E la rovina cambiò volto.
Il cortile interno era stato ripulito. Una porzione del terreno era scavata in profondità e sostenuta da travi robuste. Blocchi di pietra appena squadrati erano accatastati con ordine e casse allineate per dimensione. Un argano fissato su una struttura stabile dominava lo scavo centrale.
Non era un accampamento improvvisato, era un’opera in costruzione. Kail si nascose dietro una pila di pietre ed osservò.
Il goblin era già nel cortile. Una seconda creatura, di guardia con una rozza lancia presso l’imboccatura di una scalinata che scendeva nel sottosuolo, lo vide e gli ringhiò contro in una lingua gutturale. Anche se Kail non capiva le parole, il tono non lasciava spazio a dubbi: accusa, disobbedienza.
Il goblin abbassò il capo. Poi lo rialzò con un’espressione di rassegnata disperazione. “Fame.” Gracchiò.
La guardia lo spinse brutalmente con l’asta della lancia, poi gridò verso il basso. Kail notò che la creatura che aveva visto rientrare nella cupola, aveva qualcosa in mano. Forse un coniglio o un altro piccolo animale selvatico.
Improvvisamente, un rumore metallico, ritmico e pesante, risalì dal sotterraneo. Un uomo in armatura di piastre completa, nera come l’abisso, apparve sulla scala. Non usciva dalla cupola, né arrivava dall’esterno: risaliva direttamente dalle viscere della struttura.
L’armatura era priva di insegne, ma teschi metallici rinforzavano le giunture dei gomiti e delle ginocchia, brillando di una luce sinistra. Ogni passo era misurato, marziale. Si fermò davanti al goblin, sovrastandolo.
“Di nuovo…” La voce era un sussurro basso, privo d’emozione. “Fame…” Ripeté la creatura, agitando le mani con nervosismo. “Ieri hai oltrepassato il raggio permesso.” Continuò l’uomo in nero, ignorando la supplica. “Fame.” Bisbigliò ancora l’affranto goblin.
“Due mercanti ti hanno visto rientrare.” La parola “mercanti” venne pronunciata senza rabbia, solo come semplice constatazione. “Si sono spaventati. Hanno proseguito il cammino. Ma poteva andare diversamente.”
Il goblin respirava forte, incapace di comprendere la logica del comandante umano. “Uccidere mercanti…” Riuscì a dire, quasi a suggerire una soluzione.
“Non siamo predoni.” Ribatté il guerriero in armatura, facendo un passo avanti. “Non si vincono le guerre inseguendo ogni testimone. Questa guerra si prepara in silenzio.”
Il goblin ringhiò piano. “Fame.” Fu l’unica risposta che la creatura riuscì a mormorare ancora.
“Anche oggi hai fatto la stessa cosa di ieri, mettendoci in pericolo. Siamo pochi e ognuno di noi è una risorsa preziosa, per questo ti ho graziato una volta. Tuttavia… gli ordini non sono consigli.” La spada uscì con un sussurro metallico. Un solo colpo, pulito. La testa del goblin rotolò nel fango del cortile insieme al resto del suo corpo.
L’uomo rinfoderò la lama senza nemmeno ripulirla. Poi si rivolse alla guardia: “Riducete le razioni. Nessuno deve oltrepassare il perimetro della cupola senza autorizzazione!” Il goblin annuì. Diede un calcio alla testa del suo simile, poi afferrò per le gambe i suoi miseri resti e li trascinò verso la scalinata, lasciando una scia scura sulla pietra. In pochi istanti, il cortile tornò al suo silenzio innaturale.
Kail rimase immobile ancora per qualche altro battito. Non per paura, ma per rimettere insieme i pezzi di ciò che aveva visto ed udito. Non aveva assistito ad una brutalità cieca. Aveva visto disciplina. Non aveva udito bestemmie, improperi o frasi sconnesse, ma ordini precisi. Disposizioni militari.
Deglutì a fatica, percependo la portata di quella scoperta. La minaccia che incombeva sulla Solamnia non coinvolgeva un’orda barbarica di orchi e goblin, ma una gerarchia ferrea, dove ogni errore veniva sanzionato con precisione chirurgica. Si trovavano di fronte un esercito in formazione, una macchina bellica che si muoveva nell’ombra e quel pensiero lo terrorizzava più di qualsiasi mostro munito di zanne e artigli.
Quando fu certo che l’attenzione nemica si fosse spostata altrove, si ritirò. Scivolò tra le rovine, attraversò di nuovo la cupola invisibile (in quel preciso momento il medaglione vibrò di nuovo) e tornò nel mondo dove il vento suonava normalmente tra gli alberi.
Galeth lo attendeva al limitare del bosco. Lo sguardo del guerriero si posò sul suo volto preoccupato. “Allora? Hai trovato il goblin?” Kail rimase in silenzio per qualche passo, mentre riprendevano il cammino lungo il sentiero verso sud. “Ho trovato molto di più… e molto peggio di un semplice goblin solitario.” Bisbigliò infine con tono cupo. Il guerriero si raddrizzò, la sua attenzione ora era totale. “Spiegati.”
“C’è un incantesimo di occultamento che avvolge l’intera area della torre.” Esordì il mezzelfo. “E’ una magia che impedisce a chiunque dall’esterno di vedere o sentire cosa stia succedendo davvero lì dentro.”
Mentre Galeth attendeva pazientemente ulteriori dettagli, Kail sospirò corroso dall’inquietudine.
“Non sono bande disordinate. Stanno costruendo qualcosa. Scavano e sono guidati da una severa disciplina … e chi comanda non tollera errori. Un goblin è uscito due volte per fame: è lui che i mercanti hanno avvistato ieri. Oggi è stato giustiziato per questo.”
Il mezzelfo si concesse una pausa carica di tensione.
“Il comandante ha detto che non si vincono guerre inseguendo ogni singolo testimone, perché attirerebbero solo pattuglie di cavalieri.”
Galeth serrò la mascella. Kail abbassò la voce. “Non è il caos dei predoni, Galeth. Sono preparati militarmente.” Lo scout concluse con un sussurro. “Aspettano solo il segnale per la chiamata alle armi!”
Ripresero il cammino verso Port O’Call, con il rumore degli zoccoli che si perdeva nella polvere del sentiero. Kail non si voltò, ma sentiva ancora il peso di quella torre alle spalle. La guerra che stava montando non avrebbe avuto il volto della furia. Avrebbe avuto il volto dell’ordine.
E questo lo inquietava più di qualunque orda urlante di orchi e goblin.
- Dettagli
- Scritto da Mike Steinberg
- Categoria: Le Origini Di Kail
- Visite: 274
Per la prima volta dopo anni, l’alba sorse su Ravenshadow’s Keep senza portare nebbia. Con la sua scomparsa, parve essersi dissipato anche il tocco malsano di Galen Dracos sulla roccaforte.
La luce filtrava tra le pietre annerite della cappella di Kiri – Jolith, rivelando un cortile silenzioso, troppo silenzioso. Le mura del maniero non sembravano più osservare sinistramente, non parevano più trasudare ostilità e inquietudine. Eppure per Kail, quel silenzio pesava quanto una promessa non mantenuta.
Si svegliò prima del sole, come se il sonno non avesse mai osato reclamarlo del tutto. Il ricordo era ancora lì, inciso come una lama nella carne: la voce minacciosa di Galen Dracos, bassa, ferma, colma di odio trattenuto. Il giuramento pronunciato davanti al Lord spettrale di Ravenshadow, quando già sapeva che l’avamposto gli era stato negato forse per sempre.
“Allora lo cercherò tra le ceneri del mondo. Se non è morto stanotte dilaniato dagli spettri, desidererà di esserlo domani: scoprirà che lo prenderò, gli estirperò tutti i suoi segreti e poi mi nutrirò della sua anima.”
Kail strinse i pugni. Sapeva molto bene che quelle non erano parole vuote.
Alle sue spalle, Galeth si mosse. Un gemito soffocato, poi un respiro più profondo. Il mercenario aprì gli occhi lentamente, come fosse risalito a fatica da un abisso senza fine.
“Sono ancora intero?” Borbottò, cercando di sollevarsi sui gomiti. “Più di quanto dovresti.” Rispose Kail, porgendogli dell’acqua.
Galeth bevve avidamente, poi gli restituì la borraccia e si guardò intorno confuso grattandosi la testa. “Non ricordo come sono arrivato qui.” Ammise. “Rammento la nebbia, il maniero… e poi il buio.” Sospirò, poi si tese verso la pietra frantumata della cappella, spremendo lo sguardo oltre gli squarci nel tentativo di distinguere un segno, un dettaglio vitale che gli rivelasse il destino della Torre. “Questo posto… è finita, vero?”
Kail annuì ma non sorrise. “E’ finita per il maniero,” Disse. “non per chi l’aveva preparato per i suoi biechi scopi.”
Mangiarono in silenzio. Pane duro, carne secca. Un pasto senza conforto.
Quando Galeth tentò di alzarsi, lo colse un violento capogiro. Riusciva a stare in piedi, ma il tremito alle gambe era evidente. Kail lo osservò con attenzione, poi commentò: “Garnet Thax è fuori discussione,” Disse senza giri di parole. “Troppa strada, troppa gente, troppe orecchie.” Esitò un istante, poi aggiunse: “E la verità è che non stai bene; non riusciresti a reggere il ritmo del viaggio in queste condizioni.”
Galeth aggrottò la fronte, cocciuto. “Sto benissimo…” Replicò senza troppa convinzione. Poi si congelò sul posto e si voltò verso l’amico. “Che intendi per… troppe orecchie?”
Kail ispirò lentamente. “C’è uno stregone,” Sussurrò infine. “Si chiama Galen Dracos.” Pronunciare quel nome sembrò rendere l’aria più fredda . “E’ lui che ha reso maledetto questo maniero, legandolo ad un artefatto di sua invenzione. E’ lui che grazie ad esso, l’aveva predisposto per il ruolo futuro di avamposto militare.”
Galeth rimase in silenzio. Si sedette su un pezzo di pietra e ascoltò attentamente il racconto di Kail. “Ci ha inseguiti senza sosta fino a sera, come un’ombra che non voleva staccarsi. Poi, d’un tratto ha desistito. Non per pietà: voleva che fosse la maledizione stessa a consumarci dall’interno, lasciando che il lavoro sporco lo facesse la magia nera che permeava ogni cosa dentro il maniero…” Kail scosse il capo, ricordando il buio della notte scorsa. “Ma stanotte è cambiato tutto. Sono riuscito a vincere quell’oscurità e lui è tornato indietro furioso, dopo aver percepito che il cristallo era stato distrutto e il sortilegio spezzato. E’ in quel momento che la sua caccia è diventata personale.” Fece una breve pausa, poi aggiunse con un tono quasi incredulo. “Mentre eravamo nascosti qui, ha parlato con Lord Ravenshadow: il cavaliere spettrale a capo di questo maniero. Pare che in qualche modo alcuni degli antichi spettri che ivi dimoravano, siano sopravvissuti allo sfacelo di questa rocca. Per fortuna, aggiungerei: senza di loro non ce l’avrei mai fatta ad uscirne vittorioso. Ma ora Drakos sa che siamo stati noi. E sa che non siamo più solo prede, ma nemici.”
Galeth lo guardò un po’ perplesso. “E da quando in qua riesci a vedere o a parlare con i fantasmi?” Domandò in tono caustico. Kail sospirò, ma non tradì alcuna emozione. Decise in quell’istante che non avrebbe fatto parola con Galeth del medaglione di sua madre, non ancora. Sentiva che quel segreto era un peso che doveva portare da solo. “Non ne sono capace infatti. Credo sia dipeso dalla volontà degli spettri di guidarmi, affinché rompessi la maledizione che li teneva soggiogati al cristallo.” Continuò poi, fingendo di non notare lo scetticismo dell’amico.
“Comunque non c’e’ stato alcun combattimento tra loro. Solo parole… e promesse.” Continuò Kail, tentando di sviare il discorso.“Che tipo di promesse?” Chiese Galeth, piano. Kail distolse lo sguardo, fissando il vuoto. “Che troverà chi ha mandato all’aria i suoi piani.” Fece un’altra pausa intensa. “E che lo ucciderà.” Galeth deglutì. “E pensa che quel qualcuno…” Kail annuì. “Ne è certo.”
Seguirono alcuni attimi di silenzio. Il vento attraversava il cortile, muovendo cenere vecchia e foglie secche. “Anche per questo non andiamo a Garnet Thax.” Riprese Kail. “Nelle grandi città è più facile nascondersi … ma è anche più facile essere visti. Drakos ha tempo. E risorse.” Galeth si passò una mano sulla barba pensieroso. “Allora dove?” Kail indicò verso sud. “Kayolin, prima. Poi Wildtree. Dopo quello, il mare.” Sentenziò, stringendo meglio le bisacce su Aghnes.
“Port o’Call…” Mormorò Galeth. “E poi l’Abanasinia.” Kail annuì, montando a cavallo. “Più a sud andremo …” Aggiunse secco. “… più sottile diventerà la sua presa su di noi. O almeno è questo quello che spero.”
Prima di partire il mezzelfo si voltò un’ultima volta verso Ravenshadow’s Keep. Nel cortile, per un istante, gli sembrò di percepire una presenza immobile: il Lord del maniero, colui che l’aveva protetto. Adesso era rimasto solo, custode di una pace pagata con un sacrificio eterno, quello di sua moglie: dama Cyric. Kail evitò di dire a Galeth che doveva la vita ad uno spettro che aveva provato pietà per lui.
Spronò il cavallo. Il sentiero da battere era chiaro, ma l’ombra che li seguiva non veniva dalla Torre del Corvo: veniva dal sud.
Il cammino che conduceva a Kayolin si snodava tra campi bassi e colline morbide: un paesaggio che sembrava voler rassicurare chiunque volesse percorrerlo. L’erba era corta, battuta dal vento e i pali di confine erano ancora dipinti con i colori della Solamnia, sebbene il tempo li avesse sbiaditi. Era il genere di luogo che prometteva rifugio, pane caldo e stalle asciutte.
Eppure, avvicinandosi al villaggio, Kail avvertì una sensazione sottile, difficile da definire. Quella che le si avvicinava di più era forse: attenzione!
Kayolin si presentava come un borgo agricolo modesto: una ventina di case in legno e pietra, un piccolo emporio, una locanda dal tetto spiovente e un recinto comune per i cavalli. Il fumo saliva dritto dai comignoli, segno di un pomeriggio sereno. I contadini lavoravano i campi, i bambini correvano lungo la strada principale.
Tutto era normale. Forse troppo normale.
Quando Kail e Galeth attraversarono il limite del villaggio, l’atmosfera cambiò istantaneamente. Alcune conversazioni di interruppero di colpo: non bruscamente, o in modo plateale, ma attraverso una serie di pause calibrate e sguardi rapidi che pesavano più di mille parole.
Una donna smise di ridere. Un uomo abbassò gli occhi al loro passaggio. Un vecchio, seduto su una panca logora, osservò i due cavalieri un attimo più a lungo del necessario, come se stesse cercando di sovrapporre i loro lineamenti a un volto visto altrove. Galeth, ancora rigido nei movimenti, si chinò leggermente sulla sella per non dare troppo nell’occhio. “Se questo è un villaggio tranquillo …” Mormorò a mezza voce. “… la gente qui ha un modo strano di accogliere gli stranieri.”
Kail non rispose subito. Stava osservando la locanda. Sopra pendeva un’insegna consumata: Il “Covone Dorato”. Qualcuno l’aveva ridipinta di recente, ma il colore era stato steso in fretta, senza cura. “Non cercano guai.” Bisbigliò infine. “Ma li temono.”
Scesero da cavallo e li affidarono a un garzone del posto. Il ragazzo annuì, educato, ma evitò di fare domande. A dire il vero evitò tutto ciò che avrebbe potuto portare ad una qualunque conversazione. Anche circostanziale.
All’interno della locanda l’aria era calda e profumava di pane e zuppa. C’era gente, ma non molta. Un mercante solitario beveva in silenzio. Due uomini parlavano sottovoce vicino al camino. Quando Kail passò accanto a loro, uno dei due tacque di colpo.
La locandiera li squadrò con un sorriso professionale. “Siete diretti a nord o a sud?” Chiese, come se fosse una domanda abituale. Kail esitò una frazione di secondo. “Verso sud.” Disse infine.
La donna annuì, ma il suo sguardo indugiò sul mantello, sull’arma e sulla stanchezza ancora visibile sul volto di Galeth. “Strade lunghe di questi tempi.” Domandò a bassa voce, più come una constatazione che come una domanda. “Perché lo chiede?” Si intromise Galeth, curioso. La locandiera strinse le labbra, un gesto rapido che sembrava voler chiudere una porta. “Perché la gente parla. E quando la gente parla troppo, in genere qualcuno di losco ascolta.” Non aggiunse altro. Portò loro da mangiare pane scuro e una zuppa densa e si allontanò.
Kail restò in silenzio mentre consumavano il pasto. Kayolin non era un luogo ostile, ma era un luogo vigile. Come se il villaggio avesse imparato a sopravvivere abbassando la testa e facendo finta di non vedere.
Prima di andarsene, Kail notò un dettaglio curioso: vicino al pozzo centrale, inciso nel legno di un sostegno, spiccava un simbolo rozzo, quasi cancellato dalle intemperie. Una spirale spezzata! Non era un marchio sacro, né l’insegna di una bottega. Era un’impronta di passaggio, un codice muto lasciato da chi non voleva esser trovato, ma che aveva bisogno di segnare la via.
Kail distolse lo sguardo e fece notare a Galeth la spirale interrotta con un cenno del mento. Poi si immerse nei propri pensieri, stringendo le redini mentre ripartivano. Kayolin concesse loro riposo, acqua e pane, nulla di più. Ed era chiaro ad entrambi che restare oltre il necessario sarebbe stato un errore.
Quando lasciarono il villaggio, nessuno si oppose al loro passaggio. Nessuno li salutò. Il silenzio dei popolani li accompagnò come una nebbia spessa finché le ultime case non sparirono dalla loro vista. Ma Kail ebbe la netta sensazione che, una volta scomparsi oltre la collina, qualcuno avrebbe iniziato a fare domande. E qualcun altro, forse il ragazzo delle stalle o la locandiera stessa, avrebbe risposto.
La strada che lasciava Kayolin verso sud era poco più di una pista battuta, incorniciata da siepi basse e alberi radi. Dopo il primo miglio, il villaggio scomparve e con esso quella fragile parvenza di normalità.
Il silenzio si fece più fitto.
Kail notò per primo le tracce. Non erano impronte evidenti, ma segni di passaggio recente lungo il margine della strada: rami spezzati di fresco, erba calpestata dove nessun carro avrebbe motivo di deviare. Qualcuno si era appostato lì, osservando la via senza percorrerla davvero, come un predatore che studia il sentiero della preda. Galeth seguì il suo sguardo, stringendo gli occhi per mettere a fuoco il limitare del bosco: “Non sono animali.” Mormorò. “E’ un passaggio troppo ordinato. Troppo… paziente.”
Poco oltre, su un palo di confine mezzo marcito, Kail scorse lo stesso simbolo intravisto a Kayolin: una spirale spezzata, incisa in modo rapido, come un segnale lasciato a chi sapeva riconoscerlo. Non era un marchio ufficiale, né un rozzo segno di briganti comuni. Era un messaggio silenzioso che confermava i suoi sospetti più cupi.
“Ci precedono …” Sentenziò il mezzelfo, fermando Aghnes per un istante. “… stanno segnando il territorio, Galeth. Quel simbolo non è per noi, è per chi sta arrivando da sud per darci il benvenuto.” Il mercenario serrò la mascella, spronando il cavallo senza aggiungere una parola.
Il vento muoveva le fronde con un fruscio inquieto e per un istante entrambi ebbero la stessa sensazione di non essere soli. Poi fortunatamente passò. Nessun rumore di passi. Nessuna freccia che fischiava tra i rami. Nessuna voce. Solo la certezza gelida che qualcuno, da qualche parte tra le ombre del bosco, sembrava avesse preso nota del loro passaggio. Kail affiancò l’amico. “Wildtree è più avanti. Non fermiamoci.” Galeth annuì, stringendo le redini. La strada riprese a scorrere fluida sotto gli zoccoli, ma da quel momento nessuno dei due la considerò più innocua.
Wildtree era un villaggio costruito per resistere. Case basse, legno scuro, pietra grezza. Le porte erano rinforzate, le finestre strette. Qui il bosco era vicino e nessuno fingeva che non rappresentasse una minaccia.
Kail avvertì subito che l’attenzione degli abitanti non era semplice curiosità: era valutazione, calcolo freddo, come se il villaggio avesse imparato, col tempo, a riconoscere chi portava guai senza nemmeno volerlo.
Nella locanda, mentre consumavano un pasto frugale, Galeth incrociò uno sguardo che lo costrinse a irrigidirsi appena. Una guardia del villaggio, appoggiata ad un muro con una lancia tra le mani, lo osservava senza fissarlo apertamente.
Quando i loro sguardi si incontrarono, l’uomo fece un lieve cenno col capo. Più tardi, all’esterno, mentre Kail era lì vicino che controllava i cavalli, la guardia si avvicinò a Galeth.
“Non pensavo di rivederti da queste parti…” Disse l’uomo a bassa voce. Galeth lo squadrò, il corpo che sembrava ritrovare d’istinto una postura più rigida, quasi marziale. “Joram.” Rispose, e quel nome restò sospeso tra loro come un vecchio debito non ancora pagato.
Non servivano spiegazioni. C’era sicuramente un passato condiviso tra loro, probabilmente uno di tipo militare, fatto di ordini urlati, notte fredde sotto stendardi solamnici o di guardie locali. Galeth portava evidentemente addosso cicatrici che non erano solo fisiche. Il modo in cui i suoi occhi cercarono quelli di Joram tradiva una fratellanza nata nel fango e nel sangue.
“C’è gente che paga bene.” Continuò Joram. “Per sapere se due uomini con la vostra descrizione passano di qui. Uno ferito. Uno mezzelfo.” Galeth strinse la mascella. “E tu che hai detto?” Joram fece spallucce. “Che Wildtree vede passare troppa gente per ricordarsi tutti.” Si concesse una pausa intensa, lo sguardo che cercava un’ultima volta quello del vecchio commilitone. “Ma non tutti i miei colleghi sono così prudenti. E l’oro brilla più della lealtà, a volte …” Joram si avvicinò appena, parlando quasi senza muovere le labbra. “Se siete diretti a sud, muovetevi. Subito. E non seguite il sentiero principale più del necessario.” Non aggiunse altro. Si voltò e si allontanò con passo deciso, riprendendo la sua ronda come se quell’incontro non fosse mai accaduto.
Ripartirono nel primo pomeriggio, lasciandosi Wildtree alle spalle. Il sentiero verso sud si restrinse, costeggiando una zona di rovine dimenticate: ciò che restava di un edificio di confine, forse una cappella o un posto di guardia. Le pietre erano crollate, ma su una di esse Kail riconobbe un segno ormai familiare: la spirale spezzata, fresca e minacciosa!
E’ li che incontrarono i cavalieri.
Tre uomini procedevano in direzione opposta, da sud verso nord. Mantelli scuri, volti coperti. Rallentarono quando li incrociarono. Non estrassero armi. Non salutarono. Uno di loro parlò, la voce roca che sembrava grattare contro il silenzio del bosco. “Strade complicate, queste. Specialmente per chi viaggia con un ferito”. Kail non rispose, le mani bene in vista ma pronte, gli occhi che analizzavano ogni movimento dei tre. Un altro aggiunse, con tono studiato, quasi teatrale: “Avete visto forse un vecchio maniero più a nord? Dicono sia pericoloso, di questi tempi”.
Galeth avvertì il peso di quelle parole fin nelle ossa. Non erano casuali. Erano sondaggi. “Non ci fermiamo nei luoghi morti.” Rispose infine. “Portano sfortuna”.
Per un istante sembrò che l’incontro sarebbe finito così, poi però il silenzio fu spezzato dal sibilo dell’acciaio. Il cavaliere più giovane, accecato dalla gloria, si scagliò contro Kail con un fendente disperato: un gesto improvviso e rapace, troppo rapido per essere concordato. Estrasse l’arma e attaccò, con l’impeto di chi voleva distinguersi, di chi voleva poter dire: “sono stato io!”
“Idiota!” Ringhiò uno degli altri due, ma era troppo tardi. Anche lui sguainò la spada e fronteggiò Galeth. Lo scontro fu breve e violento. Il guerriero, seppur debilitato, combatté a denti stretti e riuscì ad avere la meglio con precisione impeccabile, senza subire alcun danno.
Kail, in sella ad Aghnes, caricò il primo aggressore, abbattendolo con perizia e ferocia letali. Nonostante l’eroico furore, la battaglia non fu priva di conseguenze per il mezzelfo: subì una profonda ferita alla testa che ne bagnò il volto di sangue. Mentre i primi due cavalieri stramazzavano tra le pietre dei ruderi, il terzo arretrò bruscamente, lanciò un fischio d’allerta e fuggì al galoppo verso nord.
Durante la mischia, Kail riuscì a identificare il volto dell’uomo che aveva dato inizio all’aggressione. Lo riconobbe subito. Si trattava di uno degli sgherri di Galen Dracos. Lo stesso volto visto giorni prima, quando Galeth era prigioniero a Knollwood. Non il mago in persona certo, ma uno dei suoi cani.
Kail fece per inseguirlo, ma Galeth lo fermò. “Aspetta!” Gridò, afferrandolo per il braccio. “No, potrebbe portarci fuori strada o peggio dritti nelle mani di Drakos.”
Kail rimase immobile, lo sguardo fisso sul cavallo del sicario che si allontanava e il respiro corto per l’adrenalina e la ferita. Galeth aveva ragione e quella consapevolezza rendeva tutto più inquietante.
Ormai non c’erano più dubbi. Non erano solo in viaggio: erano braccati!
- Dettagli
- Scritto da Mike Steinberg
- Categoria: Le Origini Di Kail
- Visite: 276
Kail decise di non perdere tempo prezioso e si diresse subito alla scala che portava alla parte più alta del maniero di Lord Ravenshadow.
Il vento fischiava tra le arcate sventrate della sommità della Torre. La scala si apriva su una stanza semi-crollata, esposta al cielo plumbeo.
Al centro della sala, sospeso su un piedistallo di ossidiana, che pareva pulsare di vene violacee, il cristallo maledetto vibrava, emanando rintocchi sordi che scuotevano le ossa. Intorno ad esso, una vorticosa orda di spettri ruotava incessantemente: forme deformate di odio e dolore. Non camminavano, non ripetevano scene dimenticate, non cercavano di mostrargli qualcosa di un ormai perduto passato: essi orbitavano veloci attorno a quell’empio oggetto, come satelliti di una stella oscura.
Kail strinse il medaglione della madre. Attraverso il metallo caldo, la sua vista mutò: non vedeva più solo ombre, ma i volti distorti dei nobili caduti, i loro occhi vuoti fissi su di lui.
Fece un passo in avanti. Il cristallo prese a scuotersi come fosse impazzito. Gli spettri rallentarono, fin quasi a fermarsi. Poi si girarono tutti verso di lui, le bocche eteree deformate in una specie di ghigno malefico.
“Lasciati andare…”
Sussurrò una voce melliflua e vibrante dentro la sua testa. Il mezzelfo era preparato ad una cosa del genere, visto il tremendo potere oscuro che quell’artefatto emanava, e socchiudendo gli occhi la ignorò.
Come fece un altro passo avanti, il vortice accelerò di nuovo. Ma questa volta alcuni spettri si staccarono dalla massa, artigli di gelo tesi verso la sua gola.
Kail li schivò, ruotando su se stesso e scartando di lato più volte per evitarli. Ora che li osservava da vicino, con inquietante minuzia di particolari, sembravano proprio gli stessi nobili che aveva visto nella sala tattica, solamente che adesso erano presenti e letali e non soltanto un’eco del passato.
Lo scout cercò di passare al contrattaccare con la spada di Anteus, ma lambì solo fumo fluttuante e ombre evanescenti. Trafisse uno spettro vestito con un panciotto e una camicia di seta, ma esso non svanì: si dissolse per un attimo per poi apparire nuovamente davanti a lui, gli occhi vuoti e spenti di chi non provava niente.
“Sono troppi e le mie armi sono inutili…”
Sussurrò Kail tra sé, indietreggiando mentre cercava di schivare l’ennesimo assalto.
Una mano spettrale gli sfiorò la spalla, bruciando come ghiaccio vivo.
Il medaglione che aveva al collo fremeva. Kail sperava che esso riuscisse a proteggerlo e probabilmente lo stava facendo, ma non nel modo in cui si era aspettato. Gli spettri sembravano in effetti rallentati: parevano attaccarlo senza convinzione, ma non smettevano di provarci e per quanto fosse agile, erano pur sempre creature soprannaturali e la sua tempra non poteva reggere per molto.
“Abbraccia il mio potere…”
La sinistra voce tornò a farsi sentire, questa volta con più insistenza. Era una voce che prometteva speranza di salvezza, ma aveva un retrogusto oscuro che non lasciava Kail affatto tranquillo. Eppure non vedeva come avrebbe potuto fare a cavarsela in quella situazione: gli affondi della sua spada non sortivano alcun effetto contro quelle creature fatte d’ombra e lui iniziava a sentirsi stanco.
All’improvviso, un lampo di acciaio etereo squarciò l’oscurità. Il Lord si parò davanti a lui, la sua lama antica che scintillava di una luce morente!
“Non fermarti ragazzo!” Gridò il Lord, la voce che risuonava come il metallo che stride. “Io terrò a bada questa tempesta. Tu distruggi quella maledetta pietra!”
Rincuorato di non esser solo e felice che il Lord non l’avesse abbandonato, Kail scattò. Raggiunse il cristallo e calò la spada con tutta la forza della sua disperazione. Il metallo rimbalzò contro la pietra con un suono secco, vibrando così forte da fargli sanguinare le mani. Quando alzò gli occhi per guardarlo, l’artefatto era intatto.
“C’era da aspettarselo…” Si disse Kail , lo sguardo affranto.
In quel momento, il Lord fu travolto. Un’ondata di anime lo soverchiarono e tre ulteriori spettri si staccarono dal turbinio di ombre che ruotavano attorno al cristallo per avventarsi su Kail, pronti a strappargli il cuore.
Eppure essi rallentarono all’ultimo momento: lo aggredirono, ma era come se fossero titubanti per qualcosa. Qualcosa di terribile, ancor più terribile di loro stessi. Per quanto esitanti, alla fine Kail venne afferrato da uno spettro e provò un dolore che mai nella sua vita aveva sperimentato. Era come se la sua anima gli venisse strappata dal corpo. In quegli attimi di assoluta agonia udì di nuovo la voce, cavernosa e suadente al tempo stesso:
“Non avrai altre occasioni: accoglimi e io ti salverò la vita…”
A quel punto Kail capì! Non era il cristallo a parlargli, ma il suo medaglione! Non che gradisse l’idea di abbandonarsi al potere del pendaglio oscuro di sua madre, ma l’alternativa sarebbe stata morire o diventare un servo dell’artefatto maledetto di Galen Dracos.
Lo afferrò e lo osservò, cogliendo un lieve riverbero sulla superficie graffiata ove spiccava un simbolo dimenticato. Uno di quelli che forse rappresentava la dea Drago a cinque teste. Poi lo lasciò andare con rabbia.
Scelse il medaglione.
Un momento dopo si sentì quasi morire: le vene del collo gli divennero nere e gonfie. Le pupille si dilatarono fino a cancellare l’iride, trasformando i suoi occhi in due pozzi di abisso. Un ruggito sovrumano gli squarciò la gola. La sua spada si tinse di un’aura cinerea, capace di ferire l’immateriale. Forse era vero che era morto e rinato in una nuova forma. Una forma demoniaca orribile.
Fu una fortuna che non ci fosse nessuno di vivo ad assistere alla sua trasformazione, poiché sarebbe stato giustificato a pensare che fosse diventato un mostro.
Kail si alzò e come un angelo vendicatore oscuro cominciò a falciare gli spettri con una ferocia metodica, quasi meccanica. In quel momento capì perché gli spettri erano così riluttanti ad avvicinarsi a lui: avevano paura. Avevano paura di lui!
Di quello che sarebbe potuto diventare.
Con la ferocia di un demone iniziò a cacciare gli spettri, uno ad uno, ma ad ogni colpo che infliggeva, ogni ombra che cancellava, sentiva la sua anima allontanarsi di un passo da lui.
L'oscuro e sfaccettato artefatto al centro della stanza sembrava sussurrargli: “Sei mio adesso. Diventa il nuovo guardiano. Diventa tu stesso la maledizione." Come se riconoscesse in lui qualcosa di perversamente affine, di empiamente compatibile.
Quando tutti gli spettri che non vorticavano attorno al cristallo furono eliminati, il mezzelfo si diresse con passo deciso verso il Lord. Il signore del maniero alzò istintivamente lo scudo e fu una fortuna, perché Kail aveva levato la spada anche contro di lui! Colpì e affondò la lama diverse volte, cercando un varco nella sua guardia.
Grazie al medaglione si era salvato la vita, ma ora non riusciva più a fermarsi: la sua fame di distruzione sembrava non avesse limiti. Kail iniziò a disperarsi e fu in quel momento che la sentì: una presenza oscura e sanguinaria, che si era attaccata alla sua anima, spingendolo a compiere gesti atroci perfino contro i suoi amici!
“Kail fermati, Ti sta consumando!”
La voce della Dama risuonò chiara sopra il tumulto. Lei emerse dall’ombra della scala, luminosa e determinata. Come se avesse già deciso cosa fare.
Kail, in preda alla trance della mutazione, si voltò verso di lei, la lama ancora alzata.
“Mia Signora, no! Indietro! Se tocchi quel cristallo, la tua essenza verrà dispersa per sempre. Non ci sarà un aldilà, non ci sarà un luogo dove potrò riabbracciarti. Diventerai polvere e nulla più!” Implorò il Lord, intuendo le intenzioni della moglie.
“E’ l’unico modo, mio signore. Guarda il ragazzo: sta diventando un mostro per colpa nostra”. Disse lei con un sorriso triste.
Si avvicinò a Kail, incurante della sua aura oscura e gli posò impavidamente una mano sul medaglione. “Guarda i suoi occhi, amor mio. Se non intervengo ora la maledizione avrà un nuovo ospite e tu avrai un nuovo nemico da servire. Non lascerò che accada.”
Poi abbassò leggermente gli occhi in un attimo di tristezza. “La pace richiede un debito di sangue e luce, che solo chi ha amato questo luogo può pagare.”
Kail aveva ancora il braccio alzato e la spada in pugno, ma nonostante l’oscurità presente nella sua anima, questa volta gli fu più facile resistere alla tentazione di uccidere. Dama Cyric, in qualche modo che non capiva, era riuscita a calmarlo.
Lentamente, tremando per lo sforzo del contrasto, rinfoderò la spada. Lei gli sorrise e si volse al cristallo.
Con un gesto solenne, abbracciò poi la pietra maledetta. La luce che emanava dalla Dama divenne accecante: una purezza che agiva come forza “uguale e contraria” all’entropia di Galen Dracos.
“Addio, mio amato. Sii il custode dei ricordi, non del dolore.” Mormorò lei.
Poi il cristallo esplose in mille frammenti di luce bianca. Gli spettri si dissolsero in un sospiro di sollievo collettivo e la nebbia che soffocava il maniero svanì all’istante. La Dama si fece trasparente, svanendo infine come rugiada al sole.
Kail cadde in ginocchio, la mutazione che regrediva lasciandolo spossato e tremante. Ricordava poco, quasi nulla della furia che l’aveva quasi consumato.
Il Lord rimase lì, con lo sguardo disperato e la mano protesa verso Cyric: ultimo baluardo spettrale di Ravenshadow’s Keep.
“Và ora.” Disse, dopo alcuni istanti di assoluto silenzio e senza voltarsi. “Ti sei guadagnato la tua salvezza e quella del tuo amico. Io… io resterò qui. Guardiano di una casa che ora può finalmente riposare.”
Stremato, il mezzelfo scese di corsa i gradini della Torre appoggiandosi più volte alla balaustra. Raramente si era sentito così sfinito. Raggiunse indisturbato i cavalli e finalmente uscì all’aria aperta.
Chiuse gli occhi e si abbandonò per un breve istante all’aria frizzante della notte. Alle sue spalle si era concluso un incubo che avrebbe portato sicuramente strascichi nel tempo a venire.
Trovò con facilità la cappella di cui parlava la Dama e, tra mille detriti, rinvenne anche il passaggio che permetteva di penetrare in ciò che ne rimaneva. Vide il corpo di Galeth disteso a terra, incolume. Sospirò di sollievo. Adesso voleva solo riposare: la sua mente non riusciva a dominare l’istinto di chiudere gli occhi e dormire, pertanto sistemò i cavalli e raccolse qualche arbusto accendendo un piccolo fuoco.
Tuttavia quella dannata giornata non aveva intenzione di finire, perché il medaglione aveva ripreso a vibrare e a bruciare quasi impazzito!
Decise di affidarsi al suo istinto e spense immediatamente il piccolo falò. Appena in tempo, perché una sagoma grossa e scura si materializzò all’interno del cortile del maniero!
Si trattava proprio di Galen Dracos!
Da alcune spaccature presenti nei muri della cappella, il mezzelfo riuscì a vederlo. Era senza dubbio lui. Non gli era parso però che avesse usato la magia per tornare indietro. Per quanto incredibile, lo stregone sembrò piuttosto essere atterrato dall’alto. Kail aveva udito infatti un tonfo sordo, come se qualcosa di pesante fosse caduto dal cielo.
Il mago nero percepì il vuoto attorno a sé. La maledizione era stata estirpata. La sua opera era stata infranta!
“Chi ha osato!” Ringhiò frustrato, le mani che si accendevano di fiamme verdastre.
Poi si voltò verso la cappella, scrutando con occhi rossi come il fuoco le crepe che si aprivano sulle sue pareti semi - crollate. Kail deglutì: possibile che l’avesse visto?
Poco prima che lo stregone potesse muoversi o fare qualunque cosa però, il Lord emerse dal suolo, solenne.
“La tua ombra non abita più qui, Galen Dracos. Un eroe ha spezzato le tue catene e il sacrificio di una donna buona ha purificato la tua lordura.”
Dracos osservò un’ultima volta tutto il maniero alla ricerca di un segno della presenza di qualche essere vivente, ma digrignando i denti per la rabbia, un suono talmente sinistro ed innaturale che Kail riuscì ad avvertirlo fin dentro la cappella, alla fine dovette desistere. Il Lord aveva proteso infatti la sua volontà, nascondendo la presenza di Kail e Galeth al suo sguardo magico.
“Un eroe, dici?” Lo stregone tornò a fissare lo spettro del cavaliere con un sorriso crudele. “Allora lo cercherò fino in capo al mondo. Se non è morto stanotte dilaniato dagli spettri, desidererà di esserlo domani: scoprirà che lo prenderò, gli estirperò tutti i suoi segreti e poi mi nutrirò della sua anima.”
Poi si voltò e uscì dal portone del maniero, fondendosi ad un’oscurità ancor più ampia della sua. Una folata di vento spazzò via polvere e arbusti innanzi al cortile, mentre una macchia nera oscurava Solinari nel cielo. Fu solo per un momento, ma Kail intuì che quello non poteva essere solo un oscuro presagio. Quell’oscurità nel cielo rappresentava la vera minaccia di cui parlava Galen Dracos quando aveva usato il termine: “invasione”!
Rabbrividì e riaccese un timido fuocherello per la notte: l’alba sarebbe presto arrivata e con essa fu certo che una nuova e costante minaccia l’avrebbe accompagnato durante tutto il percorso della sua missione.
- Dettagli
- Scritto da Mike Steinberg
- Categoria: Le Origini Di Kail
- Visite: 271
Appena Kail varcò la soglia della sala tattica, il gelo gli morse la pelle.
In fondo al corridoio, una sagoma diafana dai lineamenti nobili scivolava silenziosa, tagliando trasversalmente il passaggio come un soffio di nebbia. La scia luminosa della sua figura svanì rapidamente così com’era apparsa, innanzi agli occhi attoniti del mezzelfo.
Kail si affrettò a seguirla, facendo capolino in un piccolo corridoio laterale. Lo scout non aveva dubbi: era lo stesso spettro che aveva già visto insieme a Galeth nella brughiera e che ora era riapparso di nuovo davanti a lui costringendolo a svoltare a destra.
Finché, nonostante lasciasse intercorrere tra loro due una certa distanza, lo vide svanire rapidamente verso alcune scale che conducevano dabbasso. Le stesse scale che aveva notato prima, durante l’ispezione sommaria del maniero.
Il medaglione diventava, mano a mano che seguiva la Dama fantasma, sempre più caldo. Inoltre il mezzelfo poteva vederne perfettamente la sagoma spettrale dai contorni bluastri con una minuzia di particolari che aveva dell’incredibile: riusciva perfino a sentire, nel silenzio assoluto della rocca abbandonata, il flebile eco di un fruscio di seta delle sue vesti che si muovevano libere sul pavimento.
I gradini di pietra fredda scricchiolavano sotto i suoi stivali, mentre nel buio si affrettava a stare al passo dello spettro. All’improvviso però, una torcia fissata alla parete si accese da sola al suo passaggio, ma non fu il calore del fuoco a rapire la sua attenzione: attraverso il medaglione infatti, Kail scorse la sua fiamma anch’essa avvolta da un intenso riflesso bluastro.
Kail la afferrò timidamente, giusto per saggiare che non fosse un’illusione e capì che era solida, reale. Pur non essendo uno stregone, non faticò molto ad intuire che su di essa era stato lanciato un incantesimo di perennità, che si sarebbe attivato al passaggio per le scale di qualcuno che fosse stato “in vita”. Questo dettaglio gli dimostrò che Galen Dracos aveva preparato molto bene quel maniero fatiscente ad una futura occupazione per fini bellici, imbottendolo di piccoli ma utilissimi incantesimi simili a quello. Perplesso e preoccupato, lo scout rimise al suo posto la torcia magica.
Poggiando il piede sul pianerottolo dei sotterranei, estrasse una delle sue torce dallo zaino e l’accese. La fiamma danzò nervosa nell’oscurità stagnante, proiettando ombre lunghe sulle sbarre corrose di una fila di celle secolari.
Kail avanzò timoroso lungo il corridoio e, una dopo l’altra, illuminò le prigioni: scorgendo all’interno solo miseri resti umani e ossa sbiancate dal tempo, ammassate nel silenzio della polvere.
Lo spettro della donna era sparito, lasciandolo qui davanti ad uno scenario inquietante e antico.
Ispezionando meglio l’ambiente davanti alle celle, Kail rinvenne resti di piccoli mobili: sedie, tavoli, rastrelliere per le armi e per le chiavi delle prigioni, ormai ridotti a cumuli di detriti corrosi dal tempo. Dopo essersi chinato per controllare meglio quei frammenti polverosi, il mezzelfo si tirò su in fretta e furia. Proprio in quel momento infatti, il mistico pendaglio che portava al collo reagì vibrando in maniera prepotente, mostrandogli un fenomeno che lo lasciò sbalordito e sconcertato.
Notò per prima cosa che un bagliore bluastro iniziò a manifestarsi all’interno delle celle, avvolgendo quelle povere spoglie che aveva intravisto prima e iniziando a mutarle profondamente!
Esse iniziarono in seguito a vibrare, sollevandosi dal pavimento in un vortice di polvere e luce. Da quelle ossa presero forma spettri dalle sembianza umane, uomini e donne comuni, i cui volti erano deformati da un’angoscia eterna!
Le loro bocche si spalancarono in urla silenziose e strazianti che scossero l’aria gelida del sotterraneo, mentre le figure diafane premevano i loro corpi di fumo contro le sbarre arrugginite. I loro occhi sconvolti e accusatori sembravano fissarsi su di lui e questo terribile dettaglio fece indietreggiare il mezzelfo di un passo.
Tuttavia c’era qualcosa che gli suggerì che le cose non stavano così. Kail si voltò di scatto, rendendosi conto che le urla mute degli spettri non erano rivolte a lui.
Alle sue spalle, il bagliore bluastro del medaglione agitò nuovamente l’aria: dal nulla si ricomposero sagome spettrali di carcerieri (un Cavaliere della Corona e uno scudiero da quello che riuscì a capire), mentre i resti di mobili distrutti, armadietti, rastrelliere per armi e tavoli, si riassemblavano magicamente in una sorta di eco temporale.
I prigionieri stavano gridando la loro disperazione contro questi guardiani fantasma, che riprendevano possesso delle loro postazioni, ignorando completamente la sua presenza.
Dopo qualche secondo di puro sgomento, Kail deglutì e si avvicinò di qualche passo, esaminando meglio la scena spettrale. A differenza della precedente, Kail non stava osservando un momento statico che poi si riavviava continuamente, ma una scena muta, anche se molto espressiva, che però gli rendeva difficile la comprensione di ciò che era avvenuto davvero in questi sotterranei e quale fosse il loro argomento di discussione.
Finché tutta la scenografia venne perfettamente ricomposta e una voce antica, disperata e roca, si fece udire chiaramente alle sue spalle.
“In nome degli dei, ascoltateci! Non abbiamo mai toccato la Signora! Come avremmo potuto? Eravamo nei campi quando ci avete accusato di averla rapita... o uccisa. Siamo contadini, non assassini!”
Disse un prigioniero, afferrando le sbarre. Il medaglione di sua madre si era fatto di un blu cupo mai visto prima. Stava iniziando a stancarsi di annotare le strabilianti capacità che possedeva.
Uno spettro cavaliere, seduto dietro ad una scrivania e senza nemmeno alzare lo sguardo dai registri, rispose:
“Risparmiate il fiato. Il Lord in persona ha portato le prove al comando. I nobili non mentono su simili atrocità. Siete solo feccia che ha spento una luce troppo pura per questo mondo.”
Una giovane prigioniera commentò da una cella accanto:
“Le prove sono false! Ci hanno incastrati, perché serviva un gesto così atroce per rendere disperato abbastanza il Lord e spingerlo a prendersela con la sua gente! Vi prego, guardateci negli occhi: vi sembriamo dei regicidi?”
Lo scudiero le si avvicinò, rinfoderando la sua spada spettrale.
“Mi sembrate dei morti che camminano. Gli ordini d’arresto sono firmati e sigillati. La vostra “innocenza” non conta nulla di fronte alla parola di un nobile. Siete qui per ordine militare e qui finirete i vostri giorni.”
Il medaglione non la finiva di scottare e di pulsare di un blu scuro tenebroso: forse che reagiva non solo alla magia ma anche alla presenza di menzogne?
L’eco delle grida riempiva il pianerottolo, rivelando la tragedia di una giustizia contraffatta. Il prigioniero più anziano prese ad un certo punto la parola:
“Non è stato il popolo! Il Lord sa bene chi ha varcato quelle stanze … siamo solo capri espiatori per coprire i peccati dei suoi pari!”
Lo scudiero a quel punto si mosse rapido e colpì le sbarre col fodero della spada.
“Ancora menzogne! La parola di un nobile è legge, la vostra è solo rumore. Siete stati condannati per l’assassinio o il rapimento di Dama Cyric e il comando militare non discute le sentenze del sangue blu”.
Un altro prigioniero gridò da una delle celle più lontane:
“Siete ciechi! Vi usano per sporcarvi le mani mentre loro brindano nelle sale superiori! Non siamo assassini, siamo vittime della loro “bontà”!”
Fu allora che il cavaliere si alzò, scagliando il fascicolo spettrale sul tavolo di legno ricomposto.
“Basta lamentele! Eregor è stato categorico: vi ha visti uscire dalle stanze della Signora con le mani ancora lorde di sangue. Avete trascinato i suoi miseri resti per buttarla chissà dove! Un nobile della sua stirpe non rischierebbe mai l’onore per incastrare dei miseri braccianti. Se lui dice che siete colpevoli, la vostra vita appartiene al boia. A meno che riveliate i nomi dei cospiratori, non uscirete mai vivi da qui, maledetti!”
“Eregor. Dove l’ho già sentito nominare?” Si domandò Kail tra sé.
Lo stesso prigioniero replicò a tono:
“Eregor mente per salvarsi! E’ stato lui a chiudere quella porta, non noi. E’ principalmente lui che ci odia, perché protestiamo contro l’aumento dei dazi in questo momento di crisi. Dama Cyric ci ha sempre aiutati, schierandosi spesso contro di lui, perché dovremmo desiderare la sua morte?”
“Ecco chi è! E’ uno dei nobili che aveva tentato di ingannare Lord Ravenshadow, parlandogli di improbabili invasioni e guerre alle porte!” Concluse il mezzelfo, battendo il pugno sul palmo dell’altra mano, mentre continuava ad ascoltare attentamente il finale della conversazione.
Kail cercò di intervenire come aveva fatto poco prima con il Lord, ma constatò amaramente che non riusciva a farsi notare da nessuno di loro. Nonostante il potere del medaglione, il sospetto instillato dai nobili era un veleno troppo profondo: entrambe le fazioni non riuscivano a vederlo, accecati dall’odio che nutrivano l’un l’altro. Il pendaglio brillava, ma i due gruppi tornarono presto immobili, pronti di nuovo a massacrarsi verbalmente, chiusi in uno stallo d’acciaio e rabbia.
Kail aveva ricostruito gran parte dell’accaduto, arrivando a conclusioni forti, che però, senza testimonianze più incisive, rimanevano solo ipotesi prive di fondamenta solide su cui reggersi. Era indubbio che i nobili avevano cercato di manipolare il Lord per spingerlo ad una guerra che avrebbe indebolito la sua autorità, mentre loro avrebbero potuto centrare i loro obiettivi che generalmente riguardavano sempre fama, potere e denaro. Ma addirittura arrivare a rapire o uccidere Dama Cyryc?
Tra l’altro, chi era costei? Dall’aspetto, Kail aveva escluso potesse essere la figlia del Lord. Più probabile che, dall’età che dimostrava, fosse la moglie o al limite sua sorella. Ma non poteva esserne certo. Non poteva essere certo di niente, perché gli mancavano ancora troppi elementi chiave.
Mentre il medaglione si spense e lo stallo tra cavalieri e civili diventava insopportabile, un brivido innaturale gli percorse la schiena!
Si voltò. In fondo al corridoio, proprio dove la pietra curvava nell’oscurità dell’ultima cella, la sagoma diafana della Dama riapparve: il suo spettro scivolò silenzioso, una scia di luce opalescente che tagliava per lungo il corridoio verso destra, svanendo oltre la svolta con un invito silenzioso a seguirla.
Inutile dire che lo scout si gettò forsennatamente all’inseguimento.
Dopo diverse curve, il passaggio terminò innanzi a un muro. Ogni via sembrava preclusa, ma Kail era certo che Cyric aveva svoltato proprio in questa direzione. Il corridoio era composto di granito e le pietre erano antiche e solide. Il buio era assoluto, ma la torcia fortunatamente lo seguiva come un’ombra illuminando al meglio la via: non poteva essersi sbagliato!
Il mezzelfo si fermò innanzi alla parete. Poi avanzò di qualche passo e la controllò meglio.
Inarcando un sopracciglio, scoprì che si trattava di un muro posticcio!
Allungò una mano sulla pietra, avvertendo il gelido soffio della verità: la malta era molto più recente rispetto al granito delle pareti e del pavimento. Questo muro era un’impostura che nascondeva un terribile, gigantesco inganno!
Lo scout provò a trovare delle crepe da sfruttare, ma presto si arrese all’impotenza di non avere strumenti per abbatterlo. Tuttavia proprio in quell’istante di stallo, il medaglione di sua madre prese di nuovo a vibrare, divampando di una luce blu questa volta accecante.
Dalla parete stessa trasudò la figura eterea di Cyric, che emerse come fumo argenteo tra le fessure della roccia. Kail sgranò gli occhi, arretrando di un paio di passi.
Il suo volto non offriva più alcuna direzione da seguire, ma traspirava un rimprovero costante. Mentre la luce del pendaglio magico avvolgeva entrambi, la voce della Dama risuonò limpida e cristallina, carica di un dolore che non apparteneva più a questo mondo.
“Mio marito è infine caduto vittima dei sussurri dei suoi consiglieri più fidati. I nobili volevano la guerra per svuotare il castello e usurpare il suo feudo, punendomi per aver protetto il popolo dai loro dazi. Eregor stesso mi ha derisa mentre i suoi sicari mi trascinavano nell’ombra: mi ha murata viva perché la mia pietà ostacolava la sua brama e quella dei suoi viscidi pari. Mi hanno ridotta al silenzio in una notte senza stelle, mentre il mondo credeva che fossi fuggita.”
Kail annuì, trovando nelle parole della Dama quella definitiva, tragica conferma ai suoi sospetti, che aveva sperato con tutto il cuore non fossero veri. I nobili non solo avevano manipolato il Lord per il loro tornaconto personale, ma avevano perfino ucciso sua moglie accusando la stessa gente che lei troppo spesso aveva difeso. A quel punto il Lord, pazzo per il dolore, aveva creduto ai suoi consiglieri, giustiziando il suo stesso popolo, mentre i nobili svuotavano il maniero dai cavalieri e riscuotevano i dazi tramite i loro mercenari prezzolati. Era inevitabile che entro poco tempo la roccaforte stessa cadesse in rovina.
“Ormai desidero solo la pace. Come posso liberarmi di questo fardello?”
Domandò la Dama, implorando Kail di spezzare questo suo tormento.
Il mezzelfo provò a spiegarle che non era certo sua la colpa delle sofferenze del suo popolo. La colpa era dei nobili, di Eregor in particolare, che era arrivato perfino a commettere un omicidio per manipolare il Lord, affinché soggiogasse ancor di più il volgo già vessato dai dazi.
Cyric annuiva, ma presto Kail si rese conto che parlare con uno spettro non era come discutere con un essere vivente. Essi non reagivano razionalmente, sembravano invece più attratti dalle emozioni. Ma come poteva fare per aiutarla veramente? Come poteva convincerla della sua innocenza, se era così tormentata? Così forte e ferma su quell’emozione?
Il mezzelfo ripercorse mentalmente tutte le fasi di questo deprecabile scenario, incluse quelle vissute nella sala tattica con il Lord e si convinse che non poteva essere un caso che egli avesse visitato prima quella, rispetto agli altri due luoghi da esplorare che aveva trovato nel maniero.
Infatti, proprio mentre stava per salire verso la cima della Torre, la risata di una donna, la sua risata, lo trasse altrove, distraendolo dal suo percorso iniziale. Era come se Cyric volesse indurlo a ricostruire l’intera vicenda seguendo l’ordine cronologico corretto, l’unico modo per comprendere davvero lo svolgersi dei fatti.
Perché una cosa era certa: ciò che aveva vissuto nella sala tattica rappresentava un momento nel tempo antecedente a quello vissuto qui, nei sotterranei. Quindi la Dama voleva che lui dipanasse la matassa degli avvenimenti nella corretta sequenza temporale e che quindi, grazie a questa consapevolezza, fosse poi in grado di liberarla.
Kail si rese conto dunque che lo spirito della Dama era sì tormentato, ma anche saldo, lucido e presente, come quello del Lord. Doveva dunque solamente riuscire a convincerla che la sua liberazione era legata indissolubilmente a quella degli spiriti nelle celle e a i cavalieri che si erano macchiati di un crimine involontario: quello di fidarsi dei nobili e non del popolo.
Ci mise un po’ a capacitarsi che questa era la via giusta da seguire e quando si dimostrò emotivamente coinvolto, lei sorrise. Prese ad attraversare le pareti, fluttuando via e sparendo alla sua vista in un lampo!
Il mezzelfo tornò indietro di corsa e la ritrovò al centro del pianerottolo.
La sua presenza raggelava l’aria; i cavalieri e gli scudieri, ora semplici gusci privi di volontà, non reagivano fisicamente, ma le loro aure vacillavano di fronte alla purezza del suo dolore. Davanti ai civili e ai soldati immobili, la Dama si stagliava come un’accusa luminosa, pronta ad infrangere lo stallo con la forza delle sue parole invisibili. E della sua testimonianza amara.
Squarciò il silenzio come un lamento d’argento, descrivendo con lucidità agghiacciante il complotto dei nobili: non una guerra di difesa, ma un inganno orchestrato per svuotare il castello, distogliere gli eserciti e instaurare così un regime di dazi e terrore che lei, da sola, aveva tentato di impedire. Raccontò poi l’istante della fine: il volto di Eregor illuminato da una torcia, il suo sorriso sprezzante mentre la derideva per la sua pietà verso il popolo, definendola: “debolezza intollerabile”. Narrò del suo buio improvviso, del sapore della calce che le riempiva i polmoni e del suono dell’ultima pietra che sigillava il suo destino, trasformando il suo amore per il feudo in una tomba solitaria. Infine spiegò che i nobili, attraverso la sua morte, avevano in questo modo catalizzato la rabbia del signore del maniero nei confronti di quelli che gli riportarono essere: “spie del nemico!”
Davanti alla prova del martirio della Dama, l’odio dei prigionieri si placò.
Lei offrì loro il suo perdono, spiegando che la colpa della loro morte e della sua non era stata reciproca, ma crudelmente orchestrata dai nobili.
A quel punto, una nebbia confusa iniziò a materializzarsi sul pianerottolo quando tra i due schieramenti apparve la figura imponente del Lord del Maniero!
La vista del loro vero Signore, non più manipolato dai suoi perfidi consiglieri, annullò d’incanto gli ordini di Eregor. Essi tornarono ad essere guardiani dell’onore, non carcerieri, ritrovando la coesione perduta, scattando sull’attenti e dissipandosi poi in un soffio di vento biancastro.
Contemporaneamente, il riconoscimento del martirio della Dama trasformò la rabbia delle anime dei prigionieri in giustizia compiuta. Il dolore sembrò svanire dai loro volti provati, finalmente parvero quietarsi, svanendo e trovando la pace.
Poi Cyric si voltò lentamente e vide il marito finalmente libero dalle menzogne dei nobili, lo raggiunse e afferrò la sua mano tesa verso di lei. Sorridendo al suo sguardo dispiaciuto, implorante perdono, lo rassicurò con una tiepida carezza sul viso.
Nei suoi occhi infatti c’era tutto il rimpianto per non aver ascoltato i suoi avvertimenti e l’orrore di aver permesso che l’inganno degli aristocratici la conducesse a quella muta tomba di pietra.
Prima di scomparire, entrambi si concentrarono su Kail. Il loro sguardo finale fu un tacito ringraziamento e una solenne investitura: riconoscevano in lui il testimone della verità e il custode della memoria del Maniero.
A quel punto la Dama gli sorrise ancora e gli rivelò due informazioni cruciali, la voce ferma ma velata di preoccupazione per la sua futura sorte:
“Ascoltami bene, perché il tempo si sta assottigliando come nebbia al sole. Ho provveduto io stessa a portare il tuo compagno lontano da qui. Grazie al tuo amuleto, sei schermato dall’oscurità che è stata versata in questa fortezza, altrimenti molto probabilmente saresti già morto … ma lui non lo era. In cima a questa Torre risiede un pericolo che nessuna volontà, per quanto ferrea, può sperare di ignorare senza pagarne il prezzo. Il tuo amico si trova al sicuro, in una cappella diroccata appena fuori dalla Torre. Và se è la vita che cerchi. Se invece è giustizia ed eroismo ciò che agogni, la strada da seguire è quella che conduce verso l’alto …”
Kail aggrottò le sopracciglia: aveva intravisto in effetti, quando si era trovato nel cortile, i resti della cappella del maniero, ma aveva ritenuto che fosse inagibile. Apprese adesso che si era sbagliato.
Il Lord guardandolo con solennità aggiunse: “Le porte del mio maniero resteranno spalancate per te, un’ultima volta. Non saremo noi a trattenerti tra queste ombre. Ma sappi che se deciderai di volgere le spalle alla Torre, la verità che cerchi svanirà con noi nel nulla.”
Poi afferrò la mano della consorte e svanì forse per sempre dalla sua roccaforte, felice, perlomeno nella morte, per aver ritrovato finalmente la sua amata.
Il destino ora gravava interamente sulle spalle di Kail. Davanti a lui si stagliavano le traballanti scale che conducevano all’oscurità della Torre del Corvo, dove il mistero attendeva di essere svelato, mentre alle sue spalle la libertà della cappella e la salvezza di Galeth lo richiamavano attraverso le porte aperte.
Cosa avrebbe scelto il mezzelfo? Salvezza o verità?
- Dettagli
- Scritto da Mike Steinberg
- Categoria: Le Origini Di Kail
- Visite: 268
Kail e Galeth uscirono dal villaggio di Knollwood cavalcando furiosamente.
I loschi figuri dai quali erano sfuggiti per un soffio non erano semplici furfanti.
Soprattutto il tizio grosso e ricurvo, ammantato di nero, che Kail aveva intravisto uscendo dalle stalle.
Corvi o non Corvi, qui si parlava di qualcosa di diverso, un tipo di pericolosità fuori dal comune. Un pericolo che aveva un’origine soprannaturale!
Non aveva mai provato una sensazione del genere: quell’uomo gli aveva letteralmente dato i brividi.
Il mezzelfo rifletteva su questo mentre tagliava per i campi, preferendo evitare la via maestra per rallentare gli inseguitori. Era sicuro infatti che quelle persone, quella “persona”, non avrebbe mollato l’osso facilmente. Li avrebbe seguiti fino in capo al mondo se necessario e quindi sarebbe stato meglio non offrirgli un percorso facile.
Aghnes e il cavallo di Galeth percorsero brevemente i gelidi campi coltivati della periferia del villaggio, fino poi a ributtarsi sul sentiero principale ma in direzione sud, verso Garnet Thax: una grande città nella provincia di Kayolin, che avrebbe sicuramente potuto offrire loro ristoro e riparo.
Lungo il percorso, la sensazione di essere costantemente minacciato non abbandonò mai il mezzelfo, tanto da iniziare ad angosciarlo e a confonderlo senza motivo: più volte era stato costretto a sterzare a causa di ombre che si allungavano lungo il sentiero, quasi a voler ghermire lui e il suo amico. L’oscuro medaglione di sua madre non vibrava più per fortuna, ma aveva preso a scottare sotto la maglia: qualunque cosa questo volesse significare.
Inoltre Kail aveva un problema impellente: Galeth stentava a rimanere in sella. L’aveva ben legato e la sua tempra da guerriero gli impediva di cedere al sonno e a lasciarsi andare, ma aveva bisogno assoluto di riposo. Gettando ogni tanto uno sguardo preoccupato su di lui, il mezzelfo si convinse che il suo compagno non sarebbe mai riuscito ad arrivare sveglio a Garnet Thax, quindi decise di valutare altre opzioni.
Tra tutte quelle che gli vennero in mente, quella più pratica e funzionale in quel momento era quella di fermarsi a passare la notte nella vecchia fortezza diroccata di Ravenshadow!
Egli sapeva poco su quel posto, solo dicerie che fosse un luogo infestato dai fantasmi e informazioni storiche frastagliate che aveva raccolto qua e la negli anni. Tuttavia non essendo particolarmente superstizioso e attento ai racconti sulle casate solamniche, decise di deviare e accamparsi lì da qualche parte e lasciar passare la notte.
Esistevano infatti delle piante depurative, che avrebbero aiutato Galeth a smaltire le tossine, che crescevano proprio in prossimità di mura di pietra e luoghi umidi. Non che si considerasse un erborista, ma in tanti anni passati tra boschi e sentieri impervi, aveva imparato che la Ruta o la Melissa avrebbero svolto bene quel lavoro.
Ad un certo punto Kail fu costretto a rallentare l’andatura o si sarebbe perso il guerriero. Afferrò dunque le redini del cavallo di Galeth e proseguì per un altro breve tratto verso sud, per poi risalire leggermente verso Nord – Ovest. Poi si fermò a guardare oltre la densa bruma che sembrava abbracciare ogni cosa. Intravide un guscio di pietra diroccata e perennemente avvolta da questa nebbia vagamente innaturale.
Una sensazione di disagio e preoccupazione lo assalì prepotente: e se le voci fossero state vere? E se quel luogo fosse davvero maledetto?
Istintivamente si guardò indietro: il suo fine udito elfico non sentiva zoccoli all’inseguimento, per ora, ma era certo che presto qualcuno sarebbe arrivato.
“Che cosa può andare peggio di così, mezzelfo?”
Commentò Galeth, a mezza bocca. La stanca voce del guerriero si infilò a forza tra i suoi pensieri e le sue ancora incerte scelte. Kail sorrise amaro ed annuì, spronando infine la sua cavalla a procedere e tirando con sé anche quello dell’amico.
La foschia, ad un certo punto del loro cammino, si fece talmente fitta che lo scout ebbe paura di perdere l’orientamento. Tuttavia, fu lesto a regolarsi con le stelle in un breve momento in cui il cielo fece capolino, riuscendo a ritrovare la direzione e la determinazione giusta per uscire da quella prigione biancastra.
Poco prima di diradarsi però, la nebbia fece ai due compagni un regalo insieme inaspettato ed agghiacciante: una figura eterea, di una donna non più giovanissima ma ancora aggraziata, passò loro davanti. I due compagni non capirono se camminava velocemente o fluttuava inseguendo il vento. Vestita di una semplice camicia da notte, ella si fermò giusto un attimo, come se cercasse di ritrovare la via giusta, prima di proseguire e fondersi con la bruma che permeava ogni cosa. Non si curò di loro, ma Kail si congelò lo stesso sul posto, fissando Galeth quasi a chiedergli se avesse visto anche lui quell’inquietante fenomeno. Poi deglutì per il nervoso.
Dal canto suo il guerriero non era sicuro di niente: per qualche minuto sembrava si fosse riavuto, ma ora aveva ripreso a stropicciarsi gli occhi, mostrando chiaramente che dovevano assolutamente fermarsi a fargli riprendere fiato.
Tuttavia Aghnes era diventata irrequieta e Kail dovette scendere e bendarle gli occhi per costringerla a muoversi. Fortunatamente, dopo poche altre decine di metri la nebbia scomparve e la fortezza di Ravenshadow si palesò davanti a loro.
Le mura erano fatte di blocchi di granito scuro, ora coperte di rampicanti neri e secchi che sembravano artigli. Nonostante il vento di montagna, attorno alle rovine regnava un silenzio quasi opprimente. Non si vedevano animali selvatici, non si sentivano grilli o uccelli, tranne un lieve gracchiare lontano. Fili di nebbia protrudevano dalla fortezza in rovina, come se fosse essa stessa a generare la densa bruma.
La rocca inoltre emetteva un debolissimo bagliore bluastro: un dettaglio inquietante, poiché di certo Kail non era un mago, ma quel riflesso azzurrino era sicuramente frutto di qualcosa di soprannaturale. Ed egli era certo che fosse lo scuro pendaglio di sua madre che gli permetteva di vedere cose oltre la realtà materiale.
Non sapeva come, ma sembrava che i poteri che esso conteneva si stessero dischiudendosi sempre di più.
Kail si mosse e si avvicinò alla fatiscente struttura. Molte sezioni del camminamento di ronda erano crollate, lasciando brecce aperte che facevano intravedere un’oscurità minacciosa e solenne.
Il mezzelfo riuscì però a non pensarci troppo. Lì vicino infatti trovò quel che cercava: alcune piantine selvatiche di Ruta che sembravano fare proprio al caso sue. Le colse e iniziò a guardarsi intorno sperando di trovare un anfratto sicuro per un accampamento di fortuna, ma i suoi sensi di elfo lo misero subito in allarme.
Realizzò che accamparsi fuori non sarebbe stato molto indicato, poiché udì distintamente delle voci non troppo lontane che si avvicinavano a cavallo. I loro inseguitori li avevano quasi stanati, ed avevano fatto molto prima di quanto aveva immaginato!
Il medaglione adesso, oltre a bruciare come di consueto, aveva ripreso anche a vibrare leggermente. Questi stimoli che provocava, così diversificati, iniziavano a mandarlo ai matti.
Non c’era tempo da perdere: la sola speranza era nascondersi tra le mura fatiscenti del maniero e attendere che l’oscurità della notte calasse. La fortezza era molto grande e se fossero stati fortunati, avrebbero perfino trovato un posto adatto per accendere un piccolo fuoco e preparare l’intruglio che avrebbe aiutato Galeth a smaltire le tossine.
Tuttavia, più Kail si inoltrava nel maniero e più il calore del suo medaglione sulla pelle tendeva ad aumentare. Forse che si scaldava non a causa dei loro inseguitori, ma per via di questo spettrale edificio? Non poteva escluderlo. A questo punto non poteva escludere più nulla.
Dal cortile interno, pieno di sterpaglie e pietra crollata, potevano scorgersi le torri di guardia: un tempo orgogliose, erano adesso mozzate o inclinate. Le feritoie, private dei vetri e dei rinforzi, sembravano orbite vuote di un teschio. La torre più alta, la “Torre del Corvo”, svettava ancora integra ma era costantemente circondata da stormi di corvi neri, ben visibili alla luce della luna piena.
Corvi rossi e corvi neri: sembrava che la sua vita fosse minacciata costantemente da questi uccelli ultimamente!
Solinari era alta in cielo, mentre Lunitari, nascosta al di sotto di essa, rilasciava dei bagliori rosati, rendendo ancor più inquietante l’ambiente circostante.
Mano a mano che avanzavano, i corvi gracchiavano, come se cercassero di avvertire gli improbabili proprietari del maniero della presenza di intrusi nel cortile.
Blocchi di pietra e detriti ostruivano quasi tutte le antiche entrate alle altre aree della rocca, ma la torre principale sembrava praticabile. Kail si avvicinò al portone: aveva sentito il nitrito di un cavallo poco fuori le mura, segno che i segugi erano giunti alla fortezza.
Ma come era stato possibile? Sembrava quasi che conoscessero questo posto e che riuscissero a vederli anche se ben nascosti da foschia ed oscurità.
Il portone era un massiccio blocco di ebano ferrato alto tre metri e segnato da solchi profondi che ricordavano artigliate. Al centro spiccava un batacchio in argento ossidato a forma di teschio di corvo. I suoi occhi di ossidiana sembravano seguire ogni loro movimento.
Lo scalpiccio degli zoccoli si era fatto molto vicino ora. Il portone sembrava chiuso, ma quando Kail allungò una mano il medaglione vibrò ancor più forte, ed esso si spalancò come spinto dalla forza di un orco. Kail si guardò preoccupato dietro di sé, poi fece scendere Galeth da cavallo. Il mezzelfo sorresse il compagno e insieme entrarono nell’androne interno devastato dal tempo.
Come varcarono la soglia, il portone si richiuse alla loro spalle con un suono sordo e secco. C’era un freddo innaturale che permeava ogni cosa. Inoltre il buio era quasi assoluto.
Fortunatamente, i suoi occhi elfici riuscivano a rubare quel poco di luce che filtrava dai muri, permettendogli di avere almeno una vaga idea su ciò che li circondava. Poco più avanti si apriva una piccola area libera da detriti e marciume e il mezzelfo decise di accamparsi lì. Sistemò il guerriero per terra e mise i cavalli a scudo di Galeth, così da trasmettergli calore e un minimo di riparo. Poi si alzò e raggiunse di nuovo il portone.
Passi pesanti si avvicinavano dall’altra parte, lenti e misurati. Il medaglione adesso ardeva e vibrava quasi impazzito e Kail trattenne il fiato, sguainando lentamente la spada. Poi una voce potente e gutturale che gli gelò il sangue disse:
“La via ci è preclusa per ora. La magia oscura che permea queste mura deve essere preservata. E’ probabile che i fuggiaschi non usciranno vivi di qui e questo sarebbe un male, ma non possiamo fare altro per ora che andarcene”.
Egli si mosse più volte avanti e indietro innanzi all’uscio, come una fiera incerta se mollare la preda o meno. Poi si allontanò.
“Mio signore Galen Dracos, non potete disperdere questi nefandi sortilegi, visto che sono opera vostra?”
Commentò una voce molto più umana e piuttosto spaventata.
“No. Torneremo qui solo quando i tempi saranno maturi per l’invasione.”
Sentenziò colui che si chiamava Galen Dracos, mentre probabilmente raggiungeva il suo cavallo. Per quanto per niente sollevato dalle parole di quegli uomini, che parlavano di oscuri sortilegi, della loro morte prematura e di un’invasione, Kail si concentrò su Galeth e sulla sua tisana depurante. Il guerriero si era quasi addormentato, ma lui accese comunque un fuoco e preparò il distillato, costringendolo a berlo d’un fiato. Poi lo coprì e iniziò a riflettere meglio sulla “natura” di quel Galen Dracos e su ciò che aveva detto.
Egli doveva essere probabilmente uno stregone o un mago reietto, poiché, se aveva maledetto o incantato quella fortezza per fini bellici, voleva dire che la guerra stava davvero salendo da sud (come Astarte aveva sospettato da tempo). Lo stregone poteva aver in mente di usare quella costruzione come base operativa e poteva averla incantata per tenere lontani i curiosi come loro.
La questione si faceva particolarmente seria: se avevano rapito Galeth, l’avevano fatto per ottenere informazioni su Erstellen. Galen Dracos aveva rischiato molto, esponendosi in prima persona per riuscirci. Eppure esisteva qualcosa per lui che era più importante della bambina, più importante della potenziale figlia di Paladine!
Quel mago aveva preferito lasciare intatte le difese mistiche della fortezza, piuttosto che provare a mettere le mani su di loro e cercare di saperne di più su di lei. Aveva scelto una fragile certezza a lungo termine, piuttosto che una rivelazione incredibile e potente, che però poteva anche essere un buco nell’acqua. Scuotendo la testa, Kail sospirò: perlomeno la piccola era al sicuro, per ora.
Provò ad aprire il portone, ma esso, come si era aspettato, sembrava sigillato. Non restava dunque che ispezionare la torre e sperare di trovare un’altra uscita.
La costruzione era quasi tutta crollata, ma allontanandosi giusto un po’ per guardare meglio in giro, mentre Galeth si era appisolato, lo scout scoprì delle scale che scendevano dabbasso. Notò poi che un corridoio praticabile, che recava intorno i resti di arazzi e antica orpelleria ormai in totale disfacimento, portava ad un’ampia stanza, che probabilmente un tempo doveva essere stata una sala tattica importante. Un altro passaggio, più piccolo, conduceva poco più avanti ad una scala di legno malmessa, che si inerpicava verso l’alto e ai piani di sopra.
Soddisfatto per l’ispezione preventiva, Kail tornò da Galeth, scoprendo però suo malgrado che il guerriero non si trovava più lì!
All’inizio lo maledì, pensando che poteva perlomeno aspettarlo prima di prendere iniziative che lo portassero ad allontanarsi. Poi però una risata di donna, pungente e sinistra, si levò intorno al mezzelfo, inducendolo a credere che forse Galeth non si era allontanato di sua sponte. Forse il motivo della sua scomparsa era di ordine soprannaturale.
Sincerandosi che almeno i loro cavalli stessero bene, il mezzelfo si convinse che a quel punto valeva la pena iniziare a controllare meglio i luoghi calpestabili che aveva trovato durante l’ispezione.
Cominciò dunque dalla sala tattica.
Oltre all’immancabile muffa e resti di mobilia marcita, c’era un tavolo in noce logoro ma ancora in piedi messo al centro della stanza, con tante sedie ormai in frantumi intorno. Un alto scranno ancora abbastanza solido si levava oltre il tavolo, a ridosso di un piccolo camino sulla parete est.
All’apparenza il mezzelfo non notò nient’altro, ma ad un certo punto il medaglione si agitò quasi fosse impazzito, emanando un calore quasi insopportabile nonostante il freddo pungente della stanza. La porta che era spalancata si chiuse con uno scatto feroce, ed egli notò sbalordito che qualcosa di incredibile stava accadendo innanzi ai suoi occhi attoniti. Alcuni “nobili spettrali” sedevano adesso attorno al tavolo!
Tutto l’arredamento della stanza si era ricostruito di ombre e nebbia eterea, sembrando quasi reale. Se non fosse stato per i contorni spettrali, che Kail vedeva attorno ad ogni cosa qui dentro, sembrava uno scenario concreto, vero. Sullo scranno di nuovo saldo e solenne, era ora seduto un possente e ombroso cavaliere che li ascoltava. Nessuno però parlava: la scena sembrava un momento sospeso nel tempo, come se tutti fossero sul punto di fare o dire qualcosa che però non riusciva a concretizzarsi, a svilupparsi.
D’improvviso qualcosa si sbloccò, ed i nobili presero a parlare e ad agitarsi, anche piuttosto animatamente. Le loro voci spettrali erano come vetri che graffiavano l’acciaio e per Kail fu difficile riuscire a non mettersi le mani sulle orecchie. Essi parlavano l’uno con l’altro, ripetendo ossessivamente le stesse conversazioni:
“Dobbiamo prepararci alla guerra!”.
Disse uno di loro, un tipo calvo sulla cinquantina.
“Il nostro è un nemico troppo forte da affrontare senza l’aiuto di Solanthus, Eregor! Lo sai fin troppo bene.”
Rispose un altro nobile, più giovane ed aitante.
“Mio Signore…”
Disse infine un terzo uomo, alto e dallo sguardo infido.
“… che cosa dovremmo fare, dunque? Allestire un esercito per respingere l’invasione o mandare un ambasciatore a Solanthus per chiedere rinforzi?”
Il cavaliere sullo scranno però non rispose subito e la stessa conversazione si ripeté ancora, ed ancora, allo stesso identico modo.
Dopo minuti di assoluto sgomento, Kail si avvicinò e iniziò a far caso anche ai dettagli di quella scena. Era una situazione assurda per lui. Pur non essendo uno stregone capì senza troppa fatica che quella scena rappresentava un’eco del passato. Probabilmente un momento cruciale per tutti i presenti. Addirittura per l’esistenza della fortezza stessa.
Quello sullo scranno doveva essere Lord Ravenshadow e quelli attorno al tavolo i suoi consiglieri e i nobili del suo feudo.
Tuttavia, malgrado il mezzelfo non sapesse molte cose riguardo questa fortezza, antecedente all’epoca del Cataclisma, alcune informazioni di ordine comune sulla zona le conosceva bene. Attorno a queste terre non c’era mai stata alcuna invasione in quei tempi. Gli unici scontri, che purtroppo erano stati frequenti in quel buio periodo successivo alla devastazione causata dalla montagna di fuoco, erano avvenuti tra i cavalieri, ormai invisi e la gente comune, che li ritenevano responsabili di aver causato il Cataclisma appoggiando il Re Sacerdote di Ishtar.
Questa fortezza era caduta probabilmente a causa di una guerra civile, non per mano di orchi o nemici del genere!
Kail cercò di avvicinarsi allo scranno ma i suoi passi si facevano pesanti ogni secondo che passava. Si rese conto subito del perché: questo luogo stava succhiando via le sue energie vitali per potersi “mostrare” a lui. Kail intuì anche che era il medaglione che gli stava facendo vedere di continuo questa scena: un altro dei suoi incredibili poteri!
Ma perché? E soprattutto: lo stava facendo per il suo bene o per danneggiarlo?
L’unica soluzione era parlare con il cavaliere della casata di Ravenshadow, prima che le forze lo abbandonassero del tutto.
Kail ascoltò un altro paio di volte l’intera conversazione, finché si convinse che quei nobili gli stavano mentendo volontariamente. Si trattava di un complotto contro il Lord del maniero: più osservava la scena e più se ne convinceva. Appoggiandosi al tavolo si rivolse dunque al cavaliere rivelandogli tutti i suoi sospetti. La guerra a cui si stavano riferendo quegli uomini non si sarebbe mai combattuta: era una menzogna per coprire i loro interessi. C’era stata una guerra civile, tragica, terribile, dove erano morti tanti innocenti, ma il pericolo non proveniva da alcuna invasione, solo da uomini poco contenti dell’operato dei cavalieri nei tempi passati. Dal canto loro i cavalieri furono costretti alla repressione, uccidendo molte persone per difesa e questo scatenò una contesa che segnò la fine di molti feudi e molte fortezze come quella.
Mentre il mezzelfo parlava con fatica, raccontando le antiche storie miste alle sue intuizioni, ad un certo punto l’immagine del cavaliere sembrò sbloccarsi. Egli lentamente si alzò e disse:
“Chi sei tu? Mostrati. Sento la tua voce, ma non vedo la tua forma.”
Kail si presentò come Kail Uth Mohdi e provò a mettersi lungo una linea diretta con il suo interlocutore. Quando Lord Ravenshadow gli fece capire che riusciva a vederlo e che conosceva la sua casata, annuì e attese qualche commento da parte sua.
“Benvenuto, Kail Uth Mohdi. Conosco bene Andreas Uth Mohdi: la sua casata è degna di fiducia e ben accetta nella mia roccaforte. Tuttavia, ho un grave dilemma e non so decidermi. Cosa dovrei fare secondo te?”
Domandò il Cavaliere della Rosa, afferrando l’elsa rovesciata della spada che aveva al fianco. Kail inarcò un sopracciglio prima di rispondere: Andreas era il nonno del nonno del nonno di suo nonno!
Quindi ribadì che ciò che gli aveva appena raccontato era la verità, che egli era stato ingannato dai suoi nobili e che il suo spirito si trovava incastrato tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Come un fantasma, uno spetto dei tempi andati, era stato tradito senza conoscerne i motivi.
Il Cavaliere della Rosa rifletté molto sulle parole del mezzelfo, trovandole alla fine sensate: egli infatti già sospettava dell’imbroglio dei suoi uomini più vicini, solo stentava a crederci. Kail lo incalzò, dicendo che egli era rimasto incastrato in questo “loop temporale” per secoli, che le cose non si potevano cambiare, ma che poteva fare qualcosa di buono adesso, per entrambi. Poteva liberarlo da quella stanza, magari indicandogli anche dove si trovasse un’uscita praticabile e prendere coscienza che l’inganno che aveva subito era davvero capitato.
Il mezzelfo gli parlò anche dei sortilegi oscuri scagliati da Galen Dracos sul suo maniero, ritenendo e non a torto, che il cavaliere aleggiasse qui, sospeso tra due mondi, da molto prima dell’arrivo dello stregone. Gli parlò di lui e della guerra che stava salendo da sud. Una guerra terribile, contro le forze del male. Questa si che era reale, ed era una vera invasione!
Lord Ravenshadow annuì, percependo ancora una volta le parole del mezzelfo come veritiere. Tuttavia egli gli domandò di fare qualcosa per lui prima di ottenere il suo aiuto. Lo pregò di donargli un ricordo qualsiasi che aveva nella mente legato a questo maniero che era stata la sua casa per tanto tempo.
“Voglio rammentare per un’ultima volta le verdi terre del mio castello. Donami questo ricordo e io farò molto più che liberarti.”
Kail annuì e lasciò che lo spettro scrutasse nei suoi ricordi finché trovò quello che cercava: una ridente e soleggiata mattina di primavera inoltrata, ove egli aveva sfiorato, con il cuore gonfio di gioia per motivi che non rammentava nemmeno, i confini della fortezza circa dieci anni prima. Il mezzelfo notò che il cavaliere aveva chiuso gli occhi e stava sorridendo, mentre quel ricordo scivolava via da lui per sempre.
Poi la porta alle sue spalle si aprì lentamente e Lord Ravenshadow pian piano scomparve.
Tutto sommato il prezzo che aveva pagato per uscire da quella stanza non era stato molto alto, ma scommetteva che invece trovare un modo per lasciare definitivamente quella tenuta abbandonata lo sarebbe stato molto di più.
- Dettagli
- Scritto da Mike Steinberg
- Categoria: Le Origini Di Kail
- Visite: 290
Kail spronò Aghnes lungo il sentiero che calava dalla collina ove sorgeva il maniero Uth Breannar.
Attraversarono insieme i campi e il fiume, fino a scendere a valle. Il feudo, patrocinato dal cavaliere della Rosa Gerald Uth Breannar, era ancora immerso nei festeggiamenti legati alla nascita del terzo nipote del famoso cavaliere, quando il mezzelfo, schivando saltimbanchi e orchestre, scivolò silenzioso oltre la loro vista diretto a Knollwood.
Non si trattava di un tragitto lungo: giusto un paio d’ore e si sarebbe ricongiunto con Galeth.
Kail non conosceva benissimo quel villaggio, a differenza del mercenario. C’era passato alcune volte in passato, ma non poteva affermare di sapersi orientare perfettamente laggiù. Tuttavia non poteva certo essere così difficile. Il villaggio era piccolo e sarebbe bastato chiedere per trovare la locanda del “Tasso Argentato”.
La sera era giunta da poco quando Aghnes e il suo cavaliere entrarono al passo a Knolwood e subito qualcosa di insolito aggredì il temprato sesto senso del mezzelfo. Il borgo sembrava deserto. Le strade erano vuote, non c’erano contadini che tornavano dai campi, né boscaioli o cacciatori che rincasavano. Ogni tanto si udiva il nitrito di un cavallo, il latrare di un cane, ma presenze umane: zero.
Eppure dalle luci che Kail poteva intravedere oltre le finestre sbarrate, non c’erano dubbi chela gente ci fosse. Era certamente una serata fredda, ma non abbastanza per giustificare tutto quel silenzio.
Kail fu tentato di fermarsi e bussare, perlomeno per chiedere dove fosse la dannata locanda che cercava, se non per mitigare la curiosità lacerante del perché nessuno circolasse per le buie vie. Tuttavia non ce ne fu bisogno, perché il “Tasso Argentato” apparve davanti a lui dopo l’ultima svolta.
Il mezzelfo tirò le redini e Aghnes si fermò. Nella locanda c’era indubbiamente qualcuno e questo era un buon segno, ma il cavallo di Galeth non era legato alla staccionata esterna. E questo invece era strano.
Kail iniziò a preoccuparsi. Smontò da cavallo ed entrò, tenendo le mani sotto il mantello pronto a sguainare le armi.
La taverna era accogliente. Piccola, molto pulita ma piena di fumo e con odori di spezie molto forti nell’aria. Due avventori dalla faccia poco raccomandabile sedevano alla fine del locale, occupando due tavoli diversi. I due brutti ceffi lo salutarono con un movimento appena accennato del capo quando entrò e Kail fece altrettanto. Non sapeva se davvero i due l’avevano riconosciuto o l’avevano salutato solo per una mera formalità, ma scommetteva il suo miglior pugnale che non l’avevano fatto per rispetto o per cortesia. Era certo che avevano fiutato il suo odore, che quasi lo stessero aspettando.
All’improvviso, un oste tarchiato, sulla sessantina, con la parannanza e una folta barba grigia, lo accolse cordialmente. Si pulì le mani sul grembiule e quando Kail gli domandò di Galeth, egli rispose così:
“Si, Galeth è passato, ma ha detto che aveva da fare e che sarebbe tornato presto. Se volete aspettarlo, posso portarvi una birra nel frattempo …”
L’oste aveva gli occhi furbi e un fare sbrigativo di chi sapeva sempre capire come fare un buon affare. Kail annuì e ordinò anche un pasto caldo visto che c’era.
L’oste ovviamente non poté che esserne contento e sparì nelle cucina, invitandolo ad accomodarsi. Quando si voltò e se ne andò, l’olfatto affilato del mezzelfo percepì sulle sue mani e sul suo grembiule un aroma strano, che lì per lì non riuscì a definire subito, ma che istintivamente lo mise in guardia.
Kail scelse un tavolo di mezzo, dove potesse controllare ogni cosa nel locale, ma girandosi un momento verso un altro tavolo notò dei dettagli che gli fecero cambiare idea.
Delle tracce di birra rancida sporcavano il pavimento, per il resto pulitissimo, ed una sedia rotta era stata spostata da quel punto e messa momentaneamente da una parte. Istintivamente scelse quel posto e come lo fece, i due uomini che aveva alle spalle sembrarono diventare stranamente nervosi.
Nel frattempo l’oste tornò con un boccale di birra e la promessa che la cena sarebbe stata servita quanto prima.
C’era qualcosa che proprio non andava in quella taverna. Ma cosa?
Kail afferrò il boccale, ma lo sguardo gli scivolò sul tavolo e lì vide un’incisione. Un incisione troppo strana perché potesse essere casuale. Con un coltello era stata graffiata una sigla che non poteva non notare.
Essa recitava: KUM. Kail Uth Mohdi!
Era solo un segno in mezzo a mille, ma come era stato per i sassi al “passo dell’orso”, un occhio attento come il suo non poteva non vederlo. Si trattava di Galeth. Gli era successo qualcosa.
Perso nei suoi pensieri, Kail portò il boccale alle labbra e in quel momento capì cosa fossero quei strani effluvi che aveva annusato sull’oste. Si trattava di Belladonna: un’erba che cresceva solo in posti particolarmente umidi, che se distillata nel giusto modo, diventava un potente narcotico. Il mezzelfo appoggiò il boccale sul tavolo. Sentì un rumore quasi d’impazienza alle sue spalle, mentre iniziava a capire cosa fosse successo.
Galeth era seduto qui, nemmeno cinque o sei ore prima a giudicare da quanto puzzava quella birra per terra. Era stato drogato e scivolando aveva rotto la sedia che era stata spostata di lato. Tuttavia, prima di perdere i sensi aveva lasciato con il coltello quella sigla per lui.
Ora la domanda era: come diavolo avrebbe fatto a scoprire dove fosse finito il mercenario?
L’oste nel frattempo era entrato ed uscito dalle cucine per ben tre volte. Sembrava come se stesse controllando qualcosa.
Certo, verificava se avesse bevuto o meno!
Il mezzelfo non sapeva molto della Belladonna ma immaginava che l’effetto stordente non fosse immediato. Almeno riflettendo su quanto ci aveva messo Galeth ad incidere quella sigla sul tavolino. Sicuramente avrebbe avuto qualche secondo, da quando avesse bevuto a quando si sarebbe addormentato. Pertanto fece scattare la sua trappola. Portò il bicchiere nuovamente alla bocca e fece finta di bere un lungo sorso.
Con la coda dell’occhio osservò la reazione dei due manigoldi alle sue spalle. Essi si ritrassero sulle sedie, visibilmente più rilassati. Poi fecero un segnale all’oste, quasi impossibile da notare, ma non per uno come Kail. A quel punto l’oste uscì dalle cucine in tutta fretta e disse:
“Scusate mio signore, vado un secondo alla latrina. Torno subito… giusto in tempo per portarvi la cena.”
Kail annuì, mentre l’oste usciva nel buio della notte. Vedendo la trepidazione che cresceva nei mercenari, decise che era il momento di mettere in pratica il suo piano. Sbadigliò e si accoccolò sul tavolo, mettendo la testa tra le mani.
I due uomini a quel punto si alzarono. Dai loro brevi discorsi, Kail non capì molto chi fossero, ma intuì chi era il loro mandante: il maledetto Corvo Rosso!
I suoi sospetti erano reali dunque: quel furfante, in qualche modo, era venuto a sapere di Galeth e questo poteva solo far pensare che ad Elmwood qualche spia doveva aver riferito a uno dei suoi sicari che il mercenario era coinvolto nell’affare della neonata. Mentre i due lestofanti lo tiravano su, trascinandolo tosto nelle cucine, Kail ebbe un brivido freddo. Se la rete dei Corvi Rossi era così fitta, doveva assolutamente andar via di lì.
Se teneva alla vita di Erstellen, doveva trovare Galeth (se era ancora vivo) e poi tagliare la corda. Fuggire nell’Ergoth del Sud il prima possibile! Ormai il uso viaggio non era solo una missione, ma anche l’unica strada percorribile per sopravvivere. A meno di voler affrontare da solo questa banda di criminali organizzati e con agganci potenti in tutta la Solamnia.
Dalle cucine, i mercenari lo trasportarono nelle cantine, fermandosi innanzi una porta di legno chiusa. Nel tragitto, Kail poté notare un piccolo laboratorio alchemico vicino al tavolo da mattatoio: un forte odore di Belladonna saliva ancora su da un paio d’alambicchi fumanti.
Uno dei due uomini continuò a sorreggere il mezzelfo per le ascelle, mentre l’altro diede le spalle ad entrambi, cercando di aprire la porta con una rozza chiave di ferro.
Quello fu il momento che Kail scelse per agire.
Si tirò su come un gatto, spada in pugno. Con un movimento fluido, trafisse mortalmente al collo l’uomo alla porta. Poi si voltò e attaccò anche il secondo, che certamente non si era aspettato una cosa del genere. L’uomo tentò di urlare, ma ne uscì solo un rantolo strozzato quando la spada di Kail gli entrò in bocca trapassandogli il cranio.
Rapidamente, il mezzelfo aprì la porta e trovò dentro la stanza Galeth, legato e imbavagliato ad una sedia. Come un lampo gli si avvicinò, lo slegò e lo prese a schiaffi per farlo riprendere.
Le cucine avevano un’uscita posteriore, soluzione che il mezzelfo valutò per un breve istante, ma avrebbe rischiato di perdere Aghnes e non poteva permettersi di farlo. Quindi, sorreggendo il mercenario per quanto potesse riuscire, superò i cadaveri dei due lestofanti ed uscì dalla porta principale. Giusto in tempo per vedere delle sagome scure avvicinarsi da est.
Purtroppo però, anche Aghnes era sparita e questo dettaglio poteva rappresentare la loro fine.Tuttavia Galeth riferì sbiascicando, che prima di svenire aveva sentito l’oste dire ai mercenari di portare il suo cavallo nelle stalle della locanda: forse anche la sua puledra si trovava lì. Dovevano rischiare.
Si nascosero e scivolarono tra le ombre fino ad aggirare la locanda. Avevano poco tempo. L’oste e gli uomini che lo accompagnavano non avrebbero impiegato molto a scoprire che entrambi erano scappati!
Giunsero alle stalle chiuse e i due uomini annuirono: dovevano far presto o li avrebbero presi e questo poteva significare la morte di molte persone innocenti. Oltre a quella più che probabile della piccola Erstellen.
Kail bussò e dall’altra parte dei passi si avvicinarono alla porta della stalla.
“Chi è?”
Domandò una voce ovattata. A quel punto Galeth si schiarì la gola e rispose imponente:
“Sono io! Apri subito imbecille!”
Giocandosi il tutto per tutto. L’uomo dall’altra parte cadde nella trappola dei due compagni e un pugno ben assestato del mezzelfo lo mise facilmente al tappeto.
Erano stati fortunati, perché c’era un solo uomo di guardia, ed era un mercenario locale. Se fosse stato un sicario dei Corvi avrebbe dato ben più filo da torcere.
Kail e Galeth, salirono a cavallo e anche se l’omone aveva ancora la testa che gli girava, uscirono al galoppo dalla stalla. Direzione sud, verso Port o’Call!
Appena in tempo! Perché a meno di trenta metri, delle sagome scure si stavano minacciosamente avvicinando. Tra queste, una incuriosì e allo stesso tempo terrorizzò il mezzelfo.
Si trattava di qualcuno molto grosso, vestito completamente di nero. Una figura tetra, resa ancor più inquietante da un rigonfiamento che aveva sulla schiena, come se portasse uno scudo legato dietro, ma tenuto sotto la pesante mantella col cappuccio che gli velava il volto.
Era distante, ma Kail provò un tremore gelido quando i suoi occhi leggermente obliqui si posarono su di lui. Anche perché il suo medaglione maledetto iniziò a vibrare tanto intensamente che il mezzelfo pensò esplodesse.