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- Scritto da Mike Steinberg
- Categoria: Le Origini Di Kail
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Il passaggio dalla palude viva a quella demolita non fu graduale, ma un trauma improvviso, quasi violento. Fino a pochi istanti prima l’ambiente, per quanto ostile, conservava una sua macabra coerenza: alberi contorti, acqua stagnante, e una vita brulicante, celata tra le radici e il fango. Poi, senza preavviso, tutto cambiò. La vegetazione si diradò fino a scomparire, sostituita da tronchi schiantati e radici divelte, come se una forza titanica avesse artigliato il terreno stesso per poi abbandonarlo alla putrefazione. L’acqua ristagnava in conche irregolari, più profonde e scure, mentre l’aria si faceva densa, satura del ricordo di un’onda distruttiva ancora recente.
Galeth fu il primo a rallentare. Si chinò accanto a un gigantesco solco nel terreno, seguendone la traiettoria con lo sguardo. Non era un’impronta nel senso comune del termine: era una ferita aperta nella terra, un tracciato scavato dal peso di qualcosa che si era mosso con possanza mastodontica e spietata continuità. Non una creatura che camminava, ma una che trascinava il proprio volume, schiacciando ogni cosa lungo il percorso. “E’ tornata a casa.” Mormorò il guerriero, più a sé stesso che ai compagni. Terren annuì in silenzio. Non servivano altre spiegazioni: la creatura che dominava quella zona non si era limitata a respingere un’invasione; era stata richiamata, o forse istigata, dal popolo della palude.
Ormai appariva chiaro il legame che univa gli uomini rettile alla dea dalle molte teste: un patto di mutua necessità. I sudditi si occupavano di nutrirla e difendere i confini dai trasgressori; in cambio, la creatura annientava le minacce superiori alle loro forze. Compito il massacro, era semplicemente scivolata di nuovo nella sua tana. Almeno, questo era ciò che sperava Kail. Il mezzelfo non sapeva cosa temere di più: se il mostro in sé o la prospettiva che qualcuno fosse riuscito a piegarlo al proprio volere.
Avanzarono seguendo quella scia di distruzione. Più si addentravano, più i segni del passaggio si facevano nitidi e brutali. Galeth si fermò di colpo accanto ad un corpo mezzo sommerso. Un goblin, o ciò che ne restava. L’armatura era corrosa dall’umidità, ma ancora riconoscibile. Il cadavere, invece, era stato compresso con una tale violenza da risultare deforme, quasi fuso con la melma circostante. Il guerriero si abbassò, studiando i resti. “Questo non è recente.” Sentenziò.
Terren ai avvicinò, osservando i dettagli della decomposizione. “No.” Confermò. “Risale a qualche mese fa.” Kail si accovacciò dal lato opposto, cercando altri indizi. “Quanti?” Terren rimase in silenzio per qualche istante, poi rispose: “Otto. Forse di più.” La stima non era casuale: la crescita del muschio e il modo in cui il fango aveva inghiottito la carne indicavano un evento lontano, eppure ancora vivido nella memoria della terra.
Proseguirono nel silenzio più assoluto, rintracciando altre rovine e altri resti. Pochi, in realtà. Ed era proprio questo il dettaglio più inquietante. “Non sono morti tutti.” Osservò Kail. Galeth annuì. “Alcuni sono fuggiti.” “E hanno visto quale fosse la vera minaccia di questa palude.” Aggiunse Terren tra sé. Non serviva spiegare cosa. Se qualcuno era sopravvissuto a una simile furia, aveva guardato negli occhi l’orrore puro e aveva avuto la fortuna di fare rapporto per trovare delle contromisure.
Poco dopo, le rovine di Xak – Khalan iniziarono a diradarsi. Le strutture antiche cedevano il passo ad un terreno leggermente rialzato, una collina che emergeva dai miasmi della palude come un’isola di pietra e fango. Kail si arrestò di colpo. La sua mano andò istintivamente al medaglione sotto l’armatura: il metallo divenne subito incandescente, non con una fitta improvvisa, ma con una pressione costante, pulsante, quasi fosse un richiamo. “Fermi.” Disse, con una tensione nella voce che non cercò nemmeno di nascondere. “C’è qualcosa laggiù.” Terren si voltò verso di lui. “Lì dentro?” Kail annuì, gli occhi fissi sull’altura.
L’elfo si mosse con cautela lungo il perimetro, scrutando il suolo. Le gigantesche orme della creatura qui erano più evidenti e puntavano decise a nord est, dove uno spaventoso antro oscuro si apriva nel fianco della collina. Nascosto dietro un folto cespuglio di rovi, Terren sussurrò: “Eccola … la sua tana.” I tre compagni rimasero immobili per lunghi istanti, valutando il da farsi. Il mezzelfo, tuttavia, vedeva ciò che agli altri era precluso: l’artefatto di sua madre gli mostrava una barriera bluastra, un velo di energia soffocante che ostruiva l’ingresso della caverna. Non solo: quella magia proiettava una scia di un verde malato che indicava una direzione precisa: Nord – Est!
“Abbiamo trovato il suo nido. Ora che intenzioni avete?” Domandò Galeth, con un velo di inquietudine che gli increspava la voce. Kail rispose scegliendo con cura le parole. Non volendo rivelare ciò che il medaglione gli stava facendo vedere, poiché l’avrebbe costretto ad ammetterne l’esistenza, decise di approcciare al problema con il solo ausilio della logica. “Non temere, non ho nessuna intenzione di scoprire cosa si nasconda lì dentro. Tuttavia, c’è qualcosa che non quadra.” Gli sguardi interessati dei suoi compagni si incollarono subito su di lui. “Da quel che abbiamo visto, l’ultima volta che la creatura è uscita dalla sua tana, richiamata dal popolo delle paludi, è stata circa otto mesi fa. Da quel giorno è rimasta sigillata lì dentro. Secondo i suoi servi, non uscendo nemmeno per nutrirsi dei doni che continuano a portarle. Questo mi fa riflettere.”
Terren si grattò il mento, pensieroso. “Temi che le forze di Takhisis siano tornate con qualche sistema per soggiogarla?” Kail inarcò un sopracciglio. “Soggiogarla forse no, ma contenerla … probabilmente si.” Il mezzelfo percepiva chiaramente quella presenza: un velo sottile che attraversava lo spazio attorno alla collina e si allontanava verso est, un’energia bluastra satura di oscurità e nefaste aspettative. Kail inspirò lentamente. “Terren, tu sei un elfo. Riesci a percepire questa magia di fondo?”
L’elfo non rispose subito. Chiuse gli occhi, abbandonandosi al flusso dell’ambiente, finché non intercettò la scia magica che Kail vedeva fin troppo bene. “Si.” Mormorò infine. “Adesso la sento.” Galeth li osservò entrambi, poi fece un cenno secco con la testa. “Non so cosa vediate o percepiate, ma se c’è di mezzo la magia … allora seguiamola.”
Non dovettero fare molta strada per notare la prima anomalia. Un singolo goblin trotterellava tra le canne palustri, muovendosi con la sicurezza di chi conosce il terreno troppo bene per temere agguati. Portava sulle spalle un fascio disordinato di rami secchi e stringeva al fianco una sacca gonfia di radici e di piccoli animali raccolti nelle acque basse. Non si guardava attorno con sospetto, né avanzava con la cautela tipica di uno scout: stava semplicemente tornando a casa.
Fu Terren a notarlo per primo. Con un gesto secco e rapido fece cenno agli altri di abbassarsi, scivolando dietro il tronco marcio di un albero abbattuto. Kail e Galeth lo raggiunsero senza fare rumore, osservando la creatura mentre si allontanava lungo un sentiero invisibile ai loro occhi, ma evidentemente abituale per lei. “Non è in ricognizione.” Sussurrò l’elfo, senza distogliere lo sguardo. “Sta rientrando alla base.”Kail annuì appena, notando come il movimento del goblin coincidesse perfettamente con la scia bluastra che puntava verso nord – est.
Lo seguirono, mantenendo una distanza prudente, sfruttando ogni piega del terreno e ogni cortina di vegetazione rimasta intatta. Il goblin non si voltò mai, né diede segno di sospettare qualcosa, percorrendo con naturalezza quella strada come se l’avesse fatto innumerevoli volte.
Fu solo quando superarono una lieve altura, una collina che emergeva dalla palude come un’isola nel fango, che la situazione mutò drasticamente. Terren si arrestò di colpo, accovacciandosi dietro un tronco spezzato. Kail e Galeth lo raggiunsero un istante dopo, e quando sollevarono appena lo sguardo oltre il riparo, compresero il motivo di quella brusca cautela. Non si trovavano di fronte a un accampamento di fortuna, ma a una struttura viva, organizzata e costruita per durare. Palafitte rinforzate emergevano dalle acque stagnanti, collegate da passerelle di legno scuro; torri improvvisate svettavano sopra il livello della palude, offrendo punti di osservazione e difesa.
Ovunque si muovevano figure armate: goblin e hobgoblin pattugliavano l’area, scambiandosi segnali codificati e mantenendo una presenza costante lungo il perimetro. Galeth valutò la scena con occhio esperto, considerando numeri, distanze e linee di difesa. “Sono troppi …” Sussurrò a bassa voce. “… ed organizzati.” Terren non rispose. Il suo sguardo era già andato oltre le strutture esterne, attirato da qualcosa al centro dell’insediamento. Kail, invece, non ebbe bisogno di cercare. Lo vedeva. Il medaglione sotto la veste continuava a bruciare, all’inizio come un’eco lontana, poi con un’intensità crescente, fino a diventare quasi doloroso. Non era una semplice reazione alla magia: era qualcosa di più diretto, più invasivo, come se una forza esterna stesse rispondendo alla sua stessa esistenza.
Al centro, su un altare di pietra grezza, troneggiava un cristallo di un verde innaturale. Anche senza comprenderne la natura, era evidente che non si trattasse di un oggetto ornamentale: emanava una presenza tangibile, quasi fisica, che sembrava distorcere l’aria circostante. Da esso si dipanavano sottili filamenti di energia, come vene di luce malata, che si estendevano oltre l’altare e si insinuavano nella palude. Seguendoli con lo sguardo benedetto dal potere del medaglione, Kail si accorse che quei filamenti non si disperdevano nel nulla, ma convergevano verso la collina alle loro spalle, avvolgendola come una rete invisibile.
Inspirò bruscamente.“Lo vedo.”Sussurrò, senza rendersi conto di aver parlato ad alta voce. Terren si voltò appena verso di lui. “Cosa vedi?” Il mezzelfo non rispose subito, stretto nel laccio di un imbarazzo improvviso per essersi tradito. Per sua fortuna un nuovo dettaglio catturò la sua attenzione, offrendogli una via di fuga: accanto al cristallo c’era una figura, che prontamente indicò ai suoi compagni. Avvolta in un mantello nero, immobile come una statua, la creatura mostrava una schiena incurvata da una gobba prominente, che ne deformava irrimediabilmente l’aspetto. Il volto era nascosto nell’ombra, ma la mano destra era chiaramente visibile: grande, squamosa e artigliata, era posata sulla superficie del cristallo. Non era un contatto passivo; quell’essere inquietante stava guidando ed indirizzando l’energia dell’oggetto. Kail sentì il medaglione ardere con ancora maggiore intensità. “Non è solo un artefatto magico ...” Disse a bassa voce. “… è molto di più. E lo stanno usando con uno scopo preciso.”
Spostò lo sguardo e si accorse che quella mostruosità non era sola. Almeno altre due, identiche nella postura e nell’aspetto, erano disposte attorno all’altare, a distanza regolare, come parte di un rituale silenzioso e perpetuo. Galeth espirò lentamente, senza distogliere gli occhi dall’Avamposto. “Conto almeno una ventina tra goblin e hobgoblin. Così, a un’occhiata veloce.” Kail annuì distrattamente, ancora concentrato sulla rete di energia. Ora tutto gli era chiaro. Quella trama mistica non era una semplice emanazione: era un vincolo. Un sigillo magico per tenere la dea dalle molte teste confinata nella sua tana, impedendole di intromettersi nei loro piani di conquista e dando loro il tempo di organizzarsi, strutturando ancor meglio forze e risorse.
Senza la loro protettrice, il popolo della palude non avrebbe mai potuto resistere agli invasori. Sarebbero morti o fuggiti in massa per salvarsi la vita. In pochi mesi, Xak - Khalan si sarebbe trasformata in un prezioso Avamposto strategico per le forze oscure; una testa di ponte capace di schiacciare l’intera Abanasinia settentrionale. Il mezzelfo dovette ammetterlo a denti stretti: era un piano ambizioso e geniale, che poteva davvero funzionare.
Galeth si abbassò dietro un intreccio di radici emerse, studiando la disposizione delle difese. Non parlò subito. Lasciò che lo sguardo scorresse lento; sulle torri, sulle palizzate, sui fuochi del campo, sui movimenti irregolari dei goblin. Sugli uomini alati, immobili attorno al cristallo. Poi, con tono basso ma fermo, disse: “Non ci muoviamo finché non sappiamo esattamente cosa abbiamo davanti. Non mi interessa cosa sembra questo posto … voglio sapere come funziona.”
Indicò con due dita, tracciando linee invisibili nell’aria. “Dobbiamo prima capire dove sono forti e dove sono vulnerabili. Quanti sono precisamente, come si sono organizzati, cosa difendono davvero.”
Fece una breve pausa e poi concluse: “Dividiamoci i compiti. Io cercherò di scoprire con esattezza quanti goblin e hobgoblin difendono questo Avamposto. Tu, Terren, cerca anomalie o debolezze da sfruttare. Kail, occupati degli uomini alati: scopri cosa fanno e quanti sono. Restiamo a corto raggio e non corriamo rischi inutili. Torniamo qui prima che faccia buio.” Terren annuì appena, già concentrato su un percorso che solo lui sembrava vedere. Kail esitò un istante prima di muoversi nella direzione opposta, mentre Galeth restò dov’era, immobile, a osservare e a contare.
Il tempo nella palude non scorreva: si depositava. Le ore passarono lente, segnate solo dal mutare dei suoni e dal calore progressivo della luce. Quando si ritrovarono, il giorno stava cedendo il passo alla sera. “Non è solo un Avamposto …” Esordì Terren a bassa voce. “Hanno dei prigionieri.” Galeth sollevò appena lo sguardo. “Quanti?” Domandò asciutto. “Quattro, forse cinque uomini della palude. Legati ma vivi. Le guardie sono poche … e distratte.” Un dettaglio che non sfuggì a nessuno.
Kail parlò subito dopo, ma con tono diverso, più incerto, come se stesse ancora elaborando ciò che aveva visto. “Gli uomini alati non si comportano come sentinelle. Non pattugliano, non reagiscono a quello che succede intorno a loro …” Fece un segno verso il centro dell’Avamposto. “Restano lì. Sempre. Per ore. Ne ho visto solo uno venire sostituito, una volta soltanto, da quando siamo arrivati.” Terren si voltò verso di lui. “Sostituito in che modo?”
Kail fece un gesto lento con la mano. “Uno prende il posto dell’altro senza interruzione. E’ come ... come se non potessero permettersi nemmeno un istante di vuoto.” Galeth annuì, assimilando l’informazione. “Quindi non stanno difendendo la gemma.”Il mezzelfo scosse la testa. “No. La stanno usando. O meglio … sembrano tenerla attiva. Credo che se perdessero la concentrazione … il legame si spezzerebbe.” Seguì un breve silenzio, rotto solo dai suoni lontani dell’Avamposto. Poi Galeth estrasse un coltello dalla cintura e tracciò con la punta una linea nel fango. “Allora, mettiamola così. Ho contato ventidue goblin e sedici hobgoblin. Disorganizzati, ma numerosi. Sei uomini alati, nella peggiore delle ipotesi. E un punto centrale che non può rimanere incustodito un solo secondo.” Alzò lo sguardo su entrambi. “Ora parliamo di cosa fare.”
Terren fu il primo a proporre una soluzione. “Potremmo tornare indietro e avvisare il popolo della palude. Se sapessero cosa sta succedendo qui …” Galeth lo interruppe subito. Non con saccenza, ma con la calma consapevole di chi aveva combattuto molte guerre. “Loro già sospettano l’esistenza di questo posto; il fatto che ci siano dei prigionieri lo dimostra. Se avessero voluto venire in massa per verificare il silenzio della loro dea, l’avrebbero già fatto.” Il suo tono non era duro, ma definitivo. “Hai visto cos’è successo al terzo Avamposto. Senza quella creatura, sarebbero stati annientati. La maggior parte di loro ha paura … e hanno ragione ad averne.” Kail annuì lentamente. “Se li coinvolgiamo, li costringiamo solo ad esporsi a un massacro. E stavolta … nessuno verrà in loro soccorso.” Lo sguardo gli cadde, per un attimo, sulla direzione della grotta. “Se la loro dea si risveglierà, sarà lei stessa a richiamarli, se riterrà necessario farlo. Non prima.” Terren non insistette.
Galeth proseguì. “Seconda opzione: attacco diretto.” Il mezzelfo scosse subito la testa. “Anche se avessimo la meglio sui goblin e gli hobgoblin, se quegli uomini alati sono potenti e astuti come Galen Dracos, non avremmo speranza in uno scontro frontale. Se cadiamo noi, la gemma resterà lì e chi tra loro ci seguirà nella morte, verrà sostituito da altri.” Galeth annuì. Era già arrivato alla stessa conclusione. “Resta una sola strada.” Concluse il guerriero. “Entrare di soppiatto.” Terren lo fissò con scetticismo. “Non avevi detto che era una follia?”
“Certamente lo è …” Ammise Galeth, puntando il dito verso la gabbia di legno dove l’elfo aveva scorto i prigionieri. “Se entrassimo per combattere, moriremmo. Ma tu hai trovato una falla.” Tornò a guardare Terren, poi fece un cenno col mento verso Kail. “E tu invece, hai capito cosa tiene in piedi questo Avamposto.” Aggiunse con sguardo astuto. “I prigionieri possono darci il tempo che ci serve. Li liberiamo senza fare rumore e li usiamo per creare pressione … non per vincere, ma per distrarre.” Il guerriero si concesse una pausa intensa.
“Non ci serve batterli. Dobbiamo solo aprire un varco abbastanza ampio da raggiungere il cristallo e sottrarlo agli uomini alati. E’ l’unico modo per non sprecare le loro vite, né le nostre. Liberare la creatura e sperare che la sua ira si abbatta sull’Avamposto, rimane la nostra migliore strategia.” Il piano era fragile, disseminato di insidie e potenziale falle. Mille cose potevano andare storte, ma era l’unico che avesse una possibilità concreta di riuscire.
I tre compagni si scambiarono un cenno d’intesa. Anche se molti dettagli restavano nebulosi, Terren tagliò corto: “Allontanare la gemma dagli uomini alati sembra un’ottima soluzione, ma iniziamo dai prigionieri. D’accordo?” Kail e Galeth si alzarono senza rispondere, preparando le armi e studiando una linea d’azione.
Decisero di agire con il favore delle ombre. La notte scese lentamente, avvolgendo la palude in un’oscurità densa, quasi liquida. Le torce dell’Avamposto sembravano galleggiare nel nulla, piccole ferite di luce nel buio pesto. L’elfo si mosse per primo, guidando gli altri lungo un percorso silenzioso tra i miasmi della terra umida. Kail lo seguiva a breve distanza, mentre Galeth chiudeva la fila, i sensi tesi a controllare che nulla strisciasse alle loro spalle. Si fermarono quando la sagoma della gabbia emerse dalla foschia.
Due goblin montavano la guardia: uno seduto, con la testa ciondolante nel sonno; l’altro in piedi ma distratto, impegnato più a restare sveglio che a sorvegliare davvero. Terren tese l’arco senza un suono. La freccia colpì il bersaglio alla gola prima che la creatura potesse rendersi conto del pericolo. Kail emulò il compagno, scoccando una freccia che si infilò tra le costole della seconda guardia, proprio mentre accennava a voltarsi. Un colpo rapido, preciso. Il corpo si accasciò nel fango senza un rumore. Il silenzio tornò a farsi assoluto non appena Galeth raggiunse i compagni. Restarono immobili, in ascolto, finché non ebbero la certezza che nessuno avesse notato la loro incursione. Solo allora si avvicinarono alla prigione.
Dentro la gabbia, diverse paia di occhi giallastri si accesero nel buio. Scaglie umide, corpi tesi e pronti allo scatto. Dalle ombre filtrava un’ostilità palpabile, un vento di diffidenza che nasceva direttamente dai loro sguardi fissi. Kail si fece avanti lentamente, tenendo le mani bene in vista. Evitò ogni movimento brusco e, quando parlò, lo fece sottovoce, scegliendo parole semplici. “Noi non siamo nemici. Vogliamo aiutarvi.” Gli occhi da rettile degli uomini della palude sbatterono più volte, filtrando la luce in quel modo alieno che li contraddistingueva. Sibilarono tra loro in una lingua gutturale, valutando se prestare fede alle parole del mezzelfo.
Infine, uno di loro si fece avanti; le catene che lo tenevano inchiodato al terreno emisero un flebile tintinnio metallico. Fissò Kail a lungo, poi spostò lo sguardo su Terren. “Voi venire … per capire perché dea dalle molte … teste dormire?” Kail esitò un istante, poi annuì. “Si. La vostra della dea … dorme ora. Quella cosa verde che luccica …” Indicò verso il centro dell’Avamposto. “… la tiene prigioniera nel sonno, nella sua tana sotto la collina.” A quel punto, un secondo prigioniero si accostò alle sbarre; sembrava più anziano del suo compagno. “Lei … non sentire più nostre chiamate. Molte lune ormai.” Sospirò, ma l’effetto fu un sibilo continuo e rauco. “Altri anziani dire … di non venire. Zona proibita questa … casa della dea dalle molte teste.”
Galeth intervenne, mantenendo il tono basso ma fermo. “Eppure siete venuti lo stesso.” La creatura si ritrasse con un ringhio sordo, mentre l’altro piantava i suoi grandi occhi membranosi sul guerriero. “Loro giovani … volere sapere perché dea è silenziosa … e io guidati …” La creatura grugnì come se stesse imprecando contro sé stessa per aver commesso un errore imperdonabile per la sua età. “… ma quando uomo alato visto noi … troppo tardi … noi molti mostriciattoli uccisi … ma anche tre di noi caduti. Noi arresi … io … loro … morti altrimenti.” L’uomo rettile emise un fischio basso e umido, il suono di chi ha dovuto scegliere il male minore per tenere in vita i propri fratelli più giovani.
Terren si mosse in avanti e iniziò a lavorare sulla serratura con gesti rapidi e precisi. Nel frattempo, Kail riprese a parlare: “Non abbiamo molto tempo. Siamo qui per liberarvi, ma abbiamo bisogno del vostro aiuto.” Fece una breve pausa, scrutando la reazione dell’anziano uomo della palude. Il suo sguardo era feroce, determinato, ma il mezzelfo leggeva anche la cupa preoccupazione per i ragazzi che aveva alle spalle. “Non vi chiediamo di rischiare le vostre vite più di quanto faremo noi con le nostre. Dovrete aiutarci a combattere contro i mostriciattoli e abbatterne quanti più potete. Dovrete tenerli impegnati, mentre noi ci occuperemo del resto.” Indicò di nuovo il centro. “Non dobbiamo vincere. Solo guadagnare tempo per portare via la gemma verde che sta facendo dormire la vostra dea.”
Calò un silenzio teso attorno alla gabbia. Poi, dopo aver gettato un lungo sguardo ai suoi simili, l’anziano annuì. “Se dea si sveglia … io posso chiamare.” Kail sorrise appena. “Si. E’ quello che ci auguriamo anche noi. Gli uomini alati sono tanti e troppo potenti in questo campo, non possiamo sperare di sconfiggerli tutti. Solo la vostra dea può farlo.” La serratura scattò con un suono secco, subito smorzato dalla mano di Terren. L’elfo si mosse tra di loro senza paura, raggiungendo il blocco centrale dove i ceppi erano ancorati. Armeggiò per qualche secondo e li liberò. Le catene cedettero e le creature uscirono alla luce delle lune uno alla volta, muovendosi con cautela, ma con una tensione pronta ad esplodere da un momento all’altro.
Galeth li osservò, valutandoli rapidamente. Non erano soldati addestrati, ma non erano nemmeno prede. Conoscevano la palude come le loro tasche e avrebbero svolto i loro compiti con grande efficienza; ne era convinto. Quando Terren emerse dalla gabbia però, aveva un’espressione cupa che Kail non poté fare a meno di notare. “Cosa c’è?” Chiese il mezzelfo a bassa voce.
“Abbiamo un problema lì dentro.” Rispose l’elfo, rimanendo sulla soglia. Kail si fece avanti e il compagno gli cedette il passo di appena un soffio. Non appena mise piede nella gabbia, il mezzelfo comprese subito l’inquietudine di Terren.
Poco più avanti, quasi inghiottito dall’oscurità della cella, giaceva un uomo della palude con il corpo ripiegato su sé stesso. Il suo respiro era un rantolo faticoso, umido e irregolare. Avvicinandosi per esaminarlo, Kail notò che le sue ferite erano profonde: un groviglio di vecchi squarci e lacerazioni recenti. Non erano solo tagli di lame o segni di artigli; c’era qualcosa di più sinistro, come bruciature e segni di strangolamento. La voce dell’anziano uomo rettile sibilò alle spalle del mezzelfo: “Lui … forte. Combattere con uomo alato e mostriciattoli insieme. Poi cadere.”
Kail abbassò lo sguardo. Nonostante il cuore gli dolesse per il coraggio dimostrato dalla creatura, la logica restava ferale: portarlo con loro sarebbe stato un suicidio. Non solo avrebbe intralciato il piano, ma lo sforzo del trasporto lo avrebbe ucciso prima del tempo. Galeth osservava la scena in silenzio oppresso dal rimorso: “Se solo avessimo ancora la spilla di Mishakal …” Mormorò con voce bassa, quasi incrinata. “… forse adesso potremmo fare qualcosa di più che guardarlo morire.” Il guerriero serrò i pugni fino a sbiancare le nocche. Kail percepì tutto il peso della colpa che l’amico si stava addossando: il dolore di un uomo impotente, che aveva preso, all’insaputa del compagno, una decisione troppo grande per le sue solo forze.
In un angolo, Terren guardava curioso la scena. Kail sospirò, poi fissò il guerriero con occhi comprensivi ma d’acciaio. “E’ inutile che ti tormenti, amico mio. Hai fatto una scelta a Crossing e credo sia stata quella giusta. Chi di noi, d’altronde, avrebbe saputo usare quella spilla per curare questa creatura? Io no, e nemmeno Terren, temo.” Posò una mano sulla spalla del compagno, stringendola con fermezza. “Quella spilla è nelle mani giuste, ne sono certo. Ora torna in te, o non ne usciremo vivi.” A quelle parole, Galeth parve scuotersi. Si rilassò appena, poi uscì dalla gabbia per raggiungere gli uomini della palude che erano di vedetta. Terren lo guardò passare. Una spilla consacrata a Mishakal? I suoi due nuovi compagni diventavano ogni giorno più enigmatici.
Nel frattempo l’anziano, che si presentò come Uluth, si avvicinò al mezzelfo ancora chino sul ferito. Non c’era panico nei suoi gesti, solo una tensione trattenuta. Uluth sbatté le palpebre due volte e sibilò: “Vedo dolore in te … ma … portare lui … non possibile.” Kail annuì mestamente. “Lo so. Se lo portiamo con noi, moriamo tutti. Ma se lo lasciamo qui …” Fece un respiro lento, carico di amarezza. “… e se restiamo vivi … possiamo tornare a prenderlo.” La creatura emise un sibilo sommesso, come a suggellare quella verità. “Qui … quando tutto crolla … quando dea arriva … sarà posto sicuro.” “Se riusciremo a chiamarla in tempo …” Commentò Kail con una nota di angoscia. “Dea … verrà …” Rispose Uluth, con una certezza che non ammetteva repliche. Kail non ribatté. L’anziano si chinò sul ferito, posando una mano nodosa sulla fronte che ardeva di febbre. Sibilò una preghiera o forse un commiato, poi si rialzò: non era un addio, ma una promessa muta. I due uscirono all’aria umida della sera, seguiti dal silenzio vigile di Terren.
Nel frattempo, Galeth aveva trascinato lì vicino i cadaveri dei goblin per poi scaraventarli con rabbia dentro la gabbia, richiudendo la grata con un colpo secco. Si riunirono al piccolo gruppo del popolo della palude, appostandosi a breve distanza dal centro dell’Avamposto, protetti dalla vegetazione fitta. Da lì la videro. Una luce, di un verde malato, si irradiava ovunque, filtrando tra le strutture di legno come artigli innaturali. Pareva un maligno predatore in attesa, pronto a ghermire chiunque osasse avvicinarsi. Attorno ad essa, tre possenti figure ammantate restavano immobili: sagome d’inchiostro scolpite nella notte. Per un istante, nessuno ebbe il coraggio di parlare. Poi il guerriero ruppe il silenzio. Non guardava i compagni, né gli alleati. Il suo sguardo era fisso sulla gemma.
“Prima di decidere come muoverci … dobbiamo chiarire una cosa.” Disse con voce bassa ma tagliente. “Chi prende il cristallo?” Il silenzio tornò a farsi pesante. Gli uomini della palude si scambiarono sguardi rapidi, con i loro strani occhi a doppia palpebra. Nessuno di loro si fece avanti. Era evidente che quell’oggetto li terrorizzasse quanto la minaccia che incombeva sulla loro divinità. Non era codardia, ma un istinto primordiale che urlava di non toccare ciò che la loro mente non poteva concepire. Terren distolse lo sguardo, con un’espressione di disgusto che valeva più di mille spiegazioni.
Sotto la tunica di Kail, il medaglione prese a pulsare a scottare come un tizzone ardente. Il battito si fece più forte, martellante. Il mezzelfo sembrava soffocare sotto un peso invisibile, ma la verità era più atroce: stava lottando contro il richiamo oscuro del cristallo, una frequenza distorta che risuonava in sintonia con il suo medaglione. Galeth, notando la sofferenza dell’amico, attese ancora un istante. Poi dichiarò: “Se ne nessuno se ne occupa … lo farò io.” Non era una sfida, ma una fredda constatazione.
Kail sollevò lo sguardo di scatto, come se si fosse svegliato da un incubo. Per un attimo, il bagliore verde della gemma si riflesse nei suoi occhi e il dolore causato dal suo magico pendaglio si fece lancinante. “No, non è una buona idea. Non per Galeth. Non per nessuno di noi.” Pensò tra sé, mentre le dita si serravano convulsamente sull’elsa della spada, cercando un ancoraggio con la realtà. “Me ne occupo io.” Disse infine. La voce gli uscì secca, precedendo la sua stessa volontà. Tutti si voltarono verso di lui. Kail sostenne lo sguardo del guerriero senza vacillare. Non spiegò perché. Non aggiunse nulla.
Galeth lo studiò per lunghi secondi. Non gli importava il come Kail intendesse farlo, ma il se pensava realmente di poterlo fare. “Te la senti davvero?” Chiese infine. Il mezzelfo annuì. Poi, con un sospiro appena udibile, aggiunse: “Fidati di me. Fidatevi tutti. Penso di essere l’unico qui che ha una possibilità di farlo.” Terren rimase in disparte, in un silenzio d’attesa. Galeth annuì una sola volta: la parola di Kail bastava ed avanzava per dargli ampia fiducia. Si accovacciò nel fango accanto a tutti loro e tracciò una mappa approssimativa. “Non possiamo permettere che questo posto si svegli tutto insieme …” Disse, tornando al suo solito tono operativo. “… se succede … le riserve degli uomini alati entreranno in gioco, e saremo spacciati. L’obiettivo è uno solo: arrivare lì, spezzare l’equilibrio che sembra legare quei tre alla gemma, e portarla via prima che capiscano cosa sta succedendo.”
Si voltò verso Terren. “Non voglio caos. Non ancora. Voglio che crei scompiglio, incertezza. Devi farli muovere, dubitare perfino di se stessi, ma senza farli reagire tutti insieme. Sono goblin, per fortuna … l’intelligenza non è il loro forte.” L’elfo accennò un lento sorriso d’intesa. Poi Galeth si rivolse agli uomini della palude, scegliendo parole semplici. Le più semplici che gli vennero in mente. “Voi … muovetevi in silenzio. Andate dove Terren attirerà i mostriciattoli. Prendete loro alle spalle.” Mimò un gesto rapido alla gola. “Uccideteli e sparite … la palude è casa vostra: finché resterete entro i suoi confini, sarete invisibili.” Uluth rispose con un sussurro gutturale: “No rumore. No errore.” Il guerriero annuì, ghignando astutamente.
Infine tornò a fissare Kail. “Noi due puntiamo al centro. Tu procedi davanti e io ti coprirò le spalle.” Le parole di Galeth rimbombarono nelle orecchie del mezzelfo come un’eco indistinta, ovattata da un ronzio persistente. Il ciondolo non pulsava più solo contro il petto: ora batteva fin dentro la testa, offuscandogli i sensi e rendendo l’aria pesante. Mai l’aveva sentito così forte, così vivo, così affamato.
Ogni volta che sfiorava la gemma verde con lo sguardo, percepiva un richiamo insistente, una pazienza millenaria che lo chiamava per nome. Non aggiunse nulla alle parole del guerriero.
Galeth continuò, la voce ridotta ad un soffio: “E’ molto probabile che gli uomini alati non si muoveranno. Non per primi. Ma se li costringiamo a reagire … se anche solo uno perde il controllo per un attimo …” Lasciò volutamente la frase sospesa. “… è li che entreremo.” Concluse, senza bisogno di altre parole. Indicò ancora il centro. “Ci avviciniamo mentre loro li tengono impegnati …” Fece un cenno a Terren e agli uomini della palude. “… quando saremo abbastanza vicini, io e Kail colpiremo. Veloce. Pulito. Uno cade, lui prende la gemma e la porta più lontano possibile dal campo.” Poi guardò l’uomo rettile più anziano con gravità.
“A quel punto, possiamo solo sperare che riusciate a chiamare la vostra dea e che lei sia in grado di rispondere in tempo. Altrimenti … siamo tutti morti.” “Se tu liberi … lei viene …” Sibilò Uluth, con le squame che parevano vibrare. “Se noi chiamiamo … lei viene sempre. No paura di questo.” Concluse la creatura con inquietante sicurezza. Terren annuì e svanì un istante dopo, fondendosi con le ombre circostanti. Gli uomini della palude si dispersero come nebbia sull’acqua. Galeth rimase immobile ancora un secondo, poi sfiorò il braccio di Kail. “Appena questa storia finisce, mi devi delle spiegazioni. Lo sai, vero?” Il mezzelfo sostenne il suo sguardo. Negli occhi del compagno non lesse la semplice curiosità di chi era stanco di ascoltare storie improbabili sulle sue innate virtù mistiche; vi scorse la necessità pragmatica di un soldato che doveva conoscere il peso e l’affilatezza delle armi dei propri commilitoni. Senza alcun filtro. Ne andava della sopravvivenza di tutti. Kail accennò uno stanco sorriso e annuì in silenzio.
All’inizio non fu caos, fu sottrazione. Un suono che mancava dove avrebbe dovuto esserci, un passo che non seguiva l’altro, una voce che non riceveva risposta. Kail avanzava lentamente; troppo lentamente. Davanti a lui, la luce smeraldina filtrava tra le impalcature dell’Avamposto, pulsando a intervalli irregolari, come se respirasse. I tre uomini alati erano ancora lì, immobili, le mani enormi ed artigliate posate su quella superficie innaturale. Dietro di lui, Galeth era una presenza costante, silenziosa, il cui sguardo tagliente pesava sul mezzelfo come una lama.“Muoviti”. Non lo diceva, ma Kail lo percepiva come un ordine muto. Il vero ostacolo, però, non erano le tre creature ammantate, ma quel dannato cristallo che sembrava soffocarlo ad ogni passo.
Alla loro sinistra un’ombra scivolò tra due palafitte. Un goblin si voltò, ma un istante troppo tardi. Una mano squamata gli afferrò il collo. Un rapido gesto, un suono innaturale, ed esso si spezzò come una ramo secco. Poi, di nuovo il silenzio. Gli uomini della palude erano invisibili, letali. Poco più in là, Kail percepì il passaggio di Terren: non lo vide, ma colse i segnali che solo un occhio esperto poteva notare. Uno scricchiolio portato dal vento, un sussurro appena udibile, un riflesso dove non avrebbe dovuto esserci luce. Movimenti minimi, anomalie lievi, ma seminate con precisione chirurgica. “Hai sentito?” Gracchiò un goblin verso il compagno. Nessuna risposta. Fece un passo. Poi un altro, e scomparve oltre una struttura, inghiottito dall’oscurità. Senza un suono, senza una traccia. Non tornò più. Nel frattempo il mezzelfo lottava per restare lucido. Avanzò ancora. Un piccolo passo, poi un altro. Il medaglione gli toglieva il respiro, costringendolo a portarsi la mano alla gola in cerca d’aria. Si fermò, il cuore che martellava contro le costole. “No, non un’altra volta.” Pensò, terrorizzato.
“Stai già perdendo tempo.” La voce arrivò netta, senza preavviso. Kail chiuse gli occhi per un istante, costringendosi a muoversi. “Non puoi farcela.” Il tono era piatto, una verità oggettiva che non ammetteva repliche. Nonostante provasse ad isolare i pensieri, a concentrarsi solo su quello che doveva fare, i ricordi lo travolsero come un esercito invasore. L’accampamento degli orchi. L’odore del sangue, le urla strazianti, le sue mani armate che falciavano senza pietà, incapaci di distinguere i guerrieri da donne e bambini.
“Io sì.” Sentenziò la voce, carica di una brama oscura. Kail serrò i denti e si impose di proseguire. Davanti a loro, un gruppo di goblin si muoveva più rapidamente ora. Le voci erano cambiate: non più schiamazzi, ma richiami tesi, carichi di conflitto. “Dov’è finito?” Chiamò un hobgoblin da un lato. Un suono soffocato, un tonfo sordo, e il silenzio tornò a regnare, più denso di prima. Poi di nuovo: “Chi va là?!” Un’altra colluttazione fulminea, altre ossa che si spezzavano. Il primo errore.
Il mezzelfo si irrigidì. Dietro di lui, Galeth si abbassò appena, pronto a tutto. “Sta iniziando.” Riprese la voce, come uno spillo conficcato nel cervello. Kail scosse la testa. “No.” Si disse, rifiutandosi di cedere di nuovo alla mostruosità che sussurrava dentro di lui. “Lascia che lo finisca io.” Un altro ricordo lo investì come un fiume in piena: la fortezza del Cavaliere fantasma. Il controllo che svaniva, il mondo ridotto a bersagli da eliminare, gli spettri che cadevano uno dopo l’altro. Rammentava con orrore l’attimo in cui era stato sul punto di distruggere anche Lord Ravenshadow, un’anima innocente. Solo il sacrificio della sua dama glielo aveva impedito, evitando anche che la sua anima non cedesse per sempre all’oscurità.
Kail inspirò a fondo, le labbra secche. “No.” Ribadì a sé stesso: un sussurro che era una preghiera e una sfida. “Morirete.” Il mezzelfo non rispose. Continuò ad avanzare. Ora erano vicini. Così vicini da vedere la superficie della gemma: non era liscia, ma sembrava incresparsi, mutare, come se qualcosa all’interno cercasse di emergere o risucchiare dentro. Il pendaglio di sua madre reagì di nuovo con una violenza incontrollata, un calore che minacciava di bruciargli la carne. Kail vacillò. Il passo successivo fu così incerto che, se Galeth non l’avesse afferrato per il braccio, sarebbe crollato nel fango. La presa del guerriero fu breve ma ferrea; gli rivolse uno sguardo che era una domanda muta, carica di una preoccupazione che non poteva permettersi di esprimere. Il mezzelfo annuì, mentendo a se stesso prima che all’amico.
Un rumore improvviso, metallo contro legno, squarciò il velo del silenzio alle loro spalle. Poi un urlo soffocato, e un altro ancora. La sottrazione era finita: il campo si stava risvegliando. Un goblin sfrecciò tra le palafitte, un altro gridò ordini confusi nella penombra. Una torcia cadde, incendiando le ombre. Al centro dell’Avamposto, uno degli uomini alati si irrigidì. Non si voltò, ma le sue spalle si contrassero con una lentezza inesorabile, come se una crepa invisibile avesse appena intaccato la sua concentrazione. Kail si fermò di nuovo, il fiato corto. Il medaglione lo stava ustionando. “Adesso.” Ordinò la voce. Ma il mezzelfo restò immobile. L’uomo alato inclinò appena il capo; i suoi occhi, ancora nascosti, non erano più assenti. Qualcosa lo stava richiamando alla realtà, e loro erano a pochi passi dalla gemma.
Il momento in cui tutto si spezzò fu preciso come un colpo di mannaia. L’uomo alato davanti a loro ebbe un’esitazione appena percettibile, un tremore che dalle spalle risalì lungo il collo: il legame che lo ancorava al cristallo verde si era incrinato. Kail lo notò, ma era ancora intrappolato nella sua lotta interna. Il pendaglio pulsava con talmente tanta ferocia che ad ogni battito del cuore gli risaliva in bocca il sapore acido della bile. La voce nella sua testa non si limitava più a suggerire: ora pretendeva! Gli palesava visioni di gloria e distruzione, gli offriva esiti vincenti, mostrandogli se stesso trasformato in qualcosa di più forte, più veloce, inarrestabile. “Lasciati andare. Lascia che lo faccia io. Non devi morire qui.” Il mezzelfo serrò i denti fino a farsi male, il respiro ridotto a un rantolo. Le gambe non rispondevano più. Sapeva che la voce diceva il vero, ed era proprio per questo che non poteva permetterselo.
Galeth non aspettò oltre. Si mosse come un colpo già sferrato, estraendo lo spadone con una rapidità brutale e colmando la distanza in pochi passi. La lama penetrò nella schiena dell’uomo alato non senza incontrare resistenza, tanto che il guerriero dovette usare entrambe le mani per trapassarlo fino all’elsa. Per un istante sembrò che tutto fosse finito lì: il corpo della creatura che si inarcava, si contraeva, pronto ad afflosciarsi. Invece qualcosa andò storto. La figura massiccia della creatura, con quella gobba innaturale sotto il mantello, si irrigidì di colpo. Fu come se la carne mutasse in pietra! La trasformazione risalì lungo la lama dello spadone, serrandola, inglobandola. Galeth lasciò l’impugnatura d’istinto e balzò indietro, imprecando sottovoce mentre la sua arma restava prigioniera di quella massa immobile.
Nel buio, gli altri due uomini alati reagirono. Kail e Galeth temettero per le loro vite, ma il loro attacco non arrivò. Non potevano. Il legame simbiotico con la gemma si era spezzato con la morte (o la pietrificazione) del loro compagno. Iniziarono a barcollare, simili a ubriachi intossicati da fumi velenosi. Fu in quel preciso istante che Kail afferrò la gemma. Fu un errore e una necessità allo stesso tempo. Appena le sue mani si chiusero sulla superficie ruvida del cristallo, una scarica di energia gli attraversò il corpo, violenta e lacerante. Per un battito di ciglia, la distinzione tra lui e ciò che stringeva svanì.
Vide. Non con gli occhi, ma con la mente. Vide un luogo che non apparteneva a questo mondo: un’oscurità vasta, stratificata, percorsa da presenza antiche e malevole. Furono solo frammenti di immagini, ma bastarono a portarlo sull’orlo della follia. “Un passaggio …” Commentò la voce. “Un frammento di ciò che apre la via. Questo è quel cristallo.” Kail urlò senza emettere suono. Strinse la gemma e corse via. Non sapeva dove stesse andando, sapeva solo che doveva allontanarsi, aggrappandosi all’ordine ricevuto come una nave alla sua ancora.
Dietro di lui, gli uomini alati crollarono al suolo, svuotati, privati della forza che li sosteneva. Galeth indietreggiò ancora, senza voltarsi, riguadagnando terreno mentre il campo intorno a loro esplodeva definitivamente: un’apocalisse di urla, corpi che cadevano e caos che deflagrava ad ogni angolo. Ma Kail non vedeva nulla. Correva tra le palafitte, poi nel fango viscido della palude, tra radici affioranti e acqua stagnante, senza una meta reale. Il medaglione era un sole nero nel petto e la voce cresceva ad ogni momento d’intensità. “Che cosa ne farai adesso?” Il mezzelfo strinse i denti, il silenzio come unica difesa. “Tu non sai con quali forze stai giocando. Non puoi lasciarla qui.” Sentenziò la voce. Un’immagine prese vita nella sua mente: la palude devastata, le rovine, gli uomini rettile sterminati e il cielo oscurato da ali nere e immense.
“Questa è una scheggia dell’antica Pietra della Fondazione, un legame diretto con l’Abisso, la dimora della Signora Oscura. E’ un oggetto troppo prezioso per loro, più di qualunque altra cosa al mondo. Se lo abbandoni, torneranno. E non manderanno goblin o “uomini alati”, come tu li chiami. Manderanno qualcosa che questo mondo non può fermare. Qualcosa che forse nemmeno io posso fermare. Sai a cosa mi riferisco, vero?”
Terrorizzato da parole che comprendeva solo in parte, ma si cui intuiva la portata catastrofica, Kail inciampò di nuovo. Si rialzò a fatica, riprendendo la sua corsa cieca. Era sfinito; ogni muscolo del suo corpo era un grido di dolore, ma la voce non gli concedeva trregua. “Non esiste luogo su Krynn dove tu possa nasconderla. Non c’è posto che possa proteggerla da ciò che la reclama.” Il respiro del mezzelfo si ridusse a un rantolo irregolare. La mente cominciava a cedere sotto il peso di quelle parole. “Dovrai portarla con te.” Seguì una pausa, poi un sussurro più profondo, quasi nostalgico: “E io tornerò a casa, finalmente.” Kail scosse la testa con violenza, quasi a voler espellere quel parassita mentale. “No!” Gridò, ma la parola si perse nell’umidità della palude. “Apri il passaggio.” La pressione aumentò fino a diventare insopportabile. Ormai non era più una voce quella che sentiva, ma una volontà aliena che schiacciava la sua. Kail sentì qualcosa cedere dentro di sé.
Tuttavia, fu proprio in quel preciso istante che il terreno tremò! All’inizio parve l’ennesimo inganno del medaglione, ma poi giunse il suono: un rombo antico, profondo, come qualcosa che si muoveva sotto la terra stessa. Kail si fermò, le gambe incapaci di sostenerlo ancora. Poi la palude esplose. Un boato titanico scosse la terra, sollevando colonne d’acqua, fango e radici. Un fragore così potente da spezzare ogni altro rumore. Il mezzelfo non ebbe la forza di voltarsi; la vista gli si offuscò e le energie lo abbandonarono definitivamente. Cadde nel fango con un suono sordo, mentre un’oscurità densa e fredda lo avvolgeva.
Quando la terra si aprì, nulla poté opporsi. La gigantesca Idra emerse dalla palude con la violenza di una catastrofe naturale: quattro teste da rettile si levarono furiose, simili a torri viventi che squarciavano il fumo e i detriti. Una bianca, una rossa, una blu e una nera: ciascuna emanava una forza primordiale e devastante. Alta dieci metri e lunga quasi venti, la creatura possedeva la maestosità di un drago e la ferocia di un predatore supremo. Dalle fauci bianche esplose un soffio di ghiaccio che congelò sul posto due goblin in fuga, trasformandoli in statue di cristallo. La testa azzurra scatenò fulmini che incendiarono l’aria, mentre acido e fuoco completavano la devastazione. L’Avamposto cessò di esistere in pochi istanti. Perfino gli uomini della palude restarono impietriti: raramente la dea dalle molte teste aveva manifestato il suo potere con tale, spietata risolutezza.
I goblin e gli hobgoblin vennero travolti, arsi vivi o dissolti nell’acido in una rotta disperata. Gli uomini alati, tentarono un ultimo, inutile contrattacco, unendo le loro forze oscure, ma bastarono pochi scambi perché comprendessero l’inutilità dello scontro. Uno di loro evocò un’oscurità densa come la pece, avvolgente come le ombre stesse, per coprire la loro ritirata. Prima di svanire, distrussero il corpo pietrificato del loro compagno, riducendolo in frammenti informi. Quando la nebbia nera si dissolse, della creatura non restava che lo spadone di Galeth, corroso e annerito, tra brandelli di mantello scuro. Nonostante fosse ormai quasi inutilizzabile, il guerriero lo recuperò lo stesso.
L’idra mosse le sue teste sinuose, puntando gli sguardi verso ogni direzione come se volesse divorare l’orizzonte stesso. Poi vide Galeth. Il guerriero non fuggì. Il terrore l’aveva inchiodato al suolo. Non aveva mai visto un’idra, e l’idea che averlo saputo sarebbe stata l’ultima consapevolezza della sua vita lo attraversò come un brivido freddo. Il corpo del guerriero era rigido, il respiro trattenuto, lo sguardo fisso su quelle teste che incombevano su di lui. Una di esse, quella blu, si abbassò lentamente. L’aria si fece elettrica. La creatura l’annusò e il tempo per Galeth si fermò. Poi, con un soffio d’ozono che gli spettinò i capelli, si ritrasse. L’idra passò oltre, ignorandolo.
Mentre il terreno tremava sotto il suo passo, dalle ombre della palude emersero due uomini rettile. Si avvicinarono alla creatura senza esitazione, prostrandosi in un atto di pura devozione. L’idra indugiò ancora un istante, poi, come se nulla fosse più degno della sua attenzione, si voltò e tornò alla sua tana, lasciando dietro di sé solo distruzione. Quando la quiete tornò a regnare, Terren trovò Kail poco distante. Era a terra, immobile, la gemma abbandonata nel fango a pochi centimetri dalla sua mano. “Kail …” Sussurrò l’elfo, sollevandogli il capo e controllando il respiro. Il mezzelfo riaprì gli occhi lentamente, lo sguardo perso in ricordi annebbiati. “Che .. cosa è … ” La voce gli morì in gola. Rammentava la corsa, la voce nella sua testa, ma il resto erano solo frammenti, spezzoni di immagini caotiche di un incubo senza logica. Poi vide la gemma e un brivido gli corse lungo la schiena. Non aveva ricordi limpidi su di essa, ma il solo guardarla lo terrorizzava.
Poco distante, i sopravvissuti tra gli uomini della palude si erano riuniti attorno a tre corpi distesi. Tra loro c’era Uluth. Nessuno parlava; le loro mani si posarono sui caduti con gesti delicati, mentre un canto basso, solenne e vibrante, si levava tra le nebbie. Un ultimo commiato. Kail osservò la scena in silenzio, comprendendo il peso di quel sacrificio. Uno dei due uomini rettile sopravvissuti si voltò verso di loro. “Voi fatto … grande cosa … per nostro popolo.” Indicò le rovine fumanti dell’Avamposto. “Noi … non dimenticare.” Terren fece un passo avanti, il suo volto di nuovo una maschera di freddo pragmatismo, non lasciava trasparire l’orrore appena vissuto. “Vi ringraziamo. Ma prima di andare … potete dirmi dove si trovano le antiche rovine di Xak – Khalan?” Chiese, indicando un punto imprecisato sulla mappa, e picchiettando sulla pergamena con le dita sottili. L’uomo rettile annuì, alzando un braccio verso una direzione precisa nella palude, dove la nebbia della palude pareva farsi più fitta..
“Uno di noi … guida … se voi volere andare …” Rispose la creatura. “… l’altro porta via ferito in gabbia.” Il vento tornò a muoversi tra gli alberi; la palude sembrava aver ripreso a respirare di nuovo, liberata da un male che sembrava incurabile. L’elfo annuì, riponendo le sue pergamene con gesto metodico.
Dietro di loro, la gemma giaceva ancora a terra. Intatta. Stranamente silenziosa, quasi godesse dell’ombra che proiettava sui loro cuori. Davanti a loro si spalancava un bivio che avrebbe segnato il loro destino: procedere verso i templi della città sepolta o tornare indietro e riprendere il cammino segnato da Anteus e Rashmin? Cosa avrebbero fatto i tre compagni, ora che lo sguardo del male su di loro si era fatto infinitamente più grande e terribile di quanto avessero mai osato immaginare?
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- Scritto da Mike Steinberg
- Categoria: Le Origini Di Kail
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L’alba si sollevò lentamente sopra le rovine di Xak – Khalan, ma la luce non portò alcun sollievo. Si diffuse come un velo lattiginoso sulla palude, insinuandosi tra l’acqua stagnante e le pietre spezzate, incapace di diradare davvero l’oscurità che gravava su quel luogo. La compagnia si era destata da qualche minuto, concedendosi appena un pasto frugale. Nonostante la riluttanza nel separarsi dai cavalli, la necessità di impose con brutale chiarezza: le insidie nella palude non avrebbero lasciato scampo ai destrieri. Meglio lasciarli liberi in un piccolo pascolo posco distante; le possibilità di ritrovarli una volta tornati non erano molte, ma vederli affogare nel fango sarebbe stato un destino peggiore. Consapevoli di non sapere quanto sarebbe durato il cammino in quel marciume putrescente, i compagni si prepararono a sfruttare ogni prezioso istante di luce.
Terren si fermò prima di immergere i piedi nell’acqua. Restò immobile, lo sguardo perso tra le linee confuse della vegetazione e i profili irregolari delle rovine sommerse. Poi abbassò gli occhi sulle mappe che stringeva tra le mani: due pergamene diverse, una più vecchia e l’altra più recente, ma entrambe tracciate dalla sapiente mano elfica. Erano simili, ma non identiche. Le osservò ancora, come se potessero cambiare sotto i suoi strani occhi obliqui. “Queste mappe … “ Mormorò infine a bassa voce. “… non servono a quello che dobbiamo fare.”
Kail sollevò lo sguardo verso di lui, mentre Galeth, in silenzio, si avvicinò di un passo. Terren continuò, tracciando con un dito una linea su una delle pergamene. “Non indicano avamposti di goblin o orchi. Non segnano pattuglie, né rotte di guerra. Sono … percorsi. Luoghi attraversati. Appunti di viaggio.” Fece una pausa, poi aggiunse: “Rashminthalas e gli altri miei fratelli elfi, non le hanno disegnate per scovare forze nascoste della Regina Oscura. Le hanno lasciate in custodia a Durgan e Orsin, affinché qualcuno, dopo di loro, potesse continuare l’esplorazione.”
Notando gli sguardi incerti dei compagni l’elfo sospirò. “Rashminthalas le ha affidate a Durgan proprio per questo. Non gli servivano più. Portarsele dietro, mentre affrontava la missione di Anteus, avrebbe significato rischiare di perdere un tassello fondamentale per il nostro popolo. Un mosaico che, se un giorno venisse ricomposto, riporterebbe alla luce meraviglie dimenticate da molti, ma non da chi ancora custodisce nel cuore gli antichi dei del Bene.” Sollevò di nuovo lo sguardo verso la palude.
“Noi cerchiamo tracce di un esercito. Queste … queste portano altrove. E’ bene che lo teniate a mente.” Seguì un breve silenzio, poi concluse con un’espressione incerta: “Forse i sentieri coincidono. Forse no. Potrebbero esserci utili o portarci del tutto fuori strada. Tuttavia … se vogliamo orientarci …” Picchiettò leggermente la mappa. “… dovremo prima capire dove siamo finiti.” Senza aggiungere altro, fece un passo avanti. L’acqua gli arrivò subito alla caviglia.
Il primo contatto con la palude fu quasi deludente. Nessuna minaccia immediata, nessun segno evidente di pericolo. Solo acqua torbida, fango che cedeva sotto il peso e una nuvola insopportabile di insetti ronzanti. “Queste dannate zanzare avranno prosciugato il mio sangue prima di sera …” Esordì il guerriero, già affranto dopo nemmeno un’ora di cammino. Kail, che non se la passava meglio, suggerì di fermarsi alla successiva isola di terra ferma per verificare l’efficacia degli unguenti venduti loro da Harlven. Terren attendeva pazientemente di vedetta: l’elfo sembrava immune alle amorevoli attenzioni degli insetti di palude.
In effetti le misture che i due compagni avevano spalmato generosamente su ogni spazio scoperto del corpo parevano proteggerli, almeno in parte: l’odore acre teneva lontani gli sciami più fitti, ma non rendeva il cammino meno sgradevole. Ogni passo sollevava detriti dal fondo: foglie marcescenti, frammenti di pietra e qualcosa di viscido e molle che nessuno di loro volle identificare.
Il silenzio, tuttavia, non era assoluto. Per chi sapeva ascoltare, la palude era un coro di suoni e richiami variegati, a tratti irritanti, a volte sinistri. Terren alzava spesso una mano per arrestare la marcia al fine di ascoltarli, eppure i versi apparivano distanti, echi indistinti tra gli alberi contorti. Ed erano pochi. Troppo pochi.
L’elfo si muoveva con cautela, studiando il terreno più che la direzione. Usava la mappa come una specie di bussola concettuale, ma la sua attenzione era quasi interamente rivolta all’ambiente circostante: osservava la crescita delle radici, l’inclinazione dei tronchi e il modo in cui l’acqua stagnava in certe zone e scorreva, quasi impercettibilmente, in altre. Ogni tanto si fermava, consultava la pergamena, e la ripiegava, senza dire nulla.
Il primo segno arrivò quasi per caso. Galeth fu il primo a notarlo: un ramo spezzato, tagliato di netto e ormai annerito dal tempo. “Ehi … guardate qui. Qualcuno è passato da questa parte …” Terren annuì, ma non sembrava condividere troppo l’entusiasmo del guerriero. Poco più avanti, una corda marcita pendeva da un tronco inclinato, ormai quasi del tutto inglobata dalla corteccia. Galeth fece un segno eloquente, come a voler dire: “Te l’avevo detto che ci avrebbe portato a qualcosa.” Terren lo guardò con una punta di severità negli occhi obliqui. Poi si chinò appena: “Non è recente. A giudicare dalle condizioni, è qui da mesi. Forse anni. Tuttavia è vero: qualcuno è passato di qui, ma potrebbe trattarsi di esploratori o cacciatori di tesori. E’ ancora presto per azzardare teorie …” L’elfo passò oltre senza aggiungere altro, mentre Galeth allargò le braccia con disappunto guardando verso Kail. Il mezzelfo ricambiò con un mezzo sorriso e una pacca sulla spalla all’amico, ma il suo sguardo, subito dopo, si fece più attento.
Proseguirono per qualche altra decina di metri, finché l’acqua si fece leggermente più profonda e il fango meno stabile. Fu allora che accadde. Qualcosa di viscido e duro sfiorò la gamba di Kail: un contatto breve, freddo, che scomparve all’istante. Il mezzelfo si irrigidì, voltandosi di scatto e sguainando la spada. L’acqua però era di nuovo immobile. Solo cerchi concentrici che si allargavano adagio. Terren alzò lo sguardo, riponendo le mappe e sfilando lentamente l’arco dalla tracolla. Non era sorpreso, solo vigile. “Non siamo soli.” Bisbigliò. In quel momento, il medaglione di Kail iniziò a vibrare debolmente.
“Indietro!” Urlò l’elfo, arretrando di mezzo passo e incoccando una freccia con la velocità del pensiero. Ma non ci fu tempo. Una massa scura emerse lateralmente, spezzando la superficie dell’acqua con un colpo sordo. Un corpo lungo, muscoloso, lucido di melma, si avvolse attorno a Galeth con una velocità innaturale. Il guerriero non riuscì nemmeno a gridare: il fiato gli fu strappato via mentre la creatura lo trascinava brutalmente sotto la superficie. Poi l’acqua si richiuse e il silenzio tornò, improvviso ed insopportabile. Kail si muoveva freneticamente nell’acqua putrida, cercando un segno, un movimento, qualsiasi cosa. Ma nulla: Galeth e quella bestia serpentina sembravano semplicemente svaniti.
Finché, lentamente, iniziarono ad apparire nuovi cerchi concentrici, sempre più larghi. Kail udì l’arco di Terren tendersi fino allo stremo. Il mezzelfo agitava la spada, muovendosi in tondo, ma non sapeva dove colpire. I suoi occhi erano fissi sulla superficie torbida, cercando un’ombra o un’increspatura. Non ricordava nemmeno da quanto tempo aveva sospeso il fiato. “Dov’è?” Ringhiò, la voce incrinata dalla tensione. Terren non rispose. Era una statua di carne e legno: l’arco teso, lo sguardo fisso su un punto preciso dello specchio d’acqua. Poi, d’improvviso, la palude si spaccò!
La creatura riemerse sollevandosi quasi in verticale, svettando con buona parte del suo sinuoso corpo. Era lunga almeno otto metri, spessa quanto il tronco di un giovane albero, ricoperta di scaglie scure incrostate di fango e detriti. Il muso era quello di un anfibio, ma più affusolato, simile a quello dei rettili. Le fauci si spalancarono in un sibilo basso, rivelando file di denti acuminati e ricurvi. E, stretto tra le sue spire, c’era Galeth.
Sebbene sputasse acqua e melma, agitandosi come un toro impazzito, il guerriero era tutt’altro che privo di iniziativa. Con uno sforzo disperato, era riuscito a liberare un braccio e nella mano stringeva adesso un pugnale. Colpì una volta, poi un’altra, affondando la lama tra le scaglie, laddove la pelle appariva più tenera.
La creatura si contorse, lanciando un sibilo più acuto, quasi rabbioso. Stava Per trascinare nuovamente Galeth sotto la superficie fangosa, ma proprio in quel momento Terren scoccò. La freccia colpì di lato, penetrando tra le pieghe del corpo del mostro. Non bastò ad ucciderlo, ma l’impatto lo fece arretrare quel tanto che servì al guerriero per recuperare l’equilibrio e non sparire negli acquitrini.
“Kail!” Gridò il guerriero allo stremo delle forze. Il mezzelfo non esitò. Si lanciò in avanti nell’acqua, affondando fino al ginocchio, e vibrò un colpo con tutta la forza che aveva in corpo. La lama morse la carne e questa volta il serpente reagì davvero: il corpo si tese allo spasmo, le spire si allentarono per un attimo.
Bastò quel secondo. Galeth crollò in acqua con un tonfo pesante, aspirando aria nei polmoni con un rantolo spezzato, mentre cercava di allontanarsi dalla bestia. Tuttavia, la creatura non insistette. Per un istante rimase immobile, metà del corpo fuori dall’acqua, oscillando leggermente come se li stesse studiando o percependo la loro pericolosità. Poi, con un movimento improvviso, si lasciò ricadere e svanì nelle profondità torbide.
Il silenzio tornò, ma era diverso, carico di adrenalina e paura. Per qualche secondo nessuno parlò. Si udiva solo il respiro affannoso di Galeth e il lento sciabordio dell’acqua che tornava a calmarsi. Terren abbassò l’arco, senza rilassarsi. Kail rimase con la spada sollevata ancora qualche istante, scrutando la superficie. Quando fu certo che il mostruoso serpente non sarebbe tornato, si rivolse al compagno: “Come stai? Tutto bene?” “Otto metri …” Mormorò Galeth, tossendo e sputando un misto di acqua e melma. “E non era nemmeno affamato.” Kail accennò un sorriso a quella che pareva una battuta per sdrammatizzare l’evento. Tuttavia Terren, dopo aver osservato attentamente la palude e le rovine che emergevano appena dalla nebbia, aggiunse cupo: “No. Era solo … a casa.”
In quel momento, tutti e tre compresero la stessa verità: non stavamo attraversando un luogo abbandonato, stavano violando in un territorio. E prima o poi avrebbero pagato un prezzo.
Prima di riprendere il cammino, Terren chiuse gli occhi, respirando a fondo diverse volte per ritrovare il centro. Si trascinò nell’acqua fino a un punto in cui la fanghiglia melmosa si faceva meno profonda. Lì, dove gli alberi contorti e marcescenti si facevano più fitti, l’elfo sembrò puntare verso uno di essi. Si fermò innanzi a un tronco le cui radici erano immerse nell’acqua scura. Per un attimo restò immobile, poi sollevò una mano e ne toccò la corteccia ricolma di muschi, chiudendo di nuovo gli occhi. Scolopendre ed insetti di ogni sorta strisciarono sulle sue dita, facendo aggrottare la fronte di Galeth per il disgusto, ma Terren non si ritrasse. Anzi, iniziò a sussurrare qualcosa.
Non era una parola isolata, né una frase compiuta. Era un suono basso e ritmato, fatto di pause e inflessioni strane, come se stesse cercando una corretta risonanza più che trasmettere un significato. Kail osservò senza intervenire, ma non riuscì a non sgranare gli occhi, quando un ramo sembrò muoversi appena, emergendo dall’acqua come in risposta a quel richiamo. Il mezzelfo non conosceva quella lingua, ma ne riconobbe il tono per istinto: Terren non stava lanciando un incantesimo o impartendo un ordine alla pianta. Stava chiedendole aiuto. L’elfo rimase così per qualche istante, immobile, con la mano appoggiata al tronco. Poi riaprì gli occhi. Non disse nulla. Si limitò a guardarsi attorno come se il paesaggio fosse cambiato o avesse finalmente colto un dettaglio prima invisibile.
Galeth incrociò lo sguardo di Kail, accennando con il mento verso il loro compagno. “Lo fa spesso?” Sussurrò. Il mezzelfo scosse leggermente la testa. “Non lo so.” Rispose piano. “Ma credo … che stia cercando qualcosa.” Galeth si voltò, determinato: “Beh, chiediamoglielo. Dovremo pur sapere come intende procedere e cosa aspettarci. Non ho intenzione di finire un’altra volta tra le spire di una bestia simile.” Kail non sembrava convinto, ma alla fine lo lasciò fare.
“Ehi Terren … vorresti spiegarci cosa stai facendo? Sappiamo che cerchi di orientarti, ma onestamente non capiamo come.” L’elfo sollevò la testa dalle mappe, come se stesse cercando in esse una conferma a ciò che l’albero gli aveva appena sussurrato. Poi rispose asciutto: “Noi elfi dei sentieri, non cerchiamo direzioni come fanno gli scout umani … o i mezzelfi.” Fece scorrere lo sguardo tra la pergamena, la palude e Kail. “Abbiamo appreso che questa zona è abitata, che è territorio di qualcuno. Ed è questo dettaglio che ci permetterà di orientarci.” Si concesse una pausa intensa. Poi riprese. “Queste mappe … non indicano una strada, ma un luogo specifico. Una zona delimitata: ampia, ma non immensa come questa distesa in cui vaghiamo ora. Mostrano dove qualcuno è già stato … e le piante e gli animali che abitano qui lo ricordano.” Ripiegò di nuovo le carte.
“Se troviamo gli stessi segni, sapremo dove siamo.” Disse, tamburellando le dita sulla pergamena. “Ma solo chi vive qui può portarci laggiù. Andiamo, da questa parte.” Terren scartò di lato, affondando uno stivale nell’acqua che ormai gli arrivava al ginocchio. Galeth inarcò un sopracciglio e guardò di nuovo Kail. “Tutto chiaro. Facile, no?” Commentò sarcastico, mentre schiacciava un insetto grande come un pollice che gli stava risalendo il braccio. Il mezzelfo sospirò. Sapeva bene invece che sarebbe stato molto difficile.
Terren procedeva lentamente su un terreno che pareva mutare sotto i loro piedi. L’elfo non appariva semplicemente guardingo, ma teso in un ascolto assoluto, come se i suoi sensi cercassero di captare segnali invisibili: una scia da seguire, a metà tra il materiale e l’immateriale. Finché l’ambiente non cambiò davvero.
Non fu un mutamento brusco, ma percettibile: il fango divenne più compatto, meno vischioso; le radici putride lasciavano spazio a passaggi più larghi, come se qualcuno avesse tentato più volte di attraversare quel tratto. Non era un sentiero, ma era stato usato come tale. Kail si chinò, osservando una zona dove l’acqua ristagnava in modo innaturale. “Passaggi ripetuti.” Commentò. “Sempre nella stesse direzione.” Terren annuì, senza rallentare. Finché Galeth scorse qualcosa di semisommerso nel fango: il primo oggetto metallico ossidato da quando erano entrati nella palude!
“Da questa parte.” Esclamò, richiamando i suoi compagni. Quando Kail e Terren lo affiancarono, egli mostrò loro i resti di un piccolo corpo. “Goblin …” Sussurrò, raddrizzando la schiena con il volto tirato. L’armatura era ancora riconoscibile, ma deformata, come schiacciata in più punti da una forza immane. Le ossa sottostanti erano fratturate, alcune completamente polverizzate. Non c’erano tagli. Non c’erano frecce. Solo i segni di impatti violenti e definitivi.
Terren iniziò a guardarsi attorno, seguito da Kail e Galeth. Fu allora che ne trovarono altri. Molti altri. Alcuni morti da molto più tempo, ridotti a scheletri bianchi. Altri più recenti, con lembi di pelle ancora attaccati alle ossa. Ma tutti erano stati uccisi allo stesso modo: nessuna battaglia, nessuna difesa, solo un annientamento silenzioso ed invisibile. Come se i loro aguzzini fossero apparsi dal nulla.
Galeth deglutì, ripensando alla creatura serpentina che lo aveva quasi stritolato. Pensò a quanto era stato fortunato. Tuttavia, Terren, indovinando i suoi pensieri, scosse il capo: “Questi goblin sono stati uccisi in maniera organizzata. Non è stata l’opera di un serpente di palude.” Galeth lo osservò, poi contrasse le labbra. “Se volevi rincuorarmi, non ci sei riuscito.” L’elfo rimase imperscrutabile. “Non volevo affatto rincuorarti, solo avvertirti: se ci sarà un altro combattimento, potrebbe essere peggiore di quello che abbiamo affrontato prima.” “Com’è che ogni volta che parli non so mai cosa augurarmi?” Sbottò Galeth allargando le braccia. Kail sorrise, superando l’amico per seguire l’elfo.
Bastarono poche altre decine di passi perché apparisse il primo Avamposto tra i resti di una costruzione crollata. Pali infissi nel terreno, corde spezzate e una piattaforma rialzata ormai inclinata su un lato. Qualcuno aveva tentato di costruire una palafitta sopra il livello dell’acqua. Galeth osservò le giunture del legno. “Lavoro veloce, ma non improvvisato.”Disse, mentre esaminava i resti del rozzo edificio. Kail indicò il focolare spento. “Non erano di passaggio. Questa costruzione era pensata per durare.” Terren si fermò innanzi ad un palo segnato da un’incisione grezza: un marchio militare. “Questo è stato il primo Avamposto costruito dai goblin e dagli hobgoblin … prima che qualcuno arrivasse e li massacrasse tutti.”
Kail annuì pensieroso. Poi Galeth aggiunse: “Sembra che Anteus avesse ragione. Ci sono stati movimenti di goblin in questa zona, solo che qualcuno non ha affatto gradito la loro presenza.” Terren confermò. “Seguiamo questa scia, vediamo se l’oscurità si è ritratta o se ha provato ad insediarsi più a fondo nella palude.” I suoi compagni furono d’accoro, così ripresero il cammino.
Più avanzavano, più i sospetti dell’elfo trovavano conferma. Le forze di Takhisis non erano solite arrendersi facilmente. Il secondo sito che incontrarono non era un semplice accampamento, ma un tentativo di fortificazione migliorato, concepito per resistere ad un assedio. Avevano scelto una zona leggermente rialzata, iniziato a disboscare e a tracciare un perimetro. Ma l’opera non era mai stata completata. I pali erano inclinati o spezzati a metà, il terreno segnato da scavi interrotti bruscamente. “Qui si sono fermati.” Disse Kail, fermandosi accanto ad uno scavo. “O sono stati fermati.”
Terren cercò di decifrare se la morte che aveva colto gli occupanti di quel secondo sito fosse stata diversa da quella osservata nel precedente Avamposto, ma i segni erano gli stessi: un annientamento totale, rapido e brutale. Tuttavia, fu Galeth a trovare l’indizio più inquietante. All’inizio sembrava un pezzo di cuoio marcio, ma poi, ad un esame più attento, il guerriero capì che si trattava di altro. Era rigido, spesso, e quando lo sollevò si piegò in modo innaturale, mantenendo una forma curva e membranosa. Vedendo il loro compagno in difficoltà, sia Terren che Kail lo raggiunsero subito. Il medaglione nascosto del mezzelfo emise un lieve, fastidioso calore che si propagò proprio mentre si avvicinava al guerriero.
L’elfo osservò quel reparto con un silenzio carico di disgusto. Poi lo prese tra le mani con estrema cautela. La superficie era liscia in alcuni punti, ruvida in altri, come se fosse stata strappata via con violenza inaudita. Kail lo guardò con un misto di attenzione e diffidenza: quando le sue dita sfiorarono la membrana, quel contatto gli fece rizzare i peli sulle braccia.“Che cos’è?” Domandò infine. Terren non rispose subito. Fece scorrere i polpastrelli lungo il bordo lacerato della membrana. Poi disse piano: “Sembra … il pezzo di un’ala.” I tre compagni ebbero un fremito che li raggelò. Tutti avevano formulato lo stesso pensiero, ma nessuno aveva osato dargli voce: le creature come Galen Dracos! Quei rigonfiamenti sulle loro spalle potevano davvero essere ali.
Se così fosse stato, quelle non erano semplici pattuglie: si trattava di un contingente feroce, comandato da creature massicce, dotate di poteri magici spaventosi e, a quanto pareva, persino alate. “Avevano un comandante quindi.” Azzardò Galeth, rompendo il silenzio. “Si, e un obiettivo preciso.” Rispose Kail, asciutto. Il mezzelfo decise di non abbandonare quel resto raccapricciante: la avvolse in un panno di cuoio e lo infilò nello zaino. Poi ripresero il cammino. Mentre uscivano dal perimetro di quel secondo, sfortunato Avamposto, notarono delle tracce interessanti.
Attorno ai corpi martoriati di goblin e hobgoblin, c’erano i segni di uno scontro ravvicinato, ma soprattutto delle impronte. Non appartenevano ai goblin, né agli hobgoblin: erano allungate, profonde e impresse nel fango con una forza ferina. Impronte a tre dita! Era assai probabile dunque, che le forze d’invasione avessero destato l’attenzione di altre creature che vivevano in queste paludi da tempo immemore. Esseri che evidentemente non amavano essere disturbate. Creature che potevano, anche in quel preciso momento, rimanere nascoste nell’ombra a osservarli, mimetizzate nel loro ambiente naturale, in attesa del momento migliore per trucidare anche loro.
La minaccia era palpabile, un peso che gravava sulla pelle di tutti. “Che facciamo?” Domandò Galeth, guardandosi intorno con inquietudine. “Ho una brutta sensazione … come se qualcuno mi stesse spiando, aspettando solo un mio passo falso per spaccarmi la testa come ha fatto con quei mostriciattoli laggiù.” Terren incrociò le braccia, lo sguardo fisso verso l’oscurità. “Mi sembra confermata ormai la presenza organizzata di goblin a Xak – Khalan. E’ probabile, inoltre, che a guidarli ci siano creature ben più intelligenti, misteriose e potenti: gli uomini alati. A questo punto, Kail, la decisione spetta a te. Continuiamo ad esplorare o torniamo sui nostri passi?”
L’elfo aveva cercato di mantenere un distacco asettico, ma Kail intuì che, nel profondo, Terren desiderasse proseguire. Era un richiamo atavico il suo: quella città, sebbene ormai inghiottita dal fango e dai miasmi più mefitici, esercitava ancora un fascino magnetico sulla sua stirpe. Era un’eco ancestrale che risuonava tra le rovine degli antichi templi del Bene, un tempo splendenti e imperituri, che ora giacevano sommersi. Kail rimase in silenzio per un istante, poi rispose risoluto: “Dobbiamo recuperare e registrare ogni attività sospetta avvenuta dopo la perlustrazione di Anteus e Rashmin di tre anni fa. Ogni informazione che riporteremo potrebbe rivelarsi vitale.” “E allora proseguiamo.” Disse Galeth, compiendo il primo passo. Si rimisero in cammino, lasciandosi alle spalle il massacro del secondo Avamposto.
Dopo circa un’ora di marcia tra sciami di insetti e acquitrini stagnanti, la superficie della palude tremò. Fu un sussulto impercettibile sotto lo strato di fango compatto, ma Terren lo colse all’istante. Si arrestò di colpo, sollevando una mano per imporre il silenzio. Non ebbe il tempo di dare l’allarme: il terreno esplose! Un’enorme massa scura emerse con violenza dall’acqua putrida, proiettando schizzi di melma in ogni direzione. Lo scorpione era gigantesco, lungo almeno quattro metri. Il suo carapace nero brillava di sinistri riflessi verdastri, mentre le chele, larghe quanto scudi da torre, fendevano l’aria alla ricerca di carne viva. La coda arcuata terminava in un pungiglione lucido, gocciolante di veleno.
Kail fu il primo a reagire: sguainò la spada e arretrò di mezzo passo. “Arriva!” Urlò, incitando i compagni di allargarsi. La creatura si mosse con una rapidità innaturale per una bestia di quelle dimensioni. Una delle chele scattò in avanti, cercando di afferrare Galeth, che riuscì a deviare il colpo con il suo spadone; l’impatto, però, fu tale da farlo indietreggiare, piantandolo nel fango fino al ginocchio.”E’ più veloce di quanto sembri!” Ringhiò il guerriero, serrando i denti.
Terren era già in posizione. L’arco era comparso tra le sue mani come per magia, e la prima freccia partì quasi invisibile. Il dardo colpì il carapace con un rintocco secco, rimbalzando senza scalfire la corazza. “Cercate i punti molli!” Avvertì l’elfo. “Giunture e occhi!” Kail non se lo fece ripetere. Scivolò di lato, cercando di aggirare il mostro mentre quello si concertava sul compagno. L’acqua alle caviglie ostacolava ogni movimento, ma riuscì a potarsi abbastanza vicino da colpire. Affondò la lama tra due placche del carapace, vicino all’attaccatura di una zampa. La creatura reagì con uno scatto violento, emettendo un suono stridulo, a metà tra un sibilo e un rantolo, e calò la coda su di lui con una violenza brutale.
Kail si gettò di lato all’ultimo istante, sentendo il pungiglione passargli a pochi centimetri dal volto prima di conficcarsi nel fango. “Attento alla coda!” gridò, rialzandosi a fatica. Galeth colse l’attimo. Con un grido gutturale si avventò sulla creatura sbilanciata, calando lo spadone con tutta la sua forza su una delle chele. Il colpo non la spezzò, ma la forza dell’impatto costrinse lo scorpione ad arretrare. La risposta fu immediata: l’altra chela scattò in avanti e riuscì a colpire Galeth di striscio al fianco, trascinandolo parzialmente verso di sé. Il guerriero si liberò prima che la presa si chiudesse del tutto e diventasse letale, ma il dolore gli strappò un gemito.
“Dannazione …” Il sangue iniziò a scorrere tra le maglie dell’armatura. Terren incoccò un’altra freccia, prendendo un respiro profondo per rallentare il battito. Mirò agli occhi e poi scoccò. Il dardo sfrecciò quasi guidato da volontà divina e questa volta si conficcò in uno dei piccoli bulbi neri. Lo scorpione si ritrasse con un sussulto violento, scuotendo la testa e sollevando la coda in un movimento frenetico. “Ora!” Gridò l’elfo. Kail, ignorando il fango che gli imprigionava i piedi, scattò in avanti. La sua lama penetrò più a fondo tra le placche, strappando un altro verso acuto alla bestia.
La coda sferzò ancora l’aria, ma Galeth era pronto. Scartò di lato lasciando che il pungiglione colpisse il vuoto, e nel breve istante in cui l’appendice rimase bassa, calò lo spadone con tutta la forza che gli restava. Il colpo non recise la base della coda, ma la martoriò gravemente. Lo scorpione, disorientato e ferito a morte, iniziò a contorcersi. Unì’ultima freccia di Terren e gli attacchi coordinati di Kail e Galeth posero fine alla resistenza. Con un sussulto finale, le zampe si contrassero per poi afflosciarsi nel fango, sollevano un’onda lenta che si disperse nel silenzio improvviso della palude. Per qualche istante restarono immobili.
Poi Kail rinfoderò lentamente la spada, respirando pesantemente. “Questo posto non smette mai di sorprenderci …” Terren abbassò l’arco, lo sguardo ancora vigile. Galeth invece barcollò, stringendosi il fianco. “Come stai? Sei ferito?” Chiese il mezzelfo con una nota di preoccupazione. “Non è niente, è solo un graffio. Se ci avesse preso con il pungiglione, ora non saremmo qui a parlarne.” “Tieni, usa questo.” Gli disse l’elfo, grattando da un albero un muschio putrido e maleodorante. Il guerriero lo guardò perplesso, ma fece come gli era stato consigliato. Si concessero qualche minuto di riposo prima di riprendere la marcia.
Per la mezz’ora successiva Terren non pronunciò parola, mentre la palude sembrava richiudersi alle loro spalle, indifferente al sangue versato. Poi, il paesaggio mutò: lo spazio si fece più aperto, segno evidente che l’area era stata intenzionalmente ripulita dalla vegetazione circostante. Quando apparve il terzo Avamposto, ogni dubbio svanì. Nonostante la struttura fosse stata concepita per risultare ancor più coriacea delle precedenti, con rinforzi incrociati, pali conficcati in profondità e una disposizione che suggeriva una strategia pensata e coordinata, tutto era stato letteralmente frantumato con una violenza tale che non poteva appartenere ad uno scontro tra umanoidi. Non c’erano linee di difesa cedute o punti deboli sfruttati. C’era solo una distruzione totale, brutale e assoluta.
“Ehi venite qui.” Esordì Galeth, la voce ridotta ad un sussurro. “Guardate.” Il guerriero indicò una traccia nel fango: una lunga strisciata, interrotta e ripresa più volte, lasciata dai presunti aggressori . Kail iniziò a seguirla con lo sguardo, cercando di capirne la direzione. Terren, invece, rimase dov’era, intento a contemplare un’altra zona del campo di battaglia, perso nei suoi pensieri. Il mezzelfo la identificò quasi subito: una macchia scura, diversa, più densa. Non era sangue di goblin o hobgoblin. Si avvicinò e si inginocchiò, sfiorando il bordo ormai secco della pozza. “Anche loro hanno sanguinato, allora …” Bisbigliò, riflettendo tra sé. “… solo che hanno portato via i corpi dei loro caduti. Questo mi fa pensare ad una civiltà organizzata, non a dei predatori selvaggi o a creature infami come i goblin, prive di rispetto per i propri morti.”
Poco distante, l’elfo si rialzò, spostandosi con circospezione per cercare conferme nel terreno sconvolto. Probabilmente il suo udito elfico gli aveva permesso di sentire le parole sussurrate da Kail venti passi più indietro, ma era assorbito da qualcosa che non gli concedeva distrazione. Rimase immobile a fissare il suolo, quasi pietrificato. Un’impronta gigantesca, ormai colma d’acqua stagnante, si imponeva come un marchio indelebile: una testimonianza di un movimento possente e devastante. Non era solo grande; era sbagliata. Sproporzionata rispetto a tutto ciò che li circondava. Terren richiamò a sé i compagni con un gesto secco.
Kail si passò una mano sui capelli umidi, lo sguardo fisso su quella cavità nel fango. “Un … un drago?” Azzardò terrorizzato. Terren scosse lentamente la testa. “No. Ma è qualcosa di altrettanto pericoloso e letale.” Kail sospirò, aggiungendo piano: “Qualunque cosa sia … non è qualcosa contro cui si può combattere apertamente.” Galeth non rispose subito. Stava osservando i resti delle difese. Valutando e misurando ogni cosa con l’occhio del soldato navigato. “Hanno retto …” Esordì infine. “… per un po’ almeno.” Indicò una delle strutture laterali ancora parzialmente in piedi. “Vedete? Qui li hanno respinti.” Si spostò di qualche passo, indicando un’altra zona dove il fango era stato calpestato furiosamente. “E qui hanno tentato di contenere l’urto. Hanno lottato, non sono fuggiti.”
Kail lo guardò, confuso. “Quindi?” Galeth si voltò verso l’impronta mostruosa. “Quindi i difensori dell’Avamposto stavano vincendo. Ma non sapevano che qualcosa di molto più terribile dei loro aggressori stava arrivando alle loro spalle.” Il silenzio che seguì fu più pesante della nebbia che si stava alzando. Terren si accucciò lentamente, senza sfiorare il terreno, come a non voler disturbare un equilibrio già precario. “Non è un predatore casuale …” Disse cupo. “Questo è il suo territorio.” Sollevò lo sguardo verso il cuore della palude, dove l’acqua si faceva più torbida. “Proprio come è capitato a noi con le creature di prima … i goblin si sono spinti troppo oltre. Sono entrati nella sua casa.”
Fu allora che qualcosa si mosse nelle acque intorno a loro. Il medaglione di Kail ebbe un fremito improvviso, un avvertimento muto ma vibrante. Il mezzelfo mise subito tutti in guardia, portando la mano sull’elsa della spada. Terren strinse l’arco, mentre Galeth sfoderò lo spadone per metà, l’acciaio che mandava un riflesso opaco nella nebbia crescente.
Quando gli uomini rettile emersero, lo fecero senza fretta. Uno alla volta. Silenziosi come spettri. La loro pelle scura rifletteva appena la luce fioca dalla palude, rendendoli quasi invisibili tra le radici. Gli occhi, dotati di doppia palpebra, erano fissi, attenti, privi di qualsiasi espressione leggibile. Avevano corpi snelli ma muscolosi, ricoperti di scaglie dure come il ferro; le mani palmate terminavano con dita adunche ed artigliate. Era chiaro che non temevano quel manipolo di stranieri, né tantomeno i goblin.
Quello più grande avanzò di una passo. Osservò Terren più a lungo degli altri, come se avesse già visto creature della sua specie. Poi parlò e la sua voce grattò l’aria come pietra su pietra. “Voi … non mostriciattoli.” Disse, indicando con la mano il basso per sottolineare la scarsa statura dei goblin. Le parole erano lente, modulate con fatica. “Nemmeno … uomini con ali.” Kail fece un passo avanti, senza abbassare la guardia. “No. E voi chi siete?” La creatura portò una mano al petto squamoso. “Noi … popolo della palude.” Fece una pausa, cercando i termini adatti nella lingua comune. “Noi … servire … dea dalle molte teste …”
La frase rimase sospesa nell’aria umida, carica di un presagio oscuro che nessuno di loro voleva davvero affrontare. Kail aggrottò le sopracciglia, la mano sempre più stretta sull’elsa. “Spero non vi stiate riferendo a … a Takhisis.” Mormorò, abbassando volutamente il tono della voce nel pronunciare il nome della Regina Oscura. Guardò Galeth con la coda dell’occhio, comunicandogli silenziosamente di restare pronto a tutto. La creatura lo fissò coni occhi immobili e vitrei. Sbatté un paio di volte le doppie palpebre, poi riprese: “Amoth non sa … Amoth si scusa … vostra lingua difficile. Amoth imparata in anni … sentendo visitatori della palude.”
Terren alzò una mano, facendo segno a Kail e Galeth di rilassarsi: quella gente non sembrava nemmeno conoscere il nome di Takhisis. La “dea dalle molte teste” doveva essere sicuramente qualcos’altro: una forza antica e primordiale, una divinità locale radicata in quel luogo nascosto e dimenticato. “E’ stata lei a fare tutto questo?” Domandò l’elfo, indicando con un movimento circolare della mano i resti devastati dell’Avamposto. Amoth seguì il suo gesto, poi annuì. “Noi cacciato mostriciattoli prima. Questo no.” Fece una pausa intensa. “Questo … dea dalle molte teste.”
I tre si scambiarono uno sguardo eloquente. Poi si allontanarono di qualche passo per parlare tra di loro. “Gli invasori hanno provato più volte ad insediarsi nella palude.” Osservò Galeth. “Prima ai margini, poi sempre più all’interno, investendo ogni volta più risorse.” Kail annuì. “E sono stati sempre respinti.” Terren rimase in silenzio per qualche istante, lo sguardo rivolto all’interno della palude. “Qui non sono stati respinti.” Sussurrò infine. “Solo contenuti … e quando il popolo della palude non è più riuscito a fare nemmeno quello, qualcosa si è risvegliato e ha spazzato via ogni cosa.” Galeth e Kail concordarono con la ricostruzione dell’elfo. “E adesso?” Domandò il guerriero. “E adesso dobbiamo scoprire cosa è successo dopo.” Dichiarò Terren, tornando dagli uomini rettile.
L’abile scout mostrò loro le mappe. Amoth, nonostante una palese diffidenza, gli permise di avvicinarsi. “Questi luoghi … “ Mormorò l’elfo indicando le carte. “… sono da quella parte?” La creatura osservò a lungo i segni, poi tese un artiglio verso una direzione leggermente più a nord. “Pietre antiche ... luogo vecchio.” Cercò le parole con fatica. “Stessa strada … dove dea dalle molte teste riposa.” Terren richiuse lentamente i fogli e si defilò, perso nei suoi pensieri.
Galeth e Kail si avvicinarono a loro volta. Notando che l’uomo rettile si irrigidiva a ogni loro passo, si fermarono a debita distanza. “Abbiamo capito che siete stati voi a respingere i goblin e gli uomini alati nei primi sue Avamposti.” Esordì il mezzelfo schiarendosi la voce. “Mentre … la dea dalle molte teste … ha distrutto questo. Cosa è successo poi? Qualcuno è sopravvissuto? Hanno proseguito la loro marcia?” La creatura li osservò attentamente. “Noi non sappiamo. Molti di loro fuggire via … alcuni a nord … zona di casa di dea dalle molte teste … proibita per noi.” Kail annuì, come se avesse capito ogni cosa.
Galeth però non sembrava convinto. “Ehi Kail, senti. Siamo venuti qui per capire se c’erano avamposti.” Fece un gesto stizzito verso le rovine circostanti. “Ora lo sappiamo. Cosa cambierebbe se continuassimo ad addentrarci nella palude e ne scoprissimo degli altri?” “Cambierebbe ogni cosa.” Intervenne Terren senza voltarsi. “Se esiste un Avamposto organizzato che non è stato distrutto né da loro e né dalla loro dea, dobbiamo sapere perché. Potrebbe ribaltare l’intera nostra strategia futura.” Galeth storse la bocca. “Chissà perché immaginavo avresti detto una cosa del genere.” L’elfo lo guardò, come se non capisse il punto. “Ma dai, Terren. E’ da quando hai messo piede in questo fango che non vedi l’ora di saperne di più su quelle rovine. Capisco il tuo interesse, ma questa missione non contempla la visita ad antichi templi del Bene. Dovresti restare lucido.”
L’elfo lo fissò con una calma imperturbabile, limpida come il mare dopo una tempesta. “Comprendo i tuoi dubbi, Galeth. E’ vero: la mia natura mi spinge verso quei luoghi nascosti, ma la mia non è solo un’affinità elettiva. Io sento che è lì che risiedono le nostre vere armi contro l’oscurità. Negli antichi templi di Mishakal a Xak – Tsaroth e in quelli di Paladine a Xak – Khalan. Se gli dei del Bene ci offrono una via, ritengo sia saggio coglierla. Siamo davvero molto vicini a risolvere questo enigma.” Il guerriero non lo interruppe, ma la sua stizza non si stemperò affatto. Entrambi si voltarono verso Kail: spettava a lui l’ultima parola.
“Non abbiamo alternative. Dobbiamo proseguire.” Sentenziò il mezzelfo con voce ferma. “Come ho già detto ore fa, dobbiamo registrare la situazione attuale, dopo i tre anni di silenzio dal passaggio di Anteus. Abbiamo scoperto che i tentativi di infiltrazione da parte delle forze oscure sono stati molti e che sono stati respinti solo grazie ai nostri improbabili alleati e alla loro dea. Tuttavia, la nostra esplorazione resterebbe incompleta se tornassimo indietro ora.” Si voltò verso Galeth. “E se gli uomini alati avessero trovato un modo per aggirare la creatura? Per rimanere invisibili al suo sguardo? Il popolo della palude non si è mai spinto oltre questo punto e a qualche centinaio di metri da qui potrebbe esserci letteralmente qualunque cosa. Non possiamo lavarcene le mani: dobbiamo sapere.”
Terren annuì, ma Kail non aveva ancora finito. “Tuttavia, Galeth ha ragione su un punto: non sacrificherò la missione per inseguire i tuoi richiami spirituali, Terren. Questa ricognizione è troppo importante per subordinarla a Templi che forse oggi sono solo polvere dispersa nel fango. Devo chiedertelo chiaramente, quindi: intendi ancora guidarci verso l’obiettivo principale?”
L’elfo rimase un momento in silenzio, poi chinò il capo. “Vi guiderò. La mia lealtà non è in discussione. La missione, per la quale mi hai liberato dai ceppi, verrà sempre prima dei miei obiettivi personali. Hai la mia parola.” Kail annuì, soddisfatto. “Bene. Prepariamoci allora.” Terren si voltò avvicinandosi di nuovo ad Amoth. “Spero di rivedervi un giorno, popolo della palude.” La creatura sembrò abbozzare un sorriso su un volto largo e sformato, simile a quello di una rana. “Visto altri come te … innocui … ospiti … amici di piante e di animali ... no paura tu qui … se tua gente andata verso Pietre Antiche … dea permesso. Però … prudenza … noi abbiamo portato molti doni per sfamarla nelle ultime lune … ma lei mai venuta.” Terren aggrottò le sopracciglia ma non disse nulla.
Poi la creatura si batté due volte il pugno sul petto e tornò dalla sua gente, scivolando via come un’ombra nell’acqua. In pochi istanti il gli uomini rettile erano scomparsi. Il vento, o ciò che poteva esserlo in quella palude immobile, attraversò l’acqua senza incresparla. Kail espirò lentamente, poi accennò un mezzo sorriso stanco. “Andiamo?” Domandò verso l’elfo. Terren si voltò verso la palude più fitta, verso il pantano in cui il silenzio sembrava più denso. “Andiamo.” Rispose senza esitazioni.
Poco prima che la vegetazione cedesse il passo alla devastazione, i tre rallentarono, trattenuti da qualcosa che non apparteneva al paesaggio naturale della palude. Tra le acque basse e il fango compatto giacevano carcasse lasciate con una disposizione quasi rituale: un grande serpente palustre ormai gonfio e scolorito, il carapace vuoto di uno scorpione gigante, e resti più piccoli, come scarafaggi delle paludi e ragni acquatici, parzialmente inghiottiti dalla melma. Terren si accovacciò, sfiorando appena un osso levigato, mentre il suo sguardo correva oltre, verso la linea spezzata degli alberi abbattuti.
“Non sono morti qui per caso.” Mormorò. Kail annuì lentamente, comprendendo prima ancora di dirlo: quelle erano offerte lasciate dal popolo della palude per nutrire la loro dea, ma nessuna era stata toccata da mesi. Galeth avanzò a fatica, stringendo la mascella. “Allora la creatura … “ Iniziò cupo. “… ha smesso di venire qui a nutrirsi. Il che è piuttosto strano. Non perdiamo tempo. Procediamo.” Tagliò corto, scavalcando un tronco e prendendo la testa del gruppo. La luce del giorno stava velocemente calando e sarebbe stato saggio sbrigarsi a trovare un ridosso sicuro per riposare e riprendere le forze, viste quante tessere iniziavano a non incastrarsi più in quel mosaico di morte, distruzione e strane assenze.
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- Scritto da Mike Steinberg
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“Ho bisogno di chiederti una cosa.” Disse Kail a bassa voce. Terren inclinò appena il capo, segno che stava ascoltando, ma non rallentò il cavallo. Il mezzelfo allungò una mano, indicando il margine della strada alle loro spalle. “Quel segno, lì sulla pietra …” Inspirò profondamente nel tentativo assai vano di cacciare via l’ansia che pensava di essersi lasciato alle spalle, tra le terre di Solamnia. “… lo hai mai visto?”
Terren non rispose subito. Il suo sguardo scivolò oltre Kail, tornando per un attimo verso il punto indicato. Non sembrava mosso da curiosità, quanto dal tentativo di recuperare un ricordo specifico. “Si.” Disse infine. Una sola parola, ma priva di esitazione che gelò il sangue del mezzelfo. Kail serrò appena la mascella.
“Ma raramente …” Continuò l’elfo.”… e mai lontano da luoghi abitati.” Si voltò verso di lui. “Ne ho visto uno a Staughton. E un altro nei pressi di New Ports.” Galeth, che procedeva poco più indietro, spronò il cavallo quel tanto che bastava per ascoltare senza risultare invadente. Il mezzelfo rimase in silenzio per un istante: quella risposta era l’ultima cosa che avrebbe voluto sentire.
“Non è un segno qualunque …” Disse infine. Terren lo fissò, aspettando qualche dettaglio in più. Comprese subito che quel simbolo non era un semplice graffito, ma il vessillo di qualcosa di pericoloso, ed insieme oscuro. Fu Galeth però a rompere gli indugi.
“E’ un marchio …” Esordì da dietro di loro, la voce piatta. “… il marchio di uomini che non lasciano tracce … a meno che non vogliono esser trovati.” L’elfo non parlò. Kail invece completò il discorso del guerriero. “Si fanno chiamare i Corvi Rossi. Spie, sicari, assassini … raramente lavorano per sé stessi …”
Un’ombra d’incertezza passò negli occhi di Terren. “E per chi allora?” Galeth esitò un istante. Poi aggiunse con voce tirata e rauca: “Per uno stregone …” Si concesse una pausa, come se il nome che stava per aggiungere potesse evocare delle conseguenze catastrofiche. “Galen Dracos.”
Il silenzio che seguì non fu vuoto. L’elfo abbassò leggermente lo sguardo, come se stesse cercando qualcosa nella memoria. Non tanto una conferma, piuttosto un collegamento. “Uno stregone …” Ripeté piano. “L’avete mai visto in volto?” Kail stava per rispondere, ma Galeth lo anticipò. “No. Ma è alto … troppo, per passare inosservato. Massiccio. Sempre avvolto in un mantello scuro e pesante, che sembra fatto apposta per non rivelare mai i suoi contorni.”
Terren annuì appena, ma non sembrava troppo sorpreso. Pareva quasi se stesse sovrapponendo quella descrizione a un’immagine che già possedeva. “E ha … ha qualcosa sulle spalle.” Aggiunse Galeth, quasi controvoglia. Kail confermò con un cenno: “Sì, come un rigonfiamento sotto il mantello. Come se avesse …” Scosse la testa confuso. “… non saprei. Non sembrava un’armatura, né uno zaino … e nemmeno uno scudo.”
Il mutamento in Terren fu sottile, ma percettibile: la sua postura si irrigidì. Quando parlò, la sua voce si era fatta più bassa. “Non sei il primo a descrivere una creatura in questo modo.” Kail sentì un brivido salirgli lungo la schiena. “Cosa intendi?”
L’elfo si prese un momento, osservando l’orizzonte verso sud, dove la terra iniziava a farsi aspra. “Negli ultimi anni, alcuni esploratori elfici hanno riportato avvistamenti simili ai margini della foresta di Qualinesti. Non io direttamente … ma le testimonianze dei miei fratelli sono troppe per essere ignorate.”
Galeth aggrottò la fronte, cupo. “Avvistamenti di cosa?” Terren socchiuse gli occhi. “Creature aliene. Non uomini, o almeno non del tutto. Non permettono a nessuno di avvicinarsi, e quando vengono braccate …” Scosse appena il capo. “… spariscono. Semplicemente. Come se potessero diventare invisibili o se sapessero volare.”
Kail sentì lo stomaco contrarsi. Quelle parole lo riportarono violentemente alla fortezza di Ravenshadow, a quando Galen Dracos era apparso nel cortile come se fosse piovuto dal cielo. Decise comunque di non riesumare l’argomento. “Gli elfi non sono mai riusciti a catturarne una?” Domandò invece. “Mai.”
Un soffio di vento gelido attraversò il sentiero, sollevando un velo di polvere tra i viandanti. “Ma hanno lasciato tracce.” Continuò Terren, inchiodando Kail con lo sguardo. “Impronte. Artigliate, come quelle di un rapace … ma grandi quanto un piede umano.”
Il silenzio che seguì fu diverso dal precedente: più pesante, più allarmante, come la quiete che preannuncia una tempesta in arrivo. Qualcosa dentro Kail si ridestò. Un altro inquietante ricordo, risalente a qualche giorno prima che iniziassero le sue recenti avventure.
Rivide il legno consumato di un carretto ambulante, sentì di nuovo il frastuono della gente che sciamava tra i banchi del mercato, l’odore delle pelli conciate e del ferro vecchio. E poi quella teca. Piccola, chiusa, troppo curata per ciò che conteneva. Deglutì a fatica. “Io …” Iniziò, per poi mozzarsi il fiato in gola. Galeth a quel punto lo affiancò, notando il cambiamento dell’espressione sul suo viso.
Kail riprese, stavolta più lentamente. “Ne ho visto uno.” Terren aggrottò impercettibilmente le sopracciglia. “Uno di quei segni?” Il mezzelfo scosse il capo. “No. Di quegli … artigli.” L’attenzione dei compagni divenne assoluta. “Ne ho visto uno da vicino …” Disse infine. “… perfettamente conservato dentro una teca, come un trofeo macabro.”
Galeth si irrigidì. Il mezzelfo non guardava nessuno dei due. I suoi occhi erano persi nel vuoto, fissi su un punto che la strada non poteva offrire. “Era grande. Più di un piede umano. Ricurvo, spesso. Non era qualcosa che potesse appartenere ad una bestia comune.” Terren non lo interruppe, lasciando che il racconto fluisse.
“L’ambulante che me l’ha venduto diceva che veniva dalle foreste a sud, proprio dalle parti di Qualinesti. Disse che era stato trovato in una trappola pressoché invisibile. Ad un esame attento, ho notato che l’osso era stato reciso di netto da un’arma da taglio.” A quelle parole l’elfo abbassò lo sguardo. Quei pochi dettagli gli bastavano per ricostruire la scena. “Una trappola elfica ...” Mormorò Terren. “… da cui la vittima è riuscita a sfuggire amputandosi volontariamente l’arto con una spada o una mannaia.” Kail annuì lentamente.
Il mezzelfo li guardò entrambi. “All’epoca pensavo fosse solo … una curiosità. Una storia da vendere.” Fece un respiro profondo, sentendo il peso della verità. “Ora non più.” Galeth strinse la mascella. “Stai dicendo che …” “Sto dicendo …” Lo interruppe Kail. “… che quello che abbiamo visto … quello che abbiamo incontrato …”Si fermò. Le parole giuste non erano facili da pronunciare. “Galen Dracos … potrebbe non essere unico, ma solo uno dei tanti.” Il vento si alzò di nuovo, piegando l’erba lungo il sentiero. Terren sollevò lentamente lo sguardo. Non c’era paura nei suoi occhi, ma una consapevolezza antica e, per questo, ancor più terrificante.
“Se ciò che dici è vero ...” Disse piano. “… allora non siamo di fronte a una minaccia isolata. Ma di qualcosa che striscia nell’ombra in più luoghi. Con uno scopo preciso.” Galeth espirò lentamente. “Non mi piace.” “Non deve piacerti.” Ribatté l’elfo. “Deve metterti in guardia. Renderti attento.”
Kail abbassò lo sguardo. Per un istante, il medaglione di sua madre scivolò fuori dal corpetto di cuoio. Era freddo, innocuo al tatto, eppure carico di promesse silenziose. Lo rimboccò con cura sotto l’armatura, pregando che bastasse a proteggerlo da minacce come Dracos. Era una speranza vana, quasi amara, pensando al mostro in cui l’aveva trasformato lo scontro con gli spettri soggiogati dal cristallo maledetto. Sospirò, affranto, poi rialzò gli occhi. La strada verso Staughton era ancora lì, immobile,identica a sé stessa. Ma per lui non era più solo una strada.
“Se questi segni sono qui da tempo ….” Bisbigliò. “… allora di sicuro non sono stati lasciati per noi.” Nessuno rispose. Per quanto ovvia, quella riflessione non portava conforto. Per la prima volta da quando erano arrivati a Crossing, Kail e Galeth affrontavano il viaggio verso la loro seconda tappa nell’Abanasinia, con la stessa angoscia che mai li aveva abbandonati fino al momento in cui si erano imbarcati sulla Peregrina. L’elfo li guidava senza commentare quell’angoscia, consapevole che erano molte le cose che non sapeva sui suoi compagni di viaggio. Tuttavia, sapeva anche molto bene quanto poteva pesare non rimanere lucidi nelle questioni che riguardavano la vita e la morte. E questo un po’ lo preoccupava.
Ad un certo punto del loro cammino, Terren deviò. Senza dire nulla, lasciò il sentiero battuto e guidò il cavallo lungo una lieve salita, verso una collina bassa che dominava la valle. Kail e Galeth si scambiarono uno sguardo confuso, poi lo seguirono. Dall’alto, Crossing appariva diversa. Più piccola, quasi fragile. Sembrava già appartenere a un passato lontano. Poi l’elfo si fermò e rimase ad osservare la città in silenzio. Non c’era tensione nel suo corpo, né allerta. Solo quiete e una malinconia sottile.
Galeth gli si affiancò. “Va tutto bene?” Terren non distolse subito lo sguardo. “Si …” Rispose infine, con un’esitazione quasi impercettibile. “… è solo che … provo sempre una certa nostalgia quando lascio Crossing.” Kail lo osservò in silenzio, riflettendo su quelle parole. Non erano parole casuali: c’era un peso reale dietro di esse.
“Allora dev’esserci qualcosa d’importante lì.” Commentò Galeth. Terren annuì, ma non aggiunse altro. D’altro canto, nemmeno i suoi compagni pretesero spiegazioni: sarebbe stato il tempo, come era successo tra loro due, a decidere se accorciare le distanze o meno.
Lo sguardo dell’elfo si fece di nuovo limpido mentre si voltava verso di loro. “Allora?” Domandò. “Avete deciso quale sarà la nostra prossima tappa?” Kail scambiò un rapido sguardo con Galeth, poi rispose con fermezza: “Come ti ho accennato, dobbiamo seguire le tracce di Anteus, mio padre.” Terren ascoltava con totale attenzione. “Abbiamo i suoi appunti …” Continuò il mezzelfo. “… anche se non sono completi: sono stati ricostruiti, il che li rende a tratti oscuri, ma restano abbastanza precisi da tracciare un percorso.”
“E questo … percorso … vi porta a Staughton.” Osservò l’elfo. “Si, ma solo per rifornimenti.” Terren aggrottò la fronte. “Strano.” Bisbigliò. “Lo è.” Rispose Galeth. “Da Crossing ci si arriva in poche ore, secondo la mappa. Non c’era bisogno di deviare per comprare provviste o altro.” Il guerriero estrasse dalla sacca un foglio di pergamena avvolto con cura. “Dopo Staughton … “ Disse, porgendolo a Terren. “… si dirige qui.”
L’elfo srotolò il foglio. I suoi occhi obliqui corsero rapidi tra disegni abbozzati, linee spezzate e rozzi simboli. Si soffermò sullo schema per qualche istante, poi mormorò con una sfumatura di inquietudine: “Xak - Khalan.” Il suo sguardo si fece più cupo. “Non mi sono mai spinto nel cuore di quelle rovine. Sono troppo nascoste, troppo … vive … in un certo senso.” Scosse il capo. “Paludi. Strutture fatiscenti. Insetti. E … presenze.” “Presenze?” “Esseri striscianti e sibilanti, che abitano quei luoghi. Così almeno si dice.” Galeth alzò gli occhi al cielo, quasi a cercare il favore degli dei, poi incrociò le braccia.
“Ma la mappa?” Terren la osservò ancora per qualche istante. Poi annuì. “E’ buona.” Si prese una pausa per riflettere. “Tratto elfico. Preciso.” Kail fece un cenno di assenso. “Due elfi l’hanno venduta ad un cartografo, mesi fa.” Terren non sembrò sorpreso. “Si vede.” Kail esitò un istante, poi aggiunse: “Il mercante ci ha dato anche questo.” Estrasse il bizzarro oggetto di pietra a forma di tappo con quella strana incisione sulla sommità: due semicerchi che si fronteggiavano e che si incastravano alla perfezione. L’elfo lo osservò senza toccarlo.
“L’avete preso da Orsin Feld?” Kail confermò. “Allora ogni cosa che vi ha raccontato a riguardo è attendibile. Sembra antico, non è certo un oggetto comune.” Commentò, squadrandone ogni dettaglio. “Nemmeno per noi …” Ribatté il mezzelfo. “… il mercante ha riferito che gli elfi gliel’hanno lasciato insieme ad una sorta di … di profezia. O di auspicio.” Si fermò, cercando di richiamare alla mente le parole esatte. “Diceva qualcosa come: se gli antichi dei del bene avessero voluto, qualcuno avrebbe osato andarci.”
“Ben pochi sapienti conoscono il passato di Xak - Khalan e di sua sorella maggiore, Xak Tsaroth …” Esordì Terren. “… si narra fossero due fari di civiltà nell’Era della Luce, prima che il Cataclisma le inghiottisse. E’ probabile che nascondano segreti millenari e tesori inimmaginabili. Tuttavia, chi è in grado, in questo tempo malandato, di distinguere la leggenda dalla verità?”
Il vento soffiava leggero sulla collina. La luce del mattino cominciava ad illuminare ogni cosa intorno a loro, iniziando a spazientire i loro cavalli. L’elfo sollevò lo sguardo dall’oggetto di pietra, che ancora contemplava rapito, perdendosi nei suoi pensieri. Per la prima volta da mesi, anni forse, i suoi occhi non erano più solo quelli di una guida, ma di qualcuno che stava iniziando a comprendere davvero la reale portata dell’abisso in cui si stava addentrando. Poi girò il cavallo, seguito dai suoi compagni che si affrettarono a mettere al sicuro mappe e manufatti di pietra. Tuttavia, Terren avanzava lentamente, come se stesse valutando qualcos’altro ora.
“Che altro c’è?” Domandò Galeth. “Ripensavo a Staughton. E poi mi è venuto in mente Rashminthalas, che, come mi ha detto il tuo compagno, aveva scelto di essere la guida di Anteus.” Kail annuì, spiegando velocemente al guerriero che Rashminthalas era il nome in cui gli elfi chiamavano Rashmin.
Galeth tornò a guardare Terren. Incrociò le braccia, quasi spazientito: “Ebbene?” “So chi era. E so che non era il tipo da sprecare tempo quando il viaggio da compiere è importante.” Kail gli si affiancò. “Questa non era per lui una deviazione.” Insistette Terren. “E allora cos’era?” L’elfo non rispose subito a quella domanda: stava ancora mettendo insieme i pezzi. “Una scelta obbligata.” Sentenziò infine. Una folata gelida fece rabbrividire Galeth per un istante.
“Rashminthalas ha parlato ad Anteus di presenze oscure a Xak – Khalan …” Mormorò Kail, quasi tra sé. L’elfo annuì e aggiunse: “Se la sua ricerca iniziava a Crossing, Rashminthalas aveva già tutto l’equipaggiamento necessario. Perché dunque fermarsi a Staughton?” Kail lo fissava attento. “Quindi?”“Quindi a Staughton c’era qualcosa che gli serviva prima di proseguire.” Rispose Terren dopo una pausa. “O qualcuno.” Il silenzio si fece totale.
“E’ una città di passaggio.” Proseguì l’elfo. “Chi arriva dalle paludi transita da lì. Mercanti, erboristi … e anche chi ha visto cose che preferirebbe non raccontare.” Galeth socchiuse gli occhi. “Goblin?” Domandò cauto. Terren non lo negò. “Movimenti.” Commentò semplicemente. “Presenze. Voci che arrivano a poche persone a Crossing. Orsin Feld è certamente una di queste, ma resta una perla rara.”
Poi aggiunse, con tono più pratico: “Inoltre … non sono solo le informazioni a mancare.” Indicò la mappa che Galeth teneva alla cintura. “Le paludi non perdonano gli impreparati. Insetti, miasmi, minacce invisibili ad ogni angolo. A Staughton potrebbero trovarsi unguenti, oli e miscele, che tengono lontano ciò che striscia … e ciò che punge.” Kail annuì lentamente. Ora aveva senso. Che già sapesse che le presenze oscure a Xak - Khalan fossero goblin, che l’avesse appreso a Staughton o direttamente sul posto, Rashmin aveva imposto quel passaggio tappa per equipaggiarsi con cose necessarie per sopravvivere a quella tappa.
Terren fece scorrere lo sguardo tra loro due. “Se Rashminthalas ha portato Anteus lì …” Disse. “… è perché sapeva che quello era l’ultimo posto sicuro per ordinare le idee … e per prepararsi.” Si concesse una pausa e poi proseguì più piano: “E se aveva un contatto … allora potremmo trovarlo ancora.” Il vento si alzò leggermente insieme alla polvere. Staughton, ora, non era più solo una direzione da prendere, ma un luogo in cui cercare risposte.
Il trio riprese il cammino sotto un cielo terso, approfittando di una breve radura per consumare una pasto veloce. Seduti tra le radici di una vecchia quercia, scambiarono poche parole prima che Terren, con un’andatura ferma e consapevole, si rimettesse alla testa del gruppo, puntando decisamente a sud.
Dopo alcune ore di marcia, il profilo di Staughton emerse all’orizzonte: non era il caos vorticoso di Crossing, ma ugualmente un nodo commerciale denso e statico, dove le merci più pregiate provenienti dal sud cambiavano mano prima di raggiungere la costa.
Le strade erano un mosaico di nani intenti a contrattare, mercanti umani dal portamento frettoloso e mezzelfi che gestivano magazzini e mercanzie da viaggio, ma l’aria cambiò non appena varcarono le porte cittadine. Gli sguardi si fecero gelidi, soffermandosi su Terren con un misto di sospetto ed aperta ostilità tipica di chi, in quelle terre di frontiera, nutriva un’antica diffidenza verso il popolo elfico.
Ignorando il brusio, lo scout condusse i compagni attraverso le vie affollate fino alla Taverna del Boccale Ammaccato. All’interno, il locale era un calderone di odori forti e voci sovrapposte, un crocevia dove la stanchezza dei mercanti e dei viaggiatori annegava in boccali di birra scura. Galeth, notando l’oste che puliva freneticamente un bancone unto, sollevò un dito e lo richiamò al tavolo con un cenno imperioso. “Lasciate fare a me.” Sussurrò tra i denti ai compagni.
Quando l’uomo, un tizio tarchiato con un grembiule macchiato, arrivò sbuffando, il guerriero andò dritto al punto: “Buongiorno. Vorremmo mangiare e bere qualcosa e sapere se … pagando un piccolo extra … possiamo ottenere qualche informazione.” “Che genere di informazioni?” Rispose l’oste, mettendosi lo straccio sulla spalla con fare nervoso. Il suo sguardo si velò leggermente di stizza quando si posò su Terren. “Stiamo cercando un elfo di nome Rashmin … o Rashminthalas, alla maniera della sua gente. E’ passato di qui circa tre anni fa, lui è un suo parente alla larga …” Disse, indicando l’elfo con il pollice. “Sapete per caso se frequenta ancora questo posto?”
L’oste si bloccò, afferrando di nuovo lo straccio e asciugandosi le mani. Squadrò poi Terren con una smorfia di disappunto, prima di rispondere a bassa voce. “Rashmin … certo che lo ricordo. Un tipo a posto, per essere … beh per essere un elfo …” Si schiarì la voce, capendo troppo tardi la gaffe che aveva fatto. “… è tanto che non si vede da queste parti, ed è un bel po’ che non mette piede al Boccale. Chissà che fine ha fatto.” Galeth guardò Terren che rimaneva con la bocca sigillata, poi Kail, che per fortuna venne prontamente in suo aiuto.
“Sappiamo che Rashmin è una guida famosa da queste parti. Non vi viene in mente nessuno che lui può conoscere qui a Staughton, che possa somigliare ad un suo amico o magari a un socio in affari?” L’oste si sporse in avanti, abbassando il tono fino a un bisbiglio confidenziale: “Uhm … se davvero vi interessa sapere che fine abbia fatto quell’elfo, c’è solo una persona in città che potrebbe saperlo: il vecchio Durgan. E’ un nano, un tipo solitario, ma l’unico ad essere stato in stretta confidenza con lui.” L’oste si prese una pausa eloquente; il suo sguardo non lasciava spazio a dubbi.
Kail sospirò e mise alcune monete sul tavolo. L’oste sogghignò alla vista dell’argento: lo fece sparire in una tasca e concluse: “Non lo troverete qui … vive in una catapecchia isolata alla periferia sud della città, vicino al vecchio deposito di carri. Se decidete di andare, vi consiglio di muovervi con cautela. Durgan non è mai stato un tipo che apprezza le visite, soprattutto da chi fa domande scomode.” L’oste accennò un sorriso ambiguo che a Galeth non sfuggì.
“La cosa vi fa sorridere?” Domandò il guerriero, in maniera quasi brusca. “Che? No, no … mi è solo venuto in mente che le poche volte che ho visto Durgan sorridere, è stato proprio quando era con quell’elfo. Gli portava spesso del tabacco delle valli di Haven e spesso i due venivano qui a fumare e a bere insieme. Sembravano davvero affiatati … per quanto la cosa sembri strana.” Galeth annuì, poi con un gesto della mano e un’occhiataccia congedò l’oste, che tornò velocemente al suo bancone.
Poi il guerriero domandò: “Perché dovrebbe essere strano che un elfo e un nano possano essere affiatati?” “Perché hanno molti motivi per non esserlo. Motivi storici, odio atavico, frutto di infinite battaglie nei tempi andati …” Sussurrò Terren, stringendosi nelle spalle. “Se Rashminthalas aveva scelto proprio un nano come suo amico, vuol dire che per lui era una persona davvero affidabile.”
“Qualcosa mi dice che non sarà affatto facile trattare con lui …” Commentò Galeth. “Probabilmente no, ma non abbiamo scelta. Se Rashmin ha parlato con questo Durgan prima di avventurarsi con Anteus a Xak - Khalan, dobbiamo scoprire se ha condiviso con lui qualche informazione utile su come aveva intenzione di impostare la ricognizione.” Aggiunse Kail. Terren annuì. “E credo che mi sia rimasto nella borsa giusto un po’ di tabacco delle valli di Haven, per spingerlo a collaborare.” Il mezzelfo ed il guerriero si scambiarono un sorriso compiaciuto.
Nonostante l’oste non fosse un gran padrone di casa, i tre compagni dovettero ammettere di aver messo un buon pasto sotto i denti. Pagato il conto, uscirono quando ormai era primo pomeriggio. Le indicazioni dell’oste li condussero dritti alla periferia sud di Staughton. L’aria qui era più rarefatta, ma non per questo meno impregnata di odori forti: un mix di cuoio conciato, metallo arrugginito e legna umida.
La “catapecchia” di Durgan non smentiva la descrizione: un edificio basso e sgangherato, costruito con assi di legno annerite e rattoppate nel tempo con pezzi diversi, come se ogni riparazione fosse stata fatta solo per rimandare quella successiva. Un insegna, ormai sbiadita fino all’illeggibilità, si reggeva per miracolo su una spiovente tettoia che cadeva a pezzi. Kail aguzzò la vista. “Fucina di … Borin?” Domandò agli altri, come se avesse letto male. “Questa, un tempo, doveva essere una forgia.” Mugugnò Galeth. “Lo è stata. Molti anni fa.” Concluse Terren, lapidario.
Attorno all’edificio, alcuni barili consunti giacevano accatastati contro una parete, le doghe gonfie e crepate. Un tempo, forse contenevano acqua per temprare il metallo; ora erano solo involucri vuoti, dimenticati. Non c’era segno di attività recente. L’unica cosa davvero solida dell’intera struttura era la porta: due ante spesse, rinforzate con bande di metallo scuro, ancora integre e ben fissate. Un contrasto netto con il resto del degrado, come se qualcuno si fosse assicurato che, qualunque cosa accadesse all’edificio, quell’ingresso dovesse restare sbarrato.
Galeth si avvicinò di mezzo passo. Il legno della porta sembrava assorbire la luce, scuro e opaco, segnato da graffi e colpi che non erano solo opera del tempo. Inspirò profondamente e bussò. Il suono fu sordo, pesante. Nessuna risposta. Bussò una seconda volta, con più decisione. “C’è qualcuno?” Silenzio. Appoggiò l’orecchio alla porta, percependo dall’altra parte un lieve rumore ritmico. Qualcuno stava lavorando il legno. Con una pialla probabilmente.
Galeth si voltò verso i compagni scuotendo il capo: chi era dentro non aveva sentito, o fingeva di non sentire. Kail si affiancò all’amico e alzò la voce: “Durgan! Siamo venuti per parlarti.” Ancora nulla. Terren osservava in silenzio, immobile. Il mezzelfo poggiò una mano sulla porta e tentò un’ultima carta: “Siamo amici di Rashmin.” Passarono secondi interminabili, durante i quali Galeth riprovò a sentire se qualcosa all’interno era cambiato, e quando staccò l’orecchio dalla superficie bisbigliò: “Il rumore si è interrotto. Forse il nano sta lavorando e quando lo fa, non ama essere interrotto da nessuno.”
Tuttavia, il silenzio che seguì cambiò la sua natura. Non si ruppe, ma si fece più denso, più attento. Kail lo percepì, così come Terren dietro di lui. Aspettò un istante, poi aggiunse, più piano: “Dobbiamo assolutamente parlarti. Sappiamo che anche tu conoscevi Rashmin.” Passarono altri secondi, poi si udì un rumore di passi pesanti e lenti. Kail scambiò uno sguardo con Galeth. Una voce arrivò ovattata, roca, filtrata dal legno: “Non conosco nessun Rashmim. Andate via.”
Il guerriero serrò appena la mascella, mentre Kail rimase fermo. “Capisco …” Iniziò il mezzelfo. “… se non vuoi parlare con noi.” Esitò appena un attimo, poi affondò il colpo. “… ma Rashmin è morto.” Il silenzio che seguì fu diverso da tutti quelli precedenti. Era vuoto. Assoluto. Poi i passi si fecero più veloci, più rapidi. Infine il rumore di un chiavistello e la porta che si apriva con un cigolio secco.
Un odore di ferro li investì subito. Vecchio, stantio, mescolato a polvere e legno. Dentro, la luce filtrava a fatica, disegnando ombre lunghe su ciò che restava di una fucina. L’incudine era spenta da decenni.
Attrezzi arrugginiti calavano da ganci appesi alle pareti. Insieme a catene, anelli di ferro, martelli che non colpivano più nulla da tanto tempo ormai. Quella fucina sembrava come congelata nel tempo, un relitto di un’epoca passata.
Sulla soglia, il nano li fissava torvo. Basso, massiccio, con una barba grigia e disordinata e occhi scuri, duri come la pietra. Il suo volto era segnato non tanto dall’età, quanto da qualcosa che si era rotto dentro di lui molto tempo prima. Il suo sguardo arcigno scivolò sui tre visitatori: indugiò su Kail, passò oltre Galeth e infine si fermò su Terren. Quando i suoi occhi incontrarono quelli dell’elfo, qualcosa cambiò appena. Gli si ammorbidirono, come se avessero riconosciuto qualcosa che non si aspettavano più di vedere.
“Entrate.” Disse asciutto, prima di voltarsi. All’interno, lo spazio si apriva in modo caotico. La fucina occupava ancora il centro della stanza, ma era chiaro che non era più il cuore di questo posto. Il ferro aveva ceduto il posto al legno. Tavoli improvvisati erano carichi di trucioli, e strumenti da intaglio erano disposti con una cura che mancava a tutto il resto. Alcuni oggetti finiti, ciotole, manici, piccoli lavori decorativi, erano avvolti in un panno o impilati ordinatamente. Altri pezzi, più complessi, mostravano una precisione quasi maniacale.
Durgan si mosse all’interno senza guardare se i suoi ospiti lo seguissero. Fu allora che Kail lo notò: il suo braccio destro. Lo teneva rigido, vicino al corpo, muovendolo con goffaggine innaturale. Eppure, sui tavoli, gli strumenti da intaglio raccontavano un’altra storia: una storia di forza, controllo, ed una meticolosità assoluta.
“Chi vi manda?” Chiese il nano senza voltarsi. “Nessuno.” Rispose Galeth. Durgan sbuffò appena. “Tutti vengono mandati da qualcuno.” Si fermò accanto a un tavolo. Lì sopra, tra trucioli e segni ancora freschi, c’era un figura intagliata, impressa nel legno: un elfo. Non era ancora finita, ma sembrava già viva. Le linee del volto erano delicate, lo sguardo appena accennato, come se l’intagliatore non avesse ancora deciso quale segreto fargli rivelare. Terren si avvicinò di un passo.
“E’ lui?” Chiese piano. Durgan non rispose subito. Poi, con tono brusco tagliò corto: “E’ solo legno. Mi tiene occupato e mi permette di mangiare.” Kail osservò meglio la statuina. Non era “solo legno”, affatto. Tuttavia, scelse di non commentare. Il nano si voltò lentamente, lo sguardo di nuovo duro. “Avete detto che Rashmin è morto ... come?” Il silenzio avvolse la stanza.
Kail fece un passo avanti, senza esitare. “Aveva accettato un incarico da un cavaliere …” Deglutì, cercando le parole. “… mio padre.” Gli occhi del nano si strinsero leggermente e Kail sostenne il suo sguardo. Poi Durgan parve annuire leggermente, ma il mezzelfo aveva ripreso a parlare e non se ne rese conto. Terren invece si, ma non disse nulla. “Si chiamava Anteus, ed era un Cavaliere di Solamnia. Rashmin scelse di accompagnarlo, di fargli da guida in un’impresa eroica.”
Galeth, accanto a loro. Osservava l’ambiente circostante. Cercava di capire perché quel vecchio nano malandato vivesse dentro una fucina abbandonata, tra una piccola cucina ricavata dalla pietra e un letto di fortuna. Schioccò le labbra, tornando a concentrarsi sul dialogo. “Finché non gli è capitata una disgrazia.” Concluse Kail. Il volto di Durgan si fece più cupo. “Dove?” “Le miniere di Pax Tharkas.” Rispose il mezzelfo. Poche parole, ma pesanti come macigni.
Il nano abbassò lo sguardo. Per un lungo istante, nessun osò spezzare quel silenzio. Poi Durgan inspirò a fondo e rialzò gli occhi. Non c’era più sorpresa, solo una fredda amarezza. “Capisco …” Disse, la voce più piatta del solito. “… mi dispiace.” Non era una formalità. Si voltò appena, come per prendere distanza da quella notizia. “Rashmin…” Iniziò, poi si fermò scuotendo il capo. “Era mio amico.” Un’ombra di ironia amara gli attraversò il volto rugoso. “Strano detto da un nano, vero?” Nessuno rispose.
Lo sguardo di Durgan cadde sul suo braccio destro. Lo fissò per un istante, le dita si mossero appena come se cercassero qualcosa che non c’era più. “Ha fatto per me …” Disse piano. “… cose che nessun altro avrebbe fatto.” Poi gli occhi tornarono duri. Pratici. “Bene. Cosa volete da me?”
Kail riprese il filo.“Sappiamo che Rashmin è passato da Staughton. Stiamo cercando di ricostruire il suo percorso … e, a quanto pare, tu gli eri molto vicino. Sembri l’unico in città in grado di poterci aiutare davvero.” Durgan strinse i pugni come se stesse lottando contro un impulso interno, che stava cercando di impedirgli di fare la cosa giusta. Poi si rilassò e annuì di nuovo. Questa volta non solo Terren se ne rese conto, ma anche Kail e Galeth. “Tutto ciò che dite è vero.” Gli occhi di tutti e tre si posarono sul vecchio nano.
“E’ esattamente quello che mi disse prima di partire … aveva una serie di tappe in mente. Una di queste era Pax Tharkas.” Il silenzio si fece più attento. “E’ venuto qui … con un uomo. Il tuo cavaliere, suppongo.” Sollevò lo sguardo verso Kail. “Disse di chiamarsi Anteus… mi dispiace se era tuo padre.” Poi lo studiò meglio, stringendo appena gli occhi. “Anche se …” Borbottò. “Non mi sembrava così vecchio.” Un’ombra di dubbio gli attraversò il volto.
Kail accennò un sorriso stanco. “Non lo era … o almeno non come lo immagini tu. Anteus era … è … mio padre adottivo.” Durgan non commentò. Kail continuò, senza entrare nei dettagli: “E’ lui che mi ha cresciuto.” Il nano annuì lentamente. Non fece altre domande. Non servivano. Fece qualche passo nella stanza, come se avesse bisogno di spazio per pensare.
“Mi parlò di preparativi.” Disse infine, con un gesto vago della mano sinistra. “Preparativi prima di partire.” Galeth si fece più attento. “Che genere di preparativi?” Domandò asciutto. “Paludi. Insetti. Miasmi. Cose che ti mangiano vivo prima ancora che tu capisca dove hai messo i piedi.” Kail annuì lentamente, incrociando lo sguardo consapevole di Terren. “Unguenti. Oli. Miscele. Qui a Staughton si trovano, se sai a chi chiedere, ma non a Crossing.” Si concesse una pausa piuttosto lunga.“Ma non era solo quello.”
Il silenzio tornò a farsi pesante. Durgan esitò di nuovo, non perché non sapesse cosa dire, ma perché stava decidendo se dovesse davvero farlo. Chiuse gli occhi e si abbandonò ai ricordi. “E’ venuto qui per parlarmi.” Kail lo fissò. “Di cosa?” Il nano incrociò le braccia, ma il movimento si fermò a metà per colpa del braccio offeso. “Della missione. Di dove stavano andando e … perché lo stavano facendo.” Il nano si concesse un respiro profondo, poi pronunciò un nome che risuonò nella stanza come un anatema antico. “Xak - Khalan…” Una parola pericolosa. Quasi nefasta.
Terren non si mosse, ma la sua attenzione si fece vibrante. “Disse che non era una voce isolata …” Continuò Durgan. “… che qualcuno, a Crossing, gli aveva parlato di movimenti sospetti. Di presenze oscure.” Galeth si irrigidì appena. “Che tipo di … presenze oscure?” Il nano lo guardò torvo. “Goblin …” Sussurrò. “Nei pressi delle rovine delle città gemelle.” Silenzio. Durgan proseguì più piano, voltandosi verso la figura intagliata sul tavolo. “Rashmin non si fidava delle voci. Ma nemmeno le ignorava. Per questo è venuto qui … per capire se secondo me quelle voci avevano un fondo di verità e … per lasciarmi qualcosa.”
I tre compagni si lanciarono occhiate confuse, ma restarono in attesa. Il nano rimase in silenzio per qualche istante, poi si voltò verso un angolo buio della stanza. Si avvicinò a un vecchio baule, basso, rinforzato in ferro e si chinò con lentezza, usando la mano buona per aprirlo. Il legno scricchiolò. Frugò tra gli scomparti per qualche secondo, poi ne trasse un involucro avvolto in un panno scuro. Tornò verso il tavolo e lo posò con cautela, ma non lo scoprì subito. “Mi disse che se non fosse tornato … di sicuro gli dei del Bene avrebbero mandato qualcuno a cercare … a cercare questo.”
Kail trattenne il respiro. Durgan sollevò lo sguardo. “Non pensavo fosse vero, ma non l’ho mai aperto.” Terren increspò appena le sopracciglia. “Perché?” Il nano scrollò le spalle con una semplicità disarmante. “Non era mio.” Il silenzio che seguì diede peso a quella lealtà silenziosa. Poi, lentamente, il nano sciolse il nodo ed aprì l’involto. Dentro c’erano due cose: un piccolo disco di pietra e dei fogli ripiegati.
Il primo sembrava un medaglione o forse un sigillo di pietra scura, grande quanto il palmo di una mano. Linee curve solcavano la superficie, antiche e familiari, ma diverse da quelle della chiave affusolata di Kail. Qui i semicerchi erano verticali e speculari, come due metà destinate a non toccarsi mai. Il mezzelfo sentì una morsa allo stomaco: la sensazione di un incastro mancante.
Il secondo era un manipolo di fogli di pergamena consumati e ripiegati più volte. Terren si avvicinò e li prese con delicatezza millimetrica. Erano schizzi, ma tracciati da una mano esperta: rovine sommerse da una vegetazione soffocante e un altare inghiottito da radici, fango e acque malsane. Accanto a disegni, simboli e fitte annotazioni in elfico. Terren iniziò a scorrere il testo, poi si fermò su un passaggio più accurato, scritto con particolare intenzione. La sua voce risuonò bassa mentre traduceva:
“Ho trovato questo strano oggetto tra le rovine di un altare minore. Non ho alcuna idea a cosa possa servire, ma sono certo che non è qualcosa che possa essere ignorato. Era incastrato dentro l’altare, ma non è stato difficile svellerlo dal suo alloggiamento.
Sono convinto che ci siano altri altari come questi, sepolti nella vegetazione. Luoghi di culto ormai segreti, che nascondono altri oggetti come questa pietra scura. Sono sicuro che tali oggetti siano in grado di risvegliare qualcosa.
Xak Khalan non è morta. Non del tutto almeno e andrebbe preservata, visto quanto è antica. Ultimamente, ogni volta che mi ci avvicino, sento qualcosa. Non è solo la palude. Non sono solo le rovine. E’ come se qualcosa osservasse. Custodi invisibili e striscianti che si muovono nella vegetazione, guardinghi e inquietanti.
Xak Tsaroth poi è anche peggio. Lì non vi è solo minaccia, ma un’oscurità forte. Antica. Vicina. Mi vergogno a scriverlo, ma … in questi anni solo la vista delle sue rovine hanno iniziato a spaventarmi.
Se questo oggetto è ciò che credo, allora esiste un luogo che non ho ancora trovato. E se esiste … esso non è stato costruito per essere aperto da chiunque. Forse, il disagio che ho provato muovendomi per quelle terre, la sensazione di essere studiato ed osservato, è proprio l’eco di questo mio timore: è giusto aprire al mondo presente meraviglie che appartengono al passato?”
Quando l’elfo finì di leggere, nessuno parlò per qualche istante. Kail estrasse lentamente dalla sacca la chiave di pietra che gli aveva dato Orsin Feld. Anche gli elfi che gliel’avevano venduta avevano lasciato una specie di profezia simile a quella di Rashmin. Forse era vero: gli elfi, creature mistiche per eccellenza, erano guidati da premonizioni che sfuggivano alla comprensione delle altre razze.
Il mezzelfo fece ruotare la pietra affusolata tra le dita e la posò sul tavolo, accanto al disco. Le due forme non combaciavano, ma sembravano cercarsi. Le girò e rigirò, tentando di intuire un incastro, un significato, una volta messe vicine. Nulla, non ci riuscì e questo lo spinse a credere che forse mancava ancora un pezzo dello schema.
Durgan osservò la scena curioso. “Rashmin aggiunse un’ultima cosa.” Disse, incrociando lo sguardo di Kail. “Disse che se qualcuno fosse arrivato qui … con qualcosa che veniva dalle rovine …” I suoi occhi si fecero più duri. “… allora non sarebbe stato un caso. E che a quel punto, sarebbe spettato a me decidere se aiutarlo o meno.” Guardò Terren, poi Kail e infine Galeth. Lentamente annuì. “Direi che ho deciso.” Per un istante, mentre il silenzio tornava a espandersi come una macchia d’olio, Terren abbassò lo sguardo sugli schizzi e sugli appunti. Qualcosa dentro di lui si mosse: un’eco, un’inquietudine che non gli apparteneva del tutto, ma che riconosceva per istinto.
Il silenzio nella fucina durò ancora qualche istante. Kail teneva lo sguardo sul medaglione di pietra e sulla chiave affusolata. Terren sugli appunti. Galeth, invece, osservava Durgan. Notò quanto il suo braccio offeso fosse rigido, trattenuto, sempre leggermente indietro rispetto al resto del corpo. Alla fine non riuscì ad evitare la domanda. “Che ti è successo?” Chiese, come sempre diretto. “Al braccio intendo …” Terren sollevò appena lo sguardo dai fogli. Kail rimase in silenzio, fingendo di essere assorto e concentrato su qualcos’altro. Il nano non rispose subito. Sembrò infastidito, poi sospirò. Non con rabbia, ma con una stanchezza che proveniva da molto lontano nel tempo.
“Questa …” Disse, indicando la stanza con un gesto lento. “… un tempo era una fucina vera.” Terren scelse quel momento per offrire al nano un po’ del suo tabacco di Haven. Durgan sgranò gli occhi ed annuì entusiasta. Afferrò una pipa di legno finemente intagliata, relegata in un angolo del tavolo e iniziò a schiacciarci dentro più tabacco che poteva. Si avvicinò ad un pentolone ribollente per accenderla e aspirò a pieni polmoni, chiudendo gli occhi in un’espressione di pura estasi.
Quando li riaprì, la sua voce era diversa: “Mio padre … Borin, nano di collina come me, era un fabbro come se ne vedono pochi ormai.” Il suo sguardo scivolò sull’incudine fredda. “L’ho ereditata da lui. Cinquant’anni fa … forse qualcosa di più.” Si concesse una seconda tirata. “Un giorno … sono uscito per raccogliere legna.” Si fermò, lo sguardo perso, come se rivedesse la scena tra i fumi della pipa. “Non sono tornato subito.” Un sorriso amaro gli piegò le labbra.
“Un branco di lupi.” Kail si voltò appena. Durgan sollevò il braccio destro, tenendo la pipa con la sinistra. Lo mosse di qualche centimetro, un movimento legnoso e limitato. “Mi hanno preso qui.” Indicò la spalla. “E qui.” Un segno sul fianco. “E qui.” Silenzio. “Ero già morto … solo che non lo sapevo ancora.” Approfittò della pausa per godersi un’altra profonda tirata. “Rashmin mi trovò.” Il tono cambiò: non era più duro, non era più ruvido. Era lento, quasi riverente.
“Li ha fatti scappare. Non so come. Non ricordo molto. Solo che mi ha trascinato fin qui.” Indicò il pavimento sotto i suoi piedi. “Ha chiamato un cerusico. E’ rimasto … giorni accanto a me.” Il nano espirò il fumo nervosamente. “Io … io non mi fidavo. Degli elfi, intendo. Così mi avevano insegnato.” Abbassò lo sguardo, quasi vergognandosi di quel vecchio pregiudizio. “Ma lui è rimasto lo stesso. Ha aspettato. Finché ho capito …” Tirò dalla pipa con un suono raschiante. “… ho capito che la diffidenza … e la paura, non servono a nulla.”
Sollevò gli occhi e li posò su Terren. “Ti rendono solo più piccolo.” Nessuno osò spezzare il momento. “Il braccio non è mai guarito. Non abbastanza almeno.” Concluse, indicando l’incudine. “Non potevo più lavorare il ferro.” Volse gli occhi ai trucioli e al legno intagliato. “E’ stato lui a dirmi di provare altro. Ma io ero testardo e non volevo. Preferivo crogiolarmi nel mio dolore, nella mia angoscia di non poter seguire le orme di mio padre.” Sorrise appena, gli occhi per un istante si inumidirono. “Poi un giorno si presentò con un coltello e un pezzo di legno. Mi convinse a iniziare ad intagliare.”
Fece un gesto verso gli oggetti sparsi per la stanza “E adesso … è che così che sfogo la mia arte. Ed è così che sopravvivo.” Le sue parole si spensero lentamente, insieme al fumo della pipa. Prima che il silenzio diventasse imbarazzante, Kail si schiarì la voce e decise di cambiare argomento. “Ahem … hai parlato di unguenti, prima. Di oli per la palude.” “Si.” Il nano si voltò verso di lui. “Se dovete andare a Xak Khalan … vi serviranno.” Galeth incrociò le braccia. “Dove li troviamo?”
Il nano fece un cenno con il pollice, come a indicare la città. “Piazza del mercato. Bancarella fissa, lato sud.” Si concesse una pausa teatrale. “Cercate Harlven.” Poi aggiunse con tono più aspro: “E’ un nano alchimista. Ce ne sono davvero pochi in giro e lui non è uno che perde tempo con chi non conosce. Ditegli che vi mando io.” Fece un mezzo sorriso, appena accennato. “Altrimenti vi venderò acqua sporca al prezzo dell’oro.” I tre si mossero, preparandosi per uscire. Kail recuperò il medaglione di pietra, mentre Terren aveva già fatto sparire i fogli nella sua bisaccia.
Durgan si voltò lentamente verso di lui. Lo osservò più a lungo questa volta. Senza durezza. “Tu …” Mormorò. Terren sollevò lo sguardo. “Non pensavo di rivedere un elfo qui dentro. Voglio dire, quante possibilità c’erano di ospitarne un altro nella mia casa … dopo lui?” Il nano indicò la scultura incompiuta sul tavolo. “Mi ha fatto bene averti qui, anche se per pochi minuti.” Terren non rispose, ma ascoltava con la consueta attenzione. “So che Rashmin è morto. E questo fatto non può cambiare.” Riprese Durgan, respirando a fondo. “Ma vederti … mi ricorda che qualcosa di buono è rimasto in me.” Si lisciò la barba, poi aggiunse: “Ti chiedo una cosa. Quando questa storia sarà finita … se tornerai da queste parti …” Indicò di nuovo la statua. “… voglio finirla. E voglio che tu la porti alla sua gente, ai suoi cari, se ne ha ancora ….”
Gli occhi del nano si indurirono, ma non erano freddi. “Come ringraziamento.” Terren inclinò appena il capo. “Lo farò.”Durgan annuì. Poi fece un passo indietro. “Allora andate … e non morite come degli idioti.” Accennò un sorriso appena visibile.
Fuori l’aria sembrava cambiata: più aperta, più fredda. Mentre si allontanavano dalla catapecchia di Durgan, Terren rallentò per un istante. Lo sguardo perso verso sud, scrutando qualcosa di invisibile, ma che, in qualche modo, percepiva come una minaccia imminente.
Attraversarono di nuovo le strade di Staughton, puntando al cuore del mercato. Tra banchi affollati e voci sovrapposte, Terren li guidò fino a una bancarella defilata, stipata di ampolle, sacchetti e piccoli contenitori sigillati. Dietro il banco, un nano dalla barba striata di bianco, occhi scuri come l’ebano e il volto rugoso, li osservava senza entusiasmo. “Harlven?” Chiese Galeth. Il nano non rispose subito. Kail fece un passo avanti. “Veniamo per conto di Durgan.” Quella frase bastò. Harlven sollevò appena lo sguardo, studiandoli con maggiore attenzione.
“Dite.” “Dovremo inoltrarci probabilmente in una zona paludosa …” Disse Kail. “Ci servono oli repellenti, unguenti. Protezione per acque malsane.” Harlven fece una smorfia evidente. “Protezione …” Ripeté piano, scuotendo la testa. “Visto che siete amici di Durgan, posso tenervi lontani gli insetti, le sanguisughe e qualche altra seccatura simile.” Fece una pausa teatrale. “Ma non faccio miracoli.”
Prese tre piccole boccette e le riempì con un liquido denso, dall’odore acre, che tirò fuori da sotto il bancone. “Se avete intenzione di spingervi a sud, vero le paludi, sappiate che laggiù ci sono cose che non vedete finché non è troppo tardi. Alcune non si vedono affatto, ma credetemi: vi osservano lo stesso.” Le posò sul banco. “Sono cinque monete d’argento a pozione.” Kail pagò senza discutere. Harlven raccolse le monete, poi aggiunse quasi distrattamente: “Vi do un consiglio: i cavalli. Non lasciateli mai liberi. Teneteli sempre a briglia corta.” Poi lanciò un’occhiata d’intesa a Terren. “Ma questo, immagino, lo sappiate già.” Senza altro da aggiungere, si allontanarono.
Lasciarono Staughton poco dopo. Terren spiegò a Kail e Galeth che il segno della spirale spezzata si trovava nella parte sud occidentale della città. Tuttavia, non ritenendo fondamentale un’ispezione immediata, il mezzelfo decise di puntare dritto verso Xak – Khalan: era giunto il momento dell’azione!
Il viaggio verso le rovine durò poco più di sei ore. Il sentiero si faceva sempre più stretto, meno battuto, fino a ridursi a una traccia appena visibile tra erba alta e terreno irregolare. Il sole calava lentamente alle loro spalle, tingendo di rosso le colline e allungando ombre inquiete davanti a loro. Parlarono poco. Più si avvicinavano, più l’aria cambiava, diventando più umida e pesante.
Poi, in lontananza, apparvero i primi segni. Ruderi. Pietre spezzate che emergevano dal fango come ossa antiche. Resti di mura divorate dalla vegetazione e colonne inclinate, avvolte da radici che sembravano stingerle come artigli adunchi. La palude non era ancora iniziata del tutto, ma era ormai vicinissima. Terren rallentò, poi si fermò del tutto. Kail e Galeth gli si affiancarono, mentre l’elfo osservava l’orizzonte, immobile. “Ci fermiamo qui.” Dichiarò asciutto.
Galeth aggrottò la fronte. “Ma siamo a poche centinaia di metri.” “Lo so.” Rispose l’elfo in modo lapidario. Kail lo studiò con attenzione. “Che c’è?” Terren non rispose subito; continuava a fissare le rovine lontane. “Accamparsi ora è la scelta migliore.” Disse infine. “Entreremo all’alba. Con la luce.” Galeth incrociò le braccia. “Non mi sembra il tipo di posto che migliora con la luce.” Terren scosse appena il capo. “Non è per quello. E’ per me.” Kail si fece più attento. “Che vuoi dire?”
Terren inspirò lentamente, lasciando che l’aria umida gli riempisse i polmoni. “Sono anni che non passo da queste parti, ma ogni esploratore elfico … almeno una volta nella sua lunga vita … si avvicina a questi luoghi. E’ come un richiamo per noi. Un richiamo della Luce che un tempo queste città custodivano.” Il suo sguardo tornò a posarsi sui resti di pietra.“Xak – Tsaroth … Xak – Khalan.” Sussurrò, come se pronunciasse i nomi di vecchi amici caduti.
“L’ultima volta che sono stato qui intorno però, ho provato inquietudine. E’ normale per noi elfi. Sappiamo che con i secoli in queste rovine è arrivato altro. Qualcosa di selvaggio. Non necessariamente malvagio, ma certamente pericoloso.” Poi il suo volto si fece più teso e il mezzelfo sentì il tono del compagno cambiare drasticamente. “Ma non così.” “Che cosa senti?” Chiese Kail, abbassando istintivamente la mano verso l’arma. Terren esitò, pesando con cura le parole.
“E’ … più forte. Più vicina.” Fece una pausa misurata. “Come se qualcosa si fosse risvegliato.” Il vento passò tra le erbe alte, piegandole in un sussurro lamentoso che pareva rispondere alle sue parole. “La mia natura elfica … “ Continuò piano. “… mi fa percepire alcune cose. E questa … questa non c’era tanto tempo fa. O se c’era rimaneva sopita, fusa con l’ambiente.” Né Kail e né Galeth commentarono quelle fosche parole; il peso di quell’avvertimento sembrava aver reso l’aria più densa. Terren abbassò lo sguardo, poi fece un passo indietro. “Riposiamo. Domani entreremo.” Poi quasi tra sé, concluse: “E capiremo cosa si muove tra queste rovine.”
Quella notte, il sonno arrivò lentamente e non fu affatto leggero. Perché, da qualche parte oltre la linea scura della palude, tutti e tre sentivano che qualcosa di nascosto ed ostile li stava già aspettando.
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- Scritto da Mike Steinberg
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La porta della Torre di Guardia si richiuse alle loro spalle. Il frastuono che ne scuoteva l’interno svanì d’un tratto, inghiottito dal brusio più ampio della città. Il vento portava con sé l’odore acre della polvere e quello pungente delle spezie del mercato vicino.
Galeth camminava con passo misurato accanto alla bambina. Lei procedeva dritta, lo sguardo fisso davanti a sé, avvolta in quella compostezza quasi solenne che lui aveva già notato nella torre. Per un po’ rimasero in silenzio, poi il guerriero lo ruppe con tono gentile. “Vedrai che troveremo presto la tua gente.” La bambina non si fermò, limitandosi a inclinare appena il capo. “Lo so.”
Il guerriero annuì, osservandola con attenzione. Aveva pronunciato quelle parole con la consapevolezza di chi sapeva bene che i barbari delle pianure non avrebbero lasciato mai indietro nessuno di loro. Camminarono ancora per qualche passo tra la folla che gremiva il mercato.
Ad un tratto la piccola lo urtò e Galeth avvertì di nuovo quel calore, intenso e rinfrancante, contro il fianco. Era la spilla. La sentiva pulsare attraverso il tessuto della cappa: viva, rassicurante. Senza dire nulla, il guerriero sfiorò il metallo con la mano, cercando un varco tra la gente mentre un pensiero lo tormentava: doveva capire se esistesse una connessione tra la piccola e il monile che Dominique gli aveva lasciato in eredità. Ma come fare? Lanciò uno sguardo penetrante alla bimba. Lei non se ne accorse. O forse fece finta di non accorgersene.
“Non mi hai detto il tuo nome.” Domandò dopo un momento. La bambina non rispose subito. Continuò a camminare con lo stesso passo calmo e posato, ma il suo sguardo parve farsi leggermente infastidito, come se volesse evitare di ribadire quanto già spiegato al suo amico mezzelfo poco prima. “Tra la mia gente …” Rispose infine con voce asciutta. “… i nomi non si donano facilmente.” Galeth accennò un sorriso. “Capisco.” Fece una pausa, tentando un’altra strada. “Sei figlia di qualcuno di importante nella tua tribù?”
Questa volta la piccola lo guardò davvero. Non con diffidenza, ma con una sorta di silenziosa valutazione. Poi parlò: “Mia madre si chiama Tearsong …” Pronunciò il nome con una nota di profondo rispetto. “ … è la guida spirituale del nostro popolo.” Il guerriero sollevò un sopracciglio. “Una sacerdotessa …” La bambina annuì. “Conosce le erbe. Le medicine. Sa come lenire il dolore e guarire le ferite. La gente va da lei quando soffre.”
Nel dirlo, il suo sguardo mutò. Non era orgoglio infantile, ma ammirazione pura. Quasi venerazione. Al suono delle sue parole, Galeth percepì di nuovo il calore della spilla, stavolta più intenso. Notando che la via era sgombra in quel punto, si fermò. “Posso mostrarti una cosa?” Il guerriero tirò fuori la spilla di Dominique. Il metallo era inciso da un simbolo antico, levigato dal tempo: il segno dell’infinito di Mishakal, la dea della guarigione!
“Questa spilla apparteneva ad un uomo che conoscevo.” Disse Galeth con un velo di amarezza. “Un vecchio nostromo dal cuore nobile e dal coraggio infinito. Si chiamava Dominique.” La bimba osservava il monile in silenzio. Il guerriero le avvicinò lentamente la spilla e il metallo reagì all’istante.
Un bagliore tenue si accese tra le incisioni e il calore aumentò contro la sua mano callosa. “Riconosci questo simbolo?” Sussurrò il veterano. La bambina scosse la testa. “No.” La spilla pulsò ancora. “La vedi?” Chiese lui. “Cosa?” “La luce.” La piccola osservò meglio l’oggetto. Lui lo avvicinò di più; il bagliore si fece più vivo, non abbagliante, ma, almeno per gli occhi di lui, inconfondibile.
Il guerriero la fissò con intensità.“Prova a prenderla.” La bimba esitò solo un istante, poi allungò la mano. Non appena le sue dita sfiorarono il metallo, la spilla smise di brillare. Il calore svanì e il monile si fece freddo e silenzioso. Galeth rimase immobile, col cuore che batteva più forte. La bambina restò a fissarlo con attenzione per qualche secondo intenso, poi glielo restituì come nulla fosse.
Senza aggiungere un solo commento a quell’esperienza, ripresero a camminare. Poco dopo, la locanda comparve davanti a loro. All’interno, uno dei barbari delle pianure sedeva vicino all’ingresso. Non appena vide la bambina, l’uomo scattò in piedi. Le andò incontro parlando rapidamente nella sua lingua, con tono severo. La piccola rispose subito con voce ferma, per nulla intimidita.
Continuarono a parlare per qualche istante, in quell’idioma duro e musicale che Galeth non comprendeva. Poi il barbaro si voltò verso di lui. Era alto, con le spalle larghe e i capelli intrecciati secondo l’uso delle pianure. Lo studiò per un momento, poi disse nella lingua comune: “Ti ringrazio.” Fece un breve cenno con il capo. “Io seguo Arrowthorn, capo dei Qué – Shu.” Il barbaro indicò la bambina con rispetto, svelando finalmente l’importanza del suo lignaggio. “Il capo vorrà ringraziarti di persona.” Il guerriero sentì che, in quel momento, non era nelle condizioni di poter rifiutare.
Lasciata la locanda, l’uomo delle pianure, che si era presentato con il nome di Stonecold, fece segno a Galeth di seguirlo. La bambina camminava tra loro, silenziosa come un’ombra. Si diressero verso la piazza del mercato: il punto esatto in cui la tribù si era separata prima che lei si perdesse tra la folla. Stonecold non parlava, la piccola restava chiusa nel suo mutismo e Galeth non aveva nulla da dire: un trittico perfetto per un generare silenzio assoluto.
Avanzavano tra bancarelle ormai mezze svuotate e venditori impegnati a rimpinguare le merci sui carretti, mentre il sole di mezzogiorno brillava in un cielo terso. Per qualche istante, Galeth lasciò vagare i pensieri. La spilla di Dominique riposava sotto la tunica; l’aveva controllata più volte lungo il tragitto, ma ora era fredda, muta: un semplice pezzo di metallo inerte.
Eppure il guerriero non nutriva dubbi. Ciò che era accaduto tra l’oggetto e la bambina non poteva essere un caso. Aveva visto la luce, aveva percepito quel calore: un senso di forza e quiete primordiale, impossibile da spiegare a parole. E tutto era scaturito dalla sola presenza della piccola.
Dominique era stato chiaro riguardo a quell’antico monile: era un lascito dei Veri Chierici. Un’eredità che la sua famiglia si tramandava da generazioni e che solo in rarissimi casi manifestava barlumi del suo antico potere. Il nostromo era stato tra quei pochi fortunati, ma Galeth non credeva che persino lui potesse scatenare una reazione simile a quella prodotta dalla bambina senza nome.
Il capitano Melas gliel’aveva affidata perché convinto che il suo amico Dominique avrebbe voluto che andasse a qualcuno di degno. Un prescelto. Galeth abbassò lo sguardo sulla piccola che gli camminava a fianco. Forse era lei. Doveva essere lei! Se se ne fosse privato inutilmente, trascurando l’importanza che quel gesto avrebbe potuto avere nei mesi a venire, avrebbe potuto alterare l’intero equilibrio della loro missione.
Malgrado le certezze del guerriero, sembrava però che la bimba non avesse nemmeno percepito l’evento. Non aveva visto la luce, né sentito il calore. Al contrario: sembrava averli assorbiti, spenti. Ma la percezione di Galeth restava forte, profonda, qualcosa di ancestrale che lo spingeva a credere che lei fosse davvero destinata a quella spilla. Tuttavia, un dubbio lo pungeva: forse avrebbe dovuto confrontarsi con il suo compagno prima di fargliene dono.
La piazza si aprì davanti a loro e, con essa, apparve la figura che li attendeva. Un uomo imponente, dai capelli scuri che ricadevano sulle spalle coperte da un mantello di pelle. Non c’erano dubbi su chi fosse: Arrowthorn, il capo dei Què – Shu. Non appena scorse la bambina, l’uomo mosse alcuni passi verso di loro. Non disse una parola; Il suo sguardo corse rapido dalla figlia a Stonecold.
I due uomini si scambiarono poche parole nella lingua delle pianure, un dialogo essenziale e serrato. La piccola rimase immobile finché Arrowthorn non la osservò di nuovo. Le rivolse una domanda con tono fermo e autorevole, privo però di durezza. Lei si limitò ad annuire, accostandosi al padre. Il capo le appoggiò per un istante la mano sulla sua spalla, poi finalmente si voltò verso Galeth.
Lo studiò con calma solenne. C’era qualcosa di magnetico nello sguardo di quell’uomo: non diffidenza, ma un’attenzione assoluta. “Stonecold mi ha detto che sei stato tu a riportarmi mia figlia.” Disse infine in lingua comune. La voce era profonda, ben calibrata. “Non esistono parole con cui io possa sdebitarmi.” Fece un gesto lento verso la piazza circostante. “Questo luogo è per noi un labirinto di voci e di pietra. Ci sarebbero volute ore per ritrovarci.”
Fissò Galeth negli occhi. “Il tuo gesto non è passato inosservato. E’ l’atto di un uomo giusto.” Dopo una breve pausa, Arrowthorn infilò le mani sotto il mantello e ne trasse un piccolo medaglione di cuoio. Dal laccio pendeva un dente lungo e affilato, probabilmente appartenuto ad un predatore delle pianure. Lo porse a Galeth, che era rimasto in ascolto e con la mente in fermento per tutto quel tempo.
“Noi dobbiamo ripartire. Siamo già in ritardo.” Galeth si avvicinò di due passi e accettò il ciondolo. Il cuoio era caldo, segnato dall’uso. “Se un giorno dovessi trovarti nelle terre di Qué – Shu…” Continuò Arrowthorn, indicando il dente con un accenno di sorriso che ammorbidì il volto severo, “… mostra questo. Sarai sempre considerato un amico.”Il guerriero riuscì solo a chinare leggermente il capo in segno di rispetto. “Ti ringrazio per il dono … ma anch’io, col tuo permesso, vorrei farne uno a tua figlia.”
Il capo dei Què – Shu guardò la piccola, mentre Galeth si inginocchiava ed afferrava la spilla dalla tasca della cappa. “Prendila. E’ tua ora …” La bimba alzò gli occhi verso suo padre cercando un tacito consenso, poi si avvicinò al guerriero. Allungò una mano e prese il monile. Per la prima volta da quando l’aveva incontrata, Galeth notò un sorriso di gioia genuina allargarsi sul suo volto acerbo. Non perché capisse il potere sacro di quella spilla, ma perché aveva compreso l’importanza del gesto che le era stato rivolto. Un’importanza che nemmeno lo stesso Galeth era riuscito a cogliere lì per lì, ma che capì in seguito osservando i suoi occhi ridenti: non aveva solo fatto qualcosa di giusto, aveva compiuto un gesto d’amore.
“Grazie.” Riuscì solo a dire la piccola, stringendo l’oggetto con tutte le forze, portandolo al petto. Galeth cercò di inumidire la bocca impastata, poi aggiunse: “Non sono molto bravo con queste cose … ma sono certo, che quando crescerai, saprai scoprire da sola come utilizzare quella spilla. Ne sono certo.”
Arrowthorn annuì un’ultima volta, poi si voltò. La piccola lanciò a Galeth un ultimo sguardo silenzioso, prima di seguire il padre e Stonecold tra le strade della città. Per qualche istante il guerriero rimase immobile nella piazza. La sua mano scivolò istintivamente nella tasca della cappa, ormai vuota.
I dubbi lo assalirono di nuovo, ma sapeva che qualcosa di soprannaturale, quel giorno, era accaduto. Qualcosa di mistico, di divino. Qualcosa che Dominique avrebbe compreso, ma che lui poteva solo intuire: quella bimba sarebbe un giorno diventata adulta e quel giorno gli Dei del Bene l’avrebbero chiamata. Era sicuro di questo e avrebbe fatto il possibile per spiegarlo a Kail.
Si voltò e riprese la strada verso la Torre di Guardia, dove probabilmente il suo amico lo stava già aspettando.
Quando Galeth aveva lasciato la torre con la bambina, il baccano della sala d’attesa era parso richiudersi su Kail come una porta invisibile. Il caos non era affatto diminuito: mercanti che gesticolavano, guardie che cercavano di mantenere un minimo di ordine, gente in fila che borbottava e sbuffava mentre il tempo passava.
Il mezzelfo si sistemò meglio il mantello sulle spalle e rimase al suo posto. Non aveva fretta. O almeno, cercava di non mostrarne. Davanti a lui la fila avanzava lentamente. Ogni tanto qualcuno si metteva a discutere con la guardia dietro il banco delle denunce, e allora tutto si fermava per qualche minuto. Una donna protestava per un carico sparito dal magazzino del porto. Un uomo accusava il vicino di avergli sottratto due galline. Un altro ancora sosteneva di esser stato truffato da un venditore ambulante.
Kail ascoltava ogni cosa distrattamente, perché il suo pensiero tornava sempre allo stesso nome: Terren. Finalmente la fila avanzò di qualche passo e la guardia dietro il banco batté una mano sul legno. “Avanti il prossimo!” Il mezzelfo si fece avanti. La guardia lo osservò con un’espressione stanca, il volto segnato da una giornata troppo lunga. “Allora?” Kail si fermò davanti al banco. “Salve. Ho saputo che tenete in custodia uno scout. Un certo Terren.” La guardia lo fissò per qualche secondo, senza rispondere, poi strinse appena gli occhi. “Perché lo volete sapere?”
Kail incrociò le braccia. “Potrei essere interessato ai suoi servizi.” Spiegò senza cambiare tono della voce. “Mi è stato detto che è una guida molto abile.” La guardia sbuffò. “Molto abile, eh?” Si voltò, si alzò dalla sedia e fece qualche passo verso uno scaffale dietro di lui, dove erano ammucchiati registri di cuoio e fogli sparsi. “Una guida abile … ah!” Mormorò caustico, mentre sfogliava alcune pagine.
Poi tirò fuori un registro più grande e lo aprì con un colpo secco. “Vediamo.” Scorse alcune righe con il dito. “Terren … Terren …” Kail aspettò. “Quando sarebbe stato arrestato?” Chiese l’uomo senza alzare gli occhi. “Ieri sera.” Rispose Kail. “Accusato da un mercante di spezie.” La guardia annuì distrattamente mentre continuava a scorrere i nomi. Poi si fermò. “Eccolo.” Picchiettò il dito sulla pagina.
“Terren. Preso in custodia ieri sera. In attesa di giudizio …” Alzò lo sguardo verso il mezzelfo. “Sarà pure uno scout molto abile …” Chiuse lentamente il registro. “ … ma da quello che vedo qui è anche un ladro molto scaltro.” Kail inclinò leggermente il capo. “E’ già stato giudicato?” La guardia scosse la testa. “No.” Fece scivolare il registro di lato. “Ma se è finito qui dentro, un motivo ci sarà.” Kail fece spallucce. “Il denaro può comprare molte cose.” Disse con calma. “Anche accuse piuttosto convincenti.”
La guardia lo fissò per un istante. Non sembrava risentito, quanto curioso. Kail continuò. “Comunque non sono qui per stabilire se sia colpevole o innocente. Mi basta parlarci.” Il soldato appoggiò i gomiti al banco. “Senza il permesso del suo accusatore non è possibile.” Indicò il registro con un cenno della testa. “A meno che non siate uno dei suoi giudici legali. O qualcuno incaricato di difenderlo a processo.”
Kail rimase in silenzio per un momento. Poi si sporse appena verso il banco. “Capisco.” Abbassò leggermente la voce. “Ma mi basterebbero pochi minuti.” La guardia non rispose, limitandosi a squadrarlo con attenzione. Il mezzelfo continuò con tono misurato. “E so essere … molto generoso con chi mi aiuta.” Per un attimo tra i due cadde il silenzio.
Il soldato si guardò attorno. La sala era ancora una bolgia: gente che urlava, guardie che cercavano di sedare di continuo risse improvvise, cittadini che imprecavano persino in fila. Nessuno stava guardando loro. Il soldato sospirò, poi si voltò verso un collega poso distante. “Ehi, Ragtak!” La guardia sollevò la testa dalle scartoffie. “Che c’è?” L’uomo con cui Kail stava parlando gli fece un cenno eloquente. “Prendi il mio posto un attimo.” Ragtak sbuffò. “Ancora?” “Si, ancora. Devo allontanarmi un secondo.” Il collega si alzò controvoglia e si avvicinò al banco.
“Muoviti.” La guardia fece segno a Kail di passare oltre la sbarra di legno che separava il pubblico dall’area riservata. “Vieni.” Lo guidò lungo un corridoio stretto che si apriva dietro il banco delle denunce. Il clamore della sala rimase rapidamente alle loro spalle, sostituito da un silenzio più pesante, interrotto solo da passi lontani e dal tintinnio occasionale di armi o chiavi. Davanti a loro si apriva il cuore della torre.
Una scala di pietra saliva a chiocciola verso i piani superiori, i gradini consumati al centro da anni di passaggi. La guardia cominciò a salire senza nemmeno voltarsi. Kail lo seguì. Dopo qualche scalino l’uomo parlò, senza rallentare. “Se hai tanta premura di incontrare questo tizio ...” Disse a mezza voce. “… ti conviene fare in fretta.”
Continuarono a salire. “Non posso darti molto tempo.” Aggiunse la guardia. Kail annuì, anche se il soldato non poteva vederlo. “E’ severamente vietato parlare con i detenuti in custodia. A meno che non si tratti di personale legale o autorizzato dai suoi accusatori.” Fece una pausa, “E tu non sembri nessuno delle due cose.” Kail trattenne un sorriso appena accennato.
Mentre procedevano, non poté fare a meno di riflettere su quanto quella situazione fosse distante dalle sue abitudini. Nella sua terra d’origine, la Solamnia, un episodio del genere sarebbe stato quasi impensabile. Lì, le Torri di Guardia erano governate da disciplina ferrea, regolamenti militari e una catena di comando che non lasciava spazio a interpretazioni personali.
Corrompere una guardia? Non impossibile, forse, ma certamente una sfida estrema. Qui invece, a Crossing, uno dei centri nevralgici dell’Abanasinia, le cose sembravano funzionare in un modo quasi opposto. Più elastico. Più umano, forse. Ogni situazione poteva diventare un’opportunità, anche per chi indossava un’armatura e aveva il compito di far rispettare le leggi. Non che Kail avesse qualcosa da ridire in quel momento. Anzi.
La scala terminò davanti ad una pesante porta di legno rinforzata con bande di ferro. La guardia la aprì spingendola con la spalla. Dall’altra parte si estendeva un corridoio lungo e spoglio. Sulla destra si aprivano alcune finestre strette, da cui entrava la luce grigia del pomeriggio. Sulla sinistra invece si susseguivano file di celle chiuse da sbarre di ferro. L’odore di pietra umida e paglia vecchia riempiva l’aria.
Il soldato fece qualche passo lungo il corridoio. “Numero sei …” Mormorò tra sé nervosamente. Kail lo seguì in silenzio, contando le celle. Alla sesta si fermò. Batté una mano sulle sbarre. “Ehi tu.” La figura all’interno non si mosse. “Tirati su. Hai visite.” Dalla paglia arrivò un leggero movimento.
La guardia si voltò verso Kail. “Sbrigati.” Disse. “Fai quello che devi fare.” Indicò con il pollice il corridoio alle loro spalle. “Ti aspetterò fuori dalla porta.” Fece un passo indietro. “Non posso stare qui.” Poi si allontanò. I suoi passi risuonarono sulla pietra, sempre più lontani, finché non si udì il cigolio della porta pesante e il rumore sordo della chiusura. Il mezzelfo rimase solo, immobile davanti alle sbarre.
Da dentro la cella la figura si mosse lentamente. Prima si sollevò sui gomiti. Poi si mise seduta. La luce delle finestre entrava di sbieco nel corridoio, ma all’interno della cella restavano solo ombre. Kail riusciva appena a distinguere la sagoma.
Ad un certo punto la figura si alzò. Fece qualche passo avanti. Quando arrivò abbastanza vicino alle sbarre, la luce proveniente dall’esterno dell’edificio colpì il suo volto. Kail rimase per un attimo sorpreso. I tratti erano inconfondibili: il viso affilato, elegante, quasi scolpito. Le orecchie si allungavano appena oltre i capelli scuri e due occhi grigi, penetranti, sembravano voler scrutare ogni cosa. Il corpo era esile, ma sotto la tunica si intuivano muscoli asciutti, abituati al movimento e alla fatica.
Terren era un elfo!
Un elfo dei sentieri di Qualinesti. Uno di quelli che vivevano per trovare strade dove gli altri vedevano solo foreste, vie scoscese o passaggi impervi. Kail lo squadrò in silenzio per qualche istante. Non ricordava di aver mai incontrato un elfo prima d’ora, e di certo non si aspettava di trovarne uno in una cella.
Gli elfi erano noti per il loro legame con la natura, per una spiritualità antica e per un senso dell’armonia che difficilmente si conciliava con il furto. Erano i prediletti di Paladine, il sommo dio del bene. I suoi primi figli. Kail dubitava fortemente che una creatura simile si abbassasse a rubare, men che meno spezie preziose. Poi però un pensiero gli attraversò la mente: da quello che sapeva su sua madre, rubare spezie era forse il peccato minore.
Quella riflessione gli lasciò addosso una strana sensazione. Per questo era lì. Per sentire la verità direttamente dalla sua voce. Non glielo avrebbe detto subito, ma il modo in cui lo stava osservando lasciava trasparire chiaramente che non era venuto solo per curiosità, ma per uno scopo preciso. Uno scopo che non era detto entrambi avrebbero accettato di condividere, a prescindere della storia del furto. Tuttavia Kail avvertì un’innata familiarità con quella creatura. In fondo, per metà era un elfo anche lui.
Inoltre, lo scout che Anteus aveva scelto come guida pei suoi viaggi nell’Abanasinia era stato proprio un elfo. Trovarsi davanti quei tratti inattesi gli portò alla mente pensieri contrastanti che non si aspettava di risvegliare. Davanti a lui, l’elfo lo osservava in silenzio, aspettando che fosse l’estraneo a rompere l’indugio.
“Tu sei Terren?” Domandò. L’elfo lo studiò con calma. Gli occhi erano chiari, attenti, per nulla intimiditi dalle sbarre. “Dipende da chi lo chiede.” La voce era tranquilla, quasi distaccata. Kail incrociò il suo sguardo. “Il mio nome è Kail. Mi hanno detto che sei uno scout e che sei stato arrestato ieri sera.” Terren inclinò appena il capo. “Entrambe le cose sono vere.” “Per furto.” Aggiunse a margine il mezzelfo. Un’ombra appena percettibile attraversò il volto dell’elfo.” Così sostiene il mercante.” Kail si avvicinò di mezzo passo alla cella.
“Olaf Riltar.” Disse Terren, guardando il mezzelfo con rinnovata attenzione. “Conosci il suo nome. So che vende spezie.” L’elfo sospirò piano. “Vendere spezie è probabilmente l’attività più onesta che svolge.” Rimase qualche istante in silenzio, poi continuò. “Mi ha ingaggiato come guida. Doveva viaggiare da New Ports fino a Crossing. Non conosceva la strada e non si fidava dei sentieri di foresta.” Kail annuì leggermente. “E tu lo hai accompagnato.” “Si …” Terren fece un passo indietro, per un secondo fondendosi per un istante con le ombre della cella. “… ma non mi sono piaciute per niente le persone con cui l’ho visto trattare laggiù.”
“Che genere di persone?” Domandò Kail, corrucciando la fronte. “Gente losca. Individui sinistri a cui non interessavano le spezie … ma le armi. E le informazioni. Tuttavia era tardi per fare un passo indietro: avevo dato la mia parola.” Terren si appoggiò alle sbarre con una mano. “Comunque il viaggio è andato bene. nessun problema, nessuna imboscata, nessun animale pericoloso. Una volta arrivati qui, ho preso la mia paga e gli ho detto chiaramente che le nostre strade si sarebbero separate per sempre.” Gli occhi dell’elfo si fecero più duri. “Ma lui aveva altre intenzioni.”
Kail rimase in silenzio, lasciandolo proseguire. “Mi ha chiesto di fare una consegna per lui.” “Una … consegna?” “Si. Avrei dovuto portare un pacco a New Ports. Dopodiché giurò che non mi avrebbe mai più chiesto nulla.” “E tu hai rifiutato.” Terren lo guardò intensamente. “Non faccio commissioni in generale … e non ne faccio per quel tipo di persone.” Il tono dell’elfo era semplice, come se la cosa fosse ovvia.
“Gliel’ho detto chiaramente.” Terren abbassò lo sguardo per un momento. “Ha insistito per due giorni. Partendo dal denaro e finendo alle minacce.” Sollevò di nuovo gli occhi grigi verso Kail. “Ma la mia risposta non è cambiata.” “E allora ti ha accusato di furto.” “Esatto. Aveva paura che me ne andassi … senza sapere che non potevo … per cui mi ha confinato qui, sperando che queste quattro mura umide mi facciano cambiare idea. Ha detto esplicitamente di non avere fretta.” L’elfo fece un piccolo gesto verso la cella. “Finché non accetterò di fare quella consegna per lui, l’accusa resterà. Quello che lui non capisce è che io vivrò ancora molti secoli dopo la sua morte.” Kail accennò un sorriso, ben sapendo che gli elfi erano quasi immortali agli occhi degli uomini.
Terren lo studiò ancora. “E tu?” Chiese infine. “Sei venuto qui solo per capire se sono colpevole?” Kail scosse lentamente la testa. “Sono venuto per capire se posso fidarmi di te.” Per un attimo i due rimasero immobili. Poi Kail fece la domanda che cambiò ogni cosa. “Conosci un elfo di nome Rashmin?”
Questa volta la reazione fu quasi impercettibile, ma Kail la colse ugualmente. Il volto dell’elfo rimase una maschera impassibile, ma nei suoi occhi passò un lampo. Un ricordo forse. “Rashminthalas …” Mormorò Terren, assaporando il nome. “Si … lo conoscevo.”
Fece un piccolo cenno con la testa. Kail sentì il cuore accelerare. “Sono però diversi anni che non lo vedo.” Continuò l’elfo. “Sapevo che aveva accettato di scortare un umano. Una spedizione esplorativa, credo.” I suoi occhi si strinsero. “Non rivelò mai a nessuno, almeno qui a Crossing, di cosa si trattasse.” Fece una pausa, poi aggiunse: “Ma Rashminthalas non era il tipo da lasciare i suoi sentieri per qualcosa di banale.” Kail abbassò lo sguardo, la voce ora più bassa. “Quell’umano era mio padre. Si chiamava Anteus.” Poi, senza cercare giri di parole, concluse: “Rashmin … o Rashminthalas, alla maniera degli elfi … è morto.”
La notizia rimase sospesa nell’aria pesante della cella. Terren non reagì subito. Arretrò, sparendo nell’oscurità. “Era un ranger straordinario …” Disse piano dalle ombre. “E’ morto tentando di aiutare Anteus.” Confermò Kail. L’elfo tornò verso la luce, lo sguardo affilato. “Dove?” “A Pax Tharkas.” Rispose Kail, espirando lentamente. “Quando mio padre ha trovato il suo corpo … dopo giorni di ricerca … sembrava fosse caduto vittima di una frana. Ma non lo era … aveva le gambe spezzate in punti differenti e sul collo spiccavano strane ferite.”
Terren si fece cupo. “Se conosci la natura di quel viaggio … dimmela.” Kail esitò un istante, poi parlò. “Una guerra si sta preparando, Terren. Che tu ci creda o no, le legioni della Regina Oscura si stanno radunando di nuovo dopo secoli di silenzio. Ho raccolto prove sufficienti per dimostrarlo. Sai a chi mi sto riferendo, vero?” “Takhisis …” Il nome sembrò gelare l’aria. Terren rimase immobile, lo sguardo indurito come pietra. Non appariva sconvolto; sembrava, al contrario, che una parte di lui l’avesse sempre saputo. D’altronde era un elfo: percepiva per natura se un’aura oscura si stava levando intorno alle sue terre.
“Ho scoperto dei piccoli avamposti nella Solamnia.” Continuò Kail, la voce ferma. “E’ la mia terra e so che si stanno preparando da tempo.” “Dunque non è una male che sorge ora, ma un’ombra che si è allungata nel silenzio..” Commentò Terren. Il mezzelfo scosse lentamente il capo. “No. I cavalieri indagano da anni. E grazie ad Anteus … e Rashmin … ora sappiamo che anche qui, nell’Abanasinia, non si tratta solo di superstizioni o voci di corridoio. Il pericolo è reale.”
L’elfo rimase pensieroso per alcuni battiti di cuore. “Se ciò che dici è vero … “ Disse infine. “… allora il destino del mondo sta per mutare.” Kail annuì. “Per questo ho bisogno di uno scout esperto. Per cercare di impedirlo.” Gli occhi di Terren scivolarono su di lui, poi sulle sbarre di ferro, infine sulla pesante porta della cella. “Ed io non posso fare nulla da qui.” Un piccolo sorriso amaro si dipinse sulle sue labbra. “A meno che tu non voglia farmi evadere.”
Kail incrociò le braccia, il volto serio. “Sono appena arrivato in città e preferirei evitare di diventare subito un ricercato.” “Allora resta una sola strada: convincere Olaf Riltar a ritirare l’accusa.” “Dove posso trovarlo?” “Ha una casa nel quartiere dei mercanti. Non ti sarà difficile individuarla: l’odore dell’oro è forte quanto quello delle sue spezie.” Kail fece un passo indietro, accennando un saluto. “Abbi fiducia.” Terren lo osservò senza rispondere.
“Ho disperatamente bisogno del tuo aiuto.” Aggiunse il mezzelfo prima di congedarsi. “Non ti lascerò marcire qui dentro. Anche se sono sicuro che vivresti comunque molto più del mercante di spezie.” L’elfo annuì una sola volta, poi tornò lentamente verso il suo giaciglio di paglia. Kail si voltò e percorse il corridoio fino alla porta di legno. Bussò con decisione. Dall’altra parte si sentirono dei passi. Il chiavistello scattò e la guardia lo osservò con un’aria tra il divertito e l’annoiato.
“Allora?” Gracchiò il soldato. “Hai capito se si tratta di un criminale o di un povero diavolo?” Kail scrollò le spalle con studiata indifferenza. “A parer mio, non ha fatto niente. Ma vedremo.” La guardia fece un sorriso obliquo e sollevò il palmo aperto, in un gesto che non ammetteva repliche. Il mezzelfo sospirò e attinse alla sua scarsella, lasciando cadere alcune monete.
Quando il soldato si ritenne soddisfatto del pagamento, iniziò a ridiscendere la scala a chiocciola. Davanti alla porta che dava sulla sala principale, sbirciò oltre l’uscio. Il caos era ancora quello di prima. Gli fece un cenno sbrigativo. “Vai, sbrigati.” Il mezzelfo uscì, superò la sbarra di legno e si mescolò alla folla. Dietro di lui, la guardia tornò al banco, riprendendo il suo posto accanto a Ragtak e scambiando con lui qualche parola distratta.
Kail attraverso la stanza ed uscì dalla torre, inspirando a fondo. Si guardò intorno stordito. Fortunatamente fuori l’aria era più fresca e gli bastò poco per riprendersi. Poco distante dall’ingresso, seduto su uno scalino, c’era Galeth. Sembrava assorto nei propri pensieri, ma sollevò lo sguardo non appena l’amico gli si avvicinò.
Non servirono troppe parole. I due si aggiornarono rapidamente, con la naturalezza di chi è abituato a condividere pericoli e scelte difficili. Kail riferì dell’incontro con Terren: l’appartenenza alla razza elfica, la sua versione dei fatti e soprattutto il ricatto che lo teneva prigioniero. Un’accusa costruita ad arte da un mercante di spezie, Olaf Riltar, per costringerlo ad accettare un incarico che aveva rifiutato più volte. Non entrò dei dettagli. Non ce n’era bisogno. Galeth colse subito l’essenziale: per reclutare l’elfo serviva convincere il mercante a ritirare l’accusa.
Dal canto suo il mezzelfo aggiunse le proprie impressioni: Terren non gli era sembrato un bugiardo. C’era in lui quella fermezza tipica degli elfi, quella disciplina interiore che difficilmente si piegava a compromessi meschini. Se diceva di essere innocente, lui era incline a credergli. E soprattutto l’elfo conosceva Rashmin. Non di persona forse, ma abbastanza da riconoscerne il valore. E questo a lui bastava.
Galeth ascoltò in silenzio, assimilando ogni dettaglio. Poi fu il suo turno. Raccontò del cammino con la bambina e di ciò che non gli aveva rivelato prima: la reazione della spilla di Mishakal alla sua vicinanza. Un calore che aumentava ogni volta che lei gli era finita addosso nel caos delle strade. Segnali troppo evidenti per essere ignorati. Gli confidò la sua decisione, presa tra mille dubbi e infinite esitazioni.
Aveva donato la spilla alla bambina con un atto di fede. Tutto, dentro di lui, gli aveva urlato di farlo, a dispetto dell’utilità pratica e del suo stesso buonsenso. Ammise con una punta di vergogna di non averlo consultato prima di agire e che, se lui adesso avesse deciso di arrabbiarsi, ne avrebbe avuto ogni ragione. All’inizio Kail sentì un impeto di stizza: nonostante gli effetti negativi che aveva su di lui, quell’oggetto incantato dalla luce di Mishakal, avrebbe potuto essere un’arma preziosa nelle mani di qualcuno di degno che avrebbe potuto unirsi a loro lungo il viaggio.
Poi però la rabbia lasciò il passo all’accettazione, poiché Kail spiegò che aveva imparato a fidarsi ciecamente dell’istinto dell’amico e siccome né lui né il compagno erano i destinatari designati della spilla, fare speculazioni su chi avrebbe potuto utilizzarla, per aiutarli nella loro missione, era solo un mero esercizio retorico. Alla fine gli mise una mano sulla spalla, confortandolo: aveva fatto la cosa giusta. Anche lui, grazie ad Erstellen, aveva imparato a non sottovalutare la chiamata degli dei, soprattutto se aveva l’aspetto di una bambina così singolare.
Galeth sembrò rinfrancato. Mostrò a Kail il ciondolo che il padre della bambina gli aveva affidato: un monile rozzo, ma carico di significato. Rappresentava una promessa o forse un richiamo futuro. Attraverso quel monile sarebbero stati accolti con gioia presso il popolo di Qué – Shu. Kail ascoltò in silenzio. Non commentò subito: c’erano troppe cose che si stavano intrecciando e loro, purtroppo, non sapevano leggere nel futuro.
Alla fine però, entrambi arrivarono alla stessa conclusione: prima di tutto, Terren! Se volevano il suo aiuto, dovevano tirarlo fuori da quella cella. E questo significava una cosa sola: affrontare Olaf Riltar! Kail si voltò verso il quartiere dei mercanti e Galeth gli si affiancò senza dire nulla.
Dopo ore trascorse a muoversi tra le vie di Crossing, i due amici avevano imparato a riconoscere i punti chiave della città: le strade più battute, gli odori che annunciavano le botteghe, il brusio costante del commercio. Non avevano bisogno di chiedere dove andare. Solo chi cercare. Fu una bottega di spezie a dare loro la risposta. L’aria all’interno era densa, quasi solida: pepe, cannella, curcuma, si sovrapponevano in un aroma stordente. Dietro il banco, un uomo stava pesando con precisione millimetrica delle polveri scure. “Cerchiamo Olaf Riltar.” Esordì Kail.
L’uomo sollevò lo sguardo, studiandoli per un istante prima di gesticolare verso l’esterno. “. E’ il proprietario di questa bottega, ma non lo troverete qui. Il mio nome è Nelkoh e qui ci lavoro solamente.” Indicò con il mento lungo la via. “Casa sua è poco più avanti. Portone scuro, finestre ad arco.” Kail annuì. “Grazie.”
Poco dopo si trovarono davanti all’abitazione. Non c’erano insegne, non servivano. Il legno lucido del portone, le rifiniture metalliche, le finestre alte e curate: tutto parlava di ricchezza. Di una ricchezza che non aveva bisogno di essere spiegata.
Kail bussò. Dopo qualche istante, la porta si aprì quel tanto che bastava per lasciar intravedere un uomo anziano, vestito con abiti semplici ma impeccabili. “Si?” “Siamo qui per Olaf Riltar. Dobbiamo parlargli di un affare importante.” Il vecchio maggiordomo li squadrò con occhio attento, soffermandosi soprattutto sui loro abiti da viaggio logori. Poi aprì del tutto la porta. “Entrate.” Disse appena.
L’interno era ordinato, elegante, controllato in ogni dettaglio. Tappeti spessi, mobili robusti, superfici lucide. Nulla era fuori posto. Il governante li guidò lungo un corridoio silenzioso e li fece accomodare in una sala d’attesa. Non passarono che pochi minuti. “Il signor Riltar acconsente a ricevervi, prego seguitemi.”
Lo studio era molto diverso dal resto della casa: non solo esprimeva ricchezza, era carico di valore antico. Teche di vetro custodivano armi di antichi cavalieri di un passato perduto, alcune annerite dal tempo. Alle pareti, quadri raffiguravano battaglie epiche: uomini in sella a draghi che serravano i ranghi contro creature altrettanto imponenti tra fiamme e ali spiegate. Una scena dominava su tutte: un cavaliere solitario, piccolo, ma ammantato di un’aura quasi invincibile, che fronteggiava impavido un drago a cinque teste. Huma e Takhisis!
Su un ripiano, una statua scolpita rappresentava una creatura alata dalle fauci spalancate gli artigli protesi: un altro drago. Accanto, scaffali colmi di documenti incorniciati mostravano pagine ingiallite e antichi rotoli vergati ben prima del Cataclisma. Testi consumati dal tempo, che parlavano di storia antica, di religione e soprattutto di draghi cromatici. Kail non colse ogni dettaglio, ma comprese abbastanza per inquadrare il personaggio che stavano per incontrare.
Il medaglione sotto la tunica si scaldò appena. Una vibrazione sottile accompagnò il calore. Qualcosa, lì dentro, non era del tutto naturale. E non era del tutto innocuo. “Affascinante, vero?” La voce arrivò dalla scrivania. Olaf Riltar li stava osservando.
Sulla cinquantina, avvolto in abiti costosi, cuciti con tessuti pregiati che mal celavano un corpo appesantito da una vita agiata, possedeva però occhi tutt’altro che pigri.“A cosa devo la visita? Geremiah mi ha detto che volete propormi un affare.” Disse, sistemandosi meglio sulla comoda sedia di pelle che soggiaceva alla scrivania. Kail fece un passo avanti. “Siamo qui per l’elfo.” “Elfo? Quale elfo?” Galeth si intromise subito. “Terren.” Olaf si appoggiò allo schienale. “Oh, capisco … il ladro.”
“Non è un ladro.” Ribatté il guerriero. “Le accuse dicono il contrario.” Sorrise freddamente il mercante. “Credo siate abituato a ottenere ciò che volete … anche quando qualcuno non vuole darvelo.” Olaf lo guardò incuriosito, intrecciando le dita sul tavolo. “Un’asserzione interessante, ma pericolosa … messer?” Galeth inclinò appena la testa, gli occhi stretti in due fessure minacciose.
“Il suo nome è Galeth. Io mi chiamo Kail …” Intervenne il mezzelfo per smorzare la tensione. “… e non siamo qui per cercare guai. Siamo venuti per capire se possiamo trovare un accordo tra le parti. Immagino che per voi ogni cosa abbia un prezzo.” Olaf rimase in silenzio per qualche secondo, pensieroso. Poi concesse: “Parlate. Vi ascolto.”
“E’semplice. Ci serve l’aiuto dell’elfo per i nostri viaggi a sud … e ci chiedevamo se poteva esistere una cifra che potesse farvi ritirare le accuse di furto, permettendogli di uscire di prigione. A tal fine, siamo disposti a coprire noi le spese delle spezie rubate.” Riltar schioccò le labbra, contrariato. “Sono abbastanza ricco da non aver bisogno di fare … affari … di questo genere.” Sottolineò la parola affari in maniera pesante, canzonatoria. “Non ho bisogno dei vostri soldi. Quell’elfo marcirà in prigione per tutto il tempo che riterrò necessario … o finché deciderà di rinsavire dalla sua maledetta cocciutaggine. E ora se, non vi spiace, avrei da fare.”
Olaf abbassò gli occhi sulle sue carte, ignorandoli. Ma né Kail e né Galeth avevano la minima intenzione di mollare l’osso. “Suvvia … se non desiderate il denaro, ci dovrà pur essere qualcosa che potremmo fare per voi. Magari una … commissione … di qualche tipo …” Suggerì Galeth, avanzando di un passo. Olaf stava per rispondergli in malo modo, poi la sua espressione mutò. Un’idea sembrò prendere forma dietro i suoi occhi vispi e scuri.
“Uhm … forse …” Mormorò. “… forse un modo ci sarebbe.” Kail non esitò, afferrando quell’apertura al volo. “Dite pure. Lo faremo noi.” Riltar lo guardò, questa volta per davvero. “Cosa intendete?” Kail sospirò, maledicendo i modi evasivi dei mercanti. “Qualunque incarico aveste dato a lui … lo svolgeremo noi.” Si concesse una pausa intensa. “Dobbiamo andare a sud e sicuramente passeremo per New Ports …” Olaf tamburellò lentamente le dita sul tavolo: era chiaro che quei due fossero a conoscenza del compito che aveva proposto all’elfo. “E in cambio cosa chiedete?” “Ritirate l’accusa contro Terren. E’ tutto ciò che vogliamo.”
Riltar fece scivolare il suo sguardo, per un attimo appena, verso il mobile alle spalle del mezzelfo. Un gesto minimo, ma Kail lo colse. Poi il mercante tornò a fissarli. “Dovete passare per New Ports, avete detto.” Galeth non rispose a parole. Estrasse una mappa acquistata da Orsin Feld e la srotolò sul tavolo. “Tracciati chiari, percorsi evidenti. Controllate voi stesso se non mi credete. Non è una deviazione, è la nostra strada.”
Il mercante abbassò lo sguardo ed osservò la mappa. Impiegò troppo poco tempo per verificare quanto gli era stato detto, ma abbastanza per prendere una decisione. Quando li rialzò, qualcosa era cambiato. Si alzò lentamente, raggiunse la credenza dietro le spalle del mezzelfo e ne estrasse un piccolo pacco, sigillato con cura maniacale. Lo posò sul tavolo con eccessiva attenzione. “Questo deve arrivare a New Ports.”
Kail si avvicinò, sperando di percepire qualcosa di soprannaturale, ma il medaglione rimandava solo quel lieve calore sordo e la vibrazione di fondo di quando erano entrati nella stanza. “Cosa contiene?” Chiese Galeth a bruciapelo. Olaf accennò un sorriso tirato. “Nulla che vi riguardi. E nulla che dobbiate aprire per scoprirlo da soli. Se il sigillo verrà infranto, l’accordo salterà.” “Non trasportiamo cose pericolose …” Puntualizzò il guerriero. “Niente di pericoloso. Né per voi, né per altri. Deve solo arrivare a destinazione integro.” Kail e Galeth si scambiarono un’occhiata d’intesa.
“Abbiamo un accordo allora?” Olaf si raddrizzò. “Si. Accettiamo.” Rispose Kail. La reazione che il mercante ebbe a quel punto fu strana: mentre prendeva un foglio e scriveva il destinatario, il mezzelfo notò che egli appariva quasi sollevato, come se si fosse tolto un macigno dalle spalle. “Il destinatario è Philip Lamb, New Ports. Ecco a voi.” Appose anche un ultimo timbro di ceralacca e consegnò il pacco al guerriero, prima di tornare alla scrivania.
Compilò rapidamente un secondo documento, intridendolo di inchiostro fresco. “Con questo le guardie rilasceranno l’elfo. Ma badate bene … non sarà veramente libero. Potrà lasciare Crossing, ma non potrà tornare finché non avrò conferma della consegna.” Galeth incrociò le braccia. “E se qualcosa va storto?” “Non deve. Per il suo bene, soprattutto.” Olaf lo fissò con freddezza. “Se il pacco non arriva … se io non avrò una prova dell’avvenuta consegna a quel destinatario … l’accusa resterà pendente su di lui a tempo indeterminato.” Kail annuì lentamente e afferrò il documento. “Accordo fatto.” “Un accordo tra uomini d’onore.” Concluse Olaf. Nessuno dei tre sorrise.
Kail prese di forza il pacco dalle mani dell’amico, un gesto istintivo che non poté evitare. Era leggero, ma il peso di ciò che rappresentava si faceva sentire. Si voltò sulla soglia. “Grazie per il vostro tempo.” “Grazie a voi.” Rispose Riltar. Il tono non era riconoscente, era rinfrancato. Come quello di chi avesse appena passato una maledizione a qualcun altro.
I due compagni uscirono dallo studio, attraversarono il corridoio e lasciarono la casa. Fuori l’aria sembrò più leggera. Kail guardò il pacco, poi fissò Galeth. “Non gli importava nulla di noi.” Galeth scosse la testa. “No. Affatto. Gli importava solo di toglierselo di torno il prima possibile.” Kail annuì, stringendo appena la presa sul pacco.
“Questo non è un semplice incarico.” Galeth gli si affiancò, lo sguardo fisso sulla strada. “No. E anche Terren lo sapeva.” Ci fu un attimo di silenzio, poi si incamminarono verso la torre. Verso l’elfo. E verso qualcosa che, ormai era chiaro, non aveva nulla a che fare con una semplice consegna.
Il mezzelfo teneva il documento in una mano e il pacco nell’altra. Per qualche passo non disse più nulla, come se cercasse di riordinare le sensazioni lasciate da quell’incontro. Fu Galeth a rompere il silenzio. “Secondo te che può essere?” Kail fece spallucce. “Non lo so, ma di certo non sono spezie.” Annusò per un istante il pacco, poi contrasse la fronte. “Inoltre, non so se sia il caso di parlarne a Terren. Normalmente gli elfi sono discreti, ma potrebbe anche decidere di chiederci che genere di accordo abbiamo stretto con Olaf per liberarlo.” Galeth lo studiò di sottecchi.
“Non vorrei arrivare a mentire di proposito, pertanto cerchiamo di evitare il discorso fintanto che non sia lui a prenderlo. D’accordo?” Il guerriero annuì, poi schioccò le labbra in un gesto pensieroso. “Hai notato che non ha imposto un limite di tempo?” “Si.” Rispose il mezzelfo, affrettando il passo. “E come hai interpretato questa stranezza?”“Che non ha fretta. Vuole solo la ricevuta. Qualunque affare stia sbrigando con questo Philip Lamb, sembra parecchio diluito nel tempo. Meglio per noi.”
Galeth incrociò le braccia mentre camminavano. “Uhm … e quel documento?” “Cosa?” Rispose Kail, mostrandoglielo senza fermarsi. “E’ un permesso provvisorio. Può uscire da Crossing, ma non può rientrare senza la prova della commissione svolta. Segno che prima o poi saremo costretti a dirglielo.” Commentò Galeth. Kail annuì, riflettendo sulle parole dell’amico. “E’ come se Olaf sapesse che Terren tornerà per forza a Crossing.” “E se decidesse di non tornare?” Azzardò Galeth. Kail accennò un mezzo sorriso amaro. “Sarebbe libero …”
“… ecco perché il mercante ha vincolato la sua libertà al ritorno a Crossing con la ricevuta, perché sa che l’elfo non ha scelta.” Galeth sospirò. Terren aveva certamente un motivo per tornare e quel motivo non era Olaf. Sospirando il guerriero disse: “Ognuno ha i propri segreti, giusto? Magari un giorno ci rivelerà i suoi come abbiamo fatto noi.” “Magari lo farà …” Sussurrò Kail al vento.
Quando raggiunsero la Torre di Guardia, il caos mattutino si era stemperato. Questa volta fu più semplice catturare l’attenzione. Kail alzò la mano, cercando un volto familiare. Il soldato di prima lo riconobbe quasi subito e con un mezzo sospiro gli si avvicinò. “Sei tornato.” Kail non perse tempo e gli porse il documento. “Questo dovrebbe bastare.” Il soldato lo prese, lo aprì con calma, scorrendo le righe. Sollevò un sopracciglio. Poi l’altro. “Sei testardo …” Disse, senza nascondere un accenno di approvazione. “… sei andato davvero a trattare con quel mercante.” Kail non rispose. La guardia annuì tra sé. “Mi piacciono quelli che non mollano. Un attimo.”
Si allontanò verso il bancone, scambiò qualche parola con un collega e mostrò il documento. Ci fu un breve controllo, qualche domanda, uno sguardo verso di loro in più rispetto al necessario. Poi tornò. “E’ tutto in ordine.” Restituì il foglio a Kail. “Domani all’alba il tuo amico verrà rilasciato.” Galeth fece un passo avanti, impaziente. “Domani all’alba?” “Si.” Il soldato fece spallucce. “Tempo di recuperare le sue cose, registrare l’uscita e le condizioni del rilascio. Non è possibile fare prima.”
Il guerriero serrò la mascella, ma non aggiunse altro. Il soldato fece un passo indietro, tornando verso la sua postazione. “Non siete i peggiori che ho visto entrare qui dentro per qualcuno. Non fate tardi domattina …” Kail e Galeth si scambiarono un ultimo sguardo, poi uscirono dalla torre. La luce del pomeriggio stava iniziando ad incrinarsi, allungando le ombre sul selciato. “Penso che questa giornata sia finalmente finita.” Esordì Galeth. “Direi di si.” Rispose Kail, prendendo la direzione della locanda.
Se tutto fosse andato secondo i piani, il giorno dopo avrebbero avuto un nuovo compagno di viaggio. E con lui, una strada che cominciava a delinearsi davvero. Verso sud. Verso le rovine di Xak Khalan. E verso qualcosa che, ormai, nessuno dei due considerava più una semplice coincidenza.
Raggiunsero la locanda del Timone Spezzato quando il sole era ormai prossimo a calare. Mara li accolse con uno sguardo curioso. “Avete trovato Terren?” Kail annuì. “Si. E abbiamo convinto il mercante a ritirare l’accusa.” La donna sospirò, sollevata. “Lo immaginavo. Non aveva la faccia di un ladro.” “Restate anche domani?” Chiese poi. Galeth scosse la testa. “Partiamo all’alba.”
Regolarono il conto senza discutere: una moneta d’argento per il saldo della stanza, un’altra per i pasti. Mara si disse soddisfatta e li congedò con un cenno della mano. Mangiarono in silenzio, bevvero un paio di birre, poi salirono nelle loro stanze. Il sonno arrivò rapido, pesante. Poco prima dell’alba erano già in piedi. Una colazione veloce, poche parole, poi di nuovo fuori, verso la Torre di Guardia. Le porte erano ancora chiuse quando arrivarono, ma già qualche persona sul piede di guerra si aggirava per il pianerottolo e per le scale. Non restava che attendere.
Il cielo stava appena schiarendo quando, con un lento cigolio, il portone si aprì. Ne emerse l’elfo. Il battente si richiuse subito alle sue spalle con un tonfo sordo, quasi a voler sigillare quel capitolo spiacevole. Terren scese gli ultimi gradini con passo leggero, quasi silenzioso. Indossava una giacca di pelle consumata, pantaloni di cuoio e stivali segnati da infiniti viaggi. L’arco era già assicurato dietro la schiena; in mano teneva un corpetto di cuoio, mentre la spada pendeva ancora, malferma, al fianco.
Quando alzò lo sguardo, individuò subito Kail. Senza indugiare, il mezzelfo gli andò incontro. “Terren. Te l’avevo detto.” Fece un breve cenno di intesa. “Abbiamo trovato un accordo.” L’elfo annuì, ma senza entusiasmo. Il suo sguardo rimaneva vigile, come se non si fidasse ancora del tutto della libertà appena ritrovata.
Notando che Terren non chiedeva i dettagli della sua liberazione, Kail cambiò subito discorso. “Lui è il mio amico e compagno d’armi, Galeth.” I due si scambiarono uno sguardo misurato. “Terren ci accompagnerà in questo lungo viaggio.” Aggiunse Kail. L’elfo scosse appena la testa. “Vi guiderò almeno fino a Pax Tharkas.” Fece un pausa, lo sguardo perso verso l’orizzonte. “Voglio capire cosa è successo davvero a Rashminthalas, se Paladine me ne darà la possibilità …” Kail non disse nulla, sostenendo il suo sguardo. “Avrai le tue risposte. E noi le nostre. E questo per ora deve bastare ad entrambi. Ti sta bene?” Terren annuì.
Galeth intervenne con calma, accennando alle mappe acquistate e ai territori incerti che li attendevano. Terren ascoltò ogni parola, diede un’occhiata rapida alle carte e sentenziò: “Ci saranno sentieri che non conosco, ma vi farò evitare quelli che portano alla morte. Avete la mia parola.” Kail annuì, ma notò un’ombra di tensione sul volto dell’elfo. “Qualcosa non va?” Domandò preoccupato.
Terren strinse la mascella. “I soldati non mi hanno restituito tutto.” Sollevò la mano vuota. “La faretra è sparita. Insieme al mio zaino e all’intero pagamento del mercante.” Galeth alzò gli occhi al cielo, imprecando tra i denti. “E’ rimasto solo questo …” Kail osservò l’arco: la fattura era impeccabile, un’arma pregiata, non certo un pezzo comune. “… e la mia spada.” Il guerriero fece un mezzo sospiro. “Difficile riavere ciò che è stato rubato quando si è in una cella.” Ci fu più di un’ombra d’amarezza nelle sue parole. “Sembra che certi metodi non appartengano solo alla Solamnia.” Terren annuì, scuro in volto, senza commentare.
Kail intervenne prontamente per spezzare il malumore.“Per ora abbiamo abbastanza oro per tutti. Non facciamoci abbattere. Ci equipaggeremo e andremo avanti. Senza problemi.” Terren abbozzò un lieve sorriso e disse: “Non desidero essere pagato per un viaggio che avrei fatto comunque. Vi accompagnerò, l’ho promesso. Mi serviranno solo una faretra con almeno venti frecce, uno zaino e un equipaggiamento minimo da campo. Caccerò per mangiare.” Kail incrociò lo sguardo soddisfatto di Galeth. “Anche noi ne abbiamo bisogno. Non temere, prenderemo tutto il necessario per il viaggio.”
Galeth aggiunse d’un fiato: “Ti servirà anche un cavallo.” “Ne ho uno … “ Rispose Terren. “… alle scuderie di Darnel.” Il mezzelfo ricordò subito il destriero visto il giorno prima: un animale fiero, dal portamento austero, proprio come il suo padrone.
Si mossero insieme, compatti e silenziosi, camminando in una città che si stava lentamente svegliando tra i primi richiami dei mercanti. Giunti alle scuderie, Darnel accolse l’elfo con una familiarità che tradiva una conoscenza di lunga data. Chiese una moneta d’argento per lo stallaggio del corsiero e Kail pagò senza battere ciglio. Darnel consegnò i loro destrieri, già sellati e strigliati a dovere. Galeth ricevette il suo da Berenice, scambiando con la ragazza poche parole gentili, quasi familiari. Terren montò per ultimo. Senza sella. Solo una stuoia tra lui e il dorso dell’animale. Il suo cavallo sembrò placarsi all’istante quando riconobbe il padrone, che gli sussurrava arcane parole elfiche alle sue orecchie.
I tre viaggiatori salutarono Darnel e sua figlia, poi si trattennero in città ancora un po’ per rifornirsi: razioni per una settimana, qualche oggetto utile, lo zaino e la faretra per l’elfo. Nulla di più. Poi, finalmente, partirono. Attraversarono Crossing senza fermarsi, lasciandosi alle spalle il frastuono e la pietra. Fuori dalle mura, la strada si apriva libera. Terren prese la testa, aspettando le istruzioni dal mezzelfo. Kail e Galeth lo seguirono a breve distanza. Per un lungo tratto nessuno parlò.
All’improvviso Kail rallentò. Qualcosa, sul bordo della strada aveva attirato il suo sguardo. Qualcosa che gli gelò il sangue, facendolo sudare freddo nonostante il mattino fresco. Un segno inciso nella roccia. Una spirale. Una spirale spezzata!
Rialzò gli occhi, mise in guardia Galeth e spronò il cavallo verso Terren. Aveva una domanda angosciante da porgli, una domanda che non poteva attendere.
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- Scritto da Mike Steinberg
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Il cielo stava appena schiarendo quando la scialuppa cominciò ad avvicinarsi al porto. Dietro di loro, a largo, la sagoma della Peregrina era ormai poco più di un’ombra nella foschia del mattino.
Galeth remava con movimenti regolari, mentre Kail osservava la linea della costa che cresceva lentamente davanti a loro. Pontili anneriti, alberi di navi come scheletri contro la luce dell’alba e le grandi gru di legno che svettavano sui moli. Crossing li aspettava.
Per qualche minuto l’unico suono fu lo sciacquio ritmico dei remi. Poi Galeth ruppe il silenzio senza smettere di remare. “Dunque?” Kail si voltò a guardarlo, distogliendo lo sguardo dall’orizzonte. “Dunque cosa?” “Siamo quasi a terra. Da dove iniziamo?”
Kail rifletté un istante, massaggiandosi il mento. “Una locanda … per prima cosa.” Galeth annuì secco. “E poi?” “Poi cerchiamo l’equipaggiamento. Due cavalli. Mappe...” “… e una guida.” Aggiunse il guerriero, quasi avesse avuto un’illuminazione. L’ombra di una preoccupazione velò lo sguardo di Kail. “Uno scout, vorrai dire.”
Il silenzio tornò a farsi pesante. A Kail tornarono in mente, come lampi accecanti, le immagini vissute il giorno prima: il sangue viscido sul ponte, la testa mozzata, il dolore profondo che avevano involontariamente causato a Melas, sua figlia e all’intero equipaggio. “Senza qualcuno che conosca queste terre …” Mormorò infine. “… potremmo vagare per settimane senza meta.”
Galeth sbuffò, un suono aspro. “Sempre che qualcuno accetti di seguirci …” Kail fece un mezzo sorriso. “I soldi non ci mancano … per ora.” Galeth scosse lentamente la testa, gli occhi fissi sull’acqua scura. “Non credo sarà così semplice, Kail.” Gli indicò la costa con un cenno del mento. “Non ci serve un mercenario che si faccia pagare a giornata per portarci da un punto “A” a un punto “B” e poi tornarsene a casa. Ci serve qualcuno che sia disposto a rimanere con noi fino alla fine. Qualcuno che abbia una buona ragione per farlo.” Kail rimase in silenzio, riflettendo attentamente su quelle parole.
Mentre si avvicinavano, sfiorarono un piccolo peschereccio. Un uomo robusto, con la pelle arsa dal sale, stava tirando su una rete dall’acqua. Quando vide la scialuppa rallentò il lavoro e li squadrò con sospetto, lo sguardo che rimbalzava tra loro e il mare aperto. Sputò in acqua prima che Galeth potesse accennare un saluto.
“Vi ho visti.” Gracchiò il pescatore. Il guerriero rallentò la remata. “Venite dal largo …” Il suo mento indicò la foschia dietro di loro. “Calati da una nave. Non è un modo normale di arrivare a Crossing, questo.” I due rimasero in silenzio, lasciando che la barca scivolasse via. Il pescatore scrollò le spalle, tornando alle sue reti. “Spero per voi che non portiate guai. Qui la gente fa molte domande e spesso le accompagna coi coltelli.”
La scialuppa si allontanò, lasciandosi dietro il cigolio del peschereccio. Davanti a loro il porto si apriva ormai in tutta la sua caotica ampiezza. Navi mercantili provenienti dal sud dell’Abanasinia erano attraccate una accanto all’altra, mentre gli argani sollevavano casse e barili sopra i moli tra grida ed imprecazioni. L’aria era densa, un assalto di odori forti: spezie, pesce essiccato, catrame e vino acido.
Galeth manovrò verso uno spazio libero tra due pontili. La barca urtò il legno del molo con un tonfo sordo. Kail saltò giù con agilità, assicurando la cima ad un anello di ferro arrugginito. Non avevano ancora finito di sistemare la scialuppa, che un uomo con una tavoletta di legno sotto il braccio si parò davanti a loro.
“Da dove saltate fuori voi due?” Galeth indicò pigramente il mare. “Dal largo.” L’uomo batté lo stivale contro il fianco della barca. “E questa?” “E’ una scialuppa.” Affermò Kail, con un calma che rasentava l’insolenza. L’uomo fece una smorfia, poi lo squadrò meglio. “Sei simpatico, mezzelfo.” Scarabocchiò qualcosa sulla tavoletta e indicò un edificio poco distante. “Capitaneria di porto. Da quella parte.” Poi si allontanò schioccando le labbra, senza aspettare risposta.
Galeth guardò Kail. “Direi allora che cominciamo da lì.” Disse sorridendo appena. L’idea di abbandonare la scialuppa al molo sfiorò la mente del mezzelfo, ma il pensiero che quell’uomo li avesse visti in volto lo convinse a non creare problemi prima ancora di aver messo piede in città. Annuì in silenzio.
L’ufficio della capitaneria portuale era una costruzione bassa in pietra, sormontata da una bandiera sbiadita che pendeva mollemente sopra l’ingresso. All’interno, l’odore di pergamena umida e cera consumata era quasi soffocante. Dietro una scrivania ingombra di registri, sedeva un uomo anziano, con gli occhiali appoggiati sulla punta del naso. Non alzò nemmeno lo sguardo mentre finiva di scrivere.
Galeth si schiarì la gola. “Ci è stato detto di venire qui.” L’anziano sollevò gli occhi lentamente. “Si?” “Abbiamo una scialuppa da dichiarare.” Sospirò il guerriero. L’uomo chiuse il registro con un tonfo secco. “Il costo dell’ormeggio è di una moneta di rame al giorno.” Si sporse appena in avanti, abbassando la voce. “Se invece volete venderla …” Fece un rapido calcolo mentale, lo sguardo perso per qualche istante. “Possiamo offrirvi una moneta d’argento.” Galeth lo guardò incredulo. “Sembra un furto!” L’anziano sollevò un sopracciglio. “Benvenuti a Crossing.”
Sistemata la faccenda con poche altre parole e un pezzo d’argento in più nelle tasche, uscirono di nuovo alla luce del sole. Il porto era ormai completamente sveglio: mercanti che urlavano prezzi, carri pesanti che sferragliavano sui ciottoli e marinai che già ridevano davanti a botti di vino appena aperte.
Galeth si stirò le spalle, sentendo il peso delle ore passate ai remi. “E adesso?” Kail osservò il groviglio di strade che si inerpicava oltre i moli. “Adesso troviamo questa dannata locanda.”
Trovare un posto dove fermarsi fu più facile del previsto. Bastò fermare un marinaio scaricava casse di agrumi vicino al molo, il volto lucido di sudore e l’aria di chi conosceva ogni angolo del porto. “Se volete bere e mangiare senza farvi spennare …” Disse l’uomo asciugandosi la fronte con una manica sporca. “… provate il Timone Spezzato. Due strade da qui, non potete sbagliare.”
Seguendo le sue indicazioni, arrivarono davanti ad un edificio basso in pietra scura. Un’insegna di legno scricchiolava sopra la porta, dondolante pigramente: raffigurava un timone spaccato in due da un colpo netto. Dall’interno filtravano il brusio delle voci, il tintinnio di stoviglie e il crepitio rassicurante di un focolare.
Per la prima volta da quando avevano lasciato la Peregrina, Kail sentì la tensione allentarsi. Il fragore del porto, il chiacchiericcio indifferente della gente e lo scorrere pigro della vita quotidiana, non sembravano nascondere insidie; nessuno pareva spiarli dal cuore delle ombre, né sussurrare trame per catturarli o ucciderli. A Crossing erano solo due forestieri tra i tanti: quell’invisibilità era, paradossalmente, lo scudo più solido che potessero desiderare.
Lì, nessuno sembrava sapere nulla dei Corvi Rossi, né della loro ultima, tremenda giornata trascorsa sulla Peregrina. Questo non significava che il pericolo fosse davvero lontano. Galen Dracos e i suoi uomini potevano comparire da un momento all’altro. Eppure, dopo quasi tre settimane passate a fuggire, tra rapimenti ed imboscate, quel momento di pace aveva il sapore dolce e stordente di un lusso insperato.
Kail spinse la porta. L’aria all’interno era calda e profumava di pane appena tostato, birra scura e pesce fritto. Qualche marinaio sedeva ai tavoli vicino alla finestra parlando a bassa voce sopra grandi boccali di birra. La locanda era più affollata di quanto il mezzelfo si aspettasse a quell’ora del mattino.
Tra mercanti e facce stanche, l’attenzione di Galeth fu catturata da una figura insolita vicino al camino: un uomo basso e tarchiato, dalla barba scura intrecciata con cura in due piccole code, che discuteva animatamente con un commerciante umano. Il guerriero si chinò verso Kail, senza distogliere lo sguardo.
“Quello …” Il mezzelfo seguì il suo sguardo. “E’ un nano.” Disse piano. Galeth continuò a guardarlo con una curiosità quasi infantile. “Non ne avevo mai visto uno.” Kail sollevò appena le spalle. “A dire il vero … neanche io.”
Il nano sbatté un pugno pesante sul tavolo mentre continuava la sua discussione. “Sembrano … determinati.”Commentò il guerriero cercando il termine adatto. Il mezzelfo fece un mezzo sorriso. “Direi che è una definizione piuttosto diplomatica. Sono cocciuti come le pietre sotto cui vivono e inarrestabili come le valanghe che travolgono le valli.” Galeth inarcò un sopracciglio. “Praticamente sono … me.” I due si scambiarono una risata genuina.
Si avvicinarono al bancone, dove una donna dai capelli scuri raccolti sulla nuca stava asciugando delle tazze. Il suo sguardo, attento e pratico, li inquadrò all’istante. “Benvenuti al Timone Spezzato.” Esordì senza cerimonie. “Cosa vi porto?”
“Due birre.” Rispose Kail. La donna annuì e tornò poco dopo con due boccali pieni. “Altro?” Galeth scambiò un’occhiata d’intesa con l’amico, poi tornò a rivolgersi alla donna. “In realtà, si.” La locandiera sollevò appena un sopracciglio. “Siamo appena arrivati in città.” Continuò. “E cerchiamo alcune informazioni.”
“Dipende da quali.” Il guerriero afferrò il boccale. “Ci servono mappe della regione.” La donna indicò con il pollice verso la porta. “La bottega di Orsin Feld, due strade a nord.” Poi aggiunse: “E’ caro come il fuoco. Ma le sue mappe non vi faranno finire in un fosso.”
Galeth bevve un sorso. “E cavalli.” “Le scuderie di Darnel. Appena fuori città verso sud – est. Non troverete purosangue, ma nemmeno ronzini pronti per il macello.” I due amici si guardarono soddisfatti: i primi due punti della loro cerca sembravano risolti. La donna incrociò le braccia sul bancone, studiandoli meglio.
“Immagino che non siate qui per fare turismo.”
Kail non sorrise. “Ci serve anche uno scout. Esiste una comunità elfica da queste parti?” In quel momento un garzone si rivolse a lei chiamandola per nome, chiedendo indicazioni su una comanda. “Mara”, così si chiamava, non alzò la voce, spiegandogli con calma come avrebbe dovuto sbrigare quell’ordine. Poi tornò ai due stranieri che aveva davanti.
“Nessuna comunità elfica. Gli elfi non sono molto ben visti qui. Se cercate una guida …” Fece una pausa per riprendere fiato. “Al porto c’è una piccola gilda che organizza spedizioni. Pescatori in pensione, aspiranti esploratori, gente che conosce i confini meglio delle proprie tasche.” Galeth annuì. “Potrebbe fare al caso nostro.”
Kail scosse appena la testa. “Dipende.”“Dipende da cosa?” Chiese Mara inclinando la testa. Il mezzelfo fissò il fondo del suo boccale. “Il nostro viaggio potrebbe portarci molto lontano. In territori … poco battuti.” “E forse per parecchio tempo.” Aggiunse Galeth.
“Mia signora …”Bisbigliò poi Kail. “Basta Mara.” “Mara...” Si sforzò di chiamarla lui, vincendo un’atavica ritrosia. “Avete mai sentito parlare di un uomo arrivato da queste parte circa tre anni fa? Il suo nome è Anteus.” Mara si grattò per qualche secondo il mento, poi fece spallucce e disse: “No, mi spiace. Sono qui da dodici anni e non ho mai sentito nessuno che rispondesse a quel nome.” Kail annuì, ma non mollò la presa. “E di un elfo di nome Rashmintalan?”
Mara s’irrigidì. Una luce improvvisa le passò per gli occhi, come se un ingranaggio si fosse appena incastrato nel posto giusto; come se avesse collegato quel nome ad una vecchia storia o a un dettaglio che Kail aveva appena sfiorato. Lo guardò un attimo di sfuggita, poi sospirò. Ovviamente il mezzelfo se ne accorse, ma scelse di non forzare la mano. Galeth invece reagì con meno pazienza. Si sporse in avanti, abbassando la voce fin quasi ad un sussurro.“Che c’è? Vi è venuto in mente qualcuno?”
La locandiera abbassò gli occhi.“Forse … forse ci sarebbe qualcuno che fa al caso vostro. O meglio, qualcuno che avrebbe fatto al caso vostro … fino a ieri.” “Chi? Vi prego, parlate.” Insistette Galeth, la voce contratta in una specie di rantolo nervoso. “Un tipo strano.” Rispose lei con una smorfia che era a metà tra il fastidio e il rispetto. “Ma una guida eccellente. Conosce i sentieri che persino i lupi evitano. Si chiama Terren.”
“E dove lo troviamo?” Chiese Kail. “Pessimo tempismo purtroppo.” Mara appoggiò lo strofinaccio sul bancone. “Ha avuto dei problemi con un mercante. Pare gli abbia rubato delle spezie preziose.” Galeth non batté ciglio. “E lui che dice?” “Dice che non è vero.” Rispose la donna con una scrollata di spalle, che suggeriva quanto poco importasse, soprattutto in questo caso specifico, la verità legale. “Ma la sua parola conta poco contro l’oro di un mercante. Ora si trova nella Torre di Guardia. Lo hanno sbattuto dentro ieri sera.”
Galeth guardò Kail. Per qualche secondo il rumore della locanda parve svanire in un ronzio lontano. Poi il mezzelfo finì la sua birra e posò il boccale sul legno con un colpo secco. “Andremo a parlargli subito dopo colazione.” Galeth annuì, sistemandosi meglio la cintura. “Già … se è finito nei guai, forse abbiamo trovato il nostro uomo.”
Kail si rivolse di nuovo a Mara, lasciando cadere sul bancone alcune monete di rame. “Grazie per le informazioni. Non sappiamo quanto rimarremo, ma avremo bisogno di una stanza.” La donna raccolse le monete con un gesto rapido, poi chiamò il garzone di prima, gli aprì la mano e gliele mise dentro. Il ragazzo la guardò con occhi lucidi per la gratitudine. Il mezzelfo registrò con favore quel gesto, che accrebbe non poco la stima nei confronti della donna.
“Le stanze non mancano.” Rispose Mara, ammorbidendo appena il tono. Prese una chiave da un gancio dietro il bancone e la fece scivolare verso di loro. “Se lasciate una caparra, la stanza è vostra. Una moneta d’argento basterà per entrambi.” Galeth pagò e prese la chiave. “Perfetto. Mangiamo qualcosa in fretta e torneremo più tardi.” La locandiera fece un cenno col capo. “Vi aspetto.” Disse, prima di sparire nelle cucine per preparare personalmente pane caldo, latte fresco e formaggio fragrante.
La luce del mattino era ormai piena quando Kail e Galeth lasciarono il tepore del Timone Spezzato. L’aria del porto era fresca e carica dell’odore del mare, del catrame e delle reti da pesca stese ad asciugare sui moli. Per un momento rimasero fermi sulla soglia, osservando la strada. Crossing era viva.
Mercanti imprecavano trascinando casse e barili verso i magazzini del porto. Carretti carichi di merci passavano lentamente tra la folla. Marinai urlavano ordini mentre scaricavano le ultime merci dalle navi attraccate.
Kail alzò lo sguardo sopra i tetti bassi della città. Le costruzioni erano quasi tutte simili: edifici di pietra chiara, raramente più alti di due piani. Grazie a questa uniformità, non fu difficile individuare la Torre di Guardia.
Svettava poco lontano dal quartiere del porto, una struttura di pietra più scura del solito, che emergeva come un dente scheggiato sopra il resto della città. “Direi che l’abbiamo trovata.” Disse Kail. Galeth si limitò ad un cenno secco del capo.
Si incamminarono lungo la strada principale. Più si addentravano, più Kail si rendeva conto di quanto Crossing fosse cosmopolita, ben oltre l’impressione raccolta in locanda. Gli umani erano ovunque, naturalmente, ma non erano soli. Un altro nano passò accanto a loro trascinando un piccolo carretto pieno di attrezzi da lavoro. Poco più avanti, due mezzelfi discutevano animatamente davanti alla porta di una bottega.
Poi Kail notò anche un gruppo di uomini e donne con abiti e armi che non assomigliavano a nulla che avesse visto prima. Erano alti, con capelli scuri o color rame lasciati cadere lunghi sulle spalle. Indossavano pelli decorate con perline e piume colorate. Portavano archi lunghi e lance leggere, e i loro mantelli erano ornati da piccoli simboli tribali cuciti nella stoffa. Erano in cinque. Uno di loro, probabilmente il capo, aveva il volto segnato da linee di pittura blu che attraversavano gli zigomi come cicatrici cerimoniali.
“Barbari delle Pianure …” Mormorò Galeth. Kail li osservò mentre passavano accanto a loro senza degnarli di uno sguardo, la schiena dritta e il passo leggero. “Non ne hai mai incontrati?” Galeth scosse la testa. “No. Ma ho sentito molti racconti su di loro. Dicono che attraversano le pianure veloci come il vento.”Kail sorrise appena. “Speriamo allora che il vento non soffi nella nostra stessa direzione.”
Rimasero qualche istante a osservare l’andirivieni davanti alla torre. Mercanti, Contadini, soldati. Un paio di uomini discutevano animatamente con una guardia all’ingresso. Galeth si fermò bruscamente. Kail fece ancora due passi prima di accorgersi che il compagno non lo stava seguendo. Si voltò. “Che c’è?”
Galeth stava osservando la Torre con un’espressione corrucciata, le braccia incrociate sul petto. “Non lo so …” Disse infine. Kail lo guardò perplesso. “Non sai cosa?” “Ho una strana sensazione.” Kail sollevò un sopracciglio. “Proprio lì dentro?” “Già. Magari è solo un presentimento, ma se devo essere sincero … preferirei sistemare un paio di cose prima di entrare in quel posto.” “Tipo?” Galeth fece schioccare le labbra. “Mappe. Cavalli. Tutto l’essenziale.” Indicò con il mento la Torre. “Non sappiamo cosa troveremo là dentro, né se Terren si dimostri collaborativo. Se le cose dovessero mettersi male, vorrei avere una via di fuga pronta e i mezzi per sparire subito, senza dover improvvisare.”
Kail capì perfettamente. Galeth non era paranoico, era un guerriero che pensava alla ritirata prima ancora dell’attacco. “Vorresti avere tutto già pronto per il viaggio, così da caricare lo scout e partire all’istante se necessario?” Galeth annuì. “Due cavalli serrati e pronti ... e mappe per orientarmi. Forse sto solo invecchiando e vedo ombre ovunque.”
Kail sospirò, ma il suo sguardo si addolcì. “Dopo quello che è successo sulla nave, un po’ di sana prudenza è puro istinto di sopravvivenza. Va bene allora. Prima le mappe, poi i cavalli …” Galeth approvò, rilassandosi un poco. “La bottega di Orsin Feld dovrebbe essere due strade più a nord.” Kail si voltò nella direzione opposta alla Torre. “Allora muoviamoci.”
Lasciarono la Torre di Guardia alle loro spalle e si inoltrarono di nuovo tra le strade di Crossing. Trovarono la bottega di Orsin Feld esattamente dove Mara aveva indicato: risalendo di poco la via principale verso nord.
Un’insegna dipinta a mano, che oscillava indolentemente sopra una porta stretta di legno scuro, raffigurava una pergamena arrotolata e una bussola incrociata. Kail spinse il battente e una piccola campanella tintinnò sopra l’ingresso, annunciando il loro arrivo in un mondo fatto di polvere e inchiostro.
L’interno della bottega era più grande di quanto sembrasse da fuori. Le pareti erano interamente coperte da scaffali colmi di rotoli di pergamena, mentre mappe di ogni foggia, appese con piccoli chiodi di ottone, occupavano ogni centimetro di spazio libero. Strumenti di misurazione dalle forme bizzarre: compassi, sestanti e vecchi astrolabi di bronzo, erano sparsi sui ripiani come reliquie di un’epoca dimenticata. Al centro della stanza, un massiccio tavolo di quercia fungeva da altare per diverse mappe distese, tenute ferme agli angoli da piccoli pesi di metallo.
Dietro il tavolo, un uomo stava lavorando con una lente di ingrandimento. Aveva capelli grigi raccolti in una coda ordinata e una barba corta e ben curata. Non alzò lo sguardo subito. “Se cercate la taverna.” Disse con voce distratta. “Avete sbagliato porta.”
Kail si fermò davanti al tavolo. “Cerchiamo mappe. E le cerchiamo buone.”Esordì con voce ferma. A quelle parole, l’uomo sollevò finalmente gli occhi: erano piccoli,vivaci e carichi di una curiosità verace. “Allora siete nel posto giusto. Sono Orsin Feld.”
Il mezzelfo fece un breve cenno col capo. “Kail. E Lui è Galeth.” Orsin Feld osservò entrambi con attenzione, come se stesse cercando di capire qualcosa da loro. Poi fece un gesto verso il tavolo. “Che tipo di mappe vi servono?”
Kail guardò le pergamene distese davanti a lui. “La regione a sud di Crossing.” Il cartografo annuì. “Una rotta molto richiesta, ma raramente compresa.” Aprì uno dei cassetti del tavolo e ne trasse un rotolo legato con uno spago di cuoio. Lo srotolò con cura quasi rituale. La mappa mostrava la costa, alcune strade principali e diversi villaggi segnati con piccoli simboli geometrici. “Questa è la versione standard. Affidabile per i mercanti, inutile per chi ha fretta.”
Galeth si chinò sulla pergamena, seguendo una linea col dito calloso. “E questa zona?” Orsin Feld seguì il suo dito che puntava ad una macchia di verde scuro e paludi. Per un istante non disse nulla, poi sollevò appena un sopracciglio. “Le rovine di Xak – Khalan … e della sua gemella, Xak – Tsaroth.” Il guerriero non rispose, ma la sua mascella si contrasse.
Il cartografo piegò leggermente la testa, lo sguardo che si faceva più acuto. “Curioso.” Kai llo guardò. “Perché?” Orsin Feld si strinse nelle spalle. “Non è una meta molto popolare tra chi ci tiene alla pelle.” Arrotolò lentamente la mappa. “Troppe paludi, troppi insetti … e troppe storie.”
Il mezzelfo rimase immobile. “Che genere di storie?” Il cartografo sorrise appena. “Rovine antiche che non amano essere disturbate. E ultimamente …” Fece una pausa drammatica. “Goblin.” “Goblin?” Ripeté Galeth, scambiandosi un’occhiata complice con Kail.
“Avvistamenti.” Confermò il cartografo, avvicinandosi di qualche passo. “Non molti. Ma più di quanto se ne siano visti negli ultimi decenni.” Galeth incrociò le braccia. “Due anni fa qualcuno ne ha trovato tracce vicino alle rovine.” “Lo so.” Rispose Orsin. Kail lo fissò. “Come lo sai?” Il cartografo ebbe un piccolo sussulto di orgoglio. “Le informazioni viaggiano veloci in una città portuale, se sai come ascoltarle.” Si chinò sotto il tavolo e tirò fuori un altro rotolo di pergamena, più piccolo e ingiallito. Non lo aprì, lo fece semplicemente scivolare sul tavolo davanti a sé come una sfida silenziosa.
“Negli ultimi sei mesi un paio di esploratori elfici sono passati da queste parti.” Batté leggermente le dita sul rotolo. “Uno di loro mi ha venduto una copia della sua mappa personale.” Schioccò le labbra per rimarcare l’importanza di quanto aveva appena rivelato. “Segna percorsi che non troverete in nessun’altra carta. Tracce. Sentieri dimenticati. E luoghi che è meglio evitare se volete vedere l’alba successiva.”
Galeth indicò il rotolo con un cenno del mento. “Quanto?” Orsin alzò un dito. “La mappa standard … una moneta d’oro.” Poi posò la mano sul secondo rotolo. “Questa…” Fece una pausa teatrale. “… otto.” Kail sollevò un sopracciglio. “Otto monete d’oro per un pezzo di pergamena scarabocchiato?” Il cartografo annuì serenamente. “Non vi sto obbligando a comprarla.”
Fece scivolare la mappa standard verso di loro. “Molti viaggiatori si accontentano di questa.” Poi puntò l’indice sulla pergamena più piccola. “Ma se avete intenzione di andare davvero a Xak – Khalan o Xak – Tsaroth …” Il suo sorriso si allargò appena. “Io non partirei senza di questa.” Kail e Galeth si scambiarono uno sguardo intenso.
“Sette.” Intervenne Galeth con calma glaciale, appoggiando una mano sul tavolo. “Sette per entrambe.” Il cartografo lo guardò negli occhi per qualche secondo, pesando la determinazione del guerriero. Poi sorrise, un gesto che gli increspò tutto il volto. “Avete occhio per gli affari. Affare fatto.”
Kail estrasse le monete e le fece tintinnare sul tavolo. Orsin Feld prese i rotoli e li schiuse con attenzione. La seconda mappa era in effetti più dettagliata. Sentieri secondari, zone di palude, rovine minori. Il mezzelfo stava osservando attentamente i segni quando qualcosa attirò la sua attenzione.
Un simbolo. Un piccolo segno inciso accanto a una zona rocciosa non lontana dalle rovine principali. Aggrottò la fronte, poi sollevò lo sguardo verso una mensola alle spalle del cartografo. Lì c’era un piccolo oggetto di pietra, una sorta di tappo affusolato verso l’alto, con un’incisione sopra pressoché identica. La superficie era istoriata con altri strani segni che sembravano vibrare sotto la luce delle candele.
Kail indicò la mensola. “Quell’oggetto.” Orsin Feld si voltò. “Questo?” Kail annuì. “E’ in vendita?” Il cartografo lo prese tra le mani, osservandolo con una punta di malinconia. “L’avevo detto che avete occhio per gli affari.” Fece scorrere il pollice sulle incisioni, mentre Galeth si avvicinava curioso. “Me l’ha venduto lo stesso elfo che mi ha portato la mappa.” “Che cos’è?” Chiese il guerriero sporgendosi curioso.
Il cartografo scosse la testa. “Non lo so. Mi ha detto solo che l’ha trovato vicino a quel punto sulla mappa, quello segnato con il simbolo.” “E non ti ha detto altro?” Insistette Galeth. Orsin sorrise appena. “Solo una cosa. Mi ha detto che se gli antichi dei del bene avessero voluto …” Fece una pausa intensa. “… qualcuno avrebbe osato andarci.” La bottega rimase silenziosa per un lungo istante, carica del peso di quelle parole.
Kail fissò l’oggetto. “Quanto vuoi per quello?” Orsin Feld lo osservò, poi fece una cosa inaspettata. Lo posò sul tavolo davanti a loro con un rumore sordo. “Nulla. Prendilo pure.” Il mezzelfo sollevò lo sguardo, sorpreso.”Nulla?” Il cartografo fece un gesto vago con la mano. Poi aggiunse con calma: “A una condizione però ...” Galeth lo guardò, trepidante. “Quale?” “Se davvero andrete laggiù …” Fece scorrere un dito sulla pergamena. “… e se mai tornerete vivi a Crossing …” La sua voce si abbassò leggermente di tono. “… mi porterete una mappa migliore di quella. Una mappa fatta con i vostri occhi.”
Kail e Galeth si scambiarono uno sguardo d’intesa. Poi Galeth annuì lentamente. “Hai la mia parola.” Orsin Feld sorrise soddisfatto. “Allora direi che abbiamo fatto tutti un buon affare.” Kail arrotolò le mappe e prese l’oggetto di pietra. Salutarono cordialmente il cartografo e tornarono di nuovo nel caos solare delle strade di Crossing.
I due amici attraversarono lesti la piazza del mercato, dirigendosi verso l’uscita meridionale della città. Anche questa volta non fu difficile per loro trovare ciò che cercavano.
Kail fermò un mercante che stava legando un carico sul suo carro. “Scusate. Le scuderie di Darnel?” L’uomo indicò la strada che usciva dalla città. “Seguite la via maestra verso sud. Appena fuori dalla città, le vedrete sulla destra. Sono le più grandi, non potete sbagliare.” Il mezzelfo annuì in segno di ringraziamento.
Poco dopo, l’ultima fila di case di pietra lasciò il posto alla campagna aperta, La strada si faceva larga e battuta, segnata dal passaggio costante dei carri. Non lontano dal ciglio della via, protetto da una lunga staccionata di legno scuro, si estendeva il vasto recinto delle scuderie.
Diversi cavalli pascolavano lentamente nello spiazzo erboso. Galeth spinse il cancello; Il legno scricchiolò, un lamento che parve troppo forte nel silenzio della campagna. Non avevano ancora attraversato il cortile quando una voce li fermò. “Cercate qualcuno?”
Una ragazza uscì dalla porta laterale della stalla. Capelli rossi tagliati corti, mani sporche di terra e fieno, una spazzola da cavalli ancora stretta tra le dita. Non poteva avere più di quattordici o quindici anni.
“Mio padre è dentro.” Disse con una sicurezza che non apparteneva alla sua età. “Ma potete dire a me.” Kail accennò un sorriso cordiale. “Cerchiamo due cavalli da viaggio.” La giovane annuì. “Se volete acquistare, allora è meglio che parliate con lui.” Indicò con il pollice la stalla alle sue spalle. “Vado a chiamarlo.” Prima di rientrare aggiunse: “Io sono Berenice.”
“Io mi chiamo Kail.” Il mezzelfo indicò il compagno. “Lui è Galeth.” Il guerriero fece un leggero cenno col capo. “Piacere di conoscerti Berenice.” La sua voce era insolitamente dolce, priva della solita ruvidità. Kail lo notò all’istante: era lo stesso tono protettivo e malinconico che aveva sentito sulla Peregrina, quando Galeth parlava con Maquesta, la figlia del capitano Melas. Uno sguardo diverso, carico di un dolore muto.
Berenice sparì dentro la stalla e tornò poco dopo seguita da un uomo robusto dalla barba grigia e le spalle larghe.“Cavalli da viaggio?” Esordì Darnel, andando dritto al punto. “Due.” Confermò Kail. Il proprietario fece segno di seguirlo all’interno.
La stalla era ampia e ordinata. L’odore di fieno riempiva l’aria. Darnel indicò due puledri snelli. “Questi sono veloci. Sangue caldo.” Poi proseguì verso il fondo, dove altri due animali, più grandi e robusti, riposavano nei loro box. “Questi invece hanno più strada nelle zampe.” Passò una mano sul collo di uno dei due cavalli. “Meno veloci, ma più resistenti. Che tipo di viaggio intendete affrontare?” Domandò con occhio clinico, cercando di sondare i suoi clienti per orientare la trattativa.
Ma non ce ne fu bisogno. Galeth si era già avvicinato. Osservò gli animali con la perizia di chi ha passato la metà della vita in sella. Controllò la dentatura di uno dei due, gli passò la mano sul collo muscoloso e fece qualche passo accanto all’animale per valutarne l’appoggio. Infine annuì. “Questi.” Disse, sfiorando con lo sguardo Berenice che uscì qualche secondo dopo. Darnel incrociò le braccia. “Dieci monete d’oro per entrambi.” Sentenziò asciutto. Galeth fece un cenno a Kail, indicandogli di pagare senza discutere.
“Ci servono anche due selle.” Aggiunse il guerriero. “Le preparo subito.”“Verremo a prendere i cavalli domani, se non è un problema.” Intervenne Kail. “Saranno pronti. Selle, biada e il primo pernottamento sono offerti dalla casa.” Rispose Darnel, soddisfatto dell’affare rapido.
Mentre uscivano, videro Berenice intenta a riempire una mangiatoia. Un destriero pezzato, possente e dallo sguardo indomito, le si avvicinò con passo deciso. Kail intuì che si trattava di una bestia diversa dalle altre, più selvaggia, quasi nobile nel suo portamento. Quando passarono, la ragazza alzò lo sguardo e Galeth le rivolse un breve cenno di saluto. Lei ricambiò con un sorriso rapido, poi i due amici si ritrovarono sulla strada verso la città.
Il silenzio durò qualche minuto, interrotto solo dal fruscio del vento tra le erbe alte. Alla fine il mezzelfo ruppe gli indugi. “Galeth.” Il guerriero si voltò appena. “Si?” “Posso farti una domanda?” “Dipende dalla domanda.” Kail lo osservò fisso. “Quando parli con le ragazze giovani … cambi. Il tuo tono, il tuo sguardo. Tutti i tuoi atteggiamenti. Perché?”
Galeth inspirò profondamente. Poi espirò lentamente, un sospiro che sembrava venire da molto lontano. “Stai attento alle domande che fai, mezzelfo.” La sua voce non era minacciosa. Era stanca. “Non perché siano pericolose …” Fece qualche passo. “… ma perché alcune risposte cambiano le cose.”
Kail non replicò, lasciando spazio all’amico. “Tu mi hai raccontato molto di te. Della tua infanzia. Di come sei stato adottato. Di Astarte. Di Anteus. Dei suoi diari e di quel cognome che esponi con tanta fierezza quando ti presenti.” Lanciò un breve sguardo al compagno. “E sono convinto che ci siano cose che ancora tieni per te.” Fece una pausa, annuendo a sé stesso. “Ma è giusto così. Io, d’altra parte, non ti ho raccontato nulla di me.”
Si fermò e lo guardo dritto negli occhi, con una gravità che gelò l’aria.“Se deciderai di non conoscere il mio segreto … e un giorno nostre strade dovessero separarsi, non ti porterò rancore. Anzi. Se avrai di nuovo bisogno del mio aiuto, io verrò. Perché ti considero una brava persona.” Poi distolse lo sguardo e lo fissò sulla città che li attendeva entrambi a braccia aperte. “Ma se deciderai di ascoltarlo …” Si concesse una pausa che era speranza e preoccupazione insieme. “Allora diventeremo amici.”
Kail lo guardò senza capire. “E per me l’amicizia è una cosa sacra.” La voce di Galeth diventò talmente bassa da sembrare solenne. “Se un giorno mi voltassi le spalle … allora non potrei mai perdonarti. La scelta è tua.” Il silenzio tornò a farsi pesante. Kail lo sostenne per un lungo istante, poi disse semplicemente: “Parla.”
Galeth riprese a camminare, lo sguardo basso. Per qualche passo non disse nulla. Poi iniziò: “Sono nato a Palanthas. Non in una casa importante. Mio padre era una guardia cittadina. Mia madre una sarta. Il mio vecchio era un uomo onesto. Uno di quelli che credono davvero nel lavoro che fanno.” Un sorriso amaro gli increspò il volto. “Un giorno intervenne per sedare una rissa nel quartiere dei mercanti. Un ubriaco tirò fuori un coltello.” Fece un gesto vago con la mano. “Non voleva uccidere nessuno, ma la lama entrò lo stesso.”
Galeth si fermò di nuovo, la voce che si faceva più rauca. ”La ferita non lo uccise subito, ma non guarì mai davvero. Anzi, col tempo peggiorò. Quando morì io ero ancora giovane. Prima che succedesse … avevo altri progetti.” Kail lo guardò con curiosità.
“Mi piacevano i libri. Sapevo leggere e scrivere. I miei ci tenevano. Volevo studiare. Volevo entrare nella biblioteca di Palanthas.” Kail sollevò le sopracciglia. “La Grande Biblioteca?” Galeth annuì con un mezzo sorriso malinconico che svanì quasi subito. “Pensavo di avere una possibilità. Ma quando mio padre morì … mia madre non poteva mantenerci entrambi. Così entrai nella guardia cittadina. Joram, il soldato che abbiamo incontrato a Wildtree, lo conobbi allora.”
Kail annuì lentamente.“Hai seguito le orme di tuo padre.” Disse in un fiato. “Esatto.” Per qualche passo camminarono senza parlare. Poi Galeth continuò. “Non era la vita che volevo. Ma non era una brutta vita. Avevo una buona paga. Una casa e mia madre.”
Fece un respiro profondo.“Poi conobbi Valeria.” Kail gli lanciò uno sguardo intenso. La voce del guerriero cambiò appena. “Era la figlia di un mercante. Rideva spesso.”Gli occhi di Galeth sembrarono illuminarsi di una luce antica. “Ci sposammo. E dopo qualche anno nacque Paula.” Il nome rimase sospeso tra loro, vibrante. “Aveva tre anni quando accadde.” Il mezzelfo aggrottò le sopracciglia, confuso, ma non disse nulla.
“Una sera, Valeria stava tornando a casa dal mercato. Paula era con lei. Passò per una strada laterale per fare prima.” Fece una pausa amara. “Proprio in quel momento, in quel dannato vicolo, un sicario stava uccidendo un aristocratico scomodo per conto di alcuni politici locali. Almeno è quello che scoprii dopo.”
Kail indurì lo sguardo. “Hai identificato il sicario?” Galeth scosse la testa. “No. Capii solo che lavorava per la Gilda dei Ladri di Palnthas.” Il silenzio tornò sovrano tra loro. Se i Corvi Rossi erano una setta pericolosa e ramificata, la Gilda dei Ladri di Palanthas aveva le mani in pasta ovunque, in tutto il continente. I suoi sicari compivano impunemente commissioni del genere perfino nelle Terre Selvagge!
“Valeria lo vide.” Riprese Galeth, la voce piatta. “E lui vide lei.” Kail chiuse gli occhi, intuendo facilmente cosa successe dopo. “Quando arrivai … lei era già morta e Paula … Paula non c’era più.” Kail lo fissò. “Non l’hanno … più trovata?” Galeth scosse lentamente il capo, senza riuscire a rispondere.
“Sai …” Mormorò infine, quasi distrattamente. “Paula portava sempre al collo un piccolo medaglione di bronzo.” Disegnò un rapido cerchio nell’aria con la mano. “Non valeva molto. Un disco semplice di bronzo, con inciso un uccello. Quando nacque, il fabbro di Palanthas ne fece due. Uno per lei … e uno per me.” Per un attimo la sua mano sfiorò il petto, sotto la tunica. Kail capì chiaramente che il guerriero non se n’era mai separato. “Non voleva mai toglierlo.” Terminò Galeth, il tono basso e amaro.
Sospirò, poi riprese: “Conosci la ninnananna della lavandaia?” Kail sbuffò piano. “Chi non la conosce? La nutrice che mi ha cresciuto me l’ha cantata per anni.” Galeth annuì lentamente, come se quel ricordo fosse appena passato davanti ai suoi occhi. Poi, quasi sottovoce, intonò un solo verso della filastrocca: “Dormi piccola stella, dormi, la notte ti culla…”
Il vento soffiò lungo la strada, riempiendo il vuoto lasciato dalla musica. Galeth cercava di prendere fiato. Un mezzo sorriso stanco gli attraversò il volto. “Strano cosa ti rimane nella testa, vero? Una melodia sciocca … e due pezzi di bronzo.” Poi scosse piano il capo. “Comunque non servirebbe a nulla. No, Nessuno l’ha mai trovata.” Abbassò lo sguardo sulla strada.
“E io … io sono quasi impazzito. Ho cominciato a fare domande. Troppe. Ho cercato quel sicario per mesi. Ma quando cerchi troppo a Palanthas … qualcuno prima o poi se ne accorge.” Kail annuì. “La Gilda …” “Si. Mi hanno fatto capire che stavo andando troppo vicino.” Fece una pausa, il peso dei ricordi visibile sulle sue spalle. “Ho cominciato a bere. Ho perso il lavoro nella guardia cittadina. E un giorno qualcuno mi ha fatto avere un messaggio.”
Kail si tese, ogni senso focalizzato sull’amico. “Un messaggio?” “Non per me.” Galeth abbassò gli occhi.”Per mia madre … così ho lasciato Palanthas. Se fossi rimasto …. l’avrebbero usata contro di me.” Trasse un respiro profondo, pesante come piombo. “Sono passati dieci anni. Dieci anni a fare il mercenario, a cercare di dimenticare. Di fuggire da me stesso. Ma certe cose non si possono scordare … e da sé stessi non si può fuggire. Mai.”
Poi Galeth indicò la strada alle loro spalle. “Ecco perché. La ragazza della scuderia, Maquesta…” La sua voce tremò appena. “Ognuna di loro … potrebbe essere mia figlia.” Il vento sollevò il terriccio della strada, velando i loro sguardi. “Io non lo so … non l’ho mai vista crescere.” Calciò via un sasso, un gesto nervoso che tradiva il dolore. “Quindi cerco di essere … migliore. Almeno per un momento. Cerco di essere il padre che non ho potuto essere per lei.” Concluse Galeth, tornando a guardare la polvere ai suoi piedi come se cercasse lì una risposta.
Quando il guerriero sollevò lo sguardo erano arrivati alla Torre di Guardia, ma né lui né l’amico non avrebbero saputo dire nulla di ciò che avevano incrociato lungo il tragitto. Kail rimase in silenzio per qualche secondo, poi posò una mano ferma sulla spalla del compagno. “Amico mio … il tuo segreto è al sicuro con me.” Lo guardò negli occhi. “Perché per me tu sei già un amico.” Fece un cenno verso la torre. “E gli amici non si voltano le spalle.
L’aria salmastra attraversò la piazza. Davanti a loro si ergeva la Torre di Guardia. “Entriamo?” Domandò Kail abbozzando un sorriso per allentare la tensione. “Entriamo.” Rispose Galeth, sfregandosi il viso con la manica, fingendo che qualcosa gli fosse finito in un occhio.
I due amici varcarono l’arcaica porta della Torre di Guardia di Crossing e furono subito investiti da un fragore di voci, proteste e lamenti. Il grande salone, solitamente austero e disciplinato, era diventato un groviglio di persone irritate. Mercanti, carovanieri e viaggiatori si accalcavano davanti al banco delle denunce, qualcuno agitava documenti stropicciati, altri gesticolavano con furia, mentre le guardie cercavano di mantenere un ordine che ormai somigliava più a un’illusione che a una realtà.
“Ti giuro, Gerick, è stato lui” Gridò un uomo dal volto paonazzo, sbattendo il pugno sul banco. “Mi ha rubato due sacchi pieni di preziose stoffe e fino all’ultimo ha negato tutto!” “Calmati, Domer …” Cercò di placarlo una donna al suo fianco, tirandolo per la manica. “… potrebbe essere stato solo un errore. Forse li ha presi per sbaglio.” “Errore?” Domer sputò la parola come fosse veleno. “Nostro figlio doveva venderle domani per pagare il conto del fabbro! Come faremo adesso?”
Dal centro della sala una guardia alta, con la cotta di maglia slacciata sul collo per il caldo, urlò sopra il frastuono: “Uno alla volta! Per gli dei, uno alla volta! Qui nessuno tirerà fuori una spada, chiaro?”
Poco più in la un’altra disputa stava degenerando. “Te l’ho detto mille volte, Malric!” Strillò una donna indicando un uomo con un dito tremante. “Quel cavallo era mio! Ti ho pagato per custodirlo durante il viaggio!” “E io ti ho ripetuto fino a sfiancarmi che ormai è mio! Non puoi certo pretendere che lo tenessi con me in eterno! ” Ribatté lui, avanzando di un passo con fare minaccioso. Per un attimo sembrò che si sarebbero presi a pugni, ma una guardia sbuffò e si infilò tra loro con decisione, separandoli a forza.
Nel mezzo di quel caos di voci, insulti e accuse, qualcosa attirò l’attenzione di Kail. Sulla sinistra, rasente la parete di pietra, una figura minuta sedeva immobile su una panca di legno grezzo. Una bambina.
Non gridava, non protestava, non sembrava nemmeno sfiorata dal tumulto che riempiva la stanza. Rimaneva composta, le mani in grembo, la schiena dritta e lo sguardo fisso davanti a sé. I suoi capelli erano di un color molto strano e insolito: una fusione di oro ed argento che catturava e rifrangeva la luce delle torce. I suoi occhi azzurro cielo fissavano un punto invisibile nel vuoto con una fermezza inaspettatamente adulta.
Kail rimase ad osservarla, rapito. Il taglio ricercato degli abiti, le cuciture in pelle decorate con piccole perline, la pelle leggermente ambrata. Tutto di lei gli ricordava qualcuno. Poi la memoria si accese. I cinque barbari delle pianure!
Li avevano incrociati proprio fuori dalla Torre di Guardia, poco dopo esser usciti dalla taverna del Timone Spezzato. Uomini alti, avvolti in pelli, con quel portamento fiero e silenzioso tipico delle tribù delle steppe. Il mezzelfo si voltò verso Galeth. “Fai tu la fila un momento.” Il guerriero gli lanciò uno sguardo sospettoso, quasi allarmato. “Perché?” Kail fece un piccolo cenno con il capo verso la panca.
“Quella bambina.” Galeth la osservò distrattamente per un momento. “E allora?” “E’ li da un po’. Non parla con nessuno e nessuno sembra curarsi di lei.” Il guerriero incrociò le braccia e sospirò pesantemente. “Kail …” “Vado solo a capire se si è persa.” L’omone scosse la testa con un mezzo sorriso stanco. “Proprio non riesci a farti gli affari tuoi, eh?” “Torno subito.”
Il mezzelfo si fece strada tra due mercanti che stavano discutendo animatamente e raggiunse la panca lungo la parete. Quando le fu vicino, si fermò un attimo per non spaventarla, poi si chinò su un ginocchio per portarsi alla sua altezza. “Ehi …” La bambina spostò lo sguardo su lui. Quegli occhi azzurri erano incredibilmente limpidi, quasi specchi d’acqua.
“Ti sei persa?” Chiese Kail con tono gentile. La bambina si limitò ad osservarlo senza rispondere. “Ho visto alcuni della tua gente uscire da qui poco fa …”Continuò Kail indicando con il pollice la porta d’ingresso. “… barbari delle pianure …” Un lieve movimento delle sopracciglia rivelò che aveva indovinato. Dopo qualche secondo, la bambina parlò.
“Sono venuta qui con mio padre … e con altri della mai gente.” Kail annuì piano. “Per vendere le pelli?” “Si. E per comprare cose utili per noi.” La piccola abbassò gli occhi per un momento. “Quando siamo arrivati nella piazza c’era molta gente. Bancarelle … e … giochi …” Kail capì subito. “E nella folla vi siete divisi”. Lei annuì. “Mio padre mi aveva detto che se fosse successo dovevo venire qui. Alla Torre di Guardia.” “E’ una buona idea.” “Ma quando sono arrivata, loro non c’erano.”
Kail rifletté un istante. “Sicuramente sono arrivati prima di te.” Concluse infine. “Li ho visti uscire solo poco fa. Probabilmente sono andati a cercarti proprio ora.” La bambina rimase in silenzio, assorta.
“Come ti chiami?” Chiese Kail. Lei scosse piano la testa. “Non ho ancora un nome. Mi verrà dato quando avrò dimostrato di esserne degna.” Kail corrucciò la fronte limitandosi ad annuire. Intuiva che fosse un’usanza sacra della sua gente, un rito di passaggio fondamentale per garantire la loro identità.
Si raddrizzò e le sorrise. “Se vuoi posso accompagnarti a cercarli.” La bambina lo studiò questa volta a lungo, come se stesse valutando se quella soluzione fosse valida quanto il comando di suo padre. Poi fece un piccolo cenno d’assenso. Kail le porse la mano. “Andiamo.” Lei scese con calma dalla panca e lo seguì, ma senza toccarlo. Tornarono verso la fila dove Galeth stava ancora aspettando. Il guerriero li vide arrivare e sospirò profondamente. “Lo sapevo.”
Kail sorrise appena.”Non fare quella faccia. L’avresti fatto anche tu.” Fece un piccolo gesto verso la bambina. “Si è persa. Fa parte della stessa gente che abbiamo visto uscire dalla torre poco fa.” Galeth abbassò lo sguardo sulla piccola. Kail aggiunse con tono leggero. “Questo è Galeth. Non lasciarti intimidire dal suo vecchio cipiglio … in realtà è una brava persona.” Poi si chinò leggermente verso di lei. “Io sono Kail, e sono un amico.”
La bambina annuì appena. Kail si tirò su e si rivolse al compagno: “Stavo pensando di accompagnarla a cercare la sua gente. Sono convinto che quei barbari non siano andati lontano. Probabilmente nella piazza, alla locanda o verso i moli.”
Galeth non rispose subito. In quel preciso istante qualcosa nella tasca interna della sua cappa cominciò a scaldarsi. All’inizio fu appena una sensazione. Poi il calore aumentò rapidamente. Il guerriero infilò lentamente la mano nella tasca e strinse l’oggetto: era la spilla che aveva staccato dalla giacca di Dominique sulla Peregrina. Il piccolo disco di metallo con inciso il simbolo della dea Mishakal!
Il metallo era caldo. Non bruciante, ma vivo. Un calore profondo, quasi tonificante. Galeth continuò a osservare la bimba senza cambiare espressione, eppure era certo che la spilla si fosse attivata proprio a causa della sua vicinanza. Di fianco a lui, anche Kail avvertì qualcosa, ma non era affatto rinvigorente. Un brivido di inquietudine lo percorse: non era paura, né dolore, ma un disagio sottile che lo spinse a voltarsi istintivamente verso la sala alle loro spalle. Nulla di strano, apparentemente. Eppure la sensazione persisteva.
Vedendo l’amico turbato, Galeth prese una decisione improvvisa. Tolse la mano dalla tasca e guardò Kail. “Facciamo così … rimani tu qui a parlare con Terran …” Il mezzelfo lo fissò sorpreso. “E la bambina?” “La accompagno io.” “Sei sicuro?” “Si, quei barbari non saranno lontani. E comunque qualcuno deve restare qui a parlare con questo scout … e tu conosci meglio i dettagli.”
Kail rifletté un attimo, poi annuì. Si chinò di nuovo verso la piccola. “Il mio compagno ti accompagnerà a trovare la tua gente. Vedrai che farà in fretta, è molto più bravo di me a trattare con le persone.” La bambina alzò lo sguardo verso Galeth, studiando quel gigante in armatura. Kail prese il suo posto nella fila, mentre il guerriero rimase un istante immobile accanto alla piccola. Più le stava vicino, più la spilla premeva contro il suo fianco con un calore quasi senziente.
Pensò che non era il caso avvertire Kail di quel fenomeno, non ancora. Voleva approfondire, verificare se quella reazione fosse davvero legata alla natura della bimba o se fosse una coincidenza del destino.
Fece un piccolo cenno con il capo verso l’uscita. “Andiamo.” E mentre si avviavano verso la porta della Torre di Guardia, la spilla di Mishakal continuò a riscaldarsi, sempre più evidente, come se riconoscesse in quella piccola creatura senza nome qualcosa che lui non poteva ancora comprendere.
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- Scritto da Mike Steinberg
- Categoria: Le Origini Di Kail
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Il sole stava definitivamente calando quando Kail uscì dalla cabina del capitano. Galeth lo attendeva poco distante, sul ponte ancora illuminato dagli ultimi riflessi aranciati del giorno. Kail si guardò subito intorno, come se cercasse qualcuno.
“I cavalli sono stati portati nella stiva e loro sono scesi tutti e tre…” Disse Galeth con calma, indicando il molo con il pollice. Attese che l’amico gli si affiancasse, poi chiese a bruciapelo: “Che ti ha detto Dominique?”
Kail appoggiò i gomiti sulla frisata e, a bassa voce, riferì quanto appreso: la spilla incantata e la sua incredibile storia, il passato condiviso con Astarte e la gravosa responsabilità che il nostromo aveva appena accettato di prendersi sulle spalle.
“Probabilmente non ha detto tutto …” Concluse Kail. “… ma non per diffidenza, per cautela.” Galeth rifletté un istante. “Ti fidi di lui?” “Si.” Confermò il mezzelfo, lo sguardo perso tra i moli del porto. Galeth annuì. “Mi basta.” Non servì aggiungere altro.
I due compagni rimasero sul ponte un’altra mezz’ora. In quel lasso tempo avevano sperato che qualcuno tra il capitano, Maquesta o Dominique salisse a bordo, ma immaginarono che tutti e tre avessero il loro bel da fare per pianificare i prossimi compiti e spostamenti. D’altro canto quella situazione, per quanto importante, non era certo stata preventivata.
Persino gli altri passeggeri erano spariti dalla circolazione.
Galeth aveva chiesto a Kail cosa ne pensasse dei due mercanti e della donna di bell’aspetto intravisti poco prima, e se fosse il caso parlarne col capitano. Ne stavano ancora discutendo quando Melas Kar – Thon tornò sulla nave, accompagnato dalla figlia e dal nostromo. Dominique portava con sé una sacca da viaggio, recuperata da qualche parte fuori dalla nave. Era molto probabile che il nostromo avesse una casa in città.
I due amici capirono immediatamente che non era il momento per fare domande. Quello era il momento del commiato.
Maquesta gli si avvicinò per prima; con un gesto rapido gli sistemò il bavero e lo strinse in un abbraccio breve ma sincero. Non era un saluto tra due ufficiali. Era qualcosa di più profondo, più intimo. Non tra padre e figlia, ma quasi. Come uno zio che partiva per un viaggio rischioso e una nipote che fingeva di non temere per lui. Dominique le dedicò una carezza che scaldò il cuore di entrambi.
Poi fu il turno del capitano Melas Kar – Thon, che gli strinse l’avambraccio con forza. Erano uomini che avevano condiviso tempeste e silenzi, decisioni difficili e notti senza stelle.
“Sii prudente.” Riuscì a biascicare Melas, tradendo un briciolo di imbarazzo. Dominique annuì con un sorriso, poi si voltò e si sistemò meglio la sacca sulla spalla, intenzionato a scendere lungo la passerella direttamente verso il molo.
A quel punto Kail e Galeth si avvicinarono per salutare il nostromo, augurandogli buona fortuna. Era una missione cruciale anche per loro: se Astarte non avesse ricevuto la lettera, una volta raggiunto Crossing sarebbe stato tutto più difficile far arrivare aggiornamenti e comunicazioni al suo castello nell’entroterra solamnico.
Dominique si sforzò di tenere il morale alto di tutti, compresi i marinai accorsi da ogni parte per dedicargli il giusto commiato; assicurò che ogni cosa sarebbe andata bene e che lui sarebbe tornato presto sulla Peregrina, ma sia il mezzelfo che il capitano sentivano che invece qualcosa sarebbe andato storto. Se lo confermarono con un’occhiata eloquente.
Melas seguì Dominique con lo sguardo mentre si dirigeva verso il porto e i cavalli che lo avrebbero condotto a nord, verso Lemish. Il nostromo intendeva raggiungere Firstward entro l’ora di cena: lì, un parente lo avrebbe ospitato, permettendogli di lasciare subito la zona del porto, decisamente troppo pericolosa in quel momento.
Mentre gli altri parlavano a bassa voce, Melas non si mosse. Seguì il nostromo con lo sguardo finché la sua figura non si confuse tra le sagome dei magazzini e delle gru del porto. Anche quando non fu più distinguibile, continuò a fissare quel punto, come se volesse imprimere quell’immagine nella memoria.
Kail comprese in quell’istante che, qualunque, cosa accadesse, Melas non aveva nulla a che vedere con ombre e tradimenti. Se c’era qualcosa nell’aria, era solo un presagio. E il capitano ne era solo la prima vittima.
Fu allora che Galeth si fece avanti.
“Capitano…” Disse con rispetto. “… prima che venga assorbito dai suoi doveri sulla nave, io e Kail vorremmo farvi qualche domanda sui passeggeri.”
Quella che poteva sembrare una richiesta fuori contesto, visto il forte momento emotivo, si rivelò invece per Melas un’opportunità per riancorarsi alla realtà. L’ergothiano si diresse verso il timone e fece segno a Kail e Galeth di seguirlo. “Che genere di domande? Non amo parlare dei miei passeggeri.” Esordì in tono distaccato.
Il guerriero sbirciò verso il ranger, poi aggiunse: “Niente di personale, ma avendo notato che non sono più sul ponte e probabilmente nemmeno sulla nave, ci chiedevamo se potessero essere… come dire… sicuri.” Gli occhi scuri del capitano si posarono su di lui. “Sicuri?”
“Si, ecco… spero possiate capire la nostra apprensione.” Melas sospirò, levando gli occhi al cielo. “I mercanti e la ragazza hanno prenotato una locanda nella parte alta della città. Ci raggiungeranno più tardi, dopo aver cenato.”
Galeth non disse nulla, ma continuò a fissarlo come se si aspettasse dell’altro . Il capitano sospirò affranto. “I mercanti commerciano in pelli. Devono attraversare l’Abanasinia fino alla costa opposta. Hanno pagato bene, ho verificato i nomi. Nessuna cattiva referenza.” Fece una pausa, sperando che Galeth mollasse la presa, ma capì che non sarebbe successo.
“La nobildonna invece, Katharina Di Caela, è stata raccomandata da un membro della Chiesa dei Cercatori. Un sant’uomo, almeno in apparenza. Mi ha chiesto la cortesia di accompagnarla a New Ports, verso sud. Viaggia leggera, non crea problemi.” Si strinse nelle spalle. “Non ho motivo di dubitare di lei.”
Il mezzelfo si sforzò di ricordare dove avesse già sentito quel nome, effettivamente importante, di una delle famiglie solamniche più in vista di tutte. Tuttavia il ricordo faticava a riemergere. Alla fine annuì insieme a Galeth, annuì. Notando che la loro curiosità era stata appagata, Melas aggiunse: “All’alba salperemo e il vento non ci sarà favorevole. Potremmo impiegare più del previsto. Per chi non è abituato al mare, anche poche ore possono pesare. Se accettate un consiglio: andate a riposare.”
Quasi a chiudere la conversazione, una voce femminile intervenne alle loro spalle. “E prima di riposare… dovete decidere dove cenare.” Maquesta, li osservava con attenzione vigile. Senza attendere replica, si rivolse al padre: “La nave è pronta a salpare, capitano. Al suo ordine.” Melas approvò con un cenno e si allontanò.
“Scendete al porto o resterete a bordo?” Chiese la ragazza. Galeth rispose senza esitare. “Meglio non farci vedere in giro. Rimaniamo qui, se possibile.” Maquesta fece loro un cenno d’approvazione. “Saggia decisione. Venite.”
La giovane li condusse sotto coperta, attraverso il corridoio centrale. Lì, in un angolo riparato tra le travi robuste, due amache erano state tese per loro. “Non è un cabina privata…” Disse con franchezza. “Ma nessuno vi disturberà. Farò portare qualcosa da mangiare.” Poi si allontanò con passo sicuro.
Poco dopo, un giovane mozzo comparve con una cesta: pane scuro, formaggio stagionato e una zuppa densa e tiepida in un recipiente di metallo. Rimasero soli. Mangiarono senza fretta, mentre i rumori del porto filtravano attutiti attraverso lo scafo. Quando ebbero finito, Kail aprì il proprio zaino: “Credo sia arrivato il momento di organizzare la prima fase del nostro viaggio…” Galeth si tirò su dall’amaca, incuriosito. “I diari di Anteus…”
Kail mostrò all’amico i resoconti che Astarte aveva organizzato con cura affinché lo guidassero nel suo pericoloso viaggio nell’Abanasinia. Anteus, suo padre adottivo e maestro d’armi, era stato inviato lì due anni prima per verificare voci inquietanti provenienti dall’estremo sud. Movimenti sospetti e presenze non riconducibili ad alcuna autorità locale. Voci che ora, dopo quanto avevano scoperto su Galen Dracos, assumevano un significato ben più oscuro.
Anteus era scomparso e Kail si era offerto per quella missione anche con la speranza di ritrovarlo. Galeth si alzò e gli si affiancò, mentre l’amico sfogliava le prime pagine degli appunti, indicando le note di un lavoro di ricostruzione che copriva due anni del viaggio sul territorio.
“Settembre 328: approdo a Crossing, contatto con Rashmintalan, la mia guida elfica di Qualinesti. Secondo l’elfo, due mesi prima ha visto la presenza di creature oscure a Xak Xhalan. Inizierò da qui, vale la pena indagare. Arrivo a Staughton, rifornimenti e partenza per Xak Xhalan.
Ottobre 328: Abbiamo esplorato il sito. L’elfo mi ha confermato la presenza di tracce fresche di goblin e hobgoblin ed umani, di non più di un mese fa. Sono rimasti poco, forse erano esploratori. L’elfo ha visto anche altre tracce strane, più grandi, forse orchi, il che farebbe pensare ad una insolita collaborazione.”
Kail leggeva gli appunti di Anteus riportando fedelmente ogni parola. “Dovremo ripercorrere tutto…” Mormorò Galeth. “Passo dopo passo.” Confermò Kail.
Tuttavia, proprio quando entrambi convennero che trovare Rashmintalan avrebbe fatto la differenza, scoprirono con amarezza che la guida elfica di Anteus era morta mesi dopo, durante l’ispezione di alcune miniere abbandonate.
“Giugno 329: Una terribile tragedia si è abbattuta su di noi. Mentre controllavamo i cunicoli più interni sotto Pax Tharkas, una frana ha tagliato la via a Rashmin! Lo abbiamo cercato per tre giorni, ma non perdo le speranze: riusciremo a trovarlo e a tirarlo fuori! Purtroppo Rashmin non ce l’ha fatta! L’abbiamo trovato morto dopo infinti tentativi. Senza di lui sarà molto più difficile orientarsi. C’era un forte odore di zolfo e il nostro povero amico aveva entrambe le gambe spezzate, ma in punti differenti. Aveva inoltre dei strani segni sul collo, per WindWalker si tratta di un’aggressione e io stesso resto moderatamente dubbioso.”
I due amici stabilirono comunque che iniziare il viaggio trovando una guida valida, magari cercandola proprio nella comunità elfica locale, sarebbe stato fondamentale per muoversi in quei territori ostili e sconosciuti. Parlarono a lungo del loro approccio a Crossing, di come muoversi con discrezione, chi contattare e quali piste seguire per prime. Finché le parole si fecero più lente, cullate dal rollio leggero della nave ormeggiata. Alla fine si addormentarono.
Quando Kail riaprì gli occhi, la luce era già piena: non il grigio dell’alba, ma mattina inoltrata! La nave si muoveva con decisione: avevano salpato. Un odore intenso e dolciastro saturava l’aria sottocoperta.
Quel profumo strano non gli era nuovo lo aveva già avvertito nel pacco che Maquesta aveva ritirato dall’oste alla Gramigna Verde. Quell’aroma speziato, misto a una lieve ma intensa sensazione di calore proveniente dal medaglione, lo avevano avvolto mentre dormiva. Ricordava vagamente, in quel limbo tra veglia e torpore avvenuto molto prima dell’alba, di aver provato ad alzarsi, a reagire, ma il suo corpo era rimasto inerte, prigioniero di una paralisi artificiale.
Kail si tirò su a fatica, la testa pesante come piombo. Poi ricordò: Belladonna!
Questa volta la riconobbe. Era la stessa sostanza – in forma meno brutale – usata dagli uomini di Galen Dracos per drogare Galeth durante il suo rapimento. Lì, in un angolo, una piccola ciotola metallica custodiva i resti anneriti delle erbe bruciate. Kail le toccò: erano fredde, spente da ore.
“Hanno smesso di bruciare prima dell’alba…” Disse piano. Erano stati costretti a dormire molto più del dovuto. Galeth si alzò, ancora intontito. “Allora dev’essere un vizio…” Scherzò il guerriero, rammentando bene il disagio provato quando aveva ingerito la droga al Tasso d’Argento. Tuttavia lo scherzo morì sul nascere.
Un urlo lacerante squarciò il silenzio della stiva, poco distante. Poi un altro. Concitazione. Panico. Qualcosa di terribile era accaduto mentre erano stati costretti con la forza a rimanere nel mondo dei sogni.
Kail si riscosse, come se stesse tornando in superficie dopo un’immersione troppo lunga. Le amache oscillavano ancora lentamente, mentre lo scafo gemeva sotto la spinta del mare. La testa gli martellava. Il gusto dolciastro della spezia gli restava incollato alla lingua. Accanto a lui, Galeth si muoveva a fatica, stringendo le palpebre contro la luce.
Poi arrivarono altre grida. Non erano urla di una rissa. Non erano ordini. Erano urla spezzate dall’orrore.“No… no…” “Capitano!”
Kail cercò di tenersi in piedi, di scuotersi, ma le ginocchia cedevano. Il medaglione gli scottò appena contro il petto giusto per un istante, e in quel calore improvviso e momentaneo, gli tornò vivido il ricordo della notte: la coscienza vigile, il corpo immobile e qualcosa di soprannaturale all’opera.
“Allora non me lo sono sognato…” Mormorò preoccupato.
Galeth lo afferrò per un braccio, lo sguardo duro. “Qualunque cosa stia capitando, non è finita…” Si sorressero a vicenda, mentre scendevano insieme ad altri uomini ancora storditi. Non erano stati dunque i soli ad aver sofferto degli effetti della Belladonna. L’aria si faceva più pesante ad ogni gradino, impregnata non solo di umidità salmastra, ma di un inconfondibile odore ferroso. Odore di sangue.
Quando raggiunsero il fondo, la scena si aprì davanti ai loro occhi con una lentezza irreale. I marinai formavano un semicerchio all’interno di una sezione della stiva. Uno si faceva il segno del “buon auspicio” invocando gli dei del mare; un altro fissava il pavimento come se sperasse di svanire, un altro ancora vomitava in un angolo.
Kail e Galeth raccolsero tutte queste informazioni in un’unica intensa occhiata. Poi si mossero di lato, per cercare una visuale migliore. Che diavolo stava succedendo lì dentro?
Al centro, sopra una cassa di pellame, spiccava una giacca azzurra imbrattata di rosso. Niente riuscì a nascondere l’orrore assoluto negli occhi del mezzelfo e del guerriero. Era la giacca di Dominique!
Kail cercò con lo sguardo il capitano e Maquesta. Li scorse lì vicino, assorti e disperati. La ragazza stava di fianco alla cassa, rigida, le mani intrecciate nei capelli e lo sguardo perso nel vuoto.
Melas era seduto su un barile, le braccia appoggiate sul grembo e la bocca semiaperta. Non parlava. Non si muoveva. Ma non era paralizzato: stava solo trovando la forza per tornare ad essere il capitano, ma davanti a quello scempio anche il comando sembrava un fardello insopportabile.
“L’abbiamo trovata dietro quelle casse.” Disse un terrorizzato marinaio, indicando un punto poco distante. “Era… era così.”
Melas si alzò in un silenzio assoluto. Si avvicinò alla giacca e ne sfiorò il tessuto lordo di sangue con la punta delle dita. Era ancora umido in alcuni punti. Tracce di sale brillavano sulle maniche e sul colletto. Sollevò delicatamente un lembo e un gemito di sofferenza e disgusto attraversò l’intera stiva.
La testa di Dominique apparve appena tra le pieghe. Il taglio era netto. Pulito. E proprio per questo più atroce. Maquesta ispirò bruscamente, ma non distolse lo sguardo. Melas richiuse lentamente il tessuto, si voltò e domandò con voce d’oltretomba: “Chi era di guardia?”
La maggior parte dei marinai non rispose, ancora sopraffatti dai fumi della droga che li aveva intontiti sottocoperta. Alcuni però balbettarono scuse indistinte.
“Andate a svegliare i passeggeri! Vi voglio tutti sul ponte, ora! Questo abominio non resterà impunito!” Detto questo, il capitano uscì a grandi passi dalla stiva, seguito dai marinai e da Maquesta. Passando accanto a Kail e Galeth, la ragazza sussurrò con un filo di voce: “Mio padre non riuscirebbe a farlo. Controllate voi se c’è qualche indizio. Vi prego.” Aveva le lacrime agli occhi, ma nei suoi tratti persisteva una lucidità ferrea, un controllo che a Melas mancava. Galeth annuì solennemente, serrando la mascella in un gesto che era insieme dolore e preoccupazione.
I due amici si avvicinarono al macabro lascito di chissà quale assassino invisibile. Fu Kail a scostare con cautela il bordo del tessuto. La testa di Dominique restava immobile, gli occhi socchiusi, il taglio netto alla base del collo. Non c’era rabbia sul suo volto. Solo un’espressione sospesa, interrotta. Non aveva avuto il tempo di aver paura: era stato decapitato da tergo.
Il mezzelfo frugò con angoscia dentro le tasche interne della giacca alla ricerca della lettera, ma per sua sfortuna, era sparita. Dominique era riuscito a nasconderla in tempo, consegnandola a qualcuno di fidato, o l’omicida gliel’aveva strappata via insieme alla vita?
Poi notò un flebile bagliore sotto il colletto: la spilla incantata era ancora lì. Un dettaglio stridente, quasi un errore logico, che lo portò ad una conclusione immediata: Galen Dracos non era presente fisicamente al momento dell’uccisione di Dominique! Uno stregone del suo calibro si sarebbe accorto facilmente di un oggetto magico simile.
“Probabilmente sono stati i Corvi Rossi…” Dedusse Kail.
Dominique era morto in quel modo brutale per mandare ad entrambi un messaggio preciso: sapevano della lettera, sapevano della rotta. “Non un messaggio… una provocazione.” Ribatté a mezza bocca Galeth. “Una minaccia.” Concluse Kail, invitando l’amico a staccare la spilla di Mishakal dalla giacca del nostromo. Galeth la fissò un attimo, poi la nascose tra le pieghe della cappa.
Kail si passò una mano sul viso, distrutto dal dolore e dalla preoccupazione. Galeth avvolse con cura i resti di Dominique nella sua stessa giacca e la sollevò per portarla sul ponte. Al di la della tragedia personale, perché il nostromo era davvero un uomo retto e giusto, un pensiero politico li tormentava: come avrebbero fatto adesso a fare rapporto ad Astarte? Come avrebbero informato il grande Cavaliere delle malefatte di Galen Dracos sul territorio solamnico dopo questo fallimento?
“Ehi Kail?! Stai bene?” Domandò il guerriero in un sussurro. “Si… si, sto bene. Andiamo.” Così i due compagni risalirono dalla stiva al ponte, trascinandosi dietro i macabri resti del povero nostromo e tutta l’amarezza di averlo, seppure indirettamente, condannato a morte.
Il ponte della Peregrina era immerso in un silenzio teso quando Kail e Galeth risalirono da sottocoperta. Il guerriero teneva la testa di Dominique avvolta nella giacca blu del nostromo. Non la esponeva, ma tutti compresero bene cosa stesse portando.
Melas aveva radunato tutti. I marinai erano disposti in fila irregolare lungo il lato di dritta, i volti segnati dalla stanchezza e dal sospetto. Poco più indietro, i due mercanti barcollavano ancora, pallidi, gli occhi velati da ombre scure. Si reggevano alla balaustra come uomini reduci da una febbre non ancora smaltita.
Mancava solo la donna.
Al centro del ponte, il capitano si accorse subito del loro arrivo. Osservò per un breve istante il macabro fagotto che Galeth ancora teneva sollevato e dischiuse leggermente le labbra nel tentativo di dire qualcosa. Vedendo il padre in difficoltà, Maquesta intervenne prontamente.
“L’avete esaminata?” Galeth annuì. “E avete scoperto qualcosa?” Incalzò la giovane, facendo un passo avanti. Kail rispose con voce piatta, quasi clinica. “La testa è stata mozzata di netto, da tergo. Una mano esperta, precisa. Dominique non deve essersi accorto di nulla.”
Il capitano deglutì, recuperando a fatica il controllo del proprio respiro. “C’è altro?”
“La sua spilla era ancora appuntata alla giacca…” Aggiunse Kail. “Ma la lettera è sparita.” Lo sguardo di Melas si indurì. “La lettera è sparita.” Ripeté tra sé, la voce persa nel labirinto dei propri pensieri.
“Se la portava ancora addosso…” Continuò il mezzelfo. “… qualcuno l’ha presa di sicuro. Resta solo da sperare che Dominique sia riuscito ad affidarla a qualcun altro prima di… prima di essere catturato.”
Il capitano serrò la mascella, poi fece un cenno verso poppa. “I miei uomini hanno trovato tracce di sangue.” Kail e Galeth si scambiarono un’occhiata perplessa. “Dove?” Chiese Galeth. “Alla murata di poppa.”
Melas fece strada, mentre Maquesta rimase con la ciurma qualche metro indietro. I due amici lo seguirono. Il sangue aveva colato lungo il legno, seguendo le venature fino a quasi metà ponte, dove si interrompeva bruscamente.
“Non c’era sangue prima dell’alba!” Esclamò spaventato uno dei marinai. “Altrimenti l’avrei visto!” Kail si chinò, analizzando l’angolazione degli schizzi e la distanza tra le macchie.
Galeth invece indicò il legno graffiato poco sopra. “Qui hanno agganciato qualcosa.” “Un rampino.” Sussurrò Melas, ricalcando con il dito il segno sottile sulla balaustra. “Qualcuno è salito da qui…” “Si…” Confermò Kail, scrutando lo scafo proprio sotto i graffi. “Una piccola imbarcazione. Due o tre uomini al massimo, silenziosi. Si sono accostati senza farsi notare.” Galeth annuì cupo. “Dominique era già morto quando è stato… issato a bordo.”
Un mormorio inquieto attraversò l’equipaggio. Tutti avevano teso l’orecchio per carpire ogni frammento di quella conversazione. “Come potete dirlo?” Chiese uno dei due mercanti, la voce incerta. Kail sui voltò a guardarlo. “Il taglio è troppo netto, troppo pulito. E qui sul ponte non c’è abbastanza sangue. L’esecuzione è avvenuta altrove.” Melas annuì lentamente. “La testa è stata portata a bordo… e chi l’ha fatto aveva un complice tra noi.”
Il capitano tornò dai suoi uomini. “Quello che è accaduto stanotte…” Disse con voce controllata e le mani intrecciate dietro la schiena. “… non è stato un incidente, ma un’azione deliberata contro questa nave.” Fece un passo avanti, scrutando i volti uno ad uno. “Voglio sapere chi era di turno tra la quarta e la quinta ora prima dell’alba.”
Due marinai si fecero avanti titubanti. “Noi, capitano.” “Avete visto scialuppe?” “No, capitano.” “Avete sentito corde sfregare? Rumori contro lo scafo?” I due esitarono qualche istante, scambiandosi occhiate confuse. Poi uno di loro disse: “Niente che non fosse il normale sciabordio del mare su di una nave ormeggiata.” Melas imprecò sottovoce.
“E voi?” Domandò, voltandosi verso i mercanti. Uno dei due deglutì a vuoto. “Capitano… noi abbiamo solo accettato un consiglio.” “Quale consiglio?” “La donna…. Ci ha offerto dell’incenso. Ha detto che il viaggio sarebbe stato agitato e che quell’aroma avrebbe aiutato a dormire.””E voi l’avete bruciato.” “Si.” “Quando?” “Prima di coricarci. Era ancora notte fonda.”
Kail sentì la tensione farsi quasi tangibile. La droga era stata distribuita con precisione chirurgica, prima che tutti andassero a dormire. Non era stato un caso.
“Il sonno era… strano.” Intervenne un altro marinaio. “Strano in che senso?” Chiese Melas. “Quando ho raggiunto la mia cuccetta sottocoperta per il cambio turno, ho sentito uno strano odore di spezie. Ero stanco e non gli ho dato peso, ma sono crollato subito. Il sonno era… pesante. Come se l’aria fosse diventata densa.” Un commilitone vicino a lui annuì. “C’era odore di erbe bruciate, capitano.”
Kail sollevò lo sguardo. Melas si irrigidì. “Erbe?” “La nobildonna ha acceso una scodella, prima che ci ritirassimo. Diceva che purificava l’aria.”
Il mezzelfo si voltò verso Maquesta. Nella sua mente aveva impressa l’immagine della ragazza che ritirava un pacco pieno di spezie dalla locanda del porto. Quasi avesse letto i suoi sospetti, Maquesta strinse le labbra e serrò i pugni fino a sbiancare le nocche. “Sono stata ingannata…” Mormorò in un bisbiglio amaro. Gli sguardi di tutti si inchiodarono su di lei.
Melas le si avvicinò. “Ingannata? Da chi e in che modo?” Maquesta imprecò rabbiosamente contro sé stessa. “Da quella maledetta, che sicuramente non si chiama Katharina Di Caela! Sono andata alla locanda della Gramigna Verde a ritirare un pacco per lei. Mi ha detto che si trattava di incenso. Una fragranza che amava per coprire gli odori intensi dei viaggi. Mi ha dato i soldi per pagare l’oste e io… io ci sono cascata come una stupida!” Lo sguardo del capitano si addolcì per un istante. “Non potevi saperlo, Maquesta. Svolgiamo spesso commissioni simili per i passeggeri.”
Il silenzio calò sul ponte della Peregrina, interrotto solo dallo scricchiolio del sartiame. Poi Galeth si rivolse ai marinai. “Avete esaminato la cabina della donna?” Due uomini fecero un passo avanti. “Abbiamo bussato più volte, senza risposta.” Disse uno dei due. “Visto che la porta non era chiusa a chiave, abbiamo sbirciato dentro. L’unico particolare degno di nota erano le sue vesti bianche, perfettamente ripiegate e sistemate sulla cuccetta.”
“Capitano… cosa sappiamo davvero di questa donna?” Chiese Galeth, spazientito da tanta astuzia. “Come faceva a sapere che ci saremmo imbarcati proprio qui?” Melas guardò Kail e Galeth con intensità. “E’ salita a bordo tre ore prima di voi. Aveva credenziali inattaccabili: un sigillo araldico autentico della casata dei Di Caela. (! Kail può ripetere il tiro su Araldica e ricordare che esiste una Katharina Di Caela ma aveva l’età di Astarte, Kail lo fa presente) Inoltre mi era stata raccomandata da un sant’uomo della chiesa dei Cercatori e …”
“Se era sulle vostre tracce, è stata la scelta più logica.” Lo interruppe Maquesta bruscamente. “La Peregrina è l’unica nave diretta verso l’Abanasinia che parte all’alba. Non è difficile scoprirlo: basta chiedere al porto.”
Galeth annuì lentamente. “Ha proceduto per esclusione. Sapeva che saremmo arrivati in città probabilmente per imbarcarci e questa era la rotta più probabile, perché più immediata.” “E se a dispetto delle probabilità, non vi foste presentati?” Domandò Melas.
In quel momento Kail rammentò dove, e soprattutto quando, aveva sentito pronunciare quel nome: al castello di Astarte, circa vent’anni prima! Katharina di Caela era sì una nobile di quella famosa stirpe, ma oggi avrebbe dovuto avere la stessa età del grande Cavaliere! La donna che si era fatta passare per lei le aveva rubato l’identità, oltre che l’anello del casato. “Vista le sua abilità, avrebbe semplicemente cambiato piano. Si sarebbe adattata.” Rispose Kail con amarezza.
“E forse il mio amico Dominique sarebbe ancora vivo.” Il mezzelfo abbassò lo sguardo, oppresso dal senso di colpa.
“Padre, è chiaro che abbiamo a che fare con dei professionisti.” Concluse Maquesta, la voce ora ferma come l’acciaio. “Per quanto anche a me faccia un male cane accettarlo, Dominique sapeva cosa rischiava. Dobbiamo rimanere lucidi o rischiamo di perdere ogni cosa. Non abbiamo scelta ormai!” Melas la guardò e accennò un sorriso amaro. “Anche il vestito, lasciato lì in quel modo… che sia un demone o una donna, il messaggio è chiaro. Si tratta di gente meticolosa, che applica metodi puliti, precisi. Non lasciano nulla al caso.” Terminò la ragazza grattandosi il mento.
Melas iniziò a camminare lentamente sul ponte, scrutando il mare. “Dunque…” Disse, schiarendosi la gola. “Le erbe bruciate spiegano il torpore. Il rampino e l’agguato quando eravamo ormeggiati spiegano come siano saliti a bordo. La donna li ha guidati nella stiva: era il loro gancio, ha stabilito i tempi per colpire e lasciare …la testa di Dominique, come messaggio intimidatorio. Poi sono tornati indietro e hanno lasciato la Peregrina.” Si fermò, voltandosi verso la ciurma.
“Ma nessuno, me compreso… li ha visti attraversare il ponte. Dico bene?” Silenzio. “Ed è questo che non capisco.” Riprese il capitano. “Come hanno fatto a passare inosservati per ben due volte senza che nessuno fosse riuscito a vederli?” Kail sentì risalire il ricordo del medaglione che si scaldava prima dell’alba. Non poteva parlarne apertamente, poiché aveva scelto di tenere segrete le sue abilità, ma era certo che gli autori dell’incursione, probabilmente i Corvi Rossi, avessero utilizzato talenti magici. Talenti che l’artefatto di sua madre era riuscito a percepire.
“Se nessuno li ha visti…” Esordì con cautela. “… forse non potevano esser visti.” Melas lo fissò. “Spiegati.” “Oggetti magici.” Continuò Kail. “Mantelli. Artefatti che velano la presenza. Se dietro la morte di Dominique c’è l’organizzazione che sospettiamo, allora dispongono di uno stregone potente.” “Questa non è affatto un’ipotesi irragionevole.” Commentò Galeth. Un mormorio inquieto si diffuse tra i marinai. Melas rimase immobile per un lungo istante, poi prese una decisione. “Gettate l’ancora!”
Maquesta lo guardò sbalordita. “Siamo in mare aperto!” “Non proseguiremo come se nulla fosse.” Rispose il padre; l’ancora venne calata, la catena stridette finché la nave si fermò tra le onde. Melas si voltò verso l’equipaggio. “Al tramonto celebreremo una cerimonia per Dominique. Poi discuteremo sul da farsi. Ho bisogno di pensare nelle prossime ore, per cui rivolgetevi al nostromo per ogni necessità. Potete andare.” Si ritirò cupo nella sua cabina.
Il sole iniziò a scendere verso l’orizzonte, mentre Galeth e Kail parlavano tra di loro, con Maquesta e con la ciurma. Il mare attorno alla Peregrina sembrava improvvisamente più vasto e più silenzioso.
Al tramonto, puntuale come la morte, Melas uscì dalla sua cabina e rimase per qualche secondo a fissare il ponte. L’equipaggio lasciò ogni cosa stesse facendo in quel momento e si schierò in silenzio. Il mare era rosso di riflessi, come se fosse stato tinto dal sangue.
Galeth sollevò il fagotto e lo porse al capitano. L’uomo lo prese con mani ferme, ma lo sguardo tradiva un dolore profondo. “Dominique era con me da quindici anni…”Disse. “Da prima che Maquesta nascesse. Era un uomo leale. Il mare lo aveva cresciuto e il mare ora lo riprenderà.” Scoprì un lembo di giacca per un’ultima volta, osservando quel volto deturpato. “Che le onde ti diano pace, amico mio. Che le correnti ti conducano dove la sofferenza e la solitudine non possano mai trovarti.”
Con un gesto lento, lasciò cadere il triste fardello nelle acque scure. Il tonfo fu lieve, poi solo il mare. Dopo qualche istante il capitano si voltò.
“Maquesta. Kail. Galeth. Nella mia cabina.”
Li condusse all’interno e chiuse la porta, isolandoli dal resto del mondo. La piccola stanza era illuminata da una luce obliqua. La carta nautica restava aperta sul tavolo, la rotta tracciata fino a Crossing. Melas non si sedette subito.
“Ho perso il mio nostromo.” Disse. “Un uomo che navigava con me da più anni di quanti ne abbia mia figlia.” Maquesta aveva le lacrime agli occhi, ma sostenne lo sguardo del padre. “E la cosa peggiore è che me lo sentivo! Me lo sentivo, dannazione!” Continuò lui, la voce che vibrava di una furia repressa. “Beh, non perderò la mia nave per orgoglio. Posso tornare a Port O’Call. Posso dire che è stato un incidente a terra.” “Non lo crederanno…” Rispose Galeth a bassa voce. “Non mi interessa cosa credono! Quella gente maledetta cerca voi, non mia figlia o la mia nave. Ho delle responsabilità verso di loro. Lo capite?”
Il discorso di Melas non faceva una piega. Attirare l’attenzione dei Corvi Rossi sulla Peregrina non era di certo una mossa saggia, ma bisognava valutare con cura quale decisione fosse la meno rischiosa. Maquesta fece un passo avanti. “Se torniamo indietro, padre, stiamo dicendo loro che basta una testa nella stiva per fermare la Peregrina.”
“Inoltre,” Aggiunse Kail. “se tornerete a Port O’Call, vi esporrete ad un pericolo maggiore. E’ lì che si è consumato l’omicidio di Dominique, ed è lì che i Corvi Rossi vi aspetteranno. Secondo me, è meglio per voi rimanere in mare…”
Il silenzio che seguì fu più pesante di qualsiasi urlo. Melas fissò entrambi a lungo. Così simili, eppure così diversi. Poi i suoi occhi si fermarono sulla figlia. Pensò che sarebbe stata un grande nostromo e un capitano eccezionale, ma scelse di tacere quei pensieri. Per ora.
“Tu non hai visto uomini affondare per scelte sbagliate.” Le disse. “E tu non hai mai ceduto ad una minaccia.” Le parole non erano urlate. Erano dette piano, ma colpivano con la precisione di una lama.
Kail intervenne con cautela. “Chiunque sia stato non voleva la nave, capitano. Voleva impedirci di arrivare a Crossing.” Galeth approvò con un cenno. “Se torniamo adesso, gli stiamo dando ragione. Ad ogni modo, la scelta spetta a voi. Ecco la spilla che abbiamo trovato sulla giacca di Dominique. Credo sia giusto che l’abbiate voi.” Il guerriero mise il prezioso monile del nostromo sul tavolo del capitano.
Melas restò immobile. Gli occhi scivolarono sull’artefatto graffiato dell’amico. Con mano tremante l’afferrò e lo rigirò tra le dita, quasi cercasse di percepirne ancora il calore o la presenza. Poi, con un sospiro pesante, lo restituì a Galeth. “Se l’hanno lasciato sulla sua giacca senza prenderlo, vuol dire che gli dei vogliono che arrivi dove è diretto. O almeno credo che Dominique avrebbe risposto così.” Melas distolse lo sguardo. “Io non sono l’uomo giusto per portarlo.”
Galeth esitò, cercando conferma in Kail, che rispose con uno sguardo d’intesa. Il guerriero afferrò delicatamente la spilla: il metallo era stranamente caldo al tatto.
Melas trasse un respiro profondo, riprendendo il comando su sé stesso. “Proseguiremo. Ma non attraccherò. Non porterò la Peregrina dentro la baia. A quattrocento metri dalla riva calerò una scialuppa. Voi scenderete lì. Io tornerò in mare aperto e vi rimarrò a lungo. Obiezioni?”
Kail corrucciò la fronte. “E i nostri cavalli?” Melas sostenne il suo sguardo senza battere ciglio. “Sono certo che ne troverete degli altri sul posto. Avete la mia parola che saranno trattati bene e che, prima o poi, vi verranno restituiti sani e in salute.” Notando lo scetticismo dei due viaggiatori, aggiunse: “Approderò a New Ports tra un mese esatto da oggi. Li lascerò nelle stalle del maniscalco della città e pagherò per la loro permanenza finché non andrete a ritirarli. Di più non posso fare.”
Maquesta annuì. Anche Galeth e Kail, seppur a malincuore, acconsentirono. La ragazza sapeva bene che la decisione di suo padre non avrebbe cancellato il dolore della loro perdita, ma almeno gli avrebbe dato un senso.
La notte scivolò via senza troppe parole.
Kail e Galeth erano scesi nella stiva per l’ultimo saluto ai loro compagni animali. Per loro non erano solo cavalli, ma alleati di mille battaglie. Separarsene fu un colpo duro, ma inevitabile. “Guardiamo il lato positivo….” Mormorò Galeth. “Visto come si sono messe le cose, è molto più probabile che siano loro a sopravvivere che noi…” Kail non poté far altro che confermare con un sorriso amaro.
Poco prima dell’alba, Crossing emerse dalla foschia come una promessa e una minaccia insieme. I due restavano sul ponte, appoggiati alla balaustra, mentre il mare restava innaturalmente calmo, quasi a voler ignorare l’orrore accaduto durante la navigazione. Sotto i loro piedi il legno della nave scricchiolava appena, mentre i marinai lavoravano in silenzio.
Maquesta li raggiunse, restando per qualche istante in silenzio a osservare la città che prendeva forma all’orizzonte. “E’ quella.” Disse piano. “Crossing.” Galeth annuì. Sembrava cercasse le parole giuste, poi si voltò. “Maquesta… a proposito di Dominique…”
Lei scosse il capo prima che lui potesse continuare. “Non è stata colpa vostra.” Galeth abbassò lo sguardo, tormentato. “Eppure, se non avessimo chiesto di qualcuno che potesse svolgere la consegna della lettera, lui sarebbe ancora vivo.” Maquesta inspirò lentamente l’aria salmastra. “Dominique sapeva sempre dove si stava cacciando. Non era uno che si tirava indietro.” Li fissò entrambi negli occhi. “E non siete stati voi ad ucciderlo. Qualcun altro l’ha fatto.”
Il mare restava immobile. Quando la città divenne distinguibile, torri, mura, il profilo dei moli, Melas diede l’ordine. “Calate la scialuppa.” La sua voce era ferma, ma segnata dalla stanchezza. Si avvicinò ai due uomini, mentre i marinai cominciavano a manovrare le funi. “E’ quanto avevo promesso.”
Kail lo guardò riconoscente. “Capitano...” Melas sollevò una mano per fermarlo. “Non serve. Avete già visto abbastanza su questa nave.” Galeth fece un passo avanti. “Dominique non meritava una fine così.” Il capitano lo guardò per qualche istante. Nei suoi occhi passò un lampo duro, subito spento dalla rassegnazione. “No. Non lo meritava.” Rispose asciutto. Il vento muoveva appena le vele. “Il mare si è preso ciò che restava di lui.” Continuò, cupo. “Adesso, prendete voi la vostra strada.” Kail annuì lentamente. “Vi siamo debitori, capitano.” Melas scosse il capo. “No.” Poi volse lo sguardo verso Crossing. “Vi ho portati dove avevate chiesto.”
La scialuppa venne calata con movimenti precisi. Nessun marinaio esitò. Galeth si fermò un istante prima di scendere. Guardò Maquesta. “Spero di rivedervi…” Lei accennò un sorriso stanco. “Mi auguro che quando questo accadrà, non lo farete solo per raccontarmi un’altra storia come questa.” Galeth annuì, abbozzando un lieve sorriso: l’affinità con Maquesta sembrava palese. La ragazza gli tese la mano e lui la strinse, un ultimo contatto solido prima dell’incertezza.
Poi lo sguardo della giovane passò su Kail. “State attenti laggiù.” Kail inclinò appena il capo. “Per quel che può servire, vi giuro che se ne avrò mai la possibilità, vendicherò la morte di Dominique.” Maquesta annuì.
Il mezzelfo scese per primo, seguito subito dopo da Galeth. Maquesta restò a guardare dal parapetto, ferma accanto a Melas, mentre la Peregrina manteneva la distanza pattuita dalla riva. Quando la scialuppa toccò l’acqua, Kail sentì ancora il medaglione pulsare contro il petto. Non era solo un’eco della notte. Era un avvertimento che non aveva ancora finito di sussurrare.
Galeth afferrò i remi e iniziò a vogare, fendendo la superficie scura. Mentre si allontanavano la nave si faceva piccola alle loro spalle, capirono che ciò che era stato lasciato nella stiva non era soltanto una testa mozza.
Era l’inizio di un’ordalia terribile.
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- Scritto da Mike Steinberg
- Categoria: Le Origini Di Kail
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Port O’ Call era vicina.
La vegetazione selvatica dell’entroterra iniziava a diradarsi, lasciando spazio a una strada maestra battuta, segnata da solchi profondi dei carri che per generazioni avevano rifornito la costa. Il paesaggio si apriva in una distesa di colline basse e brulle, dove i campi coltivati e i vigneti secchi cominciavano ad intravedersi poco più lontano, alternandosi a zone di macchia mediterranea e rocce calcaree che affioravano dal terreno come ossa antiche.
“Ho riflettuto molto sulla tua proposta, Kail… e ho deciso di accettarla.” Esordì Galeth, la voce resa seria dalla consapevolezza del pericolo. “Qui ormai non si parla più di lavoro o di svolgere semplici missioni…” Fece una pausa intensa, il volto corrucciato e preoccupato. Kail lo guardò per un breve momento, poi tornò a fissare la strada.
“Ormai c’è in gioco la mia vita… costantemente intendo. Non c’è mai pausa, come tra un lavoro e un altro. La minaccia è continua, perenne… e pesa come un macigno sulla mia testa.” Continuò Galeth, concedendosi un’altra pausa cruciale. Kail abbassò lo sguardo, sentendosi in colpa: sapeva che quella era la nuda verità.
“Il pericolo non riguarda solo i Corvi Rossi, a quelli avrei potuto provare a sottrarmi. Qui ci sono in ballo stregoni, artefatti maledetti e un esercito che si prepara all’invasione!” Commentò il guerriero con concitazione. Poi ritrovò la calma e aggiunse: “La situazione si è fatta troppo rischiosa per entrambi e ho il presentimento che andrà sempre peggio. Restare soli significa solo diventare bersagli più facili; se ci prendono separatamente, gli uomini di Galen Dracos ci schiacceranno senza fatica. Meglio rimanere uniti e provare a giocarcela insieme, piuttosto che finire uccisi uno alla volta.” Sospirò, ma non in maniera affranta. Era un sospiro fermo, determinato.
“Verrò con te, mezzelfo. A patto che la paga sia quella che mi hai proposto. Tutto quello che troviamo, lo smezziamo. Dico bene?” Disse Galeth con un mezzo ghigno astuto sulle labbra. Kail annuì e gli regalò un sorriso che sapeva di assenso e gratitudine insieme. “E poi mi ci vuole una vacanza… pazienza se sarà molto lunga.” Stemperò il veterano, assestandosi meglio sulla sella.
“Non ti mentirò: mi dispiace di averti cacciato in questo guaio, Galeth. Molto. Ma sono felice che mi accompagnerai nel mio viaggio. Non credo che riuscirei a farcela da solo.” Rispose semplicemente Kail.
Galeth lo guardò, ma non replicò. Osservando la sua espressione, colse il peso della responsabilità che il mezzelfo portava sulle spalle e capì quanto dovesse essere lacerante per lui. In ogni caso, la loro avventura insieme era stata ufficialmente suggellata e questo era un bene. Per entrambi.
Il sentiero che scendeva verso sud si fece più largo e i campi iniziavano a comparire ai lati della strada. Filari ordinati, muretti bassi di pietra, qualche contadino che sollevava lo sguardo al loro passaggio. L’odore del mare arrivava a tratti portato dal vento. Non lo vedevano ancora, ma lo percepivano.
Galeth si fermò su una lieve altura che precedeva la città. All’orizzonte, oltre le tegole e i camini, una striscia d’argento segnava l’acqua.
“Eccola, finalmente …” Disse semplicemente.
Port O’Call non appariva minacciosa. Non aveva l’austerità di una fortezza né l’eleganza di una capitale. Era operosa. Viva.
Case basse in periferia, botteghe, cortili interni, stendardi commerciali appesi alle travi. Il traffico aumentava man mano che si addentravano: carri carichi di merci, animali da soma, mercanti che discutevano sui prezzi prima ancora di varcare le porte urbane.
Eppure Kail non rallentò il passo.
Un carretto li superò sollevando polvere. Il conducente non li guardò, ma il ragazzo seduto accanto a lui sì. Troppo a lungo. Galeth lo notò, ma non disse nulla.
Più avanti, un uomo col cappuccio abbassato attraversò la strada davanti a loro. Si fermò un istante per sistemarsi il mantello, ma in realtà li stava osservando. Quando incrociò lo sguardo di Kail, riprese a camminare.
“Sono solo viaggiatori.” Mormorò Galeth.“ Anche le spie lo sono.” Rispose Kail asciutto.
Entrarono in città passando sotto un arco di pietra annerito dal tempo. All’interno, le strade si facevano più strette e più affollate. Bancarelle improvvisate, tessuti colorati, pesce essiccato steso su graticci, l’odore pungente del sale e delle spezie.
Non era ancora il porto. Era il ventre della città.
Un battente si richiuse al piano superiore di una casa, appena troppo in fretta. Un bambino che giocava in strada smise di correre quando li vide passare, come se avesse ricevuto un comando invisibile. Dai balconi, tende si mossero veloci.
Nulla di concreto. Nulla che potesse essere indicato come una minaccia. Eppure abbastanza per far capire ad entrambi che una moltitudine di occhi ed orecchie erano posati su di loro. Tutti potenzialmente pericolosi. Tutti potenzialmente letali.
Il medaglione di Kail rimaneva silente. Questo lo inquietava quasi di più se avesse preso a vibrare e a scaldarsi come faceva molto spesso ultimamente.
“Basta così …” Disse Galeth. “Togliamoci dalla strada o rischierò di diventare paranoico …”
Il guerriero fermò una donna anziana che sistemava ceste di pane. “Per favore, una locanda tranquilla…” Chiese. “… non troppo vicina alle banchine.” La donna li studiò un momento, poi indicò verso il centro. “La Lanterna d’Ottone. Clientela mista, ma discreta…” Rispose, concedendo ad entrambi un largo sorriso sdentato.
Kail annuì. Meglio scrivere la lettera prima di farsi vedere al porto.
Non fu difficile trovarla. La locanda era a due piani, con finestre strette e vetri opachi. All’interno, il rumore era contenuto: viaggiatori in transito, un paio di mercanti intenti a contare monete, nessuna musica. Galeth annuì. “Perfetto.” Bisbigliò.
Il locandiere asciugò le mani nel grembiule quando li vide entrare.
“Di passaggio?” Chiese, come se quella domanda fosse la più normale del mondo. “Sempre.” Rispose laconicamente Kail. “Il mare chiama o vi allontana?” Pungolò l’oste. “Ci fermeremo poco.” Disse Galeth come a chiudere la conversazione.
L’oste li osservò con maggiore attenzione. “Da dove venite?” Galeth sospirò: non voleva essere scortese, ma quella conversazione si stava trasformando pericolosamente in un interrogatorio. “Da nord.” Fece un cenno lento, canzonatorio. “Uhm … e dove andate?” Insistette il locandiere, per nulla intento a darsi per vinto. “A sud.” Questa volta fu Kail a rispondere.
L’uomo rimase immobile un istante, come se stesse cercando altro nelle loro parole. Poi accennò un sorriso educato.
“Capisco.” Disse semplicemente. Il suo sguardo si posò per un breve attimo su qualcuno o qualcosa alle loro spalle.
Vicino al camino, un uomo con un mantello scuro smise di muovere la coppa. Non li fissò apertamente, ma li studiò di sottecchi. Dopo qualche secondo bevve un ultimo sorso, si alzò, mise senza discutere alcune monete di rame sul bancone, ed uscì. La porta si richiuse con un colpo asciutto. Il brusio riprese subito dopo, ma più basso.
Kail chiese all’oste di quell’uomo, ma quando ricevette una risposta evasiva, si accontentò di una camera con due letti, pagò e ricevette una chiave senza poter fare o dover subire ulteriori domande.
Galeth fece strada. La scala scricchiolò sotto i loro passi. Il corridoio del piano superiore era stretto, illuminato da una sola lampada ad olio. A metà del corridoio, un inserviente era inginocchiato davanti una porta. Un secchio rovesciato accanto a lui, lo straccio in mano. Una macchia scura si allargava sulle assi del pavimento.
Lì per lì ci fu un attimo di panico, poiché Galeth aveva scambiato quella chiazza ombrosa per sangue, ma Kail fu lesto a tranquillizzarlo. L’odore disgustoso che emanava, suggeriva che un pitale fosse stato svuotato male piuttosto che qualcuno fosse stato sgozzato in quel punto. Non ne era certo, ma era molto probabile.
L’inserviente sollevò lo sguardo quando li sentì arrivare. Non sembrò sorpreso. I suoi occhi passarono da Galeth a Kail con lentezza misurata. Poi fece un breve cenno con il capo. Non parlò. Riprese a strofinare solo quando la chiave girò nella serratura. La porta si chiuse alle loro spalle e Galeth fece scattare il chiavistello immediatamente.
“Finalmente un po’ di calma…” Aggiunse nervosamente, guardando Kail di sfuggita.
La stanza era spartana. Un tavolo, due sedie, due letti stretti contro la parete.
Kail frugò nello zaino e tirò fuori una delle pergamene che gli aveva fornito Astarte per i suoi resoconti e la mise sul tavolo, mentre Galeth, inquieto, scostava di continuo le tende dalle finestre per sbirciare se occhi indiscreti guardavano in alto verso di loro. Poi il mezzelfo si mise a sedere e preparò la piuma d’oca e i l calamaio.
Nonostante l’amico fosse di guardia, il mezzelfo non riusciva a non sciogliere la morsa attorno al medaglione, che teneva nella mano sinistra. Scriveva ad Astarte con la destra, ma la sua mente era altrove, assediata dal timore che Galen Dracos potesse violare i suoi pensieri da un momento all’altro. Sperava, quasi febbrilmente, di tenerlo a bada concentrando ogni briciolo di volontà su quel pezzo di metallo freddo premuto contro il palmo.
Ogni poche righe la mano si fermava. Kail restava quasi paranoicamente in ascolto dei pochi rumori che venivano dal corridoio, mentre Galeth osservava le vie sottostanti, brulicanti di una vita che appariva loro come un groviglio di potenziali minacce. Il medaglione restava inerte: freddo, immobile, privo di vibrazioni o calore. Lo girò tra le dita, ne saggiò la consistenza, poi tornò a scrivere, forzando il fiato a farsi regolare. Non ci riuscì.
A quel punto si alzò ed invitò Galeth a prendere il suo posto. Il guerriero rimase assai perplesso dalla decisione presa dal mezzelfo: se era vero che Galen Dracos poteva vedere i pensieri dell’amico, cosa sarebbe cambiato se la lettera fosse stata scritta di suo pugno o da quello di Kail? Eppure mettersi a discutere su questo gli parve fuori luogo, per cui afferrò la piuma d’oca e iniziò a vergare la pergamena nel modo in cui gli veniva detto.
Sulla carta fluirono presto i nomi delle loro sventure recenti:
Erstellen che era stata tratta in salvo nel luogo convenuto e l’ombra del tradimento che aveva infettato il maniero di Astarte; i Corvi Rossi e i loro agguati che erano stati per entrambi quasi letali; l’incontro tra di loro ad Elmwood; l’oscura maestosità di Ravenshadow’s Keep e il Cristallo Maledetto, ora fortunatamente infranto, che serviva a preparare il maniero del lord spettrale all’invasione! Annotò di Grymace, dei suoi scavi misteriosi e del suo esercito disciplinato e marziale; descrisse i disegni del loro generale umano: Lord V. e, sopra ogni altra cosa, la figura di Galen Drakos: uno stregone potente e dalla natura aliena, che sembrava possedere occhi e orecchie in ogni angolo del mondo. Come nota finale, Kail suggerì a Galeth di invitare Astarte ad eliminare tutti i Corvi Rossi presenti nella foresta di Godsfell Woods: probabilmente questa operazione non sarebbe servita ad estirparli definitivamente dal territorio, ma avrebbe dato di sicuro un duro colpo allo stregone che ne era a capo. Galeth continuò a scrivere finché nella stanza non rimase che il suono secco della penna che graffiava la pergamena.
Un improvviso sussulto bloccò di nuovo il mezzelfo dal dettare altro. Il ricordo del sogno lo travolse: lo sguardo di Dracos, quella sensazione viscida di essere stato violato nel sonno, di esser stato raggiunto laddove nessuno dovrebbe poter arrivare. Strinse ancora il medaglione fino a farsi sbiancare le nocche. Attese. Ma ancora una volta non accadde nulla. Kail decise allora che poteva bastare.
Una volta terminata la lettera, domandò a Galeth di farne una copia: la prudenza non era mai troppa! Poi infilò il medaglione sotto la tunica, ed insieme al compagno le piegò per bene e le imbustò, sigillandole con la cera di una candela e il marchio di Astarte. Ognuno di loro ne tenne con sé una.
Galeth si alzò dalla sedia, si sgranchì le gambe e gli disse piano: “Non possiamo affidarci ad un corriere qualunque. Dobbiamo trovare qualcuno di integerrimo, che non venda le nostre vite per qualche spicciolo…”
Kail ripose con cura la sua missiva nello zaino. “No, non possiamo”. Rispose, con l’ansia che trapelava da ogni sillaba. “E a questo punto del viaggio, non possiamo nemmeno tornare indietro per consegnarle a qualcuno di nostra conoscenza a Lemish. Saremmo seguiti e braccati in un istante.” Aggiunse il guerriero, quasi parlando tra sé, come a voler razionalizzare un cappio al collo che si faceva sempre più stretto. Kail annuì lentamente, cercando di riprendere il controllo.
“Una cosa alla volta. Scendiamo al porto e vediamo di incontrare intanto questo capitano Kar – Thon. Appena ci saremo guadagnati un passaggio per Crossing, penseremo alla lettera. Magari, per una volta, la fortuna deciderà di guardarci in faccia.” Galeth incrociò il suo sguardo e accennò un timido assenso, anche se l’ombra sul suo volto tradiva quanto poco credesse alle parole di Kail.
Dopo qualche altro minuto di preparazione, i due compagni lasciarono la stanza e scesero al piano di sotto. L’oste non disse niente, guardandoli solamente un fugace momento prima che uscissero.
Kail e Galeth lasciarono la Lanterna d’Ottone e si inoltrarono tra le vie centrali di Port O’ Call. Seguendo strade strette e vicoli affollati di pedoni e carrettieri. Il rumore delle chiacchiere, dei passi e delle botteghe riempiva l’aria, ma la loro attenzione rimaneva alta: occhiate furtive dai balconi, figure incappucciate tra la folla, tutto contribuiva a tenere alta la soglia del sospetto.
Galeth fermò un adolescente seduto su una cassa e gli domandò se c’era una taverna al porto e il ragazzo gli suggerì “La Gramigna Verde”: una bettola fumosa e affollata, con luci tremolanti e odori di pesce, birra e legna bruciata che saturavano l’ambiente. Non potevano non trovarla.
Infatti, dopo pochi isolati, fu davvero molto semplice scovarla: bastò seguire il flusso di ubriachi, mercanti e stranieri che, a ridosso del porto, sciamavano verso di essa.
“La Gramigna Verde” si affacciava su una traversa che odorava di alghe e catrame. L’insegna cigolava nel vento. L’interno pullulava di uomini dall’aspetto poco raccomandabile, mercenari, contrabbandieri e figure pronte a scambiare o vendere informazioni al miglior offerente o a tirar coltelli senza esitazione. Le conversazioni si abbassarono di mezzo tono quando Kail e Galeth entrarono.
I due amici si mossero con cautela, evitando sguardi troppo diretti e cercando di apparire quanto più ordinari possibile. Si avvicinarono al bancone. L’oste, un uomo largo di spalle e con baffi grigi e gli occhi astuti, li osservò senza cordialità.
“Cerchiamo un uomo.” Disse Galeth diretto. “Melas Kar – Thon.”
Il panno con cui l’oste stava asciugando un boccale si fermò. “E perché mai dovreste trovarlo qui?” Kail posò una moneta d’argento sul legno, senza spingerla verso di lui.
“Perché è un capitano. E i capitani hanno bisogno di bere quanto i loro uomini.” Il locandiere guardò avidamente la moneta, ma non la prese subito. “Kar – Thon non è il tipo di uomo che si fa trovare senza che ci sia un buon motivo per farlo.” Rispose, mentre asciugava il bicchiere e passava gli occhi da loro all’argento sul suo bancone. “Non lo cerchiamo per capriccio, ma per lavoro.” Replicò Galeth asciutto.
Ci fu un silenzio teso. Poi l’oste fece sparire la moneta con un gesto rapido e contemporaneamente disse: “Molo principale. La sua nave è la Peregrina. Salpa all’alba per l’Abanasinia, se il vento tiene.” Kail annuì. “Grazie.” Sussurrò mentre si voltava per uscire. Proprio in quel momento la porta si aprì. Una corrente d’aria fredda e salmastra attraversò la sala insieme a una ragazza.
“Parli del diavolo…” Kail e Galeth la seguirono con lo sguardo.
La ragazza non aveva più di quattordici anni, ma non camminava come una bambina. Il passo era sicuro, lo sguardo fermo. Indossava abiti di mare, semplici ma funzionali. Dietro di lei entrò un uomo alto, solido, che trasmetteva sicurezza e aveva l’aria di chi era abituato a dare ordini. Sulla giacca blu portava una spilla metallica, un simbolo inciso che non apparteneva a nessuna casata comune. Per un breve istante il suo medaglione si scaldò appena, quando posò i suoi occhi su di essa.
“La figlia di Kar – Thon…” Mormorò l’oste a mezza voce, spezzando i suoi pensieri. “… e il suo nostromo.” La ragazza si fermò davanti al bancone e domandò all’oste se aveva preparato ciò che gli aveva chiesto. L’oste annuì, si chinò, afferrò un piccolo pacco sigillato che profumava di spezie (un odore che Kail riconobbe, ma che non riuscì ad identificare) e glielo porse. Lei se lo mise sotto il braccio, pagò e fece per uscire. Il nostromo invece, restò immobile ad osservare la sala. Tutta la conversazione durò solo pochi secondi. Quando la ragazza si voltò per andarsene, Kail non aspettò oltre.
“Un momento.” Disse con rispetto, ma senza esitazione. “Siete dell’equipaggio di Melas Kar – Thon?” Il nostromo non rispose subito. “Chi lo chiede?” “Due uomini che devono parlargli prima dell’alba.”
La ragazza li studiò apertamente. Il suo sguardo penetrante e i suoi modi sfrontati, sembravano cozzare con il suo corpo ancora acerbo. “Mio padre non ama le sorprese.” Disse con voce sorprendentemente calma. “Nemmeno noi.” Rispose Galeth, sostenendo la sua tagliente occhiata. Il nostromo fece un passo avanti. “E perché dovremmo condurvi da lui?” Kail incollò i suoi occhi marroni in quelli azzurri di lui. “Perché ciò che dobbiamo dirgli riguarda solo lui. E il tempo non è dalla nostra parte.” Ci fu una pausa intensa. Poi il mezzelfo aggiunse: “La nostra traversata è molto urgente… vi prego di farvi bastare questo.”
La ragazza inclinò leggermente il capo, come se stesse ponderando le sue parole. Guardava Kail in modo strano, come se le fosse familiare ma non abbastanza. Lo scout non riuscì a capire di più. Il nostromo la guardò. Lei fece un cenno minimo. “Venite.” Disse infine.
Uscirono dalla locanda quando era pomeriggio inoltrato, non era notte ma la sera era alle porte. Le lanterne lungo la banchina oscillavano nel vento. Poco più avanti, una nave si stagliava scura contro il cielo: la Peregrina. Camminavano in fila compatta. Kail rimase leggermente indietro. Fu allora che osservò meglio la ragazza: anche lei gli aveva trasmesso qualcosa di familiare. Ineffabile ma familiare.
Le spalle larghe, le braccia definite, ma non con la potenza massiccia di un’ergothiana. La pelle scura, ma non del nero profondo delle genti dell’Ergoth. Un tono più caldo, ramato. Quando si voltò per assicurarsi che li seguissero, la luce di una lanterna le illuminò il volto. E fu in quel momento che Kail lo notò con un sussulto.
Gli occhi erano leggermente allungati, quasi obliqui, un tratto che conosceva molto bene. Un tratto tipico dei mezzelfi! Tuttavia le orecchie erano umane. O così sembravano. Kail aggrottò le sopracciglia: non poteva essersi sbagliato, non proprio lui! Si avvicinò di qualche passo nel tentativo di osservarle meglio.
Un riflesso più netto rivelò alcune cicatrici appena visibili lungo il bordo superiore. Linee precise, chirurgiche. Le punte erano state tagliate! Kail distolse lo sguardo per un istante: non per imbarazzo, ma per comprensione. Maquesta si accorse della sua breve indagine, semplicemente guardandolo negli occhi. Nessuna parola, nessuna vergogna. Solo consapevolezza. C’era poco spazio in mare per i mezzosangue come lei, soprattutto se avesse voluto diventare un giorno il successore di suo padre sulla Peregrina.
La nave li attendeva. Sul cassero, una figura imponente li osservava avvicinarsi. Il nostromo si fermò ai piedi della scaletta. “Capitano! Questi due uomini chiedono udienza.” Melas Kar – Thon scese con calma. Alto, possente, pelle segnata dal sole e dagli anni in mare. “Non porto chiunque.” Disse prima ancora che qualcuno parlasse. “E non porto guai.”
“Non siamo guai.” Rispose Galeth asciutto. “Lo dicono tutti…” Commentò Melas con un mezzo ghigno. Kail fece un passo avanti. “Capitano Kar – Thon… la nostra traversata non è per diletto. Avete fama di essere un uomo d’onore, da quello che ho sentito in giro. Credetemi se vi dico che giungere a destinazione sani e salvi, non sarebbe fondamentale solo per noi, ma anche per chi ci vuole laggiù… persone molto più importanti e valorose di me e del mio compagno.” Silenzio.
Gli occhi del capitano si strinsero leggermente.
“I soldi non sono un problema…” Aggiunse dopo due secondi Kail con tono pacato. Il vento fece sbattere una vela allentata. Il capitano li studiò ancora un momento. Poi, senza dire una parola, spostò lo sguardo oltre loro. Verso Maquesta. Non fu un gesto teatrale. Solo un rapido scambio d’occhi. Ma era chiaro che stava pesando qualcosa più delle loro parole.
La ragazza non parlò. Non intervenne. Si limitò a sostenere lo sguardo del padre e a fare un cenno quasi impercettibile. Poi Melas tornò a fissarli. Attese ancora un istante e poi fece un passo di lato. “Salite.” Disse semplicemente. “Se avete qualcosa di serio da dire, lo direte nella mia cabina. Non qui.” Aggiunse, mentre istintivamente si guardò a destra e a sinistra in cerca di sguardi indiscreti. Maquesta annuì, poi seguì suo padre. Galeth le andò dietro e Kail andò subito dopo. Il nostromo chiuse la fila senza dire una parola, ma il mezzelfo intuiva che aveva taciuto non perché gli mancassero, ma perché stava ponderando altro.
La Peregrina ondeggiava dolcemente al molo, legata con corde robuste, le vele ripiegate e il profumo salmastro del mare che si mescolava a quello del legno impregnato di resina. Altri passeggeri erano già a bordo. Kail e Galeth ci fecero caso mentre seguivano Melas nelle sue cabine.
Due mercanti dalla pelle abbronzata e un fare nervoso: panciuti e vestiti con tuniche un po’ consunte e trasandate; una donna nobile, dagli abiti gonfi e bianchi e dalla postura eretta, i capelli raccolti e lo sguardo distante, immersa nei propri pensieri. Appena passarono per il ponte, i due mercanti si voltarono di scatto, fissandoli con occhi sospettosi. La donna invece rimase immobile, come se nulla fosse cambiato.
Il capitano aprì deciso la sua cabina e si sedette dietro una vecchia sedia di legno, dietro un tavolo pieno di mappe. Una lanterna a olio illuminava fiocamente l’interno, spartano ma essenziale. Poi scrutò i visitatori, poi sua figlia e il nostromo, valutando ogni minimo gesto.
“Intanto presentiamoci: io mi chiamo Melas Kar – Thon, lei è mia figlia Maquesta e lui è il nostromo della Peregrina, Dominique. Voi chi siete?” Kail e Galeth dichiararono i loro nomi e le loro intenzioni.
“D’accordo, i convenevoli sono stati risolti. Ora andiamo al punto. Cosa vi porta sulla mia nave?” Chiese, la voce profonda e ferma.“Abbiamo bisogno di arrivare a Crossing. Abbiamo i soldi per pagare il passaggio.” Rispose Kail freddamente, mostrando con cautela l’anello di Astarte che egli gli aveva donato come lasciapassare.
Melas sgranò gli occhi, controllando meglio l’anello. Poi annuì e lo restituì al mezzelfo. Sembrava colpito da questo dettaglio. Inoltre la maniera in cui guardava Kail non era la stessa con cui fissava Galeth. C’era meno tensione, meno diffidenza nei suoi occhi quando si rivolgeva al mezzelfo. “D’accordo. Le monete d’oro ci sono. Avete risolto la metà del problema.” Disse il capitano, appoggiando la schiena sulla sedia in un gesto quasi plateale. “Ma io non porto chiunque sulla mia nave.” Aggiunse asciutto, incrociando le braccia. “Dovete capire che Crossing non è una destinazione che ho sulla mia rotta e io non rischio la mia nave e i miei uomini, facendo deviazioni non necessarie per qualsiasi storia.”
Galeth schioccò le labbra e aggiunse quasi spazientito: “Quell’anello dovrebbe bastare a farvi capire che non si tratta di una storia qualunque, ma se desiderate conoscerla nel dettaglio, allora dovremo cercare un’altra nave.”
A quelle parole Melas Kar – Thon si rilassò un poco. Sorrise leggermente e disse: “Non voglio sapere nulla sui vostri affari laggiù. Avevo già deciso di prendervi a bordo quando vi ho visto la prima volta. Noi marinai ci affidiamo all’istinto, solo così riusciamo a sopravvivere in mare aperto. Volevo solo punzecchiarvi un altro po’, tanto per capire che genere di persone siete. Inoltre conosco Astarte. Se siete qui per suo conto, questo mi basta. Benvenuti sulla Peregrina, dunque.”
In quel momento Dominique si mosse appena, avvicinandosi di qualche passo al tavolo. I suoi occhi azzurri fissavano con intensità l’anello di Astarte che Kail stava recuperando. Quando fu fianco a fianco col mezzelfo, il suo medaglione si scaldò di nuovo, ma la sensazione che provò non fu per niente piacevole. Gli ricordò l’esperienza nel tempio di Paladine sotto il maniero Astarte di qualche settimana prima. Un senso di disagio e soffocamento che ancora gli metteva i brividi addosso.
Doveva essere quella spilla!
Kail provò a scorgere senza dare nell’occhio ciò che quel simbolo graffiato rappresentava e fu allora che lo vide: il simbolo blu dell’infinito di Mishakal, la dea della guarigione! Uno dei culti benevoli più diffusi prima dell’avvento del Cataclisma.
Vista la flebile scia magica che quell’oggetto emanava, possibile che quell’uomo di mare fosse segretamente un antico chierico? Improbabile: quell’Ordine era scomparso insieme a tutti gli altri almeno tre secoli prima. E allora chi era davvero? E perché aveva quel sigillo magico addosso?
Non poteva essersi sbagliato: il medaglione di sua madre non aveva mai fallito le sue rivelazioni mistiche. Dominique scrutò per qualche altro intenso secondo l’anello, poi annuì in direzione del suo capitano. Galeth sorrise soddisfatto, voltandosi verso l’amico mezzelfo, che però conservava ancora un certo cipiglio sul volto teso.
“C’è un’altra questione.” Esordì Kail, spezzando improvvisamente il clima disteso che si era creato. “Ho questa missiva da consegnare urgentemente ad Astarte in persona. Non possiamo rischiare che venga intercettata, per cui abbiamo bisogno di una persona di fiducia che possa svolgere questo compito. Non potremo partire se prima non avremo risolto questo problema: è di vitale importanza che il Cavaliere ne legga il contenuto il prima possibile. Ovviamente pagheremo bene anche questo servizio.”
Melas si accigliò. Poi schioccò le labbra, incrociando le dita sulla scrivania consunta. “Non è una questione di soldi. Io ho una nave, non un negozio di consegne e fattorini. Anche ammesso che volessi aiutarvi, non saprei proprio come fare… cercare persone affidabili al porto è come sperare di trovare una rotta sicura in una notte senza luna e senza stelle.” Il silenzio calò fitto nel cabinato. Kail annuì, mentre faceva scivolare la lettera nelle tasche. “Allora dovremo trovare un’altra strada da un’altra parte.”
Fece per alzarsi per andare a cercare un’altra soluzione a quel problema: aveva tempo fino all’alba, quindi molto poco. Fortunatamente una voce si levò insperata a dargli speranza. “Ci andrò io. Non voglio conoscerne il contenuto, ma se ritenete che sia davvero importante, mi prenderò una pausa di qualche settimana dal mare e svolgerò questa commissione. Se per voi va bene, ovviamente.” Disse Dominique con voce ferma e decisa.
Gli occhi di tutti i presenti si voltarono verso di lui. “Conosco molto bene i cavalieri, conosco Lord Astarte e conosco bene quei luoghi. Posso assicurarmi che la missiva arrivi a destinazione. Noi ci rivedremo qui tra meno di un mese…” Continuò il nostromo, posando i suoi profondi occhi azzurri sul capitano.
Melas corrucciò la fronte per nulla convinto: “Mi dispiace Dominique, so che i tuoi intenti sono buoni, ma la Peregrina non può rimanere senza nostromo. Io non posso rimanere senza nostromo.” Il capitano fece un segno eloquente con la mano che non accettava repliche in merito, ma Dominique sorrise e si scostò leggermente di lato, mostrando Maquesta. “Tua figlia mi sostituirà egregiamente in questo compito, Melas. Sa fare tutto su una nave e spesso prende decisioni sia per me che per te…”
Maquesta era rimasta con gli occhi sgranati e la bocca aperta udendo quelle parole, percependo una stima infinita, ma anche il peso di una responsabilità asfissiante. Gli occhi del capitano si posarono prima su di lei e poi su di lui, ma non disse una parola. Dominique sospirò. Poi aggiunse. “Suvvia, capitano. Si tratta solo di pochi giorni, non di anni. Inoltre questa investitura ad interim servirà anche per capire quello che già sappiamo no? Maquesta potrà sostituirti un giorno sul ponte della Peregrina?” La giovane abbassò gli occhi per un istante, poi li rialzò fieramente.
“Supponiamo che io ti conceda questa… vacanza. Dimmi perché vuoi farlo? Dico davvero, Dominique. So che sei una persona altruista, ma questo mi sembra un po’ troppo. Inoltre ho davvero un cattivo presentimento. Perché devo rischiare la vita del mio nostromo per delle persone che conosco appena?” Kail pose il suo sguardo incuriosito sul secondo del capitano. Dominique sorrise e disse con voce solenne: “Un giorno gli dei torneranno… e questo giorno non è molto lontano. Non so spiegartelo, ma so che portare a termine questo compito… risulterà importante anche per rendere possibile il loro ritorno. Sai che su queste cose mi sbaglio raramente: io sento che devo farlo, Melas!”
Il capitano lo guardò con fermezza, poi fissò la figlia e disse: “Te la senti Maquesta?” La ragazza annuì lentamente. “Allora vieni con me, dobbiamo avvertire la ciurma che per questo viaggio sarai il nuovo nostromo ad interim.” Disse, scostando indietro la sedia. Non aggiunse un’altra parola, uscendo a grandi passi dalla cabina. Maquesta gli andò dietro. Adesso nella cabina del capitano erano rimasti solo gli avventurieri e Dominique.
“Non sappiamo davvero come ringraziarvi.” Disse Galeth un po’ impacciato, grattandosi la testa. “Non dovete ringraziarmi, messer Galeth… ma vorrei chiedervi una premura. Potrei rimanere a scambiare da solo due parole con il vostro amico?” Galeth guardò Kail, che annuì. Il guerriero abbozzò un sorriso e uscì. Dominique lo seguì con gli occhi, poi disse.
“Immagino abbiate alcune domande da farmi, Sir Kail. Io ne ho almeno due in mente che vorrei esporvi. Se me lo permettete.” Kail annuì. “La prima riguarda il vostro rapporto con Astarte. Non mi basta che portiate con voi il suo sigillo. Voglio sapere chi siete per lui… e chi è lui per voi.” Lo sguardo del nostromo non era accusatorio, ma misurato. Curioso, ma rispettoso. Poi aggiunse: “La seconda… riguarda ciò che percepisco.” Fece un piccolo cenno verso il petto di Kail. “Non è solo paura quello che vi portate addosso. C’è qualcos’altro. Qualcosa che non appartiene alla gente comune.”
La cabina sembrava improvvisamente più stretta. “Rispondete a queste due domande …” Concluse Dominique. “… e io saprò se sto facendo la cosa giusta.”
Kail non rispose subito. Non perché non sapesse cosa dire, ma perché stava scegliendo cosa non dire. Raccontò di esser stato adottato da Astarte da bambino, dopo che suo padre era sparito o forse morto, la cosa non era chiara. Disse che era cresciuto nel suo maniero, che Astarte lo aveva educato con rigore ma senza durezza, come un tutore esigente e giusto. L’aveva affidato alle cure del suo maestro d’armi, Sir Anteus e ammise che si stava recando nell’Abanasinia anche per cercarlo. Mostrò la sua spada a Dominique che annuì. Egli rivelò di aver conosciuto Anteus e la sua perizia senza pari con la spada. Kail non parlò però di sua madre. Non parlò del sangue che era stato versato tra lei e il suo padre biologico.
Aggiunse soltanto che non aveva mai visto in Astarte un cedimento morale. Mai una scelta comoda al posto di una scelta giusta. Che se quell’uomo gli aveva chiesto di svolgere dei compiti perigliosi, era perché la questione superava l’interesse di un singolo Ordine. “Non riguarda solo i cavalieri.”Concluse con calma il mezzelfo. “Riguarda il futuro di Krynn. E se Astarte ha deciso di muoversi, significa che il tempo è già quasi scaduto.” Non c’era enfasi nella sua voce, solo convinzione.
Quando invece parlò del medaglione fu più vago. Ammetteva di possedere un oggetto appartenuto a sua madre, ma che non ne conosceva le vere proprietà. Sapeva solo che reagiva alla magia. Che talvolta si scaldava, che vibrava. Che lo metteva in guardia. Che percepiva presenze, tensioni, minacce prima che si manifestassero apertamente. Non aggiunse altro.
Dominique lo studiò a lungo. “Non sei un uomo qualunque…” Esordì poi, schioccando le labbra. “…e non sei un ingenuo.” Fece una lunga pausa, poi riprese a parlare. “Conosco Astarte.” Disse semplicemente. “Non di nome. Di persona.”
Kail sollevò lo sguardo.
“Abbiamo servito insieme, anni fa. Non nello stesso Ordine. Ma sotto lo stesso cielo.” Un accenno appena percettibile di sorriso. “E’ un uomo che non chiede mai ciò che non farebbe lui stesso.” Un’altra pausa, ma più breve. “Quando hai mostrato il suo sigillo… non ho visto paura nei tuoi occhi. Ho visto responsabilità. E’ diverso.” Kail non rispose.
Dominique sfiorò la spilla appuntata alla sua giacca. “Hai riconosciuto il simbolo.” “Mishakal…” Sussurrò Kail. Dominique annuì lentamente. “E’ un oggetto di famiglia. Risale al tempo del Cataclisma. Un mio avo era un chierico di Mishakal. Non un semplice devoto, ma un uomo rispettato nell’ecclesiarchia. Saggio. Ascoltato.” La sua voce si fece più bassa. “Quando gli Ordini crollarono e i Templi furono distrutti dalla montagna di fuoco, ciò che rimase fu questo. Non come reliquia sacra… ma come ricordo. E’ stato tramandato per generazioni. Molti lo hanno portato come ornamento. Pochi hanno…. sentito qualcosa.”
Kail lo osservava con attenzione. “Tu sei tra quei pochi.”Disse. Dominique non si schermì. “Ho scoperto, col tempo, che imponendo le mani posso favorire piccole guarigioni. Escoriazioni. Tagli. Fratture leggere. Non miracoli. Non resurrezioni.” Fece un mezzo sorriso. “Non sono un chierico. Ma qualcosa in quell’oggetto scorre ancora … qualcosa che evidentemente sa riconoscere il giusto e il benevolo.” Il silenzio che seguì tra i due non era vuoto. Era valutazione reciproca.
Poi Dominique sospirò, ed annuì. Come se si fosse anch’egli tolto un peso da dentro l’anima che portava con sé da sempre. “La porterò come se fosse mia.” Disse, prendendo la lettera e sistemandosela nella tasca interna della giacca.
Non era un giuramento solenne. Era qualcosa di dolorosamente diverso, una premonizione forse. Il legno dello scafo vibrò leggermente: sul ponte si stavano dando gli ultimi ordini prima della partenza. Dominique si avvicinò alla porta.
“Quando tornerò … semmai tornerò …” Disse prima di uscire. “… spero che tu abbia trovato la strada per scovare Anteus e svolgere i tuoi doveri nell’Abanasinia. Lo spero davvero per te e … per Krynn.” E lasciò Kail solo nella cabina.
Il medaglione, sotto la tunica, si era fatto tiepido, ma Kail come al solito non sapeva se per via di un pericolo latente nell’aria o solo per un refolo di angoscia che portava nel cuore. Non sapeva spiegarlo, ma adesso riusciva a percepire l’ansia di Melas. Qualcosa sarebbe andato storto. Se lo sentiva sotto la pelle.
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- Scritto da Mike Steinberg
- Categoria: Le Origini Di Kail
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“Ehi Kail, dai un’occhiata a questo!” Galeth era sceso da cavallo per controllare se sui corpi degli uomini che avevano abbattuto ci fosse qualcosa di determinante per capire chi fossero i loro mandanti. A quanto pare c’era riuscito.
Il grosso guerriero mostrò al mezzelfo una pietra rossastra, trovata nelle tasche del sicario che l’aveva aggredito. “Una pietra ematoide…” Bisbigliò Kail tra i denti. Una di quelle pietre magiche che i Corvi Rossi utilizzavano per controllare gli uccelli che facevano da spie lungo tutto il territorio. Era così che li avevano seguiti e trovati.
Galeth si alzò e passò il cristallo all’amico. Il medaglione di nuovo si scaldò appena quando lo scout lo prese nella mano.
Il mezzelfo restituì la pietra al compagno e fece per dire qualcosa, ma barcollò leggermente.
“Ehi…”
Galeth lo afferrò prima che perdesse l’equilibrio e cadesse da cavallo. “Guardami.” Disse asciutto. Kail sollevò lo sguardo. Gli occhi erano lucidi, ma presenti. “Sto bene.” Galeth sbuffò appena. “Certo. E io sono un chierico di Paladine.”
Indicò la ferita alla testa. “Quanto ti gira il mondo, da uno a dieci?” Kail esitò.
“Sei…”
“Sette.” Lo corresse Galeth. “E smettila di fare l’eroe.” Poi rimontò in sella e gli si affiancò. “Spostiamoci di qui. Ma quando non te la senti più, dimmelo…” Continuò il guerriero, cavalcando lentamente al suo fianco. “… non devi dimostrarmi niente.” Kail strinse la mascella, ricacciando dietro il dolore. “Dobbiamo arrivare a Port O’Call.”
“Ci arriveremo…” Rispose Galeth conciso. “…ma non se ti spacchi il cranio prima.” Kail annuì piano. Era la prima volta, da quando avevano deciso di viaggiare insieme, che Galeth sentiva pronunciare dal mezzelfo quella parola senza alcuna resistenza.
Il mormorio del fiume Garnet iniziò a farsi strada nel silenzio della vallata.
Poco prima di raggiungere il guado, il calore improvviso del medaglione gli bruciò la pelle. Kail alzò lo sguardo per istinto: era come se il pendaglio di sua madre, oltre a metterlo in guardia, riuscisse adesso persino a suggerirgli dove doveva guardare, quando intendeva avvertirlo che c’era qualcosa sopra le righe nelle vicinanze.
Un corvo dagli occhi scarlatti era appollaiato su un vecchio tronco a lato del sentiero. Li scrutava con occhi fissi e vivi, inclinando appena la testa con espressione quasi intelligente.
Il mezzelfo tirò fuori la pietra ematoide recuperata al “Passo dell’Orso” e provò a concentrarsi per controllarlo. Chiuse gli occhi, cercando di canalizzare la propria volontà, ma percepì chiaramente quanto le arti arcane non gli appartenessero. Senza il potere del medaglione, la sua mente non riusciva a stabilire nessun contatto. Senza il supporto di un vero incantatore, dominare quel volatile restava un’impresa impossibile. Sospirò e ripose la pietra.
“Guarda là.” Disse Kail, indicando il volatile. Ma quando Galeth sollevò gli occhi, il tronco era vuoto. “Guardare… cosa?” Domandò Galeth perplesso. Kail si grattò la tempia confuso e borbottò tra sé: “Niente. Forse me lo sono immaginato…”
Superato il piccolo promontorio che portava al guado, scorsero due figure chinate su un carro ambulante. Erano intenti a sistemare una ruota malandata, probabilmente danneggiata da una buca profonda subito dopo aver attraversato il ponte. Erano uomini bassi e curvi, vestiti con abiti di buona fattura tipici dei mercanti di città e sembravano del tutto assorbiti dal lavoro, imprecando a bassa voce contro il legno scheggiato.
Cordialmente Galeth offrì il suo aiuto. I due uomini, che non parevano molto avvezzi ai lavori manuali, lo accettarono, ma di malagrazia. Erano nervosi: i loro sguardi si incrociavano spesso, rapidi e fugaci, come se nascondessero un segreto pressante. Avevano accolto quell’insperato aiuto solo perché piegati dalle circostanze, ma si vedeva lontano un miglio che desideravano ripartire al più presto, avvolti dal silenzio della strada.
Kail tentò di scalfirne la riservatezza, riuscendo a strappare solo poche informazioni banali: provenivano dal porto ed erano diretti alla capitale, Garnet Thax. Tuttavia, notando la rigidità delle loro spalle e il modo in cui incrociavano nervosamente le mani, intuì subito che velassero dettagli ben più utili.
Uno dei due, incalzato da una sua domanda sui pericoli della zona, si lasciò sfuggire una frase appena udibile, ma che catturò completamente l’attenzione del mezzelfo. “… meglio girare alla larga dalla vecchia fortezza di Grymace…” Quelle parole appena bisbigliate, evocarono in lui ricordi recenti, cupi ed angoscianti.
Kail e Galeth si scambiarono un’occhiata d’intesa. Non era semplice prudenza da viandanti senza scorta: quei mercanti erano stati pagati per tacere, oppure, ipotesi ben più inquietante, erano stati minacciati o spaventati da qualcosa che avevano visto a sud, qualcosa che orbitava attorno alla torre di Grymace. Un orrore che li aveva svuotati di ogni forma di coraggio, lasciando in loro solamente il desiderio febbrile di fuggire il più lontano possibile!
Galeth rimise a posto la ruota in pochi minuti. Per gratitudine, i mercanti rivelarono il nome del capitano che li aveva scortati da Crossing a Port O’Call: Melas Kar – Thon: un marinaio la cui fama sembrava precederlo lungo ogni rotta costiera. Senza indugiare oltre, i mercanti balzarono a cassetta e spronarono i cavalli.
Lasciarono il ponte con una fretta tale che avrebbe fatto invidia a chiunque avesse un’orda di goblin alle calcagna.
Galeth e Kail li osservarono allontanarsi aggrottando le sopracciglia. Avvertirono chiaramente quel silenzio innaturale che seguiva la paura altrui. Qualunque cosa avessero visto laggiù, aveva lasciato un segno profondo nelle loro anime. “Forse è il caso dare un’occhiata.” Mormorò Galeth, più a sé stesso che al compagno.
Oltrepassarono il ponte e seguirono il sentiero verso est per qualche miglio, immersi in un paesaggio che sembrava trattenesse il respiro. Poi Kail strinse le redini del cavallo e sospirò. La sua postura, solitamente fiera, era ora incrinata dalla fatica.
“Forse dovremmo fermarci qui un attimo…” Disse appena, notando una piccola area oltre la via segnata, riparata e coperta. Galeth annuì, osservando l’amico ondeggiare leggermente in sella. “Si. Passiamo la notte qui. Devi riposare, Kail. Non possiamo permetterci di proseguire con te in queste condizioni, non con l’ombra che spaventava quei mercanti alle spalle.”
Mentre il sole calava, Galeth si occupò dei cavalli con gesti esperti, per poi dedicarsi al campo. Accese un fuoco, modesto ma rinfrancante e poi medicò la ferita di Kail, raccogliendo con perizia erbe officinali e dimostrando al mezzelfo che i suoi talenti non riguardavano solamente l’uso della spada.
Preparò un unguento per la ferita del compagno e, per sé, un ultimo infuso di Ruta, necessario a mondare definitivamente i residui delle droghe che l’avevano steso due giorni prima. Quando Kail iniziò a cedere ad un sonno incombente, Galeth gli rivolse un mezzo sorriso rassicurante: un tacito invito a dormire senza curarsi di nient’altro.
Il sonno lo colse senza preavviso.
Kail si ritrovò in piedi su una distesa scura e immobile, come acqua nera pietrificata. Nessun cielo, nessuna terra. Solo una profondità infinita che sembrava inghiottire ogni luce. L’aria era densa, compressa; ogni respiro appariva faticoso, come se dovesse prima rispondere ad una volontà estranea e dominante.
Il mezzelfo percepì subito di non essere solo.
Prima arrivò la pressione, un peso invisibile sul petto, poi la sensazione opprimente di essere osservato da ogni direzione. Quando la presenza prese forma, non fu completa: un’ombra umanoide avvolta in un mantello scuro, dalla corporatura massiccia appena accennata. Sembrava che qualcosa di molto più grande fosse tenuto segretamente celato sotto quel velo d’ombra. La figura lo fissava immobile, con uno sguardo indagatore e inquisitorio, mentre il silenzio diventava quasi lacerante.
Kail provò a parlare, ma la voce gli morì in gola.
“Non sforzarti…” Disse una voce, profonda, cavernosa, agghiacciante. Non proveniva da una bocca, ma vibrava direttamente dall’oscurità circostante. “Questo non è un dialogo. Non sei abbastanza importante da concederti una replica. Voglio che tu sia consapevole di chi hai deciso di sfidare.”
Kail comprese, con un brivido, di essere totalmente impotente. Poteva solo ascoltare, cercare di carpire ogni dettaglio utile e resistere il più a lungo possibile a quella pressione psichica prima che la visione lo spezzasse.
“Mi hai distrutto anni di lavoro.” Continuò la voce, senza rabbia manifesta, il che rendeva il tono ancor più terribile. “Hai spezzato, in un modo che non è mi è ancora del tutto chiaro, un vincolo che neppure gli spiriti legati a quel luogo erano riusciti ad infrangere. Hai spinto ciò che era piegato, incatenato, consumato, a ribellarsi, a distruggere un artefatto di immenso potere nell’unico modo possibile. Il sacrificio estremo. Mi chiedo come. Come tu possa esserci riuscito.”
L’ombra inclinò appena il capo.
“Un mezzelfo qualunque non può farlo. Su questo sarai d’accordo.” Attorno a Kail il buio si increspò, come reagendo a quelle parole.
“Non so chi tu sia.” Disse la presenza. “Non ancora. Ma so che porti qualcosa con te. Una risonanza. Un artefatto, forse. Qualcosa che parla la lingua degli spiriti e anche molte altre lingue magiche. Probabilmente molte di più di quelle che tu possa mai immaginare.”
Un silenzio denso e minaccioso, cominciò a solidificarsi attorno a Kail, togliendogli il respiro.
“E’ così che ti ho trovato.” Il mezzelfo sentì un calore improvviso divampargli sul petto, là dove il medaglione riposava sotto la tunica, come se fosse stato sfiorato da dita invisibili ed incandescenti.
L’ombra innanzi a lui si fece più ancor più cupa. Il mantello scuro si mosse appena, come scosso da un vento che non esisteva. “Non mi fido degli esseri umani.” Disse la figura velata. “Sono fragili. Imprevedibili. Tradiscono per paura o per ambizione.” Fece una pausa intensa. “Ma questo nuovo, giovane Lord, gode del favore delle forze oscure che muovono i fili più sottili. Forze di cui non sospetti la potenza… né la spietatezza.”
Galen Dracos non pronunciò alcun nome, ma il mezzelfo intuì che si riferisse a “Lord V.”, citato nella lettera trovata nelle tasche del sicario di nome Kumik. Forse stava anche iniziando a capire chi l’aveva scritta
“Io non servo nessuno.” Continuò l’ombra con calma glaciale. “A parte la Dea dalle Cinque Teste di Drago. Io comando.” Due occhi rossi guizzarono per un attimo sotto il cappuccio che teneva il suo volto nascosto.
“I Corvi Rossi sono miei! Ogni loro lama. Ogni loro giuramento. Ogni loro fallimento. Ogni loro parola.” Fece un passo in avanti e il cuore di Kail ebbe un sussulto violento.
Un gelo improvviso gli attraversò la schiena. Se uno aveva parlato, quanti altri l’avevano fatto? Quanti occhi li avevano osservati senza essere visti? Kail sentì affiorare un pensiero improvviso e velenoso.
Spie. Spie ovunque. Sulla strada per Kayolin, tra le ombre di Wildtree. Persino tra le mura del maniero di Astarte.
Il grande cavaliere si era fidato di lui. Ma chi altro lo stava segretamente ascoltando per fini meno nobili? Dracos inclinò ancora una volta il capo, come se stesse gustando il suo turbamento.
“E’ così che ho saputo che qualcuno l’avrebbe condotta via da lì. Che l’avrebbe condotta lontano.” La parola “qualcuno” suonò come un’accusa tagliente.
Dopo un silenzio calcolato, la voce di Dracos si fece più sottile e pericolosa, quasi sibilante.
“Voglio sapere dove hai portato la bambina.” Fece un altro passo verso di lui. “E come hai fatto a convincere gli spiriti a distruggere il mio artefatto.” Il mantello si increspò, rivelando per un istante una massa scura dietro le sue spalle. “Voglio conoscere i tuoi segreti, mezzelfo.”
Il medaglione al petto di Kail pulsò appena, caldo come brace sotto la cenere. Dracos rimase immobile, poi pronunciò un’ultima frase, calma e misurata.
“Se oserai entrare ancora nei miei domini, ti sarà ancor più chiara la portata della grandezza con cui ti stati misurando, ma saresti anche più facile da catturare. Mi risparmieresti di inseguirti per tutta la Solamnia. E’ un bel dilemma il tuo. Ho giurato di ucciderti, ma prima estirperò da te con le mie mani tutto ciò che voglio sapere. Per cui ecco le mie ultime parole…”
Kail rimase col fiato sospeso, gli occhi sgranati, la bocca contratta in un respiro strozzato.
“Spero tanto che tu lo faccia.”
Kail si svegliò di colpo, il cuore che batteva forte, la testa ancora confusa dal sogno e la mano stretta sul petto. Il medaglione era caldo, pulsante. Le parole di Dracos suonavano come una condanna: solo ora comprendeva quanto fosse profondo l’abisso in cui era precipitato.
Accanto a lui, Galeth scattò a sedere, come se avesse percepito la vibrazione del terrore dell’amico. Mancava poco all’alba.
“Tutto bene?” Chiese Galeth, ancora mezzo assopito. Il mezzelfo prese un respiro profondo, cercando di scacciare il gelo che ancora gli stringeva le ossa. “No.” Sussurrò. “Non credo proprio.” Galeth si raddrizzò, il volto improvvisamente serio. “Cosa c’è che non va?”
Kail si alzò, constatando che la ferita non gli faceva più molto male. Iniziò a disfare il campo per dissimulare il nervoso. “Mi ha contattato … qualcuno. Non stavo sognando, mi è venuto a cercare con la magia.” Galeth lo studiò attentamente, con un’ombra di scetticismo nello sguardo: “Chi? E che t’ha detto?”
“Galen Dracos.” Rispose Kail, guardando severamente l’amico negli occhi. L’espressione di Galeth mutò leggermente. “E tu sei certo che fosse lui e non un delirio causato dal colpo che hai preso alla testa?” Kail annuì lentamente. Galeth sospirò. Poi fece segno di continuare, mentre iniziava a sellare i cavalli.
“Non è umano… o almeno, non come noi. Sa chi siamo e cosa abbiamo fatto al maniero… e sa di Erstellen. Lo è venuto a sapere perché è lui il capo dei Corvi Rossi! Il famoso stregone misterioso di cui parlavi.”
Galeth si voltò lentamente, lo sguardo inquieto. Le parole dell’amico avevano senso e incastravano ogni tassello al posto giusto: Galen Dracos a capo dei Corvi Rossi spiegava quella fitta rete di spie e sicari che infestava il territorio, preparando il terreno per “l’invasione” di cui lo stregone aveva parlato.
Kail fece una pausa, guardando il cielo che cominciava a schiarirsi. “Lord V. è il comandante in carica di questa campagna militare; Dracos è uno dei suoi luogotenenti. A quanto ho capito, lo stregone non si fida degli esseri umani, ma questo Lord V. sembra godere del favore di forze oscure inimmaginabili, potenti e feroci.” Galeth non commentò, assorbendo ogni parola come una spugna.
“Vuole sapere come ho fatto a parlare con gli spiriti e a convincerli a distruggere il suo manufatto maledetto e… e vuole Erstellen. Non avrà pace finché non riuscirà a strapparmi questi due segreti. Solo allora mi ucciderà.”
Galeth inarcò un sopracciglio e salì a cavallo. Stringendo le labbra sentenziò: “Beh, se ti ha trovato una volta nel sogno, lo farà di nuovo. Non sapremo mai quando e come, ma lo farà.” Kail annuì, cupo. “Lo so… ma non abbiamo scelta. Dobbiamo muoverci. E ho comunque intenzione di dare un’occhiata alla torre di Grymace.” Afferrò le redini di Aghnes e balzò in sella.
Dopo circa un paio d’ore, il terreno iniziò a cambiare. Una torre si stagliava all’orizzonte: massiccia, con bastioni ormai in rovina. Una volta importante avamposto dei Solamnici, ora appariva desolata: un relitto di antiche guerre combattute, ma di cui si era ormai persa la memoria.
Kail percepì qualcosa di strano, di innaturale: un’inquietudine che lo spinse a stringere le redini tra le dita. Il suo medaglione infatti aveva preso a scaldarsi e a vibrare lievemente contro il petto. Mentre Galeth vedeva solo mura crollate, pietra spezzata e silenzio, agli occhi dello scout la roccaforte apparve improvvisamente diversa.
Una specie di cupola bluastra sembrava circondarla! Una barriera magica, uno schermo incantato che distorceva i sensi dei curiosi, inducendoli a proseguire per la loro strada, ignari di ciò che accadeva realmente al suo interno.
Kail serrò le labbra, memore delle parole di Galen Dracos riguardo la scelta che avrebbe potuto fare se avesse scovato un altro dei suoi avamposti. Mentre valutava come agire, il compagno indicò un lato della torre.
Quando il goblin emerse oltre il limite invisibile, fu come se venisse espulso dall’aria stessa. Fortunatamente Galeth, non potendo percepire il magico, non poteva far caso a questo dettaglio.
La creatura avanzò di qualche passo all’esterno, guardinga e nervosa, per poi rientrare oltre quel confine che solo il medaglione permetteva a Kail di scorgere.
I due compagni si guardarono per un attimo intenso. “Lo seguiamo?” Chiese Galeth. “Si, ma andrò da solo.” L’amico provò a protestare, ma Kail lo interruppe spiegandogli che se il compito era soltanto osservare ed ascoltare, la discrezione sarebbe stata la loro arma migliore. Ed il silenzio non era certo il punto forte del guerriero.
A malincuore Galeth assentì: “Kail, mi raccomando: raccogli informazioni e torna da me.” Il mezzelfo annuì, affidò le redini all’amico e si preparò all’incursione.
Lo scout si mosse basso tra le erbacce, silenzioso come un’ombra. Attraversare la cupola fu come immergersi nell’acqua fredda: per un istante i suoni si ovattarono, poi tutto tornò vivido. E la rovina cambiò volto.
Il cortile interno era stato ripulito. Una porzione del terreno era scavata in profondità e sostenuta da travi robuste. Blocchi di pietra appena squadrati erano accatastati con ordine e casse allineate per dimensione. Un argano fissato su una struttura stabile dominava lo scavo centrale.
Non era un accampamento improvvisato, era un’opera in costruzione. Kail si nascose dietro una pila di pietre ed osservò.
Il goblin era già nel cortile. Una seconda creatura, di guardia con una rozza lancia presso l’imboccatura di una scalinata che scendeva nel sottosuolo, lo vide e gli ringhiò contro in una lingua gutturale. Anche se Kail non capiva le parole, il tono non lasciava spazio a dubbi: accusa, disobbedienza.
Il goblin abbassò il capo. Poi lo rialzò con un’espressione di rassegnata disperazione. “Fame.” Gracchiò.
La guardia lo spinse brutalmente con l’asta della lancia, poi gridò verso il basso. Kail notò che la creatura che aveva visto rientrare nella cupola, aveva qualcosa in mano. Forse un coniglio o un altro piccolo animale selvatico.
Improvvisamente, un rumore metallico, ritmico e pesante, risalì dal sotterraneo. Un uomo in armatura di piastre completa, nera come l’abisso, apparve sulla scala. Non usciva dalla cupola, né arrivava dall’esterno: risaliva direttamente dalle viscere della struttura.
L’armatura era priva di insegne, ma teschi metallici rinforzavano le giunture dei gomiti e delle ginocchia, brillando di una luce sinistra. Ogni passo era misurato, marziale. Si fermò davanti al goblin, sovrastandolo.
“Di nuovo…” La voce era un sussurro basso, privo d’emozione. “Fame…” Ripeté la creatura, agitando le mani con nervosismo. “Ieri hai oltrepassato il raggio permesso.” Continuò l’uomo in nero, ignorando la supplica. “Fame.” Bisbigliò ancora l’affranto goblin.
“Due mercanti ti hanno visto rientrare.” La parola “mercanti” venne pronunciata senza rabbia, solo come semplice constatazione. “Si sono spaventati. Hanno proseguito il cammino. Ma poteva andare diversamente.”
Il goblin respirava forte, incapace di comprendere la logica del comandante umano. “Uccidere mercanti…” Riuscì a dire, quasi a suggerire una soluzione.
“Non siamo predoni.” Ribatté il guerriero in armatura, facendo un passo avanti. “Non si vincono le guerre inseguendo ogni testimone. Questa guerra si prepara in silenzio.”
Il goblin ringhiò piano. “Fame.” Fu l’unica risposta che la creatura riuscì a mormorare ancora.
“Anche oggi hai fatto la stessa cosa di ieri, mettendoci in pericolo. Siamo pochi e ognuno di noi è una risorsa preziosa, per questo ti ho graziato una volta. Tuttavia… gli ordini non sono consigli.” La spada uscì con un sussurro metallico. Un solo colpo, pulito. La testa del goblin rotolò nel fango del cortile insieme al resto del suo corpo.
L’uomo rinfoderò la lama senza nemmeno ripulirla. Poi si rivolse alla guardia: “Riducete le razioni. Nessuno deve oltrepassare il perimetro della cupola senza autorizzazione!” Il goblin annuì. Diede un calcio alla testa del suo simile, poi afferrò per le gambe i suoi miseri resti e li trascinò verso la scalinata, lasciando una scia scura sulla pietra. In pochi istanti, il cortile tornò al suo silenzio innaturale.
Kail rimase immobile ancora per qualche altro battito. Non per paura, ma per rimettere insieme i pezzi di ciò che aveva visto ed udito. Non aveva assistito ad una brutalità cieca. Aveva visto disciplina. Non aveva udito bestemmie, improperi o frasi sconnesse, ma ordini precisi. Disposizioni militari.
Deglutì a fatica, percependo la portata di quella scoperta. La minaccia che incombeva sulla Solamnia non coinvolgeva un’orda barbarica di orchi e goblin, ma una gerarchia ferrea, dove ogni errore veniva sanzionato con precisione chirurgica. Si trovavano di fronte un esercito in formazione, una macchina bellica che si muoveva nell’ombra e quel pensiero lo terrorizzava più di qualsiasi mostro munito di zanne e artigli.
Quando fu certo che l’attenzione nemica si fosse spostata altrove, si ritirò. Scivolò tra le rovine, attraversò di nuovo la cupola invisibile (in quel preciso momento il medaglione vibrò di nuovo) e tornò nel mondo dove il vento suonava normalmente tra gli alberi.
Galeth lo attendeva al limitare del bosco. Lo sguardo del guerriero si posò sul suo volto preoccupato. “Allora? Hai trovato il goblin?” Kail rimase in silenzio per qualche passo, mentre riprendevano il cammino lungo il sentiero verso sud. “Ho trovato molto di più… e molto peggio di un semplice goblin solitario.” Bisbigliò infine con tono cupo. Il guerriero si raddrizzò, la sua attenzione ora era totale. “Spiegati.”
“C’è un incantesimo di occultamento che avvolge l’intera area della torre.” Esordì il mezzelfo. “E’ una magia che impedisce a chiunque dall’esterno di vedere o sentire cosa stia succedendo davvero lì dentro.”
Mentre Galeth attendeva pazientemente ulteriori dettagli, Kail sospirò corroso dall’inquietudine.
“Non sono bande disordinate. Stanno costruendo qualcosa. Scavano e sono guidati da una severa disciplina … e chi comanda non tollera errori. Un goblin è uscito due volte per fame: è lui che i mercanti hanno avvistato ieri. Oggi è stato giustiziato per questo.”
Il mezzelfo si concesse una pausa carica di tensione.
“Il comandante ha detto che non si vincono guerre inseguendo ogni singolo testimone, perché attirerebbero solo pattuglie di cavalieri.”
Galeth serrò la mascella. Kail abbassò la voce. “Non è il caos dei predoni, Galeth. Sono preparati militarmente.” Lo scout concluse con un sussurro. “Aspettano solo il segnale per la chiamata alle armi!”
Ripresero il cammino verso Port O’Call, con il rumore degli zoccoli che si perdeva nella polvere del sentiero. Kail non si voltò, ma sentiva ancora il peso di quella torre alle spalle. La guerra che stava montando non avrebbe avuto il volto della furia. Avrebbe avuto il volto dell’ordine.
E questo lo inquietava più di qualunque orda urlante di orchi e goblin.