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Messaggi dal futuro.

Scritto da Mike Steinberg
Categoria: La Guerra Delle Lance
Pubblicato: 09 Febbraio 2026
Visite: 5

Stuard fu costretto a strattonare il mago per farlo tornare alla realtà.

Demetrius giaceva tra le braccia del cavaliere, sofferente e delirante, mentre Arielle era quasi caduta, indietreggiando spaventata per la terribile trasformazione che il marito aveva subito! In cinquant’anni, l’anziana elfa aveva sempre pensato che egli fosse impazzito per via di sua figlia datasi all’oscurità e a causa del nefando destino toccato al suo popolo, costretto all’esodo per via di uno spaventoso nemico ben al di là dalla loro portata. 

Per cinque lunghe decadi aveva creduto che lui avesse avuto solo dei deliri sconclusionati, che riusciva a mitigare solamente attraverso la pittura, invece aveva sempre avuto ragione e la sua arte era stata trasformata in una condanna, insozzata, blasfemamente deturpata, attraverso intricate e malevole incisioni che gli erano state impresse sulle sue stesse carni. Egli aveva capito ogni cosa, riguardo Cyan Bloodbane, riguardo Moebius e la maledizione oscena che quell’orribile “elfo” gli aveva scagliato contro. Un oscuro anatema che l’aveva reso cieco e costantemente sotto il suo controllo. In quel momento Arielle realizzò che il drago verde e la sua controparte silvana erano davvero la stessa persona e che, per qualche incomprensibile motivo ancora a tutti sconosciuto, si era accanito sulla loro famiglia, spingendo la loro unica figlia verso il male e suo marito verso la pazzia.

Estellen cercò di rassicurarla e calmarla, per quanto le fosse possibile, invocando il nome di E’li su entrambi e permettendo così al cavaliere di sollevare l’anziano elfo, adesso un po' più tranquillo e adagiarlo sul letto senza rischiare di fargli del male. Arielle riuscì a sedersi finalmente: aveva lo sguardo fisso su suo marito e la giovane sacerdotessa aveva letto adesso anche una punta di paura nei suoi occhi, oltre che la consueta angoscia ed agitazione per la sua salute.

Tuttavia, Demetrius non pareva il problema più urgente da risolvere in quel momento.

Kail ed Aric infatti continuavano a guardare increduli il dipinto e quando anche Stuard ed Estellen si avvicinarano ad esso, per capire cosa fosse successo, un brivido freddo scosse le loro schiene. Sulla tela la foresta era scomparsa, così come i due elfi che correvano l’uno verso l’altra. Al loro posto spiccava nitida, al centro della stessa, una scritta brillante, circolare, incomprensibile e di color verde misto ad ambra, scintillante come un faro nella notte.

Estellen trasecolò.

Aveva già visto scritte del genere: tappezzavano ancora oggi i muri della “Torre delle Stelle” di Silvanesti e rappresentavano l’apice del grande inganno di “Cyan Bloodbane” nei confronti del popolo elfico! Solo grazie ad una invocazione sacra di grande potenza era riuscita a svelarne il senso e a capire come fare per esorcizzare il maleficio presente nel più sacro dei templi degli elfi silvani. Quello che avevano davanti era chiaramente qualcosa di molto simile: un linguaggio antico e dimenticato, nello specifico anche vestito di malvagia natura, che era stato nascosto per qualche motivo ancora sconosciuto all’interno del dipinto di Demetrius.

Aric confermò di aver utilizzato un potente incantesimo di “tipo clericale” per dissipare il velo di menzogna latente sulla tela e che quindi questa situazione e quella descritta da Estellen a Silvanesti, potevano essere perfettamente compatibili. Inoltre certificò senza dubbio alcuno che “l’entità” che controllava Demetrius fosse certamente "Cyan Bloodbane". Lui poteva sbagliarsi a riguardo, ma il demone, presente nel bastone, non poteva.

Tuttavia, le stranezze in quel dipinto parevano non essersi esaurite con quelle potenti parole arcane nell’antica lingua dei draghi: al loro posto infatti, stavano apparendo via via intere frasi in lingua comune, ma all’apparenza sconnesse, cifrate.

Lo stregone spiegò che il suo incantesimo costringeva a far emergere la verità dietro qualunque falsità di natura mistica. Quindi, dapprima le rune dietro il disegno di Demetrius, ed ora quella frase cifrata nascosta nelle rune stesse. Suggerì quindi di attendere ancora qualche istante, affinché la magia rendesse finalmente comprensibile quella scritta o quel messaggio di sorta.

I minuti passavano però, ma quelle parole restavano immobili ed incomprensibili.

Estellen si avvicinò un po’ di più alla tela e, aggrottando le sopracciglia, bisbigliò tra sé che esse erano state scritte esattamente in quel modo e che non c’era alcun incantesimo che potesse rivelarne il senso, perché non erano state camuffate misticamente. Avrebbero dunque dovuto decodificarne il significato da soli, trovando la chiave di volta per ridare la giusta accezione ad ogni lettera, ad ogni parola e ad ogni frase. La lingua era certamente il comune, ma le locuzioni non avevano senso, non solo per il contenuto, assolutamente assente, ma anche per la mancanza di qualsivoglia punteggiatura.

Aric si ritirò in un silenzio concentrato, chiedendo a tutti di non disturbarlo mentre ci ragionava sopra. Kail cercava di assisterlo, ma quel genere di operazione non rappresentava certo uno dei suoi punti forti. Estellen invece faceva da spola tra il dipinto e il letto ove era ancora sdraiato Demetrius.

Ogni tanto infatti, Arielle la chiamava perché suo marito si agitava un po’ troppo e sembrava parlare nel sonno. Una di queste volte però, capì che, nel suo delirio, Demetrius stava sussurrando parole che avevano un senso compiuto. Non solo, ma sembravano esprimere anche contenuti dalle implicazioni terribili. Soprattutto per lei.

“Maledetto, mille volte maledetto. Non eri tu a dover rivelare la trama, ma lei…”

Continuava a ripetere, contorcendosi nel dormiveglia.

Estellen era sicura che Demetrius non era più sotto il controllo del drago: aveva fatto anche un piccolo esorcismo per assicurarsene. Tuttavia la sua mente era stata letteralmente malmenata per dieci lunghissimi lustri e cercava disperatamente di trovare da sola una via di uscita, un po’ di luce dalla tremenda oscurità cui era stata soffocata per tutto quel tempo. Lottava strenuamente per sopravvivere e di conseguenza spurgava fuori da sé le costrizioni più forti che l’avevano soggiogata fino a quel momento.

Estellen allora capì che a lamentarsi non poteva essere certamente quel povero anziano elfo dalla mente malata. Era l’astuto Cyan ad imprecare contro "qualcuno" e qualcosa le suggeriva che era lei il vero centro portante in quella frase! Lei avrebbe dovuto “svelare la trama”! Ma cosa significava esattamente “svelare la trama”?

Aric le spiegò che a rivelare quel “triplice inganno” non era stato solamente lui. Più precisamente ammise che era stato aiutato nel farlo. Il bastone aveva infatti deciso di intervenire, liberando un incantesimo molto simile a quelli che praticava lei nelle sue preghiere. Il fatto che “Lui” si fosse intromesso, oltre a far andare su tutte le furie il dragone verde per via di accordi che esistevano tra le loro specie, aveva in qualche modo anche impedito che fosse stata lei ad operare l'incantamento e quindi che subisse una qualche tremenda ripercussione di sorta, legata alla "trama", che probabilmente avrebbe definitivamente girato le carte in favore del grande Wyrm e del suo inganno dai tre volti.

Si, perché alla fine Aric riuscì a completare la codifica di quelle frasi, che, non appena rivelate ad alta voce, liberarono un piccolo, silente, ma infido potere mistico, un specie di “canto delle sirene”, che portarono Estellen ad avere una scioccante visione del futuro.

Le frasi recitavano così:

“Il giorno dell’arrivo di “Padre Caos” è vicino, mia signora. L’inganno è pronto. Nessuno saprà che sei stata tu. La tua prossima “apostola” è stata avvertita. Noi viviamo in tuo nome.”

La visione di Estellen invece, mostrava una donna giovane dai capelli corti e rossi e gli occhi viola, che guidava un esercito di guerrieri oscuri alla conquista di Krynn! Fortunatamente essa non portò seco altre controindicazioni importanti, oltre al fatto di averla spaventata, anzi, terrorizzata oltre misura. Se avesse operato lei la “visione del vero” sul dipinto, come aveva fatto nella “Torre delle Stelle”, chissà cosa le sarebbe capitato. Chissà cosa aveva architettato “l’incubo con le ali” per lordare il suo spirito e la sua mente.

Restava comunque lo sconcerto: Estellen fu consapevole infatti che quella ragazza era lei stessa, nella prossima, futura incarnazione di Lindaara!

Riguardo il messaggio nascosto e successivamente svelato, la sua prima parte parlava di “Padre Caos”: un’entità primigenia, spiegò la sacerdotessa di E’li, da cui gli dei stessi erano stati creati, all’alba dei tempi. Qualunque cosa, letteralmente qualunque, nel creato, temeva e allo stesso tempo amava “Padre Caos”, perfino gli dei, suoi figli. Fortunatamente “Egli” non poteva incarnarsi o pervenire sul piano materiale, come invece gli dei avrebbero potuto fare al verificarsi di certe, precise condizioni. Era troppo potente, troppo alieno e al di là di ogni mortale e divina comprensione.

Eppure quelle parole erano chiare e sulla veridicità della sua visione lei era certa. Ciò a cui aveva assistito apparteneva ad un suo futuro più lontano, mentre quelle parole raccontavano di qualcosa che sarebbe invece successo a breve. Era dunque presumibile pensare che la prima situazione fosse l’abbrivio della seconda. O, se vogliamo, che la seconda fosse una conseguenza della prima.

Estellen sembrava sconvolta. Non voleva diventare complice di tutto questo. Non voleva, in quanto Lindaara, servire Takhisis. Soprattutto non voleva, direttamente o indirettamente, causare l’arrivo di “Padre Caos” sul piano mortale: sarebbe stata una catastrofe terrificante, anche peggiore del cataclisma!

Nel frattempo Kail scoprì che l’incantesimo di Aric o del suo bastone, aveva svelato l’inganno su ogni tela che Demetrius aveva precedentemente dipinto. Tutte adesso riportavano quel messaggio: lo stesso, identico messaggio, a tratti criptico, a tratti profetico, inciso come un marchio indelebile sulla tela.

Confuso, il mezzelfo preferì riportare l’attenzione di tutti su tematiche più impellenti e mondane: avevano abbondantemente superato il momento in cui avrebbero dovuto incontrare Eiliana, pertanto invitò tutti ad affrettarsi e ad andare. Salutò dunque con profondo affetto sua nonna, che ricambiò con dolcezza, si riprese il diario di sua madre, ed uscì in tutta fretta dalla casa dei suoi nonni. Lo stesso fecero Stuard ed Aric, affiancandolo dopo qualche minuto sulla balconata esterna.

Estellen invece impiegò un po’ più di tempo nel farlo, poiché decise di operare un altro piccolo scongiuro benefico su Demetrius, che reagì quasi subito, rasserenandosi.

Le due donne parlarono poi un po’, con Arielle che si sentiva letteralmente afflitta per aver giudicato male suo marito. Ciò che aveva detto su Moebius era vero, era sempre stato vero e non sapeva dire se sarebbe riuscita a perdonarsi per non avergli da subito creduto. Estellen tuttavia la rassicurò, dicendole che a tessere la tela non era stato un ragno comune, ma il più astuto e potente che si potesse immaginare. Pertanto lei aveva poco su cui recriminare.

Le suggerì inoltre di rimanere in guardia, perché la maledizione che era incisa sulla pelle di Demetrius non era stata cancellata: per quanto fosse erosa dai dubbi, non se la sentiva di andare contro la volontà di Kail, che era suo nipote. Lui era certo che avrebbe scoperto la verità dietro quel sortilegio terribile e lei doveva per forza dargli fiducia e dunque non procedere con l’esorcismo! Il rischio di uccidere Demetrius infatti, almeno secondo Aric, era davvero molto alto. Arielle sorrise condiscendente e le due si salutarono con grande simpatia.

Nel frattempo lo stregone ne approfittò per scambiare due chiacchiere con Moloch. In buona sostanza il demone gli spiegò che aveva deciso di aiutarlo, perché la situazione si sarebbe messa davvero male per lui se non l’avesse fatto. Infatti Lindaara avrebbe operato l’incantesimo di “visione del vero” e le conseguenze di quella scelta avrebbero scatenato un disastro inenarrabile. Tuttavia non gli spiegò perché lui sapesse queste cose, gli disse solo che a Daltigoth, se gli avesse dato fiducia, avrebbe capito qualcosa in più sulla sua natura, sul loro legame e che avrebbe dovuto fare presto una scelta. Accompagnarsi con una creatura del tipo che lui rappresentava, avrebbe portato conseguenze alla lunga nefanda, se entrambi non fossero stati allineati sui loro intenti e su ciò che erano disposti a fare per realizzarli. Aric si fece bastare per ora queste risposte dalla sua staffa maledetta, preparandosi a scendere, come gli altri, dalla scala di corda.

Così venne chiuso per il momento il capitolo legato alla famiglia Londelle. Un capitolo a tratti tragico e affatto concluso in maniera definitiva.

La compagnia era stata molto vicina al tracollo, rimanendo ancora in piedi solo grazie alla volontà di un demone (le vie di Paladine erano davvero infinite), fortunatamente e per qualche motivo ancora oscuro, interessato alle sorti dello stregone.

Estellen aveva visto un segno chiaro dal futuro, scorgendo così ciò che avrebbe fatto nella sua prossima incarnazione. Era stato terribile. Aveva guardato intensamente negli occhi di quella donna. Aveva visto bene ciò che era celato dietro i suoi stessi occhi viola: occhi d’ambra e morte, che ricordavano molto il giallo fessurato di quelli che aveva avuto poco prima lo stravolto e posseduto Demetrius!

Il cristallo maledetto

Scritto da Mike Steinberg
Categoria: Le Origini Di Kail
Pubblicato: 09 Febbraio 2026
Visite: 6

Kail decise di non perdere tempo prezioso e si diresse subito alla scala che portava alla parte più alta del maniero di Lord Ravenshadow.

Il vento fischiava tra le arcate sventrate della sommità della Torre. La scala si apriva su una stanza semi-crollata, esposta al cielo plumbeo. 

Al centro della sala, sospeso su un piedistallo di ossidiana, che pareva pulsare di vene violacee, il cristallo maledetto vibrava, emanando rintocchi sordi che scuotevano le ossa. Intorno ad esso, una vorticosa orda di spettri ruotava incessantemente: forme deformate di odio e dolore. Non camminavano, non ripetevano scene dimenticate, non cercavano di mostrargli qualcosa di un ormai perduto passato: essi orbitavano veloci attorno a quell’empio oggetto, come satelliti di una stella oscura. 

Kail strinse il medaglione della madre. Attraverso il metallo caldo, la sua vista mutò: non vedeva più solo ombre, ma i volti distorti dei nobili caduti, i loro occhi vuoti fissi su di lui.

Fece un passo in avanti. Il cristallo prese a scuotersi come fosse impazzito. Gli spettri rallentarono, fin quasi a fermarsi. Poi si girarono tutti verso di lui, le bocche eteree deformate in una specie di ghigno malefico. 

“Lasciati andare…” 

Sussurrò una voce melliflua e vibrante dentro la sua testa. Il mezzelfo era preparato ad una cosa del genere, visto il tremendo potere oscuro che quell’artefatto emanava, e socchiudendo gli occhi la ignorò.

Come fece un altro passo avanti, il vortice accelerò di nuovo. Ma questa volta alcuni spettri si staccarono dalla massa, artigli di gelo tesi verso la sua gola. 

Kail li schivò, ruotando su se stesso e scartando di lato più volte per evitarli. Ora che li osservava da vicino, con inquietante minuzia di particolari, sembravano proprio gli stessi nobili che aveva visto nella sala tattica, solamente che adesso erano presenti e letali e non soltanto un’eco del passato. 

Lo scout cercò di passare al contrattaccare con la spada di Anteus, ma lambì solo fumo fluttuante e ombre evanescenti. Trafisse uno spettro vestito con un panciotto e una camicia di seta, ma esso non svanì: si dissolse per un attimo per poi apparire nuovamente davanti a lui, gli occhi vuoti e spenti di chi non provava niente. 

“Sono troppi e le mie armi sono inutili…” 

Sussurrò Kail tra sé, indietreggiando mentre cercava di schivare l’ennesimo assalto.

Una mano spettrale gli sfiorò la spalla, bruciando come ghiaccio vivo. 

Il medaglione che aveva al collo fremeva. Kail sperava che esso riuscisse a proteggerlo e probabilmente lo stava facendo, ma non nel modo in cui si era aspettato. Gli spettri sembravano in effetti rallentati: parevano attaccarlo senza convinzione, ma non smettevano di provarci e per quanto fosse agile, erano pur sempre creature soprannaturali e la sua tempra non poteva reggere per molto. 

“Abbraccia il mio potere…” 

La sinistra voce tornò a farsi sentire, questa volta con più insistenza. Era una voce che prometteva speranza di salvezza, ma aveva un retrogusto oscuro che non lasciava Kail affatto tranquillo. Eppure non vedeva come avrebbe potuto fare a cavarsela in quella situazione: gli affondi della sua spada non sortivano alcun effetto contro quelle creature fatte d’ombra e lui iniziava a sentirsi stanco. 

All’improvviso, un lampo di acciaio etereo squarciò l’oscurità. Il Lord si parò davanti a lui, la sua lama antica che scintillava di una luce morente!

“Non fermarti ragazzo!” Gridò il Lord, la voce che risuonava come il metallo che stride. “Io terrò a bada questa tempesta. Tu distruggi quella maledetta pietra!” 

Rincuorato di non esser solo e felice che il Lord non l’avesse abbandonato, Kail scattò. Raggiunse il cristallo e calò la spada con tutta la forza della sua disperazione. Il metallo rimbalzò contro la pietra con un suono secco, vibrando così forte da fargli sanguinare le mani. Quando alzò gli occhi per guardarlo, l’artefatto era intatto. 

“C’era da aspettarselo…” Si disse Kail , lo sguardo affranto.  

In quel momento, il Lord fu travolto. Un’ondata di anime lo soverchiarono e tre ulteriori spettri si staccarono dal turbinio di ombre che ruotavano attorno al cristallo per avventarsi su Kail, pronti a strappargli il cuore. 

Eppure essi rallentarono all’ultimo momento: lo aggredirono, ma era come se fossero titubanti per qualcosa. Qualcosa di terribile, ancor più terribile di loro stessi. Per quanto esitanti, alla fine Kail venne afferrato da uno spettro e provò un dolore che mai nella sua vita aveva sperimentato. Era come se la sua anima gli venisse strappata dal corpo. In quegli attimi di assoluta agonia udì di nuovo la voce, cavernosa e suadente al tempo stesso: 

“Non avrai altre occasioni: accoglimi e io ti salverò la vita…” 

A quel punto Kail capì! Non era il cristallo a parlargli, ma il suo medaglione! Non che gradisse l’idea di abbandonarsi al potere del pendaglio oscuro di sua madre, ma l’alternativa sarebbe stata morire o diventare un servo dell’artefatto maledetto di Galen Dracos. 

Scelse il medaglione.

Le vene del collo gli divennero nere e gonfie. Le sue pupille si dilatarono fino a cancellare l’iride, trasformando i suoi occhi in due pozzi di abisso. Un ruggito sovrumano gli squarciò la gola. La sua spada si tinse di un’aura cinerea, capace di ferire l’immateriale. Fu una fortuna che non ci fosse nessuno di vivo ad assistere alla sua trasformazione, poiché sarebbe stato giustificato a pensare che fosse diventato un mostro. 

Kail si alzò e cominciò a falciare gli spettri con una ferocia metodica, quasi meccanica. In quel momento capì perché gli spettri erano così riluttanti ad avvicinarsi a lui: avevano paura. Avevano paura di lui. Di quello che sarebbe potuto diventare!  

Con la ferocia di un demone iniziò a cacciare gli spettri, uno ad uno, ma ad ogni colpo che infliggeva, ogni ombra che cancellava, sentiva la sua anima allontanarsi di un passo da lui. Le mura del maniero sembravano sussurrargli: “Sei nostro. Diventa il nuovo guardiano. Diventa tu stesso la maledizione”. 

Quando tutti gli spettri che non vorticavano attorno al cristallo furono eliminati, il mezzelfo si diresse con passo deciso verso il Lord. Il signore del maniero alzò istintivamente lo scudo e fu una fortuna, perché Kail aveva levato la spada anche contro di lui! Colpì e affondò la lama diverse volte, cercando un varco nella sua guardia.

Grazie al medaglione si era salvato la vita, ma ora non riusciva più a fermarsi: la sua fame di distruzione sembrava non avesse limiti. Kail iniziò a disperarsi e fu in quel momento che la sentì: una presenza oscura e sanguinaria, che si era attaccata alla sua anima, spingendolo a compiere gesti atroci perfino contro i suoi amici!  

 “Kail fermati, Ti sta consumando!” 

La voce della Dama risuonò chiara sopra il tumulto. Lei emerse dall’ombra della scala, luminosa e ferma. 

Kail, in preda alla trance della mutazione, si voltò verso di lei, la lama ancora alzata. 

“Mia Signora, no! Indietro! Se tocchi quel cristallo, la tua essenza verrà dispersa per sempre. Non ci sarà un aldilà, non ci sarà un luogo dove potrò riabbracciarti. Diventerai polvere e nulla più!” Implorò il Lord, intuendo le intenzioni della moglie.  

“E’ l’unico modo, mio caro. Guarda il ragazzo: sta diventando un mostro per colpa nostra” Disse lei con un sorriso triste. 

Si avvicinò a Kail, incurante della sua aura oscura e gli posò una mano sul medaglione. “Guarda i suoi occhi. Se non intervengo ora la maledizione avrà un nuovo ospite e tu avrai un nuovo nemico da servire. Non lascerò che accada.” 

Poi abbassò leggermente gli occhi in un attimo di tristezza. “La pace richiede un debito di sangue e luce, che solo chi ha amato questo luogo può pagare.” 

Kail aveva ancora il braccio alzato e la spada in pugno, ma nonostante l’oscurità presente nella sua anima, questa volta gli fu più facile resistere alla tentazione di uccidere. Dama Cyric, in qualche modo che non capiva, era riuscita a calmarlo. 

Lentamente, tremando per lo sforzo del contrasto, rinfoderò la spada. Lei gli sorrise e si volse al cristallo. 

Con un gesto solenne, abbracciò poi la pietra maledetta. La luce che emanava dalla Dama divenne accecante: una purezza che agiva come forza “uguale e contraria” all’entropia di Galen Dracos.

“Addio mio signore. Sii il custode dei ricordi, non del dolore.” Mormorò lei. 

Poi il cristallo esplose in mille frammenti di luce bianca. Gli spettri si dissolsero in un sospiro di sollievo collettivo e la nebbia che soffocava il maniero svanì all’istante. La Dama si fece trasparente, svanendo infine come rugiada al sole. 

Kail cadde in ginocchio, la mutazione che regrediva lasciandolo spossato e tremante. Ricordava poco, quasi nulla della furia che l’aveva quasi consumato. 

Il Lord rimase lì, con lo sguardo triste e la mano protesa verso Cyric: ultimo baluardo spettrale di Ravenshadow’s Keep. 

“Và ora.” Disse, dopo alcuni istanti di assoluto silenzio e senza voltarsi. “Ti sei guadagnato la tua salvezza e quella del tuo amico. Io… io resterò qui. Guardiano di una casa che ora può finalmente riposare.” 

Stremato, il mezzelfo scese di corsa i gradini della Torre appoggiandosi più volte alla balaustra. Raramente si era sentito così sfinito. Raggiunse indisturbato i cavalli e finalmente uscì all’aria aperta. 

Chiuse gli occhi e si abbandonò per un breve istante all’aria frizzante della notte. Alle sue spalle si era concluso un incubo che avrebbe portato sicuramente strascichi nel tempo a venire. 

Trovò con facilità la cappella di cui parlava la Dama e, tra mille detriti, rinvenne anche il passaggio che permetteva di penetrare in ciò che ne rimaneva. Vide il corpo di Galeth disteso a terra, incolume. Sospirò di sollievo. Adesso voleva solo riposare: la sua mente non riusciva a dominare l’istinto di chiudere gli occhi e dormire, pertanto sistemò i cavalli e raccolse qualche arbusto accendendo un piccolo fuoco. 

Tuttavia quella dannata giornata non aveva intenzione di finire, perché il medaglione aveva ripreso a vibrare e a bruciare quasi impazzito!  

Decise di affidarsi al suo istinto e spense immediatamente il piccolo falò. Appena in tempo, perché una sagoma grossa e scura si materializzò all’interno del cortile del maniero! 

Si trattava proprio di Galen Dracos!  

Da alcune spaccature presenti nei muri della cappella, il mezzelfo riuscì a vederlo. Era senza dubbio lui. Non gli era parso però che avesse usato la magia per tornare indietro. Per quanto incredibile, lo stregone sembrò piuttosto essere atterrato dall’alto. Kail aveva udito infatti un tonfo sordo, come se qualcosa di pesante fosse caduto dal cielo. 

Il mago nero percepì il vuoto attorno a sé. La maledizione era stata estirpata. La sua opera era stata infranta! 

“Chi ha osato!” Ringhiò frustrato, le mani che si accendevano di fiamme verdastre. 

Poi si voltò verso la cappella, scrutando con occhi rossi come il fuoco le crepe che si aprivano sulle sue pareti semi - crollate. Kail deglutì: possibile che l’avesse visto?

Poco prima che lo stregone potesse muoversi o fare qualunque cosa però, il Lord emerse dal suolo, solenne. 

“La tua ombra non abita più qui, Galen Dracos. Un eroe ha spezzato le tue catene e il sacrificio di una donna buona ha purificato la tua lordura.”

Dracos  osservò un’ultima volta tutto il maniero alla ricerca di un segno della presenza di qualche essere vivente, ma digrignando i denti per la rabbia, un suono talmente sinistro ed innaturale che Kail riuscì ad avvertirlo fin dentro la cappella, alla fine dovette desistere. Il Lord aveva proteso infatti la sua volontà, nascondendo la presenza di Kail e Galeth al suo sguardo magico. 

“Un eroe, dici?” Lo stregone tornò a fissare lo spettro del cavaliere con un sorriso crudele. “Allora lo cercherò fino in capo al mondo. Se non è morto stanotte dilaniato dagli spettri, desidererà di esserlo domani: scoprirà che lo prenderò, gli estirperò tutti i suoi segreti e poi mi nutrirò della sua anima.”  

Poi si voltò e uscì dal portone del maniero, fondendosi ad un’oscurità ancor più ampia della sua. Una folata di vento spazzò via polvere e arbusti innanzi al cortile, mentre una macchia nera oscurava Solinari nel cielo. Fu solo per un momento, ma Kail intuì che quello non poteva essere solo un oscuro presagio. Quell’oscurità nel cielo rappresentava la vera minaccia di cui parlava Galen Dracos quando aveva usato il termine: “invasione”! 

Rabbrividì e riaccese un timido fuocherello per la notte: l’alba sarebbe presto arrivata e con essa fu certo che una nuova e costante minaccia l’avrebbe accompagnato durante tutto il percorso della sua missione. 

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