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"Mostri tatuati".
- Scritto da Mike Steinberg
- Categoria: La Guerra Delle Lance
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Cher – Kal, i suoi figli e i nostri eroi, erano consapevoli della difficoltà del momento e che dovevano tornare il più velocemente possibile ai loro rispettivi affari. Tuttavia, il capo villaggio volle comunque offrire alcune risposte ad Estellen e compagni, non fosse altro per ripagare il debito di gratitudine nei loro confronti per aver strappato sua figlia dal sicuro abbraccio della morte.
Egli bisbigliò tra i denti, mostrando chiaramente che anche per lui non era un argomento di cui avrebbe parlato volentieri, che “Kuruk e Shiriki” erano in realtà due persone fisiche e non una formula per esorcizzare chissà cosa, come i suoi ospiti avevano ipotizzato. Essi erano stati un tempo due “fratelli Kagonesti”, nati nel presente villaggio e pertanto membri onorabili di questa comunità. Tuttavia, fin dall’infanzia si mostrarono attratti dall’oscurità e da un vita iniqua fuori dalla foresta, fino a diventare due veri e propri demoni senz’anima. Molti degli anziani avevano attribuito alla gente alta la responsabilità della loro metamorfosi, dei loro cambiamenti, ma egli sapeva bene che le cose non stavano così. Essi erano sempre stati, in fondo al loro cuore, degli assassini, avevano sempre goduto della sofferenza degli altri esseri viventi e se oggi si erano trasformati in mostri spietati ed abbrutiti, dovevano solo a loro stessi questa responsabilità. Infatti oggi erano loro i principali cacciatori di elfi nella foresta, erano loro a guidare orchi e altri viscidi mercenari di altre razze a piombare su vecchi, donne e bambini, a farli prigionieri da vendere poi nel “Sanguinarium” ad un disgustoso gigante di collina.
Cher – Kal aveva le lacrime agli occhi mentre descriveva l’abominio che erano diventati questi suoi due consanguinei. Tuttavia, alla domanda specifica di Kail su cosa si facesse di preciso ai prigionieri nel Sanguinarium, il capo villaggio non seppe rispondere. Sapeva solo che nessuno era mai tornato a raccontarlo e che un luogo chiamato “Sanguinarium” certo non evocava immagini di tenerezza ed ospitalità. Pronunciò queste ultime parole con tanta, forse troppa amarezza: era evidente che, come quasi tutti tra gli elfi selvaggi nella foresta di “Elderwildwood”, aveva avuto qualcuno che era stato razziato o rapito in famiglia.
Kail strinse le nocche fino a sbiancare, grugnendo verso l’elfo selvaggio che, una volta giunti in città, avrebbe fatto il possibile per saperne di più su questo “Sanguinarium” e giurò che le mille e più atrocità commesse da quei mostri, sarebbero state ripagate prima o poi con la stessa moneta!
Cher – Kal apprezzò il proposito del mezzelfo, che trovò subito appoggio in Stuard ovviamente. Poi fece segno con la mano di avanzare ai suoi tre figli, vincolati anch’essi ad un debito d’onore e di sangue nei loro confronti. Lui non avrebbe potuto garantire alla compagnia una scorta, ma se i suoi figli avessero voluto, potevano decidere di pagare il loro pegno guidandoli fin dove avessero ritenuto giusto spingersi nella foresta. Lui non si sarebbe opposto.
Nes – Kal e Dar – Kal risposero che sarebbero stati felici ed onorati di adempiere a questo compito, accompagnando Estellen e i suoi amici ovunque avessero voluto, ma pregarono i nostri eroi di non coinvolgere Dor – Kal in questa avventura. In primo luogo perché li avrebbe rallentati e messi in pericolo viste le sue attuali condizioni, ed in secondo luogo perché sarebbe stato un rischio per la sua salute muoversi senza prima recuperare appieno le forze.
Estellen fu lesta a rispondere anche per conto dei suoi amici, dicendo chiaramente che il coinvolgimento della giovane elfa nella loro missione non era stato nemmeno preso in considerazione. Aveva perso troppo sangue e doveva assolutamente riprendersi o lo sforzo appena fatto per permetterle di vivere sarebbe stato vano. La Kagonesti provò a dire qualcosa di coraggioso e stupido insieme, ma suo padre la fulminò con un’occhiata e lei sprofondò subito in un silenzio imbronciato.
A dire il vero ci fu un breve interludio, un momento intenso in cui gli avventurieri vagliarono la possibilità di rimanere e combattere insieme a Cher – Kal qui, nella foresta, i loro aguzzini, ma per quanto sembrasse giusto e nobile, il loro coinvolgimento sarebbe stato davvero troppo pericoloso. Per tutti.
I Kagonesti infatti si sentivano a loro agio nella foresta. Erano un tutt'uno con la foresta. Combattere quindi nel loro regno gli avrebbe dato un vantaggio tattico notevole. Vantaggio che i nostri eroi avrebbero rischiato di togliere loro, se avessero deciso di affiancarli in questa battaglia. Stuard e compagni infatti erano perfettamente consapevoli di non essere adatti alla guerriglia, forse il solo Kail avrebbe potuto reggere il passo di Cher – Kal e dei suoi elfi tatuati. Il resto della compagnia però esprimeva il massimo delle loro capacità in campo aperto.
Pertanto un po a malincuore, accettarono alla fine l’aiuto dei figli del capo villaggio, lasciando però che accompagnassero prima Dor – Kal a riposare nel suo giaciglio. Quindi Cher – Kal restituì il pugnale a Kail, chiedendogli se avesse potuto ridarlo ad Eiliana, il giorno in cui l’avesse rivista, poiché lui non era affatto sicuro di uscirne vivo, dopo la battaglia che avrebbe dovuto combattere nelle prossime ore. Il mezzelfo accettò il compito senza battere ciglio, senza rivelare nulla all’elfo selvaggio dei suoi sentimenti nei confronti della nobile elfa silvana o dei sentimenti di Eiliana verso di lui. Non serviva dargli un ulteriore dolore e fiaccare ancor di più il suo morale in un momento così difficile per lui e la sua gente. Si limitò ad annuire e a nascondere il pugnale in un posto sicuro del suo equipaggiamento.
Poi, quando i due figli del capo si affiancarono a loro, gli avventurieri salutarono Cher – Kal e seguirono le loro guide mentre tagliavano per la parte nord ovest del villaggio. Bastò dire loro che la prossima mèta, seguendo le indicazioni di Eiliana, doveva essere il villaggio di “Rain”, a poche ore di cammino da lì, per farli scattare come molle. Kail nemmeno terminò la frase, che i due fratelli si voltarono e sparirono nel bosco!
A dire il vero i due elfi selvaggi non si dimostrarono molto di compagnia, poiché come accompagnarono i nostri eroi fuori dal villaggio, attraverso un passaggio nascosto e segreto, sparirono dalla loro vista, mostrandosi solo ogni tanto per far capire a Kail la strada che dovevano seguire.
Tuttavia, una volta Nes – Kal fu abbastanza vicino ad Estellen per soddisfare alcune curiosità della giovane sacerdotessa di Paladine. Ella infatti gli aveva domandato dove fosse sua madre, visto che aveva chiaramente intuito che Cher – Kal cercava palesemente l’approvazione di un’altra donna. Per nulla imbarazzato, il giovane Kagonesti raccontò che qualche anno prima sua madre era stata rapita da Shiriki e un pugno di crudeli razziatori orchi, che avevano trascinato via con la forza lei, ed altri elfi selvaggi, tra cui tre bambini. Li avevano portati di sicuro al “Sanguinarium”. Da quel momento non l’aveva più vista. Molte volte, lui, suo fratello e sua sorella, avevano pensato ad una sortita in città per provare a liberarla, ammesso che fosse stata ancora viva, ma suo padre aveva responsabilità troppo grandi nei confronti della sua gente e loro tre potevano fare ben poco, se non morire e dare un ulteriore dispiacere al capo villaggio. Estellen chinò la testa addolorata, limitandosi ad annuire. Preferì tenere per sé questa triste storia, poiché se Kail avesse saputo come stavano i fatti, avrebbe aumentato la sua rabbia e con il suo medaglione in giro c’era poco da scherzare. Avrebbe rischiato di perderlo del tutto questa volta, se l’avesse indossato di nuovo, cedendo all’orrore e alla sua furia omicida.
Il gruppo costeggiò il Thon – Tsalarian, poiché anche se non lo vedeva, il mezzelfo poteva udirlo chiaramente, finché ad un certo punto le loro guide calarono d’improvviso dagli alberi ed atterrarono poco distanti la compagnia. Tenevano le mani alte in segno di pace e di amicizia. Voltandosi verso i suoi amici, Kail bisbigliò a tutti di fare altrettanto. Altri elfi selvaggi uscirono da alcuni cespugli, silenziosi e letali come serpenti a sonagli, ed iniziarono a parlare con Nes – Kal e suo fratello. Ogni tanto il gruppetto di Kagonesti si voltava verso i nostri eroi per evidentemente capire cosa si dovesse fare di loro.
Kail cercava di seguire la loro conversazione, ma ovviamente riusciva a intendere ben poco e l’incantesimo di Aric aveva terminato il suo effetto. Il mezzelfo riuscì a cogliere solo una parola familiare, un nome anzi che aveva udito da qualche parte, ma che non riusciva ancora ad associare a qualcuno. “Ichlem”, ripetevano molto spesso i Kagonesti di “Rain”, come se costui avesse un interesse personale nei loro confronti.
Terminati i convenevoli, gli elfi selvaggi si avvicinarono alla compagnia e riuscirono subito a dissipare i dubbi che stavano arrovellando il cervello di Kail su chi diavolo fosse questo Ichlem.
“Voi siete la gente alta che ha conosciuto colui che la vostra gente chiama Attilus?”
Kail ebbe un momento di esitazione per ricollegare ogni cosa, poi annuì. Ichlem era il padre di Alchem, il ragazzino che Eiliana aveva strigliato per bene a Silvamori, a causa della sua eccessiva curiosità. Suo fratello Attilus e sua sorella Raegina, erano i Kagonesti che lui ed i suoi amici, direttamente o indirettamente, avevano conosciuto alcuni mesi prima.
Gli elfi selvaggi gli fecero segno di seguirli, mentre Dar – Kal e suo fratello maggiore domandarono ad Estellen se abbisognassero ancora del loro aiuto. La giovane sacerdotessa si confrontò velocemente con il mezzelfo e Stuard e non fu d’accordo con la loro decisione di svincolarli subito dal loro debito d’onore e mandarli a casa. Ritenne che entrambi avrebbero potuto ancora tornare utili alla loro causa, pertanto li pregò di restare un altro po, desiderio che i figli di Cher – Kal non ebbero difficoltà ad esaudire.
Pertanto i due Kagonesti affiancarono i loro consanguinei in testa alla comitiva e, sempre con grande cautela, trovarono con facilità la strada migliore da seguire per giungere alla tappa successiva del loro cammino.
Un brutale assassinio.
- Scritto da Mike Steinberg
- Categoria: Le Origini Di Kail
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Il sole stava definitivamente calando quando Kail uscì dalla cabina del capitano. Galeth lo attendeva poco distante, sul ponte ancora illuminato dagli ultimi riflessi aranciati del giorno. Kail si guardò subito intorno, come se cercasse qualcuno.
“I cavalli sono stati portati nella stiva e loro sono scesi tutti e tre…” Disse Galeth con calma, indicando il molo con il pollice. Attese che l’amico gli si affiancasse, poi chiese a bruciapelo: “Che ti ha detto Dominique?”
Kail appoggiò i gomiti sulla frisata e, a bassa voce, riferì quanto appreso: la spilla incantata e la sua incredibile storia, il passato condiviso con Astarte e la gravosa responsabilità che il nostromo aveva appena accettato di prendersi sulle spalle.
“Probabilmente non ha detto tutto …” Concluse Kail. “… ma non per diffidenza, per cautela.” Galeth rifletté un istante. “Ti fidi di lui?” “Si.” Confermò il mezzelfo, lo sguardo perso tra i moli del porto. Galeth annuì. “Mi basta.” Non servì aggiungere altro.
I due compagni rimasero sul ponte un’altra mezz’ora. In quel lasso tempo avevano sperato che qualcuno tra il capitano, Maquesta o Dominique salisse a bordo, ma immaginarono che tutti e tre avessero il loro bel da fare per pianificare i prossimi compiti e spostamenti. D’altro canto quella situazione, per quanto importante, non era certo stata preventivata.
Persino gli altri passeggeri erano spariti dalla circolazione.
Galeth aveva chiesto a Kail cosa ne pensasse dei due mercanti e della donna di bell’aspetto intravisti poco prima, e se fosse il caso parlarne col capitano. Ne stavano ancora discutendo quando Melas Kar – Thon tornò sulla nave, accompagnato dalla figlia e dal nostromo. Dominique portava con sé una sacca da viaggio, recuperata da qualche parte fuori dalla nave. Era molto probabile che il nostromo avesse una casa in città.
I due amici capirono immediatamente che non era il momento per fare domande. Quello era il momento del commiato.
Maquesta gli si avvicinò per prima; con un gesto rapido gli sistemò il bavero e lo strinse in un abbraccio breve ma sincero. Non era un saluto tra due ufficiali. Era qualcosa di più profondo, più intimo. Non tra padre e figlia, ma quasi. Come uno zio che partiva per un viaggio rischioso e una nipote che fingeva di non temere per lui. Dominique le dedicò una carezza che scaldò il cuore di entrambi.
Poi fu il turno del capitano Melas Kar – Thon, che gli strinse l’avambraccio con forza. Erano uomini che avevano condiviso tempeste e silenzi, decisioni difficili e notti senza stelle.
“Sii prudente.” Riuscì a biascicare Melas, tradendo un briciolo di imbarazzo. Dominique annuì con un sorriso, poi si voltò e si sistemò meglio la sacca sulla spalla, intenzionato a scendere lungo la passerella direttamente verso il molo.
A quel punto Kail e Galeth si avvicinarono per salutare il nostromo, augurandogli buona fortuna. Era una missione cruciale anche per loro: se Astarte non avesse ricevuto la lettera, una volta raggiunto Crossing sarebbe stato tutto più difficile far arrivare aggiornamenti e comunicazioni al suo castello nell’entroterra solamnico.
Dominique si sforzò di tenere il morale alto di tutti, compresi i marinai accorsi da ogni parte per dedicargli il giusto commiato; assicurò che ogni cosa sarebbe andata bene e che lui sarebbe tornato presto sulla Peregrina, ma sia il mezzelfo che il capitano sentivano che invece qualcosa sarebbe andato storto. Se lo confermarono con un’occhiata eloquente.
Melas seguì Dominique con lo sguardo mentre si dirigeva verso il porto e i cavalli che lo avrebbero condotto a nord, verso Lemish. Il nostromo intendeva raggiungere Firstward entro l’ora di cena: lì, un parente lo avrebbe ospitato, permettendogli di lasciare subito la zona del porto, decisamente troppo pericolosa in quel momento.
Mentre gli altri parlavano a bassa voce, Melas non si mosse. Seguì il nostromo con lo sguardo finché la sua figura non si confuse tra le sagome dei magazzini e delle gru del porto. Anche quando non fu più distinguibile, continuò a fissare quel punto, come se volesse imprimere quell’immagine nella memoria.
Kail comprese in quell’istante che, qualunque, cosa accadesse, Melas non aveva nulla a che vedere con ombre e tradimenti. Se c’era qualcosa nell’aria, era solo un presagio. E il capitano ne era solo la prima vittima.
Fu allora che Galeth si fece avanti.
“Capitano…” Disse con rispetto. “… prima che venga assorbito dai suoi doveri sulla nave, io e Kail vorremmo farvi qualche domanda sui passeggeri.”
Quella che poteva sembrare una richiesta fuori contesto, visto il forte momento emotivo, si rivelò invece per Melas un’opportunità per riancorarsi alla realtà. L’ergothiano si diresse verso il timone e fece segno a Kail e Galeth di seguirlo. “Che genere di domande? Non amo parlare dei miei passeggeri.” Esordì in tono distaccato.
Il guerriero sbirciò verso il ranger, poi aggiunse: “Niente di personale, ma avendo notato che non sono più sul ponte e probabilmente nemmeno sulla nave, ci chiedevamo se potessero essere… come dire… sicuri.” Gli occhi scuri del capitano si posarono su di lui. “Sicuri?”
“Si, ecco… spero possiate capire la nostra apprensione.” Melas sospirò, levando gli occhi al cielo. “I mercanti e la ragazza hanno prenotato una locanda nella parte alta della città. Ci raggiungeranno più tardi, dopo aver cenato.”
Galeth non disse nulla, ma continuò a fissarlo come se si aspettasse dell’altro . Il capitano sospirò affranto. “I mercanti commerciano in pelli. Devono attraversare l’Abanasinia fino alla costa opposta. Hanno pagato bene, ho verificato i nomi. Nessuna cattiva referenza.” Fece una pausa, sperando che Galeth mollasse la presa, ma capì che non sarebbe successo.
“La nobildonna invece, Katharina Di Caela, è stata raccomandata da un membro della Chiesa dei Cercatori. Un sant’uomo, almeno in apparenza. Mi ha chiesto la cortesia di accompagnarla a New Ports, verso sud. Viaggia leggera, non crea problemi.” Si strinse nelle spalle. “Non ho motivo di dubitare di lei.”
Il mezzelfo si sforzò di ricordare dove avesse già sentito quel nome, effettivamente importante, di una delle famiglie solamniche più in vista di tutte. Tuttavia il ricordo faticava a riemergere. Alla fine annuì insieme a Galeth, annuì. Notando che la loro curiosità era stata appagata, Melas aggiunse: “All’alba salperemo e il vento non ci sarà favorevole. Potremmo impiegare più del previsto. Per chi non è abituato al mare, anche poche ore possono pesare. Se accettate un consiglio: andate a riposare.”
Quasi a chiudere la conversazione, una voce femminile intervenne alle loro spalle. “E prima di riposare… dovete decidere dove cenare.” Maquesta, li osservava con attenzione vigile. Senza attendere replica, si rivolse al padre: “La nave è pronta a salpare, capitano. Al suo ordine.” Melas approvò con un cenno e si allontanò.
“Scendete al porto o resterete a bordo?” Chiese la ragazza. Galeth rispose senza esitare. “Meglio non farci vedere in giro. Rimaniamo qui, se possibile.” Maquesta fece loro un cenno d’approvazione. “Saggia decisione. Venite.”
La giovane li condusse sotto coperta, attraverso il corridoio centrale. Lì, in un angolo riparato tra le travi robuste, due amache erano state tese per loro. “Non è un cabina privata…” Disse con franchezza. “Ma nessuno vi disturberà. Farò portare qualcosa da mangiare.” Poi si allontanò con passo sicuro.
Poco dopo, un giovane mozzo comparve con una cesta: pane scuro, formaggio stagionato e una zuppa densa e tiepida in un recipiente di metallo. Rimasero soli. Mangiarono senza fretta, mentre i rumori del porto filtravano attutiti attraverso lo scafo. Quando ebbero finito, Kail aprì il proprio zaino: “Credo sia arrivato il momento di organizzare la prima fase del nostro viaggio…” Galeth si tirò su dall’amaca, incuriosito. “I diari di Anteus…”
Kail mostrò all’amico i resoconti che Astarte aveva organizzato con cura affinché lo guidassero nel suo pericoloso viaggio nell’Abanasinia. Anteus, suo padre adottivo e maestro d’armi, era stato inviato lì due anni prima per verificare voci inquietanti provenienti dall’estremo sud. Movimenti sospetti e presenze non riconducibili ad alcuna autorità locale. Voci che ora, dopo quanto avevano scoperto su Galen Dracos, assumevano un significato ben più oscuro.
Anteus era scomparso e Kail si era offerto per quella missione anche con la speranza di ritrovarlo. Galeth si alzò e gli si affiancò, mentre l’amico sfogliava le prime pagine degli appunti, indicando le note di un lavoro di ricostruzione che copriva due anni del viaggio sul territorio.
“Settembre 328: approdo a Crossing, contatto con Rashmintalan, la mia guida elfica di Qualinesti. Secondo l’elfo, due mesi prima ha visto la presenza di creature oscure a Xak Xhalan. Inizierò da qui, vale la pena indagare. Arrivo a Staughton, rifornimenti e partenza per Xak Xhalan.
Ottobre 328: Abbiamo esplorato il sito. L’elfo mi ha confermato la presenza di tracce fresche di goblin e hobgoblin ed umani, di non più di un mese fa. Sono rimasti poco, forse erano esploratori. L’elfo ha visto anche altre tracce strane, più grandi, forse orchi, il che farebbe pensare ad una insolita collaborazione.”
Kail leggeva gli appunti di Anteus riportando fedelmente ogni parola. “Dovremo ripercorrere tutto…” Mormorò Galeth. “Passo dopo passo.” Confermò Kail.
Tuttavia, proprio quando entrambi convennero che trovare Rashmintalan avrebbe fatto la differenza, scoprirono con amarezza che la guida elfica di Anteus era morta mesi dopo, durante l’ispezione di alcune miniere abbandonate.
“Giugno 329: Una terribile tragedia si è abbattuta su di noi. Mentre controllavamo i cunicoli più interni sotto Pax Tharkas, una frana ha tagliato la via a Rashmin! Lo abbiamo cercato per tre giorni, ma non perdo le speranze: riusciremo a trovarlo e a tirarlo fuori! Purtroppo Rashmin non ce l’ha fatta! L’abbiamo trovato morto dopo infinti tentativi. Senza di lui sarà molto più difficile orientarsi. C’era un forte odore di zolfo e il nostro povero amico aveva entrambe le gambe spezzate, ma in punti differenti. Aveva inoltre dei strani segni sul collo, per WindWalker si tratta di un’aggressione e io stesso resto moderatamente dubbioso.”
I due amici stabilirono comunque che iniziare il viaggio trovando una guida valida, magari cercandola proprio nella comunità elfica locale, sarebbe stato fondamentale per muoversi in quei territori ostili e sconosciuti. Parlarono a lungo del loro approccio a Crossing, di come muoversi con discrezione, chi contattare e quali piste seguire per prime. Finché le parole si fecero più lente, cullate dal rollio leggero della nave ormeggiata. Alla fine si addormentarono.
Quando Kail riaprì gli occhi, la luce era già piena: non il grigio dell’alba, ma mattina inoltrata! La nave si muoveva con decisione: avevano salpato. Un odore intenso e dolciastro saturava l’aria sottocoperta.
Quel profumo strano non gli era nuovo lo aveva già avvertito nel pacco che Maquesta aveva ritirato dall’oste alla Gramigna Verde. Quell’aroma speziato, misto a una lieve ma intensa sensazione di calore proveniente dal medaglione, lo avevano avvolto mentre dormiva. Ricordava vagamente, in quel limbo tra veglia e torpore avvenuto molto prima dell’alba, di aver provato ad alzarsi, a reagire, ma il suo corpo era rimasto inerte, prigioniero di una paralisi artificiale.
Kail si tirò su a fatica, la testa pesante come piombo. Poi ricordò: Belladonna!
Questa volta la riconobbe. Era la stessa sostanza – in forma meno brutale – usata dagli uomini di Galen Dracos per drogare Galeth durante il suo rapimento. Lì, in un angolo, una piccola ciotola metallica custodiva i resti anneriti delle erbe bruciate. Kail le toccò: erano fredde, spente da ore.
“Hanno smesso di bruciare prima dell’alba…” Disse piano. Erano stati costretti a dormire molto più del dovuto. Galeth si alzò, ancora intontito. “Allora dev’essere un vizio…” Scherzò il guerriero, rammentando bene il disagio provato quando aveva ingerito la droga al Tasso d’Argento. Tuttavia lo scherzo morì sul nascere.
Un urlo lacerante squarciò il silenzio della stiva, poco distante. Poi un altro. Concitazione. Panico. Qualcosa di terribile era accaduto mentre erano stati costretti con la forza a rimanere nel mondo dei sogni.
Kail si riscosse, come se stesse tornando in superficie dopo un’immersione troppo lunga. Le amache oscillavano ancora lentamente, mentre lo scafo gemeva sotto la spinta del mare. La testa gli martellava. Il gusto dolciastro della spezia gli restava incollato alla lingua. Accanto a lui, Galeth si muoveva a fatica, stringendo le palpebre contro la luce.
Poi arrivarono altre grida. Non erano urla di una rissa. Non erano ordini. Erano urla spezzate dall’orrore.“No… no…” “Capitano!”
Kail cercò di tenersi in piedi, di scuotersi, ma le ginocchia cedevano. Il medaglione gli scottò appena contro il petto giusto per un istante, e in quel calore improvviso e momentaneo, gli tornò vivido il ricordo della notte: la coscienza vigile, il corpo immobile e qualcosa di soprannaturale all’opera.
“Allora non me lo sono sognato…” Mormorò preoccupato.
Galeth lo afferrò per un braccio, lo sguardo duro. “Qualunque cosa stia capitando, non è finita…” Si sorressero a vicenda, mentre scendevano insieme ad altri uomini ancora storditi. Non erano stati dunque i soli ad aver sofferto degli effetti della Belladonna. L’aria si faceva più pesante ad ogni gradino, impregnata non solo di umidità salmastra, ma di un inconfondibile odore ferroso. Odore di sangue.
Quando raggiunsero il fondo, la scena si aprì davanti ai loro occhi con una lentezza irreale. I marinai formavano un semicerchio all’interno di una sezione della stiva. Uno si faceva il segno del “buon auspicio” invocando gli dei del mare; un altro fissava il pavimento come se sperasse di svanire, un altro ancora vomitava in un angolo.
Kail e Galeth raccolsero tutte queste informazioni in un’unica intensa occhiata. Poi si mossero di lato, per cercare una visuale migliore. Che diavolo stava succedendo lì dentro?
Al centro, sopra una cassa di pellame, spiccava una giacca azzurra imbrattata di rosso. Niente riuscì a nascondere l’orrore assoluto negli occhi del mezzelfo e del guerriero. Era la giacca di Dominique!
Kail cercò con lo sguardo il capitano e Maquesta. Li scorse lì vicino, assorti e disperati. La ragazza stava di fianco alla cassa, rigida, le mani intrecciate nei capelli e lo sguardo perso nel vuoto.
Melas era seduto su un barile, le braccia appoggiate sul grembo e la bocca semiaperta. Non parlava. Non si muoveva. Ma non era paralizzato: stava solo trovando la forza per tornare ad essere il capitano, ma davanti a quello scempio anche il comando sembrava un fardello insopportabile.
“L’abbiamo trovata dietro quelle casse.” Disse un terrorizzato marinaio, indicando un punto poco distante. “Era… era così.”
Melas si alzò in un silenzio assoluto. Si avvicinò alla giacca e ne sfiorò il tessuto lordo di sangue con la punta delle dita. Era ancora umido in alcuni punti. Tracce di sale brillavano sulle maniche e sul colletto. Sollevò delicatamente un lembo e un gemito di sofferenza e disgusto attraversò l’intera stiva.
La testa di Dominique apparve appena tra le pieghe. Il taglio era netto. Pulito. E proprio per questo più atroce. Maquesta ispirò bruscamente, ma non distolse lo sguardo. Melas richiuse lentamente il tessuto, si voltò e domandò con voce d’oltretomba: “Chi era di guardia?”
La maggior parte dei marinai non rispose, ancora sopraffatti dai fumi della droga che li aveva intontiti sottocoperta. Alcuni però balbettarono scuse indistinte.
“Andate a svegliare i passeggeri! Vi voglio tutti sul ponte, ora! Questo abominio non resterà impunito!” Detto questo, il capitano uscì a grandi passi dalla stiva, seguito dai marinai e da Maquesta. Passando accanto a Kail e Galeth, la ragazza sussurrò con un filo di voce: “Mio padre non riuscirebbe a farlo. Controllate voi se c’è qualche indizio. Vi prego.” Aveva le lacrime agli occhi, ma nei suoi tratti persisteva una lucidità ferrea, un controllo che a Melas mancava. Galeth annuì solennemente, serrando la mascella in un gesto che era insieme dolore e preoccupazione.
I due amici si avvicinarono al macabro lascito di chissà quale assassino invisibile. Fu Kail a scostare con cautela il bordo del tessuto. La testa di Dominique restava immobile, gli occhi socchiusi, il taglio netto alla base del collo. Non c’era rabbia sul suo volto. Solo un’espressione sospesa, interrotta. Non aveva avuto il tempo di aver paura: era stato decapitato da tergo.
Il mezzelfo frugò con angoscia dentro le tasche interne della giacca alla ricerca della lettera, ma per sua sfortuna, era sparita. Dominique era riuscito a nasconderla in tempo, consegnandola a qualcuno di fidato, o l’omicida gliel’aveva strappata via insieme alla vita?
Poi notò un flebile bagliore sotto il colletto: la spilla incantata era ancora lì. Un dettaglio stridente, quasi un errore logico, che lo portò ad una conclusione immediata: Galen Dracos non era presente fisicamente al momento dell’uccisione di Dominique! Uno stregone del suo calibro si sarebbe accorto facilmente di un oggetto magico simile.
“Probabilmente sono stati i Corvi Rossi…” Dedusse Kail.
Dominique era morto in quel modo brutale per mandare ad entrambi un messaggio preciso: sapevano della lettera, sapevano della rotta. “Non un messaggio… una provocazione.” Ribatté a mezza bocca Galeth. “Una minaccia.” Concluse Kail, invitando l’amico a staccare la spilla di Mishakal dalla giacca del nostromo. Galeth la fissò un attimo, poi la nascose tra le pieghe della cappa.
Kail si passò una mano sul viso, distrutto dal dolore e dalla preoccupazione. Galeth avvolse con cura i resti di Dominique nella sua stessa giacca e la sollevò per portarla sul ponte. Al di la della tragedia personale, perché il nostromo era davvero un uomo retto e giusto, un pensiero politico li tormentava: come avrebbero fatto adesso a fare rapporto ad Astarte? Come avrebbero informato il grande Cavaliere delle malefatte di Galen Dracos sul territorio solamnico dopo questo fallimento?
“Ehi Kail?! Stai bene?” Domandò il guerriero in un sussurro. “Si… si, sto bene. Andiamo.” Così i due compagni risalirono dalla stiva al ponte, trascinandosi dietro i macabri resti del povero nostromo e tutta l’amarezza di averlo, seppure indirettamente, condannato a morte.
Il ponte della Peregrina era immerso in un silenzio teso quando Kail e Galeth risalirono da sottocoperta. Il guerriero teneva la testa di Dominique avvolta nella giacca blu del nostromo. Non la esponeva, ma tutti compresero bene cosa stesse portando.
Melas aveva radunato tutti. I marinai erano disposti in fila irregolare lungo il lato di dritta, i volti segnati dalla stanchezza e dal sospetto. Poco più indietro, i due mercanti barcollavano ancora, pallidi, gli occhi velati da ombre scure. Si reggevano alla balaustra come uomini reduci da una febbre non ancora smaltita.
Mancava solo la donna.
Al centro del ponte, il capitano si accorse subito del loro arrivo. Osservò per un breve istante il macabro fagotto che Galeth ancora teneva sollevato e dischiuse leggermente le labbra nel tentativo di dire qualcosa. Vedendo il padre in difficoltà, Maquesta intervenne prontamente.
“L’avete esaminata?” Galeth annuì. “E avete scoperto qualcosa?” Incalzò la giovane, facendo un passo avanti. Kail rispose con voce piatta, quasi clinica. “La testa è stata mozzata di netto, da tergo. Una mano esperta, precisa. Dominique non deve essersi accorto di nulla.”
Il capitano deglutì, recuperando a fatica il controllo del proprio respiro. “C’è altro?”
“La sua spilla era ancora appuntata alla giacca…” Aggiunse Kail. “Ma la lettera è sparita.” Lo sguardo di Melas si indurì. “La lettera è sparita.” Ripeté tra sé, la voce persa nel labirinto dei propri pensieri.
“Se la portava ancora addosso…” Continuò il mezzelfo. “… qualcuno l’ha presa di sicuro. Resta solo da sperare che Dominique sia riuscito ad affidarla a qualcun altro prima di… prima di essere catturato.”
Il capitano serrò la mascella, poi fece un cenno verso poppa. “I miei uomini hanno trovato tracce di sangue.” Kail e Galeth si scambiarono un’occhiata perplessa. “Dove?” Chiese Galeth. “Alla murata di poppa.”
Melas fece strada, mentre Maquesta rimase con la ciurma qualche metro indietro. I due amici lo seguirono. Il sangue aveva colato lungo il legno, seguendo le venature fino a quasi metà ponte, dove si interrompeva bruscamente.
“Non c’era sangue prima dell’alba!” Esclamò spaventato uno dei marinai. “Altrimenti l’avrei visto!” Kail si chinò, analizzando l’angolazione degli schizzi e la distanza tra le macchie.
Galeth invece indicò il legno graffiato poco sopra. “Qui hanno agganciato qualcosa.” “Un rampino.” Sussurrò Melas, ricalcando con il dito il segno sottile sulla balaustra. “Qualcuno è salito da qui…” “Si…” Confermò Kail, scrutando lo scafo proprio sotto i graffi. “Una piccola imbarcazione. Due o tre uomini al massimo, silenziosi. Si sono accostati senza farsi notare.” Galeth annuì cupo. “Dominique era già morto quando è stato… issato a bordo.”
Un mormorio inquieto attraversò l’equipaggio. Tutti avevano teso l’orecchio per carpire ogni frammento di quella conversazione. “Come potete dirlo?” Chiese uno dei due mercanti, la voce incerta. Kail sui voltò a guardarlo. “Il taglio è troppo netto, troppo pulito. E qui sul ponte non c’è abbastanza sangue. L’esecuzione è avvenuta altrove.” Melas annuì lentamente. “La testa è stata portata a bordo… e chi l’ha fatto aveva un complice tra noi.”
Il capitano tornò dai suoi uomini. “Quello che è accaduto stanotte…” Disse con voce controllata e le mani intrecciate dietro la schiena. “… non è stato un incidente, ma un’azione deliberata contro questa nave.” Fece un passo avanti, scrutando i volti uno ad uno. “Voglio sapere chi era di turno tra la quarta e la quinta ora prima dell’alba.”
Due marinai si fecero avanti titubanti. “Noi, capitano.” “Avete visto scialuppe?” “No, capitano.” “Avete sentito corde sfregare? Rumori contro lo scafo?” I due esitarono qualche istante, scambiandosi occhiate confuse. Poi uno di loro disse: “Niente che non fosse il normale sciabordio del mare su di una nave ormeggiata.” Melas imprecò sottovoce.
“E voi?” Domandò, voltandosi verso i mercanti. Uno dei due deglutì a vuoto. “Capitano… noi abbiamo solo accettato un consiglio.” “Quale consiglio?” “La donna…. Ci ha offerto dell’incenso. Ha detto che il viaggio sarebbe stato agitato e che quell’aroma avrebbe aiutato a dormire.””E voi l’avete bruciato.” “Si.” “Quando?” “Prima di coricarci. Era ancora notte fonda.”
Kail sentì la tensione farsi quasi tangibile. La droga era stata distribuita con precisione chirurgica, prima che tutti andassero a dormire. Non era stato un caso.
“Il sonno era… strano.” Intervenne un altro marinaio. “Strano in che senso?” Chiese Melas. “Quando ho raggiunto la mia cuccetta sottocoperta per il cambio turno, ho sentito uno strano odore di spezie. Ero stanco e non gli ho dato peso, ma sono crollato subito. Il sonno era… pesante. Come se l’aria fosse diventata densa.” Un commilitone vicino a lui annuì. “C’era odore di erbe bruciate, capitano.”
Kail sollevò lo sguardo. Melas si irrigidì. “Erbe?” “La nobildonna ha acceso una scodella, prima che ci ritirassimo. Diceva che purificava l’aria.”
Il mezzelfo si voltò verso Maquesta. Nella sua mente aveva impressa l’immagine della ragazza che ritirava un pacco pieno di spezie dalla locanda del porto. Quasi avesse letto i suoi sospetti, Maquesta strinse le labbra e serrò i pugni fino a sbiancare le nocche. “Sono stata ingannata…” Mormorò in un bisbiglio amaro. Gli sguardi di tutti si inchiodarono su di lei.
Melas le si avvicinò. “Ingannata? Da chi e in che modo?” Maquesta imprecò rabbiosamente contro sé stessa. “Da quella maledetta, che sicuramente non si chiama Katharina Di Caela! Sono andata alla locanda della Gramigna Verde a ritirare un pacco per lei. Mi ha detto che si trattava di incenso. Una fragranza che amava per coprire gli odori intensi dei viaggi. Mi ha dato i soldi per pagare l’oste e io… io ci sono cascata come una stupida!” Lo sguardo del capitano si addolcì per un istante. “Non potevi saperlo, Maquesta. Svolgiamo spesso commissioni simili per i passeggeri.”
Il silenzio calò sul ponte della Peregrina, interrotto solo dallo scricchiolio del sartiame. Poi Galeth si rivolse ai marinai. “Avete esaminato la cabina della donna?” Due uomini fecero un passo avanti. “Abbiamo bussato più volte, senza risposta.” Disse uno dei due. “Visto che la porta non era chiusa a chiave, abbiamo sbirciato dentro. L’unico particolare degno di nota erano le sue vesti bianche, perfettamente ripiegate e sistemate sulla cuccetta.”
“Capitano… cosa sappiamo davvero di questa donna?” Chiese Galeth, spazientito da tanta astuzia. “Come faceva a sapere che ci saremmo imbarcati proprio qui?” Melas guardò Kail e Galeth con intensità. “E’ salita a bordo tre ore prima di voi. Aveva credenziali inattaccabili: un sigillo araldico autentico della casata dei Di Caela. (! Kail può ripetere il tiro su Araldica e ricordare che esiste una Katharina Di Caela ma aveva l’età di Astarte, Kail lo fa presente) Inoltre mi era stata raccomandata da un sant’uomo della chiesa dei Cercatori e …”
“Se era sulle vostre tracce, è stata la scelta più logica.” Lo interruppe Maquesta bruscamente. “La Peregrina è l’unica nave diretta verso l’Abanasinia che parte all’alba. Non è difficile scoprirlo: basta chiedere al porto.”
Galeth annuì lentamente. “Ha proceduto per esclusione. Sapeva che saremmo arrivati in città probabilmente per imbarcarci e questa era la rotta più probabile, perché più immediata.” “E se a dispetto delle probabilità, non vi foste presentati?” Domandò Melas.
In quel momento Kail rammentò dove, e soprattutto quando, aveva sentito pronunciare quel nome: al castello di Astarte, circa vent’anni prima! Katharina di Caela era sì una nobile di quella famosa stirpe, ma oggi avrebbe dovuto avere la stessa età del grande Cavaliere! La donna che si era fatta passare per lei le aveva rubato l’identità, oltre che l’anello del casato. “Vista le sua abilità, avrebbe semplicemente cambiato piano. Si sarebbe adattata.” Rispose Kail con amarezza.
“E forse il mio amico Dominique sarebbe ancora vivo.” Il mezzelfo abbassò lo sguardo, oppresso dal senso di colpa.
“Padre, è chiaro che abbiamo a che fare con dei professionisti.” Concluse Maquesta, la voce ora ferma come l’acciaio. “Per quanto anche a me faccia un male cane accettarlo, Dominique sapeva cosa rischiava. Dobbiamo rimanere lucidi o rischiamo di perdere ogni cosa. Non abbiamo scelta ormai!” Melas la guardò e accennò un sorriso amaro. “Anche il vestito, lasciato lì in quel modo… che sia un demone o una donna, il messaggio è chiaro. Si tratta di gente meticolosa, che applica metodi puliti, precisi. Non lasciano nulla al caso.” Terminò la ragazza grattandosi il mento.
Melas iniziò a camminare lentamente sul ponte, scrutando il mare. “Dunque…” Disse, schiarendosi la gola. “Le erbe bruciate spiegano il torpore. Il rampino e l’agguato quando eravamo ormeggiati spiegano come siano saliti a bordo. La donna li ha guidati nella stiva: era il loro gancio, ha stabilito i tempi per colpire e lasciare …la testa di Dominique, come messaggio intimidatorio. Poi sono tornati indietro e hanno lasciato la Peregrina.” Si fermò, voltandosi verso la ciurma.
“Ma nessuno, me compreso… li ha visti attraversare il ponte. Dico bene?” Silenzio. “Ed è questo che non capisco.” Riprese il capitano. “Come hanno fatto a passare inosservati per ben due volte senza che nessuno fosse riuscito a vederli?” Kail sentì risalire il ricordo del medaglione che si scaldava prima dell’alba. Non poteva parlarne apertamente, poiché aveva scelto di tenere segrete le sue abilità, ma era certo che gli autori dell’incursione, probabilmente i Corvi Rossi, avessero utilizzato talenti magici. Talenti che l’artefatto di sua madre era riuscito a percepire.
“Se nessuno li ha visti…” Esordì con cautela. “… forse non potevano esser visti.” Melas lo fissò. “Spiegati.” “Oggetti magici.” Continuò Kail. “Mantelli. Artefatti che velano la presenza. Se dietro la morte di Dominique c’è l’organizzazione che sospettiamo, allora dispongono di uno stregone potente.” “Questa non è affatto un’ipotesi irragionevole.” Commentò Galeth. Un mormorio inquieto si diffuse tra i marinai. Melas rimase immobile per un lungo istante, poi prese una decisione. “Gettate l’ancora!”
Maquesta lo guardò sbalordita. “Siamo in mare aperto!” “Non proseguiremo come se nulla fosse.” Rispose il padre; l’ancora venne calata, la catena stridette finché la nave si fermò tra le onde. Melas si voltò verso l’equipaggio. “Al tramonto celebreremo una cerimonia per Dominique. Poi discuteremo sul da farsi. Ho bisogno di pensare nelle prossime ore, per cui rivolgetevi al nostromo per ogni necessità. Potete andare.” Si ritirò cupo nella sua cabina.
Il sole iniziò a scendere verso l’orizzonte, mentre Galeth e Kail parlavano tra di loro, con Maquesta e con la ciurma. Il mare attorno alla Peregrina sembrava improvvisamente più vasto e più silenzioso.
Al tramonto, puntuale come la morte, Melas uscì dalla sua cabina e rimase per qualche secondo a fissare il ponte. L’equipaggio lasciò ogni cosa stesse facendo in quel momento e si schierò in silenzio. Il mare era rosso di riflessi, come se fosse stato tinto dal sangue.
Galeth sollevò il fagotto e lo porse al capitano. L’uomo lo prese con mani ferme, ma lo sguardo tradiva un dolore profondo. “Dominique era con me da quindici anni…”Disse. “Da prima che Maquesta nascesse. Era un uomo leale. Il mare lo aveva cresciuto e il mare ora lo riprenderà.” Scoprì un lembo di giacca per un’ultima volta, osservando quel volto deturpato. “Che le onde ti diano pace, amico mio. Che le correnti ti conducano dove la sofferenza e la solitudine non possano mai trovarti.”
Con un gesto lento, lasciò cadere il triste fardello nelle acque scure. Il tonfo fu lieve, poi solo il mare. Dopo qualche istante il capitano si voltò.
“Maquesta. Kail. Galeth. Nella mia cabina.”
Li condusse all’interno e chiuse la porta, isolandoli dal resto del mondo. La piccola stanza era illuminata da una luce obliqua. La carta nautica restava aperta sul tavolo, la rotta tracciata fino a Crossing. Melas non si sedette subito.
“Ho perso il mio nostromo.” Disse. “Un uomo che navigava con me da più anni di quanti ne abbia mia figlia.” Maquesta aveva le lacrime agli occhi, ma sostenne lo sguardo del padre. “E la cosa peggiore è che me lo sentivo! Me lo sentivo, dannazione!” Continuò lui, la voce che vibrava di una furia repressa. “Beh, non perderò la mia nave per orgoglio. Posso tornare a Port O’Call. Posso dire che è stato un incidente a terra.” “Non lo crederanno…” Rispose Galeth a bassa voce. “Non mi interessa cosa credono! Quella gente maledetta cerca voi, non mia figlia o la mia nave. Ho delle responsabilità verso di loro. Lo capite?”
Il discorso di Melas non faceva una piega. Attirare l’attenzione dei Corvi Rossi sulla Peregrina non era di certo una mossa saggia, ma bisognava valutare con cura quale decisione fosse la meno rischiosa. Maquesta fece un passo avanti. “Se torniamo indietro, padre, stiamo dicendo loro che basta una testa nella stiva per fermare la Peregrina.”
“Inoltre,” Aggiunse Kail. “se tornerete a Port O’Call, vi esporrete ad un pericolo maggiore. E’ lì che si è consumato l’omicidio di Dominique, ed è lì che i Corvi Rossi vi aspetteranno. Secondo me, è meglio per voi rimanere in mare…”
Il silenzio che seguì fu più pesante di qualsiasi urlo. Melas fissò entrambi a lungo. Così simili, eppure così diversi. Poi i suoi occhi si fermarono sulla figlia. Pensò che sarebbe stata un grande nostromo e un capitano eccezionale, ma scelse di tacere quei pensieri. Per ora.
“Tu non hai visto uomini affondare per scelte sbagliate.” Le disse. “E tu non hai mai ceduto ad una minaccia.” Le parole non erano urlate. Erano dette piano, ma colpivano con la precisione di una lama.
Kail intervenne con cautela. “Chiunque sia stato non voleva la nave, capitano. Voleva impedirci di arrivare a Crossing.” Galeth approvò con un cenno. “Se torniamo adesso, gli stiamo dando ragione. Ad ogni modo, la scelta spetta a voi. Ecco la spilla che abbiamo trovato sulla giacca di Dominique. Credo sia giusto che l’abbiate voi.” Il guerriero mise il prezioso monile del nostromo sul tavolo del capitano.
Melas restò immobile. Gli occhi scivolarono sull’artefatto graffiato dell’amico. Con mano tremante l’afferrò e lo rigirò tra le dita, quasi cercasse di percepirne ancora il calore o la presenza. Poi, con un sospiro pesante, lo restituì a Galeth. “Se l’hanno lasciato sulla sua giacca senza prenderlo, vuol dire che gli dei vogliono che arrivi dove è diretto. O almeno credo che Dominique avrebbe risposto così.” Melas distolse lo sguardo. “Io non sono l’uomo giusto per portarlo.”
Galeth esitò, cercando conferma in Kail, che rispose con uno sguardo d’intesa. Il guerriero afferrò delicatamente la spilla: il metallo era stranamente caldo al tatto.
Melas trasse un respiro profondo, riprendendo il comando su sé stesso. “Proseguiremo. Ma non attraccherò. Non porterò la Peregrina dentro la baia. A quattrocento metri dalla riva calerò una scialuppa. Voi scenderete lì. Io tornerò in mare aperto e vi rimarrò a lungo. Obiezioni?”
Kail corrucciò la fronte. “E i nostri cavalli?” Melas sostenne il suo sguardo senza battere ciglio. “Sono certo che ne troverete degli altri sul posto. Avete la mia parola che saranno trattati bene e che, prima o poi, vi verranno restituiti sani e in salute.” Notando lo scetticismo dei due viaggiatori, aggiunse: “Approderò a New Ports tra un mese esatto da oggi. Li lascerò nelle stalle del maniscalco della città e pagherò per la loro permanenza finché non andrete a ritirarli. Di più non posso fare.”
Maquesta annuì. Anche Galeth e Kail, seppur a malincuore, acconsentirono. La ragazza sapeva bene che la decisione di suo padre non avrebbe cancellato il dolore della loro perdita, ma almeno gli avrebbe dato un senso.
La notte scivolò via senza troppe parole.
Kail e Galeth erano scesi nella stiva per l’ultimo saluto ai loro compagni animali. Per loro non erano solo cavalli, ma alleati di mille battaglie. Separarsene fu un colpo duro, ma inevitabile. “Guardiamo il lato positivo….” Mormorò Galeth. “Visto come si sono messe le cose, è molto più probabile che siano loro a sopravvivere che noi…” Kail non poté far altro che confermare con un sorriso amaro.
Poco prima dell’alba, Crossing emerse dalla foschia come una promessa e una minaccia insieme. I due restavano sul ponte, appoggiati alla balaustra, mentre il mare restava innaturalmente calmo, quasi a voler ignorare l’orrore accaduto durante la navigazione. Sotto i loro piedi il legno della nave scricchiolava appena, mentre i marinai lavoravano in silenzio.
Maquesta li raggiunse, restando per qualche istante in silenzio a osservare la città che prendeva forma all’orizzonte. “E’ quella.” Disse piano. “Crossing.” Galeth annuì. Sembrava cercasse le parole giuste, poi si voltò. “Maquesta… a proposito di Dominique…”
Lei scosse il capo prima che lui potesse continuare. “Non è stata colpa vostra.” Galeth abbassò lo sguardo, tormentato. “Eppure, se non avessimo chiesto di qualcuno che potesse svolgere la consegna della lettera, lui sarebbe ancora vivo.” Maquesta inspirò lentamente l’aria salmastra. “Dominique sapeva sempre dove si stava cacciando. Non era uno che si tirava indietro.” Li fissò entrambi negli occhi. “E non siete stati voi ad ucciderlo. Qualcun altro l’ha fatto.”
Il mare restava immobile. Quando la città divenne distinguibile, torri, mura, il profilo dei moli, Melas diede l’ordine. “Calate la scialuppa.” La sua voce era ferma, ma segnata dalla stanchezza. Si avvicinò ai due uomini, mentre i marinai cominciavano a manovrare le funi. “E’ quanto avevo promesso.”
Kail lo guardò riconoscente. “Capitano...” Melas sollevò una mano per fermarlo. “Non serve. Avete già visto abbastanza su questa nave.” Galeth fece un passo avanti. “Dominique non meritava una fine così.” Il capitano lo guardò per qualche istante. Nei suoi occhi passò un lampo duro, subito spento dalla rassegnazione. “No. Non lo meritava.” Rispose asciutto. Il vento muoveva appena le vele. “Il mare si è preso ciò che restava di lui.” Continuò, cupo. “Adesso, prendete voi la vostra strada.” Kail annuì lentamente. “Vi siamo debitori, capitano.” Melas scosse il capo. “No.” Poi volse lo sguardo verso Crossing. “Vi ho portati dove avevate chiesto.”
La scialuppa venne calata con movimenti precisi. Nessun marinaio esitò. Galeth si fermò un istante prima di scendere. Guardò Maquesta. “Spero di rivedervi…” Lei accennò un sorriso stanco. “Mi auguro che quando questo accadrà, non lo farete solo per raccontarmi un’altra storia come questa.” Galeth annuì, abbozzando un lieve sorriso: l’affinità con Maquesta sembrava palese. La ragazza gli tese la mano e lui la strinse, un ultimo contatto solido prima dell’incertezza.
Poi lo sguardo della giovane passò su Kail. “State attenti laggiù.” Kail inclinò appena il capo. “Per quel che può servire, vi giuro che se ne avrò mai la possibilità, vendicherò la morte di Dominique.” Maquesta annuì.
Il mezzelfo scese per primo, seguito subito dopo da Galeth. Maquesta restò a guardare dal parapetto, ferma accanto a Melas, mentre la Peregrina manteneva la distanza pattuita dalla riva. Quando la scialuppa toccò l’acqua, Kail sentì ancora il medaglione pulsare contro il petto. Non era solo un’eco della notte. Era un avvertimento che non aveva ancora finito di sussurrare.
Galeth afferrò i remi e iniziò a vogare, fendendo la superficie scura. Mentre si allontanavano la nave si faceva piccola alle loro spalle, capirono che ciò che era stato lasciato nella stiva non era soltanto una testa mozza.
Era l’inizio di un’ordalia terribile.
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