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C'è una spia in mezzo a noi?

Scritto da Mike Steinberg
Categoria: La Guerra Delle Lance
Pubblicato: 23 Marzo 2026
Visite: 33

Gli elfi selvaggi di “Rain” scortarono, attraverso invisibili sentieri che evidentemente solo loro riuscivano a scorgere, i loro fratelli nativi di “Sun” e i nostri eroi al loro villaggio. Non fu un cammino difficile, ma furono loro a renderlo tale, poiché pareva conoscessero alla perfezione ogni singolo albero, ogni singola fronda di vegetazione e muschio che avessero intorno. Gli uccelli, appollaiati sui rami, sembravano suggerir loro la via migliore da seguire. I loro movimenti erano perfetti.

Questo era quello che stava pensando di loro Kail e non era affatto una considerazione esagerata. Infatti, questi straordinari elfi tatuati non erano semplicemente degli “scout” come lo era lui, non erano loro a “padroneggiare” la foresta, piuttosto era “Essa” che li riconosceva come una propria estensione e dunque li copriva, se dovevano nascondersi o si ritraeva, se cercavano qualcosa di utile come cibo, acqua o erbe utili alla loro sopravvivenza.

Alla fine il drappello di Kagonesti si infilò in un pertugio composto da rovi, cespugli e sterpaglie, all’apparenza insignificante, ma che in realtà rappresentava l’abbrivio di un ben più ampio budello di collegamento, ancor più camuffato di quello che avevano visitato nell’altro villaggio. La compagnia dovette faticare un po’ questa volta per sbucare dall’altra parte, tenendo costantemente giù la testa e piegandosi sulle ginocchia varie volte: era chiaro che quello non era certo un passaggio pensato per portare lì la gente alta!

Quando arrivarono a destinazione, il mezzelfo poté così assistere al secondo miracolo in questa incredibile foresta: un villaggio totalmente autosufficiente e letteralmente fuori dal mondo, interamente ricavato dagli alberi del bosco che lo ospitava e in cui nemmeno un ramoscello veniva sprecato o ignorato nella sua più semplice ed essenziale funzione.

I figli di Cher – Kal si arrestarono, costringendo Stuard e compagni a fare altrettanto. Quindi attesero che il drappello di sentinelle, che li aveva prelevati e condotti lì, lasciassero il posto ad un altro gruppetto di elfi selvaggi, capeggiati da un elfo maturo, anch’egli completamente tatuato. Accanto a lui, Kail riconobbe subito Alchem. Dietro di loro, quattro elfi Kagonesti, armati di pugnali e lance, li seguivano passo passo.

L’anziano elfo scambiò poche battute con Nes – Kal. Al di la del tipo di convenevoli che condivisero e che indicavano molto bene il forte legame che esisteva tra i due, non fu difficile almeno intuire l’argomento della loro breve conversazione. Il mezzelfo infatti, trovava sempre molta difficoltà a capire il loro dialetto, pertanto non intese molto di più di questo. Solo quando parlò il ragazzo, fu facile per lui e anche per Aric, che masticava abbastanza bene l’elfico silvano, comprendere ogni parola:

“Costoro, padre, sono le persone di cui ti parlavo. Lei è la donna che ho visto nei miei sogni, quella che salvava mio fratello Perchem dall’oscurità. Anche i suoi amici erano lì con lei: questo è un dono che ci ha fatto E’li.”

Kail guardò negli occhi l’elfo maturo e ricordò, da una mezza frase di Eiliana, che egli si chiamasse Ichlem. Probabilmente invece, "Perchem" era il nome Kagonesti che aveva Attilus prima di lasciare per sempre la sua foresta. Istintivamente fece un lieve inchino con la testa, comunicandogli che lui e i suoi amici erano molto felici di essere lì. L’elfo anziano non aggiunse nulla lì per lì, fece poi un paio di passi in avanti, si schiarì la gola e disse:

“E’vero ciò che sostiene Alchem? Davvero voi siete le persone presenti nelle sue visioni?”

Kail rimase un po’ spiazzato da quella domanda, non perché non sapesse perfettamente che lui e i suoi compagni erano proprio coloro che suo figlio aveva visto nei suoi sogni, ma perché questa sarebbe dovuta essere una deduzione che avrebbe dovuto fare solo Alchem e non lui. Comprese in quel momento allora, che quel popolo, molto semplice e superstizioso, avesse anche delle piccole differenze nel modo di ragionare rispetto alla gente alta. Anzi, rispetto persino ai loro cugini Silvanesti e Qualinesti. Qualcosa di più spirituale, che però anche lui faticava a capire ed accettare.

Non desiderando però mettersi a discutere con Ichlem di semantica elementare, il mezzelfo preferì annuire, intuendo comunque molto bene quale fosse il punto della sua domanda. Solo in quel momento l’anziano sorrise. Facendo un gesto veloce ed inequivocabile con la mano, indicò a tutti, compresi i figli di Cher – Kal, di seguirlo.

Prima di lasciare quella zona del villaggio però, Aric corrucciò la fronte. Stava infatti riflettendo sul fatto assai strano che quel ragazzo tatuato avesse "visto" nei suoi sogni i suoi compagni e come questo fosse stato possibile, quando accadde qualcosa di ancor più surreale. Proprio nel momento in cui il padre di Alchem e chi lo aveva accompagnato si erano avvicinati a loro, una fonte di magia li aveva seguiti, lieve ma presente! Lo stregone fece il possibile per concentrarsi e tentare di identificarne perlomeno la posizione precisa, ma era troppo flebile e gli sfuggì tra le dita. Rammaricandosi per la sua mancanza di prontezza, Aric tenne per adesso la cosa per sé, ma un oggetto magico o un mago tra questa gente rappresentava un fatto perlomeno anomalo. Decise dunque di rimanere all’erta.

L’anziano Kagonesti scortò la compagnia all’interno di un albero cavo, morto probabilmente da decenni, che era stato adibito a “capanno”. Dentro c’erano vari oggetti utili, come erbe e pelli, ma non aveva né sedie né supporti utili per le lunghe conversazioni, pertanto tutti capirono che Ichlem li aveva portati lì solo perché era il primo luogo appartato che aveva trovato dove poter parlare in pace di cose importanti e personali.

Prima di iniziare a raccontare dettagli sulla sua famiglia e sui suoi tre figli, Perchem, Kirthem e Alchem, mandò il figlio più giovane a prendere cibo e acqua per i suoi ospiti. Alchem ci mise solo pochi minuti ad andare e tornare e Kail udì chiaramente, fuori “dal capanno”, che egli aveva scambiato due parole veloci con qualcuno, forse una sentinella, prima di obbedire a suo padre. Dettaglio che al momento risultò insignificante. Contestualmente però, anche lo stregone aveva percepito un altro particolare molto più rilevante. Quando Alchem era uscito infatti, Aric aveva di nuovo avuto quella stessa “percezione magica” al suo arrivo al villaggio, solo che adesso l’aveva distinta chiaramente, anche se non era riuscito a notare nulla di particolare nella zona antistante “al capanno”. Questa volta però avvertì i suoi amici e insieme a loro stabilì di riaprire molto presto l’argomento, perché poteva risultare davvero fondamentale.

In ogni caso Alchem riprese il suo posto accanto al padre, ed iniziò a fargli da interprete.

Ichlem non toccò affatto il tema delle circostanze in cui i suoi due figli più grandi erano spariti dalla foresta, particolare sul quale Kail si impose di ritornare più avanti nella conversazione, ma domandò con una certa comprensibile curiosità, cosa ne sapessero gli avventurieri di loro due oggi, nel tempo presente. L’elfo selvaggio anziano si era messo seduto a gambe incrociate e Kail era stato l’unico ad emularlo. Tutti gli altri gli stavano intorno, compresi i figli di Cher – Kal.

Iniziò Estellen, visibilmente imbarazzata. La giovane portavoce di Paladine parlò di Kirthem, che lei aveva “conosciuto” col nome di Raegina. In realtà specificò subito, mettendo i palmi delle mani avanti a sé, che lei non l’aveva mai incontrata di persona, ma che si era scontrata invece con il suo aguzzino. Raegina, infatti, come suo fratello, erano stati venduti a dei signori della guerra locali, nelle lontane “Terre Selvagge”. Sfortuna ha voluto che la giovane elfa fosse stata acquistata, come schiava personale, da un terribile orco, che le aveva fatto subire ogni genere di sevizia, fino ad ucciderla. Estellen ci mise un po’ a convincere Ichlem che non esisteva alcuna possibilità che sua figlia potesse essere sopravvissuta a quel genere di torture disumane che aveva patito, ma gli garantì che quel maledetto orco ora non era più su questa terra per potersene vantare. La sacerdotessa di Paladine poi si inchinò e gli afferrò le mani dolcemente. Quindi, con voce calda e rassicurante, gli sussurrò che Raegina era con E’li adesso e non avrebbe più sofferto, perché ora era davvero libera. Ichlem abbassò lo sguardo, poi lo rialzò fieramente e il suo viso pareva abbastanza rasserenato per le belle parole che quella giovane umana gli aveva regalato.

Bisbigliandò a bassa voce, chiese allora di suo figlio maggiore.

Qui intervenne Stuard, il quale aveva personalmente parlato con il re di Vantal, per garantire all’elfo selvaggio clemenza. Il cavaliere disse che Attilus si era macchiato di numerosi crimini, ma la sua principale attenuante risiedeva nel fatto che aveva visto sua sorella barbaramente torturata e brutalizzata fino a morire. La sua rabbia era cresciuta insieme al suo desiderio di vendetta e quando l’orco che l’aveva uccisa fu eliminato da Estellen, si era costituito senza opporre resistenza. Aggiunse dunque che, secondo il suo parere, egli doveva esser ancora vivo, prigioniero in qualche segreta di Vantal. Ichlem annuì, capendo appieno la situazione.

Quindi si alzò e azzardò una richiesta molto personale che i suoi ospiti accolsero con piacere: qualora si trovassero un giorno da quelle parti, con la benevolenza di E’li, avrebbe avuto la consapevolezza di morire felice se avessero riportato un messaggio a suo figlio più grande. Il messaggio era il seguente:

“Perchem, figlio mio. La disgrazia che ti è capitata non ha cancellato il tuo ricordo nel mio cuore e in quello di tuo fratello. Sappi che sei e sarai sempre amato. La foresta immortale ti aspetterà sempre.”

Kail promise di ottemperare se fosse passato per Vantal, cosa assai probabile visto quello che aveva intenzione di fare alla città nave! Tuttavia le parole di Ichlem stuzzicarono ulteriormente la sua curiosità: di che genere di disgrazia parlava l’anziano elfo?

Purtroppo la discussione si inasprì subito dopo la sua domanda.

Soprattutto perché Nes – Kal si lasciò scappare un commento che cambiò ogni cosa in quella stanza.

“Se non fosse stato per quella maledetta spia, oggi mia madre, Perchem, Kirthem e molti altri fratelli e sorelle, sarebbero ancora vivi…”

Spia? Quale spia? Kail scuoteva la testa confuso, osservando il parapiglia che era scoppiato tra Ichlem, che era assai dubbioso su questa eventualità e i figli di Cher – Kal, che invece ne parevano praticamente certi. Alchem aveva smesso di tradurre, cercando invano di sedare gli animi. Quando la polvere si abbassò e i cuori in subbuglio tornarono a battere a ritmi più calmi, il mezzelfo domandò chiarimenti in merito. Ichlem sospirò e prese subito la parola.

“Quando Shiriki e Kurun lasciarono la foresta, trascinarono via con loro anche la purezza nei cuori di alcuni suoi fratelli e sorelle. Sobillandoli con vuote promesse di vanagloriosi vantaggi tra la gente alta o forse sussurrando solo minacce di morte nelle loro menti deboli… almeno è questo che i giovani pensano sia successo e succeda ancora nei nostri villaggi.”

Terminò Ichlem scettico, con Alchem che chinava la testa affranto.

“Non vedo altra spiegazione, anziano… come spieghi altrimenti che gli orchi razziatori conoscano sempre prima, dove e come le nostre donne e i nostri bambini si muovono durante il giorno?”

Commentò causticamente Dar – Kal, ringhiando tra i denti. L’anziano non rispose a quella provocazione, preferendo invece una profonda pausa di riflessione.

“Stranamente, ogni qual volta che i più deboli di noi sono costretti ad uscire per raccogliere cibo, legna e altro, è quasi sempre quello il momento in cui vengono aggrediti e rapiti dalle “belve del Sanguinarium”…”

Insistette imperterrito il giovane elfo tatuato, guardando Kail fisso negli occhi.

“In effetti, è una ben strana coincidenza… e io ho smesso di credere da molto tempo alle coincidenze…”

Pensò tra sé il mezzelfo, avvicinandosi ad Aric. Gli domandò se per caso avesse modo di rintracciare quella strana “fonte magica” che aveva percepito per ben due volte nel villaggio. Lo stregone annuì, ma aggiunse anche che per farlo avrebbe dovuto cercare per tutto “Rain”, esaminando ogni singolo individuo. Sarebbe stato un po’ complicato insomma.

Il gruppo si raccolse da una parte e ne parlò un po’ tra di loro. Forse la possibilità che ci fosse una spia nel villaggio non era poi così remota come Ichlem sosteneva e se Aric aveva sentito una fonte magica avvicinarsi per ben due volte e poi di nuovo allontanarsi, poteva esistere una correlazione di qualche tipo tra le due cose.

La compagnia uscì all’esterno, escludendo subito Ichlem, suo figlio e i figli di Cher – Kal dalla lista dei sospettati. Provarono a scrutare meglio intorno “al capanno”, ma nessuno notò nulla in particolare che attirasse la sua attenzione.

Poi il mago ebbe la giusta intuizione. Tornò per un secondo all’interno e richiamò fuori Alchem. Aric gli domandò con chi si accompagnasse la prima volta che lui e suo padre li avevano accolti al villaggio e anche dopo, prima di tornare con cibo e vivande. Lo stregone gli parlò in lingua Silvanesti, tanto da stupire e non poco il giovane elfo selvaggio. Egli dunque lo riconobbe e definì come un “sapiente della gente alta” e, con grande rispetto, gli rispose che, al loro arrivo, era con le sentinelle attualmente in servizio al villaggio: quattro guerrieri che adesso pattugliavano la parte nord di “Rain”. La seconda volta, aveva incrociato per pochi secondi proprio gli stessi guerrieri che stavano per l’appunto andando a prendere posizione nella zona su cui vegliare.

Senza perdere un altro secondo, lo stregone allertò anche i figli di Cher – Kal e gli fece segno di seguirlo all’esterno. Quando tutti, tranne Ichlem, furono insieme, Kail andò dritto al punto. Forse c’era davvero una spia nel loro villaggio e dovevano esser lesti a smascherarlo, prima che potesse rivelare informazioni vitali per la loro missione e anche per la sopravvivenza stessa di molti membri di questa comunità!

Benvenuti a Crossing!

Scritto da Mike Steinberg
Categoria: Le Origini Di Kail
Pubblicato: 23 Marzo 2026
Visite: 37

Il cielo stava appena schiarendo quando la scialuppa cominciò ad avvicinarsi al porto. Dietro di loro, a largo, la sagoma della Peregrina era ormai poco più di un’ombra nella foschia del mattino. 

Galeth remava con movimenti regolari, mentre Kail osservava la linea della costa che cresceva lentamente davanti a loro. Pontili anneriti, alberi di navi come scheletri contro la luce dell’alba e le grandi gru di legno che svettavano sui moli. Crossing li aspettava.

Per qualche minuto l’unico suono fu lo sciacquio ritmico dei remi. Poi Galeth ruppe il silenzio senza smettere di remare. “Dunque?” Kail si voltò a guardarlo, distogliendo lo sguardo dall’orizzonte. “Dunque cosa?” “Siamo quasi a terra. Da dove iniziamo?”

 Kail rifletté un istante, massaggiandosi il mento. “Una locanda … per prima cosa.” Galeth annuì secco. “E poi?” “Poi cerchiamo l’equipaggiamento. Due cavalli. Mappe...” “… e una guida.” Aggiunse il guerriero, quasi avesse avuto un’illuminazione. L’ombra di una preoccupazione velò lo sguardo di Kail. “Uno scout, vorrai dire.”

Il silenzio tornò a farsi pesante. A Kail tornarono in mente, come lampi accecanti, le immagini vissute il giorno prima: il sangue viscido sul ponte, la testa mozzata, il dolore profondo che avevano involontariamente causato a Melas, sua figlia e all’intero equipaggio. “Senza qualcuno che conosca queste terre …” Mormorò infine. “… potremmo vagare per settimane senza meta.”

Galeth sbuffò, un suono aspro. “Sempre che qualcuno accetti di seguirci …” Kail fece un mezzo sorriso. “I soldi non ci mancano … per ora.” Galeth scosse lentamente la testa, gli occhi fissi sull’acqua scura. “Non credo sarà così semplice, Kail.” Gli indicò la costa con un cenno del mento. “Non ci serve un mercenario che si faccia pagare a giornata per portarci da un punto “A” a un punto “B” e poi tornarsene a casa. Ci serve qualcuno che sia disposto a rimanere con noi fino alla fine. Qualcuno che abbia una buona ragione per farlo.” Kail rimase in silenzio, riflettendo attentamente su quelle parole. 

Mentre si avvicinavano, sfiorarono un piccolo peschereccio. Un uomo robusto, con la pelle arsa dal sale, stava tirando su una rete dall’acqua. Quando vide la scialuppa rallentò il lavoro e li squadrò con sospetto, lo sguardo che rimbalzava tra loro e il mare aperto. Sputò in acqua prima che Galeth potesse accennare un saluto. 

“Vi ho visti.” Gracchiò il pescatore.  Il guerriero rallentò la remata. “Venite dal largo …” Il suo mento indicò la foschia dietro di loro. “Calati da una nave. Non è un modo normale di arrivare a Crossing, questo.” I due rimasero in silenzio, lasciando che la barca scivolasse via. Il pescatore scrollò le spalle, tornando alle sue reti. “Spero per voi che non portiate guai. Qui la gente fa molte domande e spesso le accompagna coi coltelli.”

La scialuppa si allontanò, lasciandosi dietro il cigolio del peschereccio. Davanti a loro il porto si apriva ormai in tutta la sua caotica ampiezza. Navi mercantili provenienti dal sud dell’Abanasinia erano attraccate una accanto all’altra, mentre gli argani sollevavano casse e barili sopra i moli tra grida ed imprecazioni. L’aria era densa, un assalto di odori forti: spezie, pesce essiccato, catrame e vino acido. 

Galeth manovrò verso uno spazio libero tra due pontili. La barca urtò il legno del molo con un tonfo sordo. Kail saltò giù con agilità, assicurando la cima ad un anello di ferro arrugginito. Non avevano ancora finito di sistemare la scialuppa, che un uomo con una tavoletta di legno sotto il braccio si parò davanti a loro. 

“Da dove saltate fuori voi due?” Galeth indicò pigramente il mare. “Dal largo.” L’uomo batté lo stivale contro il fianco della barca. “E questa?” “E’ una scialuppa.” Affermò Kail, con un calma che rasentava l’insolenza. L’uomo fece una smorfia, poi lo squadrò meglio. “Sei simpatico, mezzelfo.” Scarabocchiò qualcosa sulla tavoletta e indicò un edificio poco distante. “Capitaneria di porto. Da quella parte.” Poi si allontanò schioccando le labbra, senza aspettare risposta.

Galeth guardò Kail. “Direi allora che cominciamo da lì.” Disse sorridendo appena. L’idea di abbandonare la scialuppa al molo sfiorò la mente del mezzelfo, ma il pensiero che quell’uomo li avesse visti in volto lo convinse a  non creare problemi prima ancora di aver messo piede in città. Annuì in silenzio.

L’ufficio della capitaneria portuale era una costruzione bassa in pietra, sormontata da una bandiera sbiadita che pendeva mollemente sopra l’ingresso. All’interno, l’odore di pergamena umida e cera consumata era quasi soffocante. Dietro una scrivania ingombra di registri, sedeva un uomo anziano, con gli occhiali appoggiati sulla punta del naso. Non alzò nemmeno lo sguardo mentre finiva di scrivere. 

Galeth si schiarì la gola. “Ci è stato detto di venire qui.” L’anziano sollevò gli occhi lentamente. “Si?” “Abbiamo una scialuppa da dichiarare.” Sospirò il guerriero. L’uomo chiuse il registro con un tonfo secco. “Il costo dell’ormeggio è di una moneta di rame al giorno.” Si sporse appena in avanti, abbassando la voce. “Se invece volete venderla …” Fece un rapido calcolo mentale, lo sguardo perso per qualche istante. “Possiamo offrirvi una moneta d’argento.” Galeth lo guardò incredulo. “Sembra un furto!” L’anziano sollevò un sopracciglio. “Benvenuti a Crossing.”

Sistemata la faccenda con poche altre parole e un pezzo d’argento in più nelle tasche, uscirono di nuovo alla luce del sole. Il porto era ormai completamente sveglio: mercanti che urlavano prezzi, carri pesanti che sferragliavano sui ciottoli e marinai che già ridevano davanti a botti di vino appena aperte. 

Galeth si stirò le spalle, sentendo il peso delle ore passate ai remi. “E adesso?” Kail osservò il groviglio di strade che si inerpicava oltre i moli. “Adesso troviamo questa dannata locanda.”

Trovare un posto dove fermarsi fu più facile del  previsto. Bastò fermare un marinaio scaricava casse di agrumi vicino al molo, il volto lucido di sudore e l’aria di chi conosceva ogni angolo del porto. “Se volete bere e mangiare senza farvi spennare …”  Disse l’uomo asciugandosi la fronte con una manica sporca. “… provate il Timone Spezzato. Due strade da qui, non potete sbagliare.”

Seguendo le sue indicazioni, arrivarono davanti ad un edificio basso in pietra scura. Un’insegna di legno scricchiolava sopra la porta, dondolante pigramente: raffigurava un timone spaccato in due da un colpo netto. Dall’interno filtravano il brusio delle voci, il tintinnio di stoviglie e il crepitio rassicurante di un focolare. 

Per la prima volta da quando avevano lasciato la Peregrina, Kail sentì la tensione allentarsi. Il fragore del porto, il chiacchiericcio indifferente della gente e lo scorrere pigro della vita quotidiana, non sembravano nascondere insidie; nessuno pareva spiarli dal cuore delle ombre, né sussurrare trame per catturarli o ucciderli. A Crossing erano solo due forestieri tra i tanti:  quell’invisibilità era, paradossalmente, lo scudo più solido che potessero desiderare. 

Lì, nessuno sembrava sapere nulla dei Corvi Rossi, né della loro ultima, tremenda giornata trascorsa sulla Peregrina. Questo non significava che il pericolo fosse davvero lontano. Galen Dracos e i suoi uomini potevano comparire da un momento all’altro. Eppure, dopo quasi tre settimane passate a fuggire, tra rapimenti ed imboscate, quel momento di pace aveva il sapore dolce e stordente  di un lusso insperato.

Kail spinse la porta. L’aria all’interno era calda e profumava di pane appena tostato, birra scura e pesce fritto. Qualche marinaio sedeva ai tavoli vicino alla finestra parlando a bassa voce sopra grandi boccali di birra. La locanda era più affollata di quanto il mezzelfo si aspettasse a quell’ora del mattino. 

Tra mercanti e facce stanche, l’attenzione di Galeth fu catturata da una figura insolita vicino al camino: un uomo basso e tarchiato, dalla barba scura intrecciata con cura in due piccole code, che discuteva animatamente con un commerciante umano. Il guerriero si chinò verso Kail, senza distogliere lo sguardo.

“Quello …” Il mezzelfo seguì il suo sguardo. “E’ un nano.” Disse piano. Galeth continuò a guardarlo con una curiosità quasi infantile. “Non ne avevo mai visto uno.” Kail sollevò appena le spalle. “A dire il vero … neanche io.” 

Il nano sbatté un pugno pesante sul tavolo mentre continuava la sua discussione. “Sembrano … determinati.”Commentò il guerriero cercando il termine adatto. Il mezzelfo fece un mezzo sorriso. “Direi che è una definizione piuttosto diplomatica. Sono cocciuti come le pietre sotto cui vivono e inarrestabili come le valanghe che travolgono le valli.” Galeth inarcò un sopracciglio. “Praticamente sono … me.” I due si scambiarono una risata genuina. 

Si avvicinarono al bancone, dove una donna dai capelli scuri raccolti sulla nuca stava asciugando delle tazze. Il suo sguardo, attento e pratico, li inquadrò all’istante. “Benvenuti al Timone Spezzato.” Esordì senza cerimonie. “Cosa vi porto?”

“Due birre.” Rispose Kail. La donna annuì e tornò poco dopo con due boccali pieni. “Altro?” Galeth scambiò un’occhiata d’intesa con l’amico, poi tornò a rivolgersi alla donna. “In realtà,  si.” La locandiera sollevò appena un sopracciglio. “Siamo appena arrivati in città.” Continuò. “E cerchiamo alcune informazioni.” 

“Dipende da quali.” Il guerriero afferrò il boccale. “Ci servono mappe della regione.” La donna indicò con il pollice verso la porta. “La bottega di Orsin Feld, due strade a nord.” Poi aggiunse: “E’ caro come il fuoco. Ma le sue mappe non vi faranno finire in un fosso.”

Galeth bevve un sorso. “E cavalli.” “Le scuderie di Darnel. Appena fuori città verso sud – est. Non troverete purosangue, ma nemmeno ronzini pronti per il macello.” I due amici si guardarono soddisfatti: i primi due punti della loro cerca sembravano risolti. La donna incrociò le braccia sul bancone, studiandoli meglio.    

“Immagino che non siate qui per fare turismo.”

Kail non sorrise. “Ci serve anche uno scout. Esiste una comunità elfica da queste parti?” In quel momento un garzone si rivolse a lei chiamandola per nome, chiedendo indicazioni su una comanda. “Mara”, così si chiamava, non alzò la voce, spiegandogli con calma come avrebbe dovuto sbrigare quell’ordine. Poi tornò ai due stranieri che aveva davanti.

“Nessuna comunità elfica. Gli elfi non sono molto ben visti qui. Se cercate una guida …” Fece una pausa per riprendere fiato. “Al porto c’è una piccola gilda che organizza spedizioni. Pescatori in pensione, aspiranti esploratori, gente che conosce i confini meglio delle proprie tasche.” Galeth annuì. “Potrebbe fare al caso nostro.”

Kail scosse appena la testa. “Dipende.”“Dipende da cosa?” Chiese Mara inclinando la testa. Il mezzelfo fissò il fondo del suo boccale. “Il nostro viaggio potrebbe portarci molto lontano. In territori … poco battuti.” “E forse per parecchio tempo.” Aggiunse Galeth.

“Mia signora …”Bisbigliò poi Kail. “Basta Mara.” “Mara...” Si sforzò di chiamarla lui, vincendo un’atavica ritrosia. “Avete mai sentito parlare di un uomo arrivato da queste parte circa tre anni fa? Il suo nome è Anteus.” Mara si grattò per qualche secondo il mento, poi fece spallucce e disse: “No, mi spiace. Sono qui da dodici anni e non ho mai sentito nessuno che rispondesse a quel nome.” Kail annuì, ma non mollò la presa. “E di un elfo di nome Rashmintalan?”  

Mara s’irrigidì. Una luce improvvisa le passò per gli occhi, come se un ingranaggio si fosse appena incastrato nel posto giusto; come se avesse collegato quel nome ad una vecchia storia o a un dettaglio che Kail aveva appena sfiorato. Lo guardò un attimo di sfuggita, poi sospirò. Ovviamente il mezzelfo se ne accorse, ma scelse di non forzare la mano. Galeth invece reagì con meno pazienza. Si sporse in avanti, abbassando la voce fin quasi ad un sussurro.“Che c’è? Vi è venuto in mente qualcuno?” 

La locandiera abbassò gli occhi.“Forse … forse ci sarebbe qualcuno che fa al caso vostro. O meglio, qualcuno che avrebbe fatto al caso vostro … fino a ieri.” “Chi? Vi prego, parlate.” Insistette Galeth, la voce contratta in una specie di rantolo nervoso. “Un tipo strano.” Rispose lei con una smorfia che era a metà tra il fastidio e il rispetto. “Ma una guida eccellente. Conosce i sentieri che persino i lupi evitano. Si chiama Terren.” 

“E dove lo troviamo?” Chiese Kail. “Pessimo tempismo purtroppo.” Mara appoggiò lo strofinaccio sul bancone. “Ha avuto dei problemi con un mercante. Pare gli abbia rubato delle spezie preziose.” Galeth non batté ciglio. “E lui che dice?” “Dice che non è vero.” Rispose la donna con una scrollata di spalle, che suggeriva quanto poco importasse, soprattutto in questo caso specifico, la verità legale. “Ma la sua parola conta poco contro l’oro di un mercante. Ora si trova nella Torre di Guardia. Lo hanno sbattuto dentro ieri sera.” 

Galeth guardò Kail. Per qualche secondo il rumore della locanda parve svanire in un ronzio lontano. Poi il mezzelfo finì la sua birra e posò il boccale sul legno con un colpo secco. “Andremo a parlargli subito dopo colazione.” Galeth annuì, sistemandosi meglio la cintura. “Già … se è finito nei guai, forse abbiamo trovato il nostro uomo.”

Kail si rivolse di nuovo a Mara, lasciando cadere sul bancone alcune monete di rame.  “Grazie per le informazioni. Non sappiamo quanto rimarremo, ma avremo bisogno di una stanza.” La donna raccolse le monete con un gesto rapido, poi chiamò il garzone di prima, gli aprì la mano e gliele mise dentro. Il ragazzo la guardò con occhi lucidi per la gratitudine. Il mezzelfo registrò con favore quel gesto, che accrebbe non poco la stima nei confronti della donna.

“Le stanze non mancano.” Rispose Mara, ammorbidendo appena il tono. Prese una chiave da un gancio dietro il bancone e la fece scivolare verso di loro. “Se lasciate una caparra, la stanza è vostra. Una moneta d’argento basterà per entrambi.” Galeth pagò e prese la chiave. “Perfetto. Mangiamo qualcosa in fretta e torneremo più tardi.” La locandiera fece un cenno col capo. “Vi aspetto.” Disse, prima di sparire nelle cucine per preparare personalmente pane caldo, latte fresco e formaggio fragrante.

La luce del mattino era ormai piena quando Kail e Galeth lasciarono il tepore del Timone Spezzato. L’aria del porto era fresca e carica dell’odore del mare, del catrame e delle reti da pesca stese ad asciugare sui moli. Per un momento rimasero fermi sulla soglia, osservando la strada. Crossing era viva.

Mercanti imprecavano trascinando casse e barili verso i magazzini del porto. Carretti carichi di merci passavano lentamente tra la folla. Marinai urlavano ordini mentre scaricavano le ultime merci dalle navi attraccate. 

Kail alzò lo sguardo sopra i tetti bassi della città. Le costruzioni erano quasi tutte simili: edifici di pietra chiara, raramente più alti di due piani. Grazie a questa uniformità, non fu difficile individuare la Torre di Guardia.

Svettava poco lontano dal quartiere del porto, una struttura di pietra più scura del solito, che emergeva come un dente scheggiato sopra il resto della città. “Direi che l’abbiamo trovata.” Disse Kail. Galeth si limitò ad un cenno secco del capo.

Si incamminarono lungo la strada principale. Più si addentravano, più Kail si rendeva conto di quanto Crossing fosse cosmopolita, ben oltre l’impressione raccolta in locanda. Gli umani erano ovunque, naturalmente, ma non erano soli. Un altro nano passò accanto a loro trascinando un piccolo carretto pieno di attrezzi da lavoro. Poco più avanti, due mezzelfi discutevano animatamente davanti alla porta di una bottega. 

Poi Kail notò anche un gruppo di uomini e donne con abiti e armi che non assomigliavano a nulla che avesse visto prima. Erano alti, con capelli scuri o color rame lasciati cadere lunghi sulle spalle. Indossavano pelli decorate con perline e piume colorate. Portavano archi lunghi e lance leggere, e i loro mantelli erano ornati da piccoli simboli tribali cuciti nella stoffa. Erano in cinque. Uno di loro, probabilmente il capo, aveva il volto segnato da linee di pittura blu che attraversavano gli zigomi come cicatrici cerimoniali. 

“Barbari delle Pianure …” Mormorò Galeth. Kail li osservò mentre passavano accanto a loro senza degnarli di uno sguardo, la schiena dritta e il passo leggero. “Non ne hai mai incontrati?” Galeth scosse la testa. “No. Ma ho sentito molti racconti su di loro. Dicono che attraversano le pianure veloci come il vento.”Kail sorrise appena. “Speriamo allora che il vento non soffi nella nostra stessa direzione.”

Rimasero qualche istante a osservare l’andirivieni davanti alla torre. Mercanti, Contadini, soldati. Un paio di uomini discutevano animatamente con una guardia all’ingresso. Galeth si fermò bruscamente. Kail fece ancora due passi prima di accorgersi che il compagno non lo stava seguendo. Si voltò. “Che c’è?” 

Galeth stava osservando la Torre con un’espressione corrucciata, le braccia incrociate sul petto. “Non lo so …” Disse infine. Kail lo guardò perplesso. “Non sai cosa?” “Ho una strana sensazione.” Kail sollevò un sopracciglio. “Proprio lì dentro?” “Già. Magari è solo un presentimento, ma se devo essere sincero … preferirei sistemare un paio di cose prima di entrare in quel posto.” “Tipo?” Galeth fece schioccare le labbra. “Mappe. Cavalli. Tutto l’essenziale.” Indicò con il mento la Torre. “Non sappiamo cosa troveremo là dentro, né se Terren si dimostri collaborativo. Se le cose dovessero mettersi male, vorrei avere una via di fuga pronta e i mezzi per sparire subito, senza dover improvvisare.” 

Kail capì perfettamente. Galeth non era paranoico, era un guerriero che pensava alla ritirata prima ancora dell’attacco. “Vorresti avere tutto già pronto per il viaggio, così da caricare lo scout e partire all’istante se necessario?” Galeth annuì. “Due cavalli serrati e pronti ... e mappe per orientarmi. Forse sto solo invecchiando e vedo ombre ovunque.” 

Kail sospirò, ma il suo sguardo si addolcì. “Dopo quello che è successo sulla nave, un po’ di sana prudenza è puro istinto di sopravvivenza. Va bene allora. Prima le mappe, poi i cavalli …” Galeth approvò, rilassandosi un poco. “La bottega di Orsin Feld dovrebbe essere due strade più a nord.” Kail si voltò nella direzione opposta alla Torre. “Allora muoviamoci.” 

Lasciarono la Torre di Guardia alle loro spalle e si inoltrarono di nuovo tra le strade di Crossing. Trovarono la bottega di Orsin Feld esattamente dove Mara aveva indicato: risalendo di poco la via principale verso nord.

Un’insegna dipinta a mano, che oscillava indolentemente sopra una porta stretta di legno scuro, raffigurava una pergamena arrotolata e una bussola incrociata. Kail spinse il battente e una piccola campanella tintinnò sopra l’ingresso, annunciando il loro arrivo in un mondo fatto di polvere e inchiostro.

L’interno della bottega era più grande di quanto sembrasse da fuori. Le pareti erano interamente coperte da scaffali colmi di rotoli di pergamena, mentre mappe di ogni foggia, appese con piccoli chiodi di ottone, occupavano ogni centimetro di spazio libero. Strumenti di misurazione dalle forme bizzarre: compassi, sestanti e vecchi astrolabi di bronzo, erano sparsi sui ripiani come reliquie di un’epoca dimenticata. Al centro della stanza, un massiccio tavolo di quercia fungeva da altare per diverse mappe distese, tenute ferme agli angoli da piccoli pesi di metallo.

Dietro il tavolo, un uomo stava lavorando con una lente di ingrandimento. Aveva capelli grigi raccolti in una coda ordinata e una barba corta e ben curata. Non alzò lo sguardo subito. “Se cercate la taverna.” Disse con voce distratta. “Avete sbagliato porta.”

Kail si fermò davanti al tavolo. “Cerchiamo mappe. E le cerchiamo buone.”Esordì con voce ferma. A quelle parole, l’uomo sollevò finalmente gli occhi: erano piccoli,vivaci e carichi di una curiosità verace. “Allora siete nel posto giusto. Sono Orsin Feld.”

Il mezzelfo fece un breve cenno col capo. “Kail. E Lui è Galeth.” Orsin Feld osservò entrambi con attenzione, come se stesse cercando di capire qualcosa da loro. Poi fece un gesto verso il tavolo. “Che tipo di mappe vi servono?”

Kail guardò le pergamene distese davanti a lui. “La regione a sud di Crossing.” Il cartografo annuì. “Una rotta molto richiesta, ma raramente compresa.” Aprì uno dei cassetti del tavolo e ne trasse un rotolo legato con uno spago di cuoio. Lo srotolò con cura quasi rituale. La mappa mostrava la costa, alcune strade principali e diversi villaggi segnati con piccoli simboli geometrici. “Questa è la versione standard. Affidabile per i mercanti, inutile per chi ha fretta.” 

Galeth si chinò sulla pergamena, seguendo una linea col dito calloso. “E questa zona?” Orsin Feld seguì il suo dito che puntava ad una macchia di verde scuro e paludi. Per un istante non disse nulla, poi sollevò appena un sopracciglio. “Le rovine di Xak – Khalan … e della sua gemella, Xak – Tsaroth.” Il guerriero non rispose, ma la sua mascella si contrasse.

Il cartografo piegò leggermente la testa, lo sguardo che si faceva più acuto. “Curioso.” Kai llo guardò. “Perché?” Orsin Feld si strinse nelle spalle. “Non è una meta molto popolare tra chi ci tiene alla pelle.” Arrotolò lentamente la mappa. “Troppe paludi, troppi insetti … e troppe storie.” 

Il mezzelfo rimase immobile. “Che genere di storie?” Il cartografo sorrise appena. “Rovine antiche che non amano essere disturbate. E ultimamente …” Fece una pausa drammatica. “Goblin.” “Goblin?” Ripeté Galeth, scambiandosi un’occhiata complice con Kail.

“Avvistamenti.” Confermò il cartografo, avvicinandosi di qualche passo. “Non molti. Ma più di quanto se ne siano visti negli ultimi decenni.” Galeth incrociò le braccia. “Due anni fa qualcuno ne ha trovato tracce vicino alle rovine.” “Lo so.” Rispose Orsin. Kail lo fissò. “Come lo sai?” Il cartografo ebbe un piccolo sussulto di orgoglio. “Le informazioni viaggiano veloci in una città portuale, se sai come ascoltarle.” Si chinò sotto il tavolo e tirò fuori un altro rotolo di pergamena, più piccolo e ingiallito. Non lo aprì, lo fece semplicemente scivolare sul tavolo davanti a sé come una sfida silenziosa. 

“Negli ultimi sei mesi un paio di esploratori elfici sono passati da queste parti.” Batté leggermente le dita sul rotolo. “Uno di loro mi ha venduto una copia della sua mappa personale.” Schioccò le labbra per rimarcare l’importanza di quanto aveva appena rivelato. “Segna percorsi che non troverete in nessun’altra carta. Tracce. Sentieri dimenticati. E luoghi che è meglio evitare se volete vedere l’alba successiva.”

Galeth indicò il rotolo con un cenno del mento. “Quanto?” Orsin alzò un dito. “La mappa standard … una moneta d’oro.” Poi posò la mano sul secondo rotolo. “Questa…” Fece una pausa teatrale. “… otto.” Kail sollevò un sopracciglio. “Otto monete d’oro per un pezzo di pergamena scarabocchiato?” Il cartografo annuì serenamente. “Non vi sto obbligando a comprarla.” 

Fece scivolare la mappa standard verso di loro. “Molti viaggiatori si accontentano di questa.” Poi puntò l’indice sulla pergamena più piccola. “Ma se avete intenzione di andare davvero a Xak – Khalan o Xak – Tsaroth …” Il suo sorriso si allargò appena. “Io non partirei senza di questa.” Kail e Galeth si scambiarono uno sguardo intenso.   

“Sette.” Intervenne Galeth con calma glaciale, appoggiando una mano sul tavolo. “Sette per entrambe.” Il cartografo lo guardò negli occhi per qualche secondo, pesando la determinazione del guerriero. Poi sorrise, un gesto che gli increspò tutto il volto. “Avete occhio per gli affari. Affare fatto.”  

Kail estrasse le monete e le fece tintinnare sul tavolo. Orsin Feld prese i rotoli e li schiuse con attenzione. La seconda mappa era in effetti più dettagliata. Sentieri secondari, zone di palude, rovine minori. Il mezzelfo stava osservando attentamente i segni quando qualcosa attirò la sua attenzione. 

Un simbolo. Un piccolo segno inciso accanto a una zona rocciosa non lontana dalle rovine principali. Aggrottò la fronte, poi sollevò lo sguardo verso una mensola alle spalle del cartografo. Lì c’era un piccolo oggetto di pietra, una sorta di tappo affusolato verso l’alto, con un’incisione sopra pressoché identica. La superficie era istoriata con altri strani segni che sembravano vibrare sotto la luce delle candele. 

Kail indicò la mensola. “Quell’oggetto.” Orsin Feld si voltò. “Questo?” Kail annuì. “E’ in vendita?” Il cartografo lo prese tra le mani, osservandolo con una punta di malinconia. “L’avevo detto che avete occhio per gli affari.” Fece scorrere il pollice sulle incisioni, mentre Galeth si avvicinava curioso. “Me l’ha venduto lo stesso elfo che mi ha portato la mappa.” “Che cos’è?” Chiese il guerriero sporgendosi curioso. 

Il cartografo scosse la testa. “Non lo so. Mi ha detto solo che l’ha trovato vicino a quel punto sulla mappa, quello segnato con il simbolo.” “E non ti ha detto altro?” Insistette Galeth. Orsin sorrise appena. “Solo una cosa. Mi ha detto che se gli antichi dei del bene avessero voluto …” Fece una pausa intensa. “… qualcuno avrebbe osato andarci.” La bottega rimase silenziosa per un lungo istante, carica del peso di quelle parole. 

Kail fissò l’oggetto. “Quanto vuoi per quello?” Orsin Feld lo osservò, poi fece una cosa inaspettata. Lo posò sul tavolo davanti a loro con un rumore sordo. “Nulla. Prendilo pure.” Il mezzelfo sollevò lo sguardo, sorpreso.”Nulla?” Il cartografo fece un gesto vago con la mano. Poi aggiunse con calma: “A una condizione però ...” Galeth lo guardò, trepidante. “Quale?” “Se davvero andrete laggiù …” Fece scorrere un dito sulla pergamena. “… e se mai tornerete vivi a Crossing …” La sua voce si abbassò leggermente di tono. “… mi porterete una mappa migliore di quella. Una mappa fatta con i vostri occhi.” 

Kail e Galeth si scambiarono uno sguardo d’intesa. Poi Galeth annuì lentamente. “Hai la mia parola.” Orsin Feld sorrise soddisfatto. “Allora direi che abbiamo fatto tutti un buon affare.” Kail arrotolò le mappe e prese l’oggetto di pietra. Salutarono cordialmente il cartografo e tornarono di nuovo nel caos solare delle strade di Crossing.

I due amici attraversarono lesti la piazza del mercato, dirigendosi verso l’uscita meridionale della città. Anche questa volta non fu difficile per loro trovare ciò che cercavano. 

Kail fermò un mercante che stava legando un carico sul suo carro. “Scusate. Le scuderie di Darnel?” L’uomo indicò la strada che usciva dalla città. “Seguite la via maestra verso sud. Appena fuori dalla città, le vedrete sulla destra. Sono le più grandi, non potete sbagliare.” Il mezzelfo annuì in segno di ringraziamento.

Poco dopo, l’ultima fila di case di pietra lasciò il posto alla campagna aperta, La strada si faceva larga e battuta, segnata dal passaggio costante dei carri. Non lontano dal ciglio della via, protetto da una lunga staccionata di legno scuro, si estendeva il vasto recinto delle scuderie.

Diversi cavalli pascolavano lentamente nello spiazzo erboso. Galeth spinse il cancello; Il legno scricchiolò, un lamento che parve troppo forte nel silenzio della campagna. Non avevano ancora attraversato il cortile quando una voce li fermò. “Cercate qualcuno?” 

Una ragazza uscì dalla porta laterale della stalla. Capelli rossi tagliati corti, mani sporche di terra e fieno, una spazzola da cavalli ancora stretta tra le dita. Non poteva avere più di quattordici o quindici anni. 

“Mio padre è dentro.” Disse con una sicurezza che non apparteneva alla sua età. “Ma potete dire a me.” Kail accennò un sorriso cordiale. “Cerchiamo due cavalli da viaggio.” La giovane annuì. “Se volete acquistare, allora è meglio che parliate con lui.” Indicò con il pollice la stalla alle sue spalle. “Vado a chiamarlo.” Prima di rientrare aggiunse: “Io sono Berenice.” 

“Io mi chiamo Kail.” Il mezzelfo indicò il compagno. “Lui è Galeth.” Il guerriero fece un leggero cenno col capo. “Piacere di conoscerti Berenice.” La sua voce era insolitamente dolce, priva della solita ruvidità. Kail lo notò all’istante: era lo stesso tono protettivo e malinconico che aveva sentito sulla Peregrina, quando Galeth parlava con Maquesta, la figlia del capitano Melas. Uno sguardo diverso, carico di un dolore muto. 

Berenice sparì dentro la stalla e tornò poco dopo seguita da un uomo robusto dalla barba grigia e le spalle larghe.“Cavalli da viaggio?” Esordì Darnel, andando dritto al punto. “Due.” Confermò Kail. Il proprietario fece segno di seguirlo all’interno. 

La stalla era ampia e ordinata. L’odore di fieno riempiva l’aria. Darnel indicò due puledri snelli. “Questi sono veloci. Sangue caldo.” Poi proseguì verso il fondo, dove altri due animali, più grandi e robusti, riposavano nei loro box. “Questi invece hanno più strada nelle zampe.” Passò una mano sul collo di uno dei due cavalli. “Meno veloci, ma più resistenti. Che tipo di viaggio intendete affrontare?” Domandò con occhio clinico, cercando di sondare i suoi clienti per orientare la trattativa. 

Ma non ce ne fu bisogno. Galeth si era già avvicinato. Osservò gli animali con la perizia di chi ha passato la metà della vita in sella. Controllò la dentatura di uno dei due, gli passò la mano sul collo muscoloso e fece qualche passo accanto all’animale per valutarne l’appoggio. Infine annuì. “Questi.” Disse, sfiorando con lo sguardo Berenice che uscì qualche secondo dopo. Darnel incrociò le braccia. “Dieci monete d’oro per entrambi.” Sentenziò asciutto. Galeth fece un cenno a Kail, indicandogli di pagare senza discutere. 

“Ci servono anche due selle.” Aggiunse il guerriero. “Le preparo subito.”“Verremo a prendere i cavalli domani, se non è un problema.” Intervenne Kail. “Saranno pronti. Selle, biada e il primo pernottamento sono offerti dalla casa.” Rispose Darnel, soddisfatto dell’affare rapido. 

Mentre uscivano, videro Berenice intenta a riempire una mangiatoia. Un destriero pezzato, possente e dallo sguardo indomito, le si avvicinò con passo deciso. Kail intuì che si trattava di una bestia diversa dalle altre, più selvaggia, quasi nobile nel suo portamento. Quando passarono, la ragazza alzò lo sguardo e Galeth le rivolse un breve cenno di saluto. Lei ricambiò con un sorriso rapido, poi i due amici si ritrovarono sulla strada verso la città.

Il silenzio durò qualche minuto, interrotto solo dal fruscio del vento tra le erbe alte. Alla fine il mezzelfo ruppe gli indugi. “Galeth.” Il guerriero si voltò appena. “Si?” “Posso farti una domanda?” “Dipende dalla domanda.” Kail lo osservò fisso. “Quando parli con le ragazze giovani … cambi. Il tuo tono, il tuo sguardo. Tutti i tuoi atteggiamenti. Perché?” 

 Galeth inspirò profondamente. Poi espirò lentamente, un sospiro che sembrava venire da molto lontano. “Stai attento alle domande che fai, mezzelfo.” La sua voce non era minacciosa. Era stanca. “Non perché siano pericolose …” Fece qualche passo. “… ma perché alcune risposte cambiano le cose.” 

Kail non replicò, lasciando spazio all’amico. “Tu mi hai raccontato molto di te. Della tua infanzia. Di come sei stato adottato. Di Astarte. Di Anteus. Dei suoi diari e di quel cognome che esponi con tanta fierezza quando ti presenti.” Lanciò un breve sguardo al compagno. “E sono convinto che ci siano cose che ancora tieni per te.” Fece una pausa, annuendo a sé stesso. “Ma è giusto così. Io, d’altra parte, non ti ho raccontato nulla di me.” 

Si fermò e lo guardo dritto negli occhi, con una gravità che gelò l’aria.“Se deciderai di non conoscere il mio segreto … e un giorno nostre strade dovessero separarsi, non ti porterò rancore. Anzi. Se avrai di nuovo bisogno del mio aiuto, io verrò. Perché ti considero una brava persona.” Poi distolse lo sguardo e lo fissò sulla città che li attendeva entrambi a braccia aperte. “Ma se deciderai di ascoltarlo …” Si concesse una pausa che era speranza e preoccupazione insieme. “Allora diventeremo amici.”

Kail lo guardò senza capire. “E per me l’amicizia è una cosa sacra.” La voce di Galeth diventò talmente bassa da sembrare solenne. “Se un giorno mi voltassi le spalle … allora non potrei mai perdonarti. La scelta è tua.” Il silenzio tornò a farsi pesante. Kail lo sostenne per un lungo istante, poi disse semplicemente: “Parla.”

Galeth riprese a camminare, lo sguardo basso. Per qualche passo non disse nulla. Poi iniziò: “Sono nato a Palanthas. Non in una casa importante. Mio padre era una guardia cittadina. Mia madre una sarta. Il mio vecchio era un uomo onesto. Uno di quelli che credono davvero nel lavoro che fanno.” Un sorriso amaro gli increspò il volto. “Un giorno intervenne per sedare una rissa nel quartiere dei mercanti. Un ubriaco tirò fuori un coltello.” Fece un gesto vago con la mano. “Non voleva uccidere nessuno, ma la lama entrò lo stesso.”

Galeth si fermò di nuovo, la voce che si faceva più rauca. ”La ferita non lo uccise subito, ma non guarì mai davvero. Anzi, col tempo peggiorò. Quando morì io ero ancora giovane. Prima che succedesse … avevo altri progetti.” Kail lo guardò con curiosità.  

“Mi piacevano i libri. Sapevo leggere e scrivere. I miei ci tenevano. Volevo studiare. Volevo entrare nella biblioteca di Palanthas.” Kail sollevò le sopracciglia. “La Grande Biblioteca?” Galeth annuì con un mezzo sorriso malinconico che svanì quasi subito. “Pensavo di avere una possibilità. Ma quando mio padre morì … mia madre non poteva mantenerci entrambi. Così entrai nella guardia cittadina. Joram, il soldato che abbiamo incontrato a Wildtree, lo conobbi allora.” 

Kail annuì lentamente.“Hai seguito le orme di tuo padre.” Disse in un fiato. “Esatto.” Per qualche passo camminarono senza parlare. Poi Galeth continuò. “Non era la vita che volevo. Ma non era una brutta vita. Avevo una buona paga. Una casa e mia madre.”

Fece un respiro profondo.“Poi conobbi Valeria.” Kail gli lanciò uno sguardo intenso. La voce del guerriero cambiò appena. “Era la figlia di un mercante. Rideva spesso.”Gli occhi di Galeth sembrarono illuminarsi di una luce antica. “Ci sposammo. E dopo qualche anno nacque Paula.” Il nome rimase sospeso tra loro, vibrante. “Aveva tre anni quando accadde.” Il mezzelfo aggrottò le sopracciglia, confuso, ma non disse nulla.

“Una sera, Valeria stava tornando a casa dal mercato. Paula era con lei. Passò per una strada laterale per fare prima.” Fece una pausa amara. “Proprio in quel momento, in quel dannato vicolo, un sicario stava uccidendo un aristocratico scomodo per conto di alcuni politici locali. Almeno è quello che scoprii dopo.”

Kail indurì lo sguardo. “Hai identificato il sicario?” Galeth scosse la testa. “No. Capii solo che lavorava per la Gilda dei Ladri di Palnthas.” Il silenzio tornò sovrano tra loro. Se i Corvi Rossi erano una setta pericolosa e ramificata, la Gilda dei Ladri di Palanthas aveva le mani in pasta ovunque, in tutto il continente. I suoi sicari compivano impunemente commissioni del genere perfino nelle Terre Selvagge! 

“Valeria lo vide.” Riprese Galeth, la voce piatta. “E lui vide lei.” Kail chiuse gli occhi, intuendo facilmente cosa successe dopo. “Quando arrivai … lei era già morta e Paula … Paula non c’era più.” Kail lo fissò. “Non l’hanno … più trovata?” Galeth scosse lentamente il capo, senza riuscire a rispondere. 

“Sai …” Mormorò infine, quasi distrattamente. “Paula portava sempre al collo un piccolo medaglione di bronzo.” Disegnò un rapido cerchio nell’aria con la mano. “Non valeva molto. Un disco semplice di bronzo, con inciso un uccello. Quando nacque, il fabbro di Palanthas ne fece due. Uno per lei …  e uno per me.” Per un attimo la sua mano sfiorò il petto, sotto la tunica. Kail capì chiaramente che il guerriero non se n’era mai separato. “Non voleva mai toglierlo.” Terminò Galeth, il tono basso e amaro. 

Sospirò, poi riprese: “Conosci la ninnananna della lavandaia?” Kail sbuffò piano. “Chi non la conosce? La nutrice che mi ha cresciuto me l’ha cantata per anni.” Galeth annuì lentamente, come se quel ricordo fosse appena passato davanti ai suoi occhi. Poi, quasi sottovoce, intonò un solo verso della filastrocca: “Dormi piccola stella, dormi, la notte ti culla…”

Il vento soffiò lungo la strada, riempiendo il vuoto lasciato dalla musica. Galeth cercava di prendere fiato. Un mezzo sorriso stanco gli attraversò il volto. “Strano cosa ti rimane nella testa, vero? Una melodia sciocca … e due pezzi di bronzo.” Poi scosse piano il capo. “Comunque non servirebbe a nulla. No, Nessuno l’ha mai trovata.” Abbassò lo sguardo sulla strada.

 “E io … io sono quasi impazzito. Ho cominciato a fare domande. Troppe. Ho cercato quel sicario per mesi. Ma quando cerchi troppo a Palanthas … qualcuno prima o poi se ne accorge.” Kail annuì. “La Gilda …” “Si. Mi hanno fatto capire che stavo andando troppo vicino.” Fece una pausa, il peso dei ricordi visibile sulle sue spalle. “Ho cominciato a bere. Ho perso il lavoro nella guardia cittadina. E un giorno qualcuno mi ha fatto avere un messaggio.”

Kail si tese, ogni senso focalizzato sull’amico. “Un messaggio?” “Non per me.” Galeth abbassò gli occhi.”Per mia madre … così ho lasciato Palanthas. Se fossi rimasto …. l’avrebbero usata contro di me.” Trasse un respiro profondo, pesante come piombo. “Sono passati dieci anni. Dieci anni a fare il mercenario, a cercare di dimenticare. Di fuggire da me stesso. Ma certe cose non si possono scordare … e da sé stessi non si può fuggire. Mai.”  

Poi Galeth indicò la strada alle loro spalle. “Ecco perché. La ragazza della scuderia, Maquesta…” La sua voce tremò appena. “Ognuna di loro … potrebbe essere mia figlia.” Il vento sollevò il terriccio della strada, velando i loro sguardi. “Io non lo so … non l’ho mai vista crescere.” Calciò via un sasso, un gesto nervoso che tradiva il dolore. “Quindi cerco di essere … migliore. Almeno per un momento. Cerco di essere il padre che non ho potuto essere per lei.” Concluse Galeth, tornando a guardare la polvere ai suoi piedi come se cercasse lì una risposta. 

Quando il guerriero sollevò lo sguardo erano arrivati alla Torre di Guardia, ma né lui né l’amico non avrebbero saputo dire nulla di ciò che avevano incrociato lungo il tragitto. Kail rimase in silenzio per qualche secondo, poi posò una mano ferma sulla spalla del compagno. “Amico mio … il tuo segreto è al sicuro con me.” Lo guardò negli occhi. “Perché per me tu sei già un amico.” Fece un cenno verso la torre. “E gli amici non si voltano le spalle. 

L’aria salmastra attraversò la piazza. Davanti a loro si ergeva la Torre di Guardia. “Entriamo?” Domandò Kail abbozzando un sorriso per allentare la tensione. “Entriamo.” Rispose Galeth, sfregandosi il viso con la manica, fingendo che qualcosa gli fosse finito in un occhio.            

I due amici varcarono l’arcaica porta della Torre di Guardia di Crossing e furono subito investiti da un fragore di voci, proteste e lamenti. Il grande salone, solitamente austero e disciplinato, era diventato un groviglio di persone irritate. Mercanti, carovanieri e viaggiatori si accalcavano davanti al banco delle denunce, qualcuno agitava documenti stropicciati, altri gesticolavano con furia, mentre le guardie cercavano di mantenere un ordine che ormai somigliava più a un’illusione che a una realtà. 

“Ti giuro, Gerick, è stato lui” Gridò un uomo dal volto paonazzo, sbattendo il pugno sul banco. “Mi ha rubato due sacchi pieni di preziose stoffe e fino all’ultimo ha negato tutto!” “Calmati, Domer …” Cercò di placarlo una donna al suo fianco, tirandolo per la manica. “… potrebbe essere stato solo un errore. Forse li ha presi per sbaglio.” “Errore?” Domer sputò la parola come fosse veleno. “Nostro figlio doveva venderle domani per pagare il conto del fabbro! Come faremo adesso?”

Dal centro della sala una guardia alta, con la cotta di maglia slacciata sul collo per il caldo, urlò sopra il frastuono: “Uno alla volta! Per gli dei, uno alla volta! Qui nessuno tirerà fuori una spada, chiaro?”

Poco più in la un’altra disputa stava degenerando. “Te l’ho detto mille volte, Malric!” Strillò una donna indicando un uomo con un dito tremante. “Quel cavallo era mio! Ti ho pagato per custodirlo durante il viaggio!” “E io ti ho ripetuto fino a sfiancarmi che ormai è mio! Non puoi certo pretendere che lo tenessi con me in eterno! ” Ribatté lui, avanzando di un passo con fare minaccioso. Per un attimo sembrò che si sarebbero presi a pugni, ma una guardia sbuffò e si infilò tra loro con decisione, separandoli a forza. 

Nel mezzo di quel caos di voci, insulti e accuse, qualcosa attirò l’attenzione di Kail. Sulla sinistra, rasente la parete di pietra, una figura minuta sedeva immobile su una panca di legno grezzo. Una bambina.

Non gridava, non protestava, non sembrava nemmeno sfiorata dal tumulto che riempiva la stanza. Rimaneva composta, le mani in grembo, la schiena dritta e lo sguardo fisso davanti a sé. I suoi capelli erano di un color molto strano e insolito: una fusione di oro ed argento che catturava e rifrangeva la luce delle torce. I suoi occhi azzurro cielo fissavano un punto invisibile nel vuoto con una fermezza inaspettatamente adulta. 

Kail rimase ad osservarla, rapito. Il taglio ricercato degli abiti, le cuciture in pelle decorate con piccole perline, la pelle leggermente ambrata. Tutto di lei gli ricordava qualcuno. Poi la memoria si accese. I cinque barbari delle pianure!

Li avevano incrociati proprio fuori dalla Torre di Guardia, poco dopo esser usciti dalla taverna del Timone Spezzato.  Uomini alti, avvolti in pelli, con quel portamento fiero e silenzioso tipico delle tribù delle steppe. Il mezzelfo si voltò verso Galeth. “Fai tu la fila un momento.” Il guerriero gli lanciò uno sguardo sospettoso, quasi allarmato. “Perché?” Kail fece un piccolo cenno con il capo verso la panca. 

“Quella bambina.” Galeth la osservò distrattamente per un momento. “E allora?” “E’ li da un po’. Non parla con nessuno e nessuno sembra curarsi di lei.” Il guerriero incrociò le braccia e sospirò pesantemente. “Kail …” “Vado solo a capire se si è persa.” L’omone scosse la testa con un mezzo sorriso stanco. “Proprio non riesci a farti gli affari tuoi, eh?” “Torno subito.”       

Il mezzelfo si fece strada tra due mercanti che stavano discutendo animatamente e raggiunse la panca lungo la parete. Quando le fu vicino, si fermò un attimo per non spaventarla, poi si chinò su un ginocchio per portarsi alla sua altezza.  “Ehi …” La bambina spostò lo sguardo su  lui. Quegli occhi azzurri erano incredibilmente limpidi, quasi specchi d’acqua. 

“Ti sei persa?” Chiese Kail con tono gentile. La bambina si limitò ad osservarlo senza rispondere. “Ho visto alcuni della tua gente uscire da qui poco fa …”Continuò Kail indicando con il pollice la porta d’ingresso. “… barbari delle pianure …” Un lieve movimento delle sopracciglia rivelò che aveva indovinato. Dopo qualche secondo, la bambina parlò.

“Sono venuta qui con mio padre … e con altri della mai gente.” Kail annuì piano. “Per vendere le pelli?” “Si. E per comprare cose utili per noi.” La piccola abbassò gli occhi per un momento. “Quando siamo arrivati nella piazza c’era molta gente. Bancarelle … e … giochi …” Kail capì subito. “E nella folla vi siete divisi”. Lei annuì. “Mio padre mi aveva detto che se fosse successo dovevo venire qui. Alla Torre di Guardia.” “E’ una buona idea.” “Ma quando sono arrivata, loro non c’erano.”

Kail rifletté un istante. “Sicuramente sono arrivati prima di te.” Concluse infine. “Li ho visti uscire solo poco fa. Probabilmente sono andati a cercarti proprio ora.” La bambina rimase in silenzio, assorta. 

“Come ti chiami?” Chiese Kail. Lei scosse piano la testa. “Non ho ancora un nome. Mi verrà dato quando avrò dimostrato di esserne degna.” Kail corrucciò la fronte limitandosi ad annuire. Intuiva che fosse un’usanza sacra della sua gente, un rito di passaggio fondamentale per garantire la loro identità.

 Si raddrizzò e le sorrise. “Se vuoi posso accompagnarti a cercarli.” La bambina lo studiò questa volta a lungo, come se stesse valutando se quella soluzione fosse valida quanto il comando di suo padre. Poi fece un piccolo cenno d’assenso.  Kail le porse la mano. “Andiamo.” Lei scese con calma dalla panca e lo seguì, ma senza toccarlo. Tornarono verso la fila dove Galeth stava ancora aspettando. Il guerriero li vide arrivare e sospirò profondamente. “Lo sapevo.”

Kail sorrise appena.”Non fare quella faccia. L’avresti fatto anche tu.” Fece un piccolo gesto verso la bambina. “Si è persa. Fa parte della stessa gente che abbiamo visto uscire dalla torre poco fa.” Galeth abbassò lo sguardo sulla piccola. Kail aggiunse con tono leggero. “Questo è Galeth. Non lasciarti intimidire dal suo vecchio cipiglio … in realtà è una brava persona.” Poi si chinò leggermente verso di lei. “Io sono Kail, e sono un amico.”

La bambina annuì appena. Kail si tirò su e si rivolse al compagno: “Stavo pensando di accompagnarla a cercare la sua gente. Sono convinto che quei barbari non siano andati lontano. Probabilmente nella piazza, alla locanda o verso i moli.”

Galeth non rispose subito. In quel preciso istante qualcosa nella tasca interna della sua cappa cominciò a scaldarsi. All’inizio fu appena una sensazione. Poi il calore aumentò rapidamente. Il guerriero infilò lentamente la mano nella tasca e strinse l’oggetto: era la spilla che aveva staccato dalla giacca di Dominique sulla Peregrina. Il piccolo disco di metallo con inciso il simbolo della dea Mishakal! 

Il metallo era caldo. Non bruciante, ma vivo. Un calore profondo, quasi tonificante. Galeth continuò a osservare la bimba senza cambiare espressione, eppure era certo che la spilla si fosse attivata proprio a causa della sua vicinanza. Di fianco a lui, anche Kail avvertì qualcosa, ma non era affatto rinvigorente. Un brivido di inquietudine lo percorse: non era paura, né dolore, ma un disagio sottile che lo spinse a voltarsi istintivamente verso la sala alle loro spalle. Nulla di strano, apparentemente. Eppure la sensazione persisteva. 

Vedendo l’amico turbato, Galeth prese una decisione improvvisa. Tolse la mano dalla tasca e guardò Kail. “Facciamo così … rimani tu qui a parlare con Terran …” Il mezzelfo lo fissò sorpreso. “E la bambina?” “La accompagno io.” “Sei sicuro?” “Si, quei barbari non saranno lontani. E comunque qualcuno deve restare qui a parlare con questo scout … e tu conosci meglio i dettagli.”       

Kail rifletté un attimo, poi annuì. Si chinò di nuovo verso la piccola. “Il mio compagno ti accompagnerà a trovare la tua gente. Vedrai che farà in fretta, è molto più bravo di me a trattare con le persone.” La bambina alzò lo sguardo verso Galeth, studiando quel gigante in armatura. Kail prese il suo posto nella fila, mentre il guerriero rimase un istante immobile accanto alla piccola. Più le stava vicino, più la spilla premeva contro il suo fianco con un calore quasi senziente. 

Pensò che non era il caso avvertire Kail di quel fenomeno, non ancora. Voleva approfondire, verificare se quella reazione fosse davvero legata alla natura della bimba o se fosse una coincidenza del destino. 

Fece un piccolo cenno con il capo verso l’uscita. “Andiamo.” E mentre si avviavano verso la porta della Torre di Guardia, la spilla di Mishakal continuò a riscaldarsi, sempre più evidente, come se riconoscesse in quella piccola creatura senza nome qualcosa che lui non poteva ancora comprendere.

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