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"L'inganno, nell'inganno, nell'inganno".
- Scritto da Mike Steinberg
- Categoria: La Guerra Delle Lance
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Alchem si era già allontanato da qualche minuto, quando la compagnia aveva deciso di impiegare il tempo che li divideva dal riunirsi con Eiliana risolvendo la spinosa questione relativa a Demetrius.
Il gruppo sembrava ancora un po’ stordito dopo la recente esperienza alla “Montagna del Drago” e probabilmente non riusciva ancora a pensare lucidamente. A Kail era venuta in mente solo quell’unica idea, che aveva già esposto ai suoi amici, di raggiungere Daltigoth senza dover passare per il filo della spada di orchi, giganti e chissà quali altre mostruosità, tentando di camuffare il loro aspetto e le loro intenzioni. Lo stratagemma di farsi passare per soldati di Feal – Thas, gli pareva infatti l’unico modo per evitare di dover arrivare alle armi non appena avessero messo fuori un piede dalla foresta. A meno che Aric o Estellen avessero soluzioni “paranormali” da offrire, ma i due sembravano titubanti a riguardo. Soprattutto lo stregone sottolineò solo che avrebbe potuto offrire sì copertura, ma soltanto per brevi periodi, non per giorni interi. Stessa cosa più o meno valeva per la sacerdotessa di Paladine.
Sospendendo l’argomento e ripromettendosi di riprenderlo una volta che Eiliana fosse tornata da loro con buone notizie da parte di Valdore, Kail condusse di nuovo i suoi amici dai Londelle.
Trovò Demetrius ancora intento a dipingere e quasi del tutto ignaro di ciò che lo circondava, mentre Arielle si trovava seduta innanzi al piccolo camino, tesa a riscaldarsi le gambe, concentrata a fissare le gioiose fiammelle e persa nei suoi più intimi pensieri. Il diario di sua figlia giaceva chiuso poco distante da lei.
Il mezzelfo domandò se poteva disturbarla e lei gli regalò un caloroso sorriso. Dietro di lui, Estellen e Stuard gli fecero da scorta, mentre Aric rimase a guardare un po’ meglio il quadro di Demetrius.
Kail si sedette accanto a sua nonna, afferrando il diario di Eyne e sfogliandolo velocemente davanti a lui. Le domandò se aveva trovato il tempo di leggerlo e ovviamente Arielle gli confermò che era stata la prima cosa che aveva fatto dopo che si era allontanato. I due iniziarono dunque a discutere sui suoi contenuti.
In pratica Arielle ammise senza esitazioni che c’erano alcune sostanziali discrepanze tra ciò che sua figlia le aveva detto di persona sul medaglione (e sulla strada oscura che aveva scelto di percorrere) e ciò che invece aveva letto sul suo diario. Al fine di intendersi con il nipote senza possibilità di fraintendimenti, volle prima chiarire a Kail due cose, che, secondo il suo punto di vista, erano fondamentali per capire dove risiedeva la verità.
La prima era che lei rammentava bene ciò che le aveva detto sua figlia: il medaglione gliel’aveva dato un elfo silvano come lei, un mago dalle nere vesti, bandito anni prima dalla loro foresta per aver scelto un percorso oscuro come il suo. Eyne le confidò che non sapeva perché lui avesse voluto aiutarla, non sapeva nemmeno se desiderasse davvero farlo o soltanto infarcirle l’ennesimo inganno, ma il medaglione che le aveva dato era reale e serviva sul serio a sostenerla a contrastare la volontà di Cyan Bloodbane. Con il tempo e lo studio infatti lei aveva capito che la sua funzione era davvero quella, proprio come aveva specificato lo strano stregone silvano.
Il diario, invece, sosteneva che Eyne aveva preso il medaglione a Neraka, direttamente o indirettamente dalle mani di Takhisis. Certo, la dinamica della situazione non escludeva che fosse stato proprio lo stesso elfo scuro a fargliene dono all’interno del tempio, ma a Kail sembrava strana questa possibilità: nessuno, a quei tempi, a parte i chierici oscuri “neonati”, sapeva infatti che a Neraka sorgesse il santuario principale dedicato alla regina oscura. Inoltre, sul diario c’era scritto a chiare lettere come esso servisse per realizzare il rituale di resurrezione del suo amato Decius, ma Arielle ribadì, ancora una volta e con ancora più forza, come la figlia invece le avesse spiegato molto bene quale funzione avesse e non c’era stato nemmeno un accenno da parte sua ad un rituale negromantico, tanto orrendo e innaturale, da riportare in vita un morto, anche se amato come lei aveva amato Decius.
La seconda cosa che la nonna del mezzelfo gli volle far comprendere chiaramente, riguardava una considerazione che lei aveva maturato dentro di sé e che, lì per lì, l’aveva fatta passare solo per una sua sensazione. Ma più ci pensava invece e più se ne convinceva: in alcuni punti, la scrittura impressa su quel diario, per quanto riprodotta perfettamente, secondo Arielle non era quella di sua figlia!
Kail sgranò gli occhi, allibito. Lui non aveva notato questa differenza, ma sua nonna, la madre di sua madre, l’aveva fatto. L’elfa sorrise con calore, mentre lo osservava con dolcezza, spiegandogli che un giorno, forse, sarebbe diventato genitore anche lui e avrebbe capito, senza bisogno di utilizzare intricati incantesimi, quando una cosa apparteneva davvero al proprio figlio o figlia e quando no. La calligrafia era identica, ma il modo di scrivere, l’ineffabile carico emotivo presente nella sua personalità, mancava dentro quelle parole. Esse erano spente, vuote, senza forma né valore. Più ne parlava e più Arielle ne diveniva certa: alcune parti del diario, non erano state scritte da Eyne! Lei era troppo intensa, in ogni cosa che faceva.
Kail inarcò un sopracciglio.
“Questo è molto interessante…”
Pensò, tra sé, riflettendo su quella sconcertante rivelazione.
Quindi “qualcuno”, doveva aver manipolato i fatti, per lasciare in eredità, a chi avesse trovato il diario, contenuti in parte non veri. Ma chi avrebbe dovuto trovarlo e perché?
Se si ammetteva che le parole di Demetrius fossero state vere, nei pochissimi attimi di lucidità che aveva avuto ed in cui erano riusciti a discuterne, doveva esser stato per forza Moebius a farlo. Tuttavia, egli non poteva aver ordito quel piano per depistare Kail: un figlio illegittimo, che sarebbe nato quasi sessant’anni dopo questi fatti.
A meno che si pensasse ad un'ennesima intromissione da parte di qualche "cronomante", la spiegazione doveva trovarsi quindi da qualche altra parte, ma intanto Kail e i suoi compagni poterono imboccare un sentiero diverso, grazie alle considerazioni di sua nonna, che mai avrebbero potuto scovare senza il suo aiuto.
Arielle ammise che Demetrius non aveva mai creduto alle parole di sua figlia, quasi rinnegandola per aver scelto l’oscurità. Lei aveva scambiato la sua ostinazione a non credere ad Eyne, come una conseguenza della terribile follia che aveva iniziato ad afferrare la sua mente dopo il suo incontro con Moebius. Almeno secondo quanto lui affermava. Tuttavia lei era sua madre, ed una madre sapeva sempre cosa c’era nel cuore dei propri figli.
Nel frattempo, Aric aveva guardato quel quadro, sul quale Demetrius passava e ripassava il pennello senza sosta, per diversi interminabili minuti. In qualche modo percepiva che in quel “soggetto” era nascosta la verità, ma non riusciva a vederla e men che meno a rivelarla. Nemmeno con la magia. Aveva provato infatti con un suo piccolo incantesimo di base a portarla a galla, ma lì dentro sembrava non ci fosse niente. Niente di anomalo o soprannaturale perlomeno.
Eppure sentiva nella testa che la “volontà della staffa” sussultava inquieta.
Normalmente il demone non si era mai troppo scomposto, nemmeno quando egli si era trovato a fronteggiare un drago bianco. Invece, questa volta sembrava faticare a tenersi neutrale. Questa volta evidentemente era troppo importante. Aric provò dunque a concentrarsi e ad entrare in comunione con “la creatura”, pregandola di parlargli, di aiutarlo a capire. Bastava un semplice “gancio”, un aiutino e tutto si sarebbe chiarito, ne era certo. Ottenne però solo silenzio. Sconsolato, lo stregone stava quasi per raggiungere i suoi compagni accanto al fuoco, quando una voce, suadente ed astuta, gli esplose all’improvviso nel cervello.
“Non posso dirti molto mago, non quello che vorrei perlomeno. Come ti ho già spiegato, draghi e demoni evitano contese che potrebbero distruggerli. Soprattutto con i “verdi”: ingannatori e “ladri di realtà” per eccellenza. Se fossi in te però, andrei a guardare laddove non si vede, perché ciò che si vede, non è mai stato quello che in realtà avrebbe dovuto rappresentare.”
Perplesso, Aric implorò “la presenza” che viveva all’interno del suo bastone di essere più chiara e meno criptica, ma “Egli” si era chiuso di nuovo in un mutismo ostinato. Poi lo stregone richiamò a sé la compagnia e riportò quello che la “malvagia creatura” che lo accompagnava gli aveva appena rivelato, sottolineando che quelle parole così strane dovevano essere per forza la chiave per comprendere un pezzo decisivo di quel puzzle. Tuttavia, nessuno sembrava riuscire a venire a capo di quel rompicapo.
Finché Kail, illuminato da un’ispirazione forse divina, domandò a sua nonna se, oltre a quel "soggetto", che Demetrius stava ancora dipingendo, ci fossero altri quadri che egli aveva realizzato in precedenza. Ovviamente sua nonna annuì, ammettendo però, con una punta di vergogna, che lei li aveva stipati tutti e messi da una parte, perché essi erano tutti uguali! Non li aveva buttati via solo perché gli era sembrato poco rispettoso nei confronti di suo marito.
Estellen le domandò se avessero potuto esaminarne alcuni, poiché voleva capire fino a che punto fossero davvero “tutti uguali”, ed Arielle non ebbe difficoltà a soddisfare questa sua curiosità. I dipinti di Demetrius rappresentavano invero tutti lo stesso identico "soggetto", riprodotto in maniera talmente esatta, luci, ombre, colori, posizione delle figure, da sembrare uno la copia dell’altro!
Aric scuoteva la testa, asserendo che questo era impossibile!
Certamente Demetrius anche da cieco avrebbe potuto riprodurre "il soggetto" presente sul quadro, anche con una certa perizia, ma dipingere due opere assolutamente identiche, senza poterle vedere, esaminare, confrontare, era davvero impossibile. Qui inoltre ce n’erano a dozzine e tutte perfettamente uguali.
Arielle ammise candidamente di averle tolte tutte di mezzo, raggruppandole ogni anno in blocchi da dodici pezzi legati insieme. L’elfa infatti aggiunse che Demetrius realizzava un quadro ogni mese, terminandolo esattamente il giorno dodici. Non sapeva bene perché, né se l’era mai chiesto fino a quel momento: pensava semplicemente che il marito avesse preso questa abitudine come una specie di “metodo” e a lei pareva fosse una cosa buona.
Kail dovette reggersi per non finire per terra. Adesso le coincidenze stavano diventando un pochino troppe. Prima il diario poco coerente, poi i quadri “tutti uguali” come nella “Torre delle Stelle” a Silvanesti, infine il numero dodici, che doveva aver a questo punto per forza un qualche valore esoterico che lui ignorava, ma che sapeva molto bene essere il “numero preferito” dal drago verde. Sembrava anche stavolta un gigantesco ordito da parte del “grande ingannatore”, nel quale loro erano riusciti a scorgere una piccola falla, una minuscola crepa invisibile, che però avrebbe pian piano, come in un castello di carte in caduta libera, potuto smascherare il vero volto del “grande inganno”.
“L’inganno, nell’inganno, nell’inganno…”
Sibilò tra sé Aric, mentre impugnava meglio il suo bastone e si preparava a compiere la sua prossima mossa.
Estellen rammentò bene a tutti come lo scopo finale di Cyan fosse consegnare Silvanesti a suo figlio: l’unico che avrebbe potuto farlo tornare nella foresta da conquistatore! Lei non aveva capito per chi, dei Londelle, era stato concepito l’inganno presente nel diario o perché Moebius si fosse accanito così tanto proprio con la giovane sacerdotessa di E’li, Eyne Londelle, tantomeno perché Demetrius stesse realizzando dei dipinti tutti uguali, ma non aveva perso di vista nemmeno per un secondo il quadro generale, lo scopo ultimo di quel mostro verde con le ali: riprendersi una volta per tutte ciò che gli era stato strappato a forza dalle sue zampacce ossute! Ciò che per millenni aveva provato a corrompere e il dio che a Silvanesti era quasi diventato.
Aric desiderò svelare la verità, ma non aveva sufficiente potere per riuscirci.
Lui no. Ma il bastone si.
Lo stregone implorò il demone di aiutarlo ancora una volta, in cambio egli si sarebbe avvicinato di un altro passo a lui. Alla sua oscurità. Riluttante, ma evidentemente troppo attratto da quella prospettiva, la sua staffa maledetta lo sostenne nuovamente. Le mani di Aric iniziarono a brillare, finché dalle sue dita una bolla di energia azzurrina iniziò a circondare il dipinto e a rivelarne il vero volto! L’incantesimo “Visione del vero”, ben al di là delle capacità dello stregone, era stato infine lanciato e aveva funzionato benissimo.
“Moloch, hai osato interferire in affari che non ti riguardano e hai spezzato la tregua tra le nostre specie. Ti troverò e ti ucciderò, lo giuro!”
Una voce potente e spietata giganteggiò tra le minute pareti della “casa - albero” dei Londelle. A pronunciarle fu Demetrius, che cambiò oscenamente connotati, alzandosi in piedi minaccioso e spalancando occhi giallastri e fessurati, che chiaramente non erano i suoi! Poi l’anziano elfo cadde a terra esanime, mentre Arielle quasi impazzì per il terrore, intuendo in quel preciso momento che suo marito aveva avuto sempre ragione: era stato maledetto e dentro di lui c’era stato davvero, per tutto quel tempo, un germe blasfemo ed empio che apparteneva “all’incubo con le ali”! Estellen dovette soccorrerla, prima che l’elfa si sentisse male davvero.
Nel frattempo, quello che nel quadro stava per rivelarsi agli occhi dei nostri eroi, si prospettava essere davvero qualcosa di orribile e sconcertante: qualcosa che forse avrebbe cambiato le carte in tavola per tutti i silvani sopravvissuti al loro "Incubo" peggiore!
Tutto quello che invece Aric riuscì a pensare in quel momento fu:
“Ti chiami Moloch allora, felice di conoscerti…”.
Si diceva infatti, che conoscere il nome di un demone, garantiva potere su di lui. Uno strano sorriso diabolico gli si dipinse sul volto, in aperto contrasto con le espressioni atterrite dei suoi compagni!
Capitolo 10 - Libertà per i prigionieri!
- Scritto da Jack Warren
- Categoria: Eord
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Escol seguì Eofawulf ed Alarien senza troppa convinzione. Sapeva che non sarebbe mai riuscito da solo ad entrare nella Cittadella e poi nelle segrete ove erano custoditi i prigionieri, ma c’era qualcosa che non gli quadrava dietro a tutto quel silenzio attorno al suo arrivo nella capitale. A quest’ora Arios doveva esserne stato informato, visto il clangore che aveva fatto ai cancelli d’entrata. Perché dunque nessuno ancora lo controllava a vista? Al di là di quella che poi sarebbe stata la sua reazione, qualunque persona dotata di buon senso l’avrebbe perlomeno messo sotto stretta sorveglianza. Avrebbe provato a mettergli dei ceppi intorno al collo, finalmente. Era certamente vero che l’imperatore maledetto non sapeva nulla riguardo alla “Spada di Sangue” e quindi avrebbe potuto sottovalutare il pericolo che egli in quel momento rappresentava per lui. Tuttavia, l’unico in vita che avrebbe potuto sperare di esautorarlo dal trono era adesso nella sua casa, pertanto si sarebbe aspettato un’accoglienza diversa, più calda diciamo. Siccome aveva imparato a sue spese quanto Arios fosse astuto, continuava a ripetersi che c’era qualcosa che non stava andando per il verso giusto. Qualcosa che puzzava un’altra volta di trappola. Mentre i tre compagni entravano nella maestosa Cittadella, ammirando la magnificenza di strade, ponti e palazzi, per poi allontanarsi verso una zona periferica e collinosa della città - stato, il figlio del Duca non riusciva a scrollarsi di dosso questa sensazione di disagio perenne. Avrebbe quasi preferito farsi largo a spadate, anziché giungere fin lì senza che nessuno avesse nemmeno provato ad ostacolarlo. Eofaulf si muoveva sicuro su sentieri che evidentemente aveva controllato per mesi, preparandosi per questo momento, finché alzò il pugno ed indicò ai due amici che lo seguivano di fermarsi. Dall’ombra uscì un imperiale incappucciato che si avvicinò ad Eofaulf ed iniziò a parlare con lui. Escol mise istintivamente la mano alla spada. Poi il ranger si avvicinò e disse: “Costui è Alister , uno dei soldati un tempo fedeli a mio fratello. Ci guiderà fino ad un’antica e sconosciuta entrata per i sotterranei, che ci permetteranno di raggiungere le segrete dove sono tenuti prigionieri i nostri amici. Sempre se è ancora questo che desideri, Escol…” Il figlio del Duca annuì, continuando a fissare biecamente l’uomo incappucciato, temendo che sarebbe stato nuovamente venduto al nemico. Alarien lo rassicurò: erano mesi che si trovavano a Laundesrkey e gli uomini con cui in tutto questo tempo avevano stretto accordi erano fidati. Escol annuì nuovamente, ma non riuscì affatto a rilassarsi. La loro nuova guida si mise alla testa del gruppo e li scortò attraverso una serie di caverne e cunicoli, di cui probabilmente nemmeno Arios stesso conosceva l’esistenza, finché si fermò innanzi ad un’antica ma ancora solida porta in bronzo. Poi si voltò a destra e a sinistra, tirò fuori una chiave di ferro e l’aprì. Un forte odore di chiuso e stantio assalì ferocemente le narici di tutti i presenti. “Da questo punto in poi non si torna più indietro Escol. Da questo punto in poi per noi ci saranno solo pericoli per le nostre vite.” Commentò laconicamente Eofaulf. Il figlio del Duca provò a convincere i suoi amici che poteva continuare da solo adesso, che avevano fatto abbondantemente la loro parte. Tuttavia né lo scout e né l’elfa accettarono di rimanere indietro questa volta. Per vari motivi. Il primo era ovviamente che non avevano alcuna intenzione di abbandonarlo al suo magro destino. Il secondo, che, per quanto approssimative, erano gli unici che avevano delle informazioni logistiche su come muoversi una volta sbucati nei sotterranei. Escol non rispose: superò l’amico e la loro guida, ed entrò a grandi passi in un buio corridoio. Il giovane guerriero sapeva che non era il caso fermarsi troppo a discutere di queste cose in un luogo così delicato come quello. Così, Alarien lo seguì, ed infine anche Eofaulf, dopo aver ringraziato la guida per il suo prezioso aiuto. L’uomo incappucciato lo salutò con la mano sul cuore, come si salutavano i soldati ai tempi in cui c’era ancora un Mohdi seduto sul trono. Poi richiuse la porta, e quattro mandate della sua chiave di ferro sottolinearono che ormai non ci potevano essere ripensamenti: ora o si riusciva o si moriva! Escol accese una torcia e subito la fiamma illuminò un budello di roccia che, pian piano, puntava a risalire verso l’alto. Le pareti erano scure, umide e lisce e sicuramente non avevano visto anima viva da chissà quanto tempo. Era strano che quel soldato avesse la chiave per una porta d’accesso ad un percorso così segreto. Tuttavia Escol non vide questo dettaglio come un potenziale pericolo per la loro sicurezza, quanto piuttosto come un segnale di dissenso rincuorante: se Alister era davvero fidato come Alarien sosteneva, voleva dire che non tutti alla Cittadella servivano Arios fedelmente. C’erano sicuramente dei dissidenti e lui non sapeva se questa sua nuova consapevolezza si sarebbe rivelata davvero utile o piuttosto un intralcio ai fini della sua missione. Era dannatamente troppo presto per questo! Il budello che stavano percorrendo si interruppe bruscamente innanzi ad una consumata ma ancora massiccia porta di legno, apparentemente senza serrature. Escol illuminò per scrupolo gli altri passaggi che si intersecavano e conducevano probabilmente da altre parti nell’immensa struttura dove viveva Arios, ma Eofaulf non aveva dubbi: oltre quella porta c’era il punto più vicino alle prigioni imperiali. Il figlio del Duca lasciò la torcia all’elfa, poi insieme allo scout iniziarono a spingere, finché la porta si aprì, ma solo dopo aver fatto cadere a terra qualcosa di pesante dall’altra parte! I tre amici si dannarono e misero subito le mani alle armi, ma nessuno urlò nulla oltre la porta. Così, cautamente, Alarien illuminò l’uscio. Si trovavano in una delle tante cantine della Cittadella, a giudicare dalle bottiglie e dagli otri di vino disposti ordinatamente lungo il perimetro della stanza. I due uomini richiusero la porta alle loro spalle e tentarono di rimettere al suo posto il grosso tino che era caduto a terra: fu molto faticoso, ma con un po' di fortuna, nessuno avrebbe notato nulla di strano. L’elfa invece trovò delle scale che conducevano sopra e tosto i suoi amici la seguirono. Alarien aprì la porta con cautela e fece segno con la mano di seguirla. Eofaulf tornò davanti a tutti e indicò un corridoio a est e poi uno a ovest. Non c’era nessuno fortunatamente nella zona. Giunti in uno snodo, evidentemente importante, Eofaulf disse: “Da questa parte ci sono le scale per andare sotto, verso le prigioni. Laggiù invece ci sono quelle per salire ai piani alti, e giungere nell’area dedicata all’imperatore e ai suoi… ai suoi ospiti personali…” Eofaulf pronunciò l’ultima frase con un pò d’amarezza, ben conoscendo il rapporto che Escol aveva con Liss. Tuttavia il Figlio del Duca non si lasciò travolgere dalle emozioni, commentando che non avrebbero cambiato i loro piani: sarebbero andati prima a liberare i prigionieri, poiché solo la magia di WIzimir e Valyn avrebbe potuto garantire loro una via di fuga. Eofaulf annuì e si infilò senza aggiungere altro oltre il passaggio, imboccando delle scale vagamente a chiocciola che scendevano dabbasso. Sebbene non avesse ricordi positivi riguardo questo luogo, il figlio del Duca non poté non notare la sua incredibile magnificenza e solidità. Perfino i sotterranei e le prigioni ispiravano grandezza e austerità. Tuttavia, ancora quella sensazione orribile di malessere non riusciva proprio ad abbandonarlo. Come poteva essere possibile che nessuno si era ancora frapposto tra loro e i loro obiettivi? Serrò meglio lo scudo, ove lo spirito del suo amico Aelion, attraverso di esso, vegliava su di lui e imboccò un lungo corridoio. I suoi amici lo seguivano da presso. Poi finalmente, incontrarono due guardie. Sorpresi, i soldati sguainarono le armi, ma Escol li invitò a farsi da parte. Pronunciò il suo nome e il suo diritto al trono per nascita. Egli non voleva far loro del male, ma non avrebbe permesso che degli innocenti avrebbero ancora sofferto per colpa dell’imperatore maledetto! I due soldati all’inizio gli intimarono di deporre le armi e arrendersi, ma quando il giovane guerriero sguainò la “Spada di Sangue” e provarono a contrastarlo, vennero facilmente sconfitti. Uno di loro provò a fuggire dalla furia del “Terrore d’Argento”, ma una freccia di Alarien lo trafisse al collo. L’altro gettò la spada e si arrese. Ferito e insanguinato scivolò a terra, prossimo alla morte. Ma Escol gli si avvicinò e gli offrì una delle sue pozioni di guarigione. Poi indicò l’elfa e disse: “Questa pozione… che presto ti salverà la vita… è frutto della magia e dell’ingegno di quel popolo. Un popolo saggio e misericordioso. Nostro amico. So che sei fedele all’impero. Tuttavia, ora che rimarrai qui questi pochi minuti che serviranno a te per riprenderti e a me per liberare i miei amici, dovrai decidere anche quale tipo di imperatore servire.” Eofaulf aveva già sguainato il pugnale per sgozzare quella guardia, ma Escol lo fermò: non ci sarebbe mai stato un cambiamento, se non si sarebbe levato dal basso. Arios era potente, ma senza le sue legioni, senza la fiducia dei suoi uomini, lo sarebbe stato molto meno. Lo scout non fu certo di aver capito, ma obbedì. Escol recuperò le chiavi e poi passò oltre. Valyn fu la prima ad essere liberata e la sua magia si sarebbe ripristinata soltanto dopo qualche minuto, visto che le avevano messo ai polsi dei bracciali restrittivi. L’Asur spiegò che durante la sua breve permanenza nelle prigioni imperiali era stata trattata bene, ed in effetti le celle erano tutt’altro che anguste. Tuttavia confermò quello che si mormorava su Arios e Liss. Non erano solo voci: i due sarebbero convolati a nozze presto. Molto presto. Forse era per questo motivo che non era stata ancora torturata al fine di estorcerle informazioni su di lui, Valyn non sapeva spiegarlo. Nemmeno Wizimir riuscì a farlo. Lo Stregone aveva subito lo stesso trattamento di Valyn, ma presto anche la sua magia sarebbe tornata, visto che Escol aveva appena tolto anche a lui i bracciali inibitori. Tuttavia fu quando si recarono nell’ultima cella occupata che Escol ebbe un vero tuffo al cuore. Un vecchio Nordhmenn, giaceva rannicchiato sul suo letto, i segni di una tortura lenta e prolungata ancora si notavano sul suo corpo rinsecchito e spezzato. Quando il giovane guerriero entrò nella cella, tremava per l’emozione: aveva finalmente ritrovato suo padre! Non appena udì la sua voce, l’uomo reagì come se non credesse alle proprie orecchie: troppe volte la sua mente l’aveva ingannato. Troppe volte gli aveva proposto quel momento per non lasciarlo scivolare nello sconforto e nella follia. Poi Escol l’abbracciò e il vecchio alzò gli occhi verso di lui, occhi spenti e vacui, poiché la vista l’aveva abbandonato molti mesi prima. “Figlio mio… sei proprio tu?” Disse piano. Non era più il grande e imponente guerriero di un tempo, ma un vecchio sfinito, consumato e dal cuore infranto.Escol lo afferrò per le spalle implorando il suo perdono. Perdono per averlo lasciato solo, senza speranza, per troppo tempo. A causa della sua codardia, della sua fragilità e dalla felicità illusoria di aver trovato, con Malcom, Liss e Keira, una nuova famiglia. Frugò poi nel suo zaino e gli diede una pozione risanante. Poi sospirò. Ora però era lì e l’avrebbe finalmente portato via, in un posto sicuro, dove egli avrebbe potuto riguadagnare la sua fierezza. Avrebbe riforgiato il suo spirito e avrebbe potuto incontrare suo nipote. Il Duca di Berge sorrise, abbassando tristemente il capo quando apprese che Escol conosceva molto bene la profezia e chi fosse davvero. Provò ad inginocchiarsi, ma il giovane guerriero glielo impedì, dichiarando che lui era suo padre e che era fiero di portare il suo cognome. Lui era Escol di Berge. Mohdi era solo un titolo. Per lui e lo sarebbe stato anche per suo figlio Kail. Il vecchio Duca sorrise di nuovo, tentando di resistere alle lacrime e alla commozione. Poi Valyn interruppe bruscamente l’idillio, suggerendo che era il caso andarsene prima che sarebbe arrivato qualcuno a stanarli e Escol annuì. Tuttavia il Duca di Berge volle prima guardare meglio i coraggiosi amici di suo figlio, che l'avevano seguito fin dentro l’inferno stesso: i suoi occhi avevano smesso di vedere, ma le sue mani potevano dire molto riguardo i lineamenti dei loro visi. Eofaulf e Alarien non si opposero, ma Wizimir e soprattutto Valyn, manifestarono un certo dissenso nel farsi toccare. Tuttavia acconsentirono e quando il Duca si voltò esterrefatto verso suo figlio, domandando come avesse fatto a farsi amici degli Asura, Escol sorrise, rispondendo che quelli erano tempi strani. Tempi di cambiamento. Tempi in cui i nemici diventavano amici o perlomeno alleati, in vista di un progetto più grande. Un progetto che aveva in cima alla lista dei desideri sconfiggere Arios e ripristinare l’impero per come avrebbe dovuto essere. “Fidati di me.” Concluse poi Escol, mettendo una mano sulla spalla di suo padre. Poi il gruppetto di fuggitivi uscì dalla cella del Duca di Berge, infilandosi nel corridoio. Escol non aveva molte speranze di trovare ad attenderlo il soldato che aveva risparmiato poco prima, ma quando invece lo vide che passeggiava poco distante, intento a controllare che nessuno scendesse dabbasso, capì che forse c’era ancora speranza per l’impero. L’uomo non solo l’aveva aspettato, ma spiegò che ce n’erano in molti come lui nella Cittadella. Molti che non avevano apprezzato la distruzione dell’Avamposto Elfico e della carneficina che era stata perpetrata ultimamente. Affermò risoluto che c’erano perlomeno una quindicina di soldati che l’avrebbero personalmente scortato da Arios, se questa era ancora la sua ambizione. Le legioni erano state dislocate tutte lungo il territorio: a nord, verso le Terre Selvagge e a sud per controllare le miniere dei nani e i boschi delle Terre Misteriose. Pertanto, se miracolosamente fosse emerso vittorioso in uno scontro con l’imperatore, lui, un Mohdi, avrebbe potuto reclamare la corona. Escol ebbe un tonfo al cuore. Si guardò alle spalle: suo padre appena ritrovato e i suoi amici appena liberati. Liss che ancora doveva essere salvata. Troppo dipendeva ancora da lui. Non poteva morire adesso. Non era solo per la paura di farlo: Escol sapeva molto bene che non era questo il momento giusto di affrontare di nuovo Arios. Stava dunque per rispondere a quel soldato di andarsene, di mettersi in salvo, perché non era sua intenzione adesso andare a stanare l’imperatore, quando una voce si insinuò nelle pieghe della sua mente. “Ciò che cerchi si trova nella sala del trono e si trova insieme all’imperatore. Non è necessario che vaghi alla sua ricerca. Lei è lì.” Era la voce di Atreus o se l’era appena sognata? Diavolo di un Asur, allora non era morto e chissà da quanto lo stava manipolando! Da vivo. Da morto. Era incredibile! C’era allora da sperare che avesse un piano e che si stesse per consumare finalmente. Escol spostò gli occhi su Valyn, poi distolse lo sguardo, non convinto che fosse il caso di parlare all’Asur di suo padre. Quindi sospirò e disse al soldato di scortarlo alla sala del trono. Nonostante i tentativi da parte dei suoi amici di evitare quella follia, il giovane guerriero si mostrò irremovibile: non avrebbe mai lasciato Liss in balia di quel mostro. Quindi ecco qual’era il piano: il soldato, che disse di chiamarsi Markan e alcuni suoi compagni, li avrebbero condotti fino alla cattedrale, dove si ergeva il trono di Arios. Poi Wizimir avrebbe portato tutti quelli che lo desideravano via di là, raggiungendo Keira nelle Terre Selvagge. Lui e Valyn invece avrebbero affrontato Arios. O meglio: lui avrebbe affrontato Arios e se per qualche oscuro miracolo, magari chiamato Atreus, sarebbe sopravvissuto, l’Asur l’avrebbe portato a casa con la sua magia. A casa da suo figlio, da Keira e da Hilda. Il gruppo percorse strade già battute un anno prima, superando il triste luogo ove Eledras era morto per mano del Jaichira e i suoi amici erano stati spazzati via dalla furia delle guardie imperiali. Davanti al gigantesco portone nero, che ben conosceva, Escol salutò con affetto suo padre, i suoi amici e Wizimir, ed ordinò ai soldati di rimanere da questa parte della porta ad aspettare il suo ritorno. Poi lui e Valyn entrarono coraggiosamente nell’antro di quel demone chiamato Arios. Per Escol era la seconda volta, ma adesso non aveva un piano. Aveva solo una spada. Quando entrò gli si gelò il cuore nel petto: avvolta da un manto incantato, Liss stentava a riconoscerlo. Seduta su uno scranno accanto a quello di Arios, la piccola Nordhmenn aveva un’aria austera ma innaturale. L’imperatore si alzò: come aveva sospettato, lo attendeva. Tuttavia non era solo: accanto a lui c’erano tre figuri incappucciati e grande fu la sorpresa del figlio del Duca quando apprese chi fosse uno di essi: Sire Fuoco, la massima autorità del regno elementale!