Alchem si era già allontanato da qualche minuto, quando la compagnia aveva deciso di impiegare il tempo che li divideva dal riunirsi con Eiliana risolvendo la spinosa questione relativa a Demetrius.

Il gruppo sembrava ancora un po’ stordito dopo la recente esperienza alla “Montagna del Drago” e probabilmente non riusciva ancora a pensare lucidamente. A Kail era venuta in mente solo quell’unica idea, che aveva già esposto ai suoi amici, di raggiungere Daltigoth senza dover passare per il filo della spada di orchi, giganti e chissà quali altre mostruosità, tentando di camuffare il loro aspetto e le loro intenzioni. Lo stratagemma di farsi passare per soldati di Feal – Thas, gli pareva infatti l’unico modo per evitare di dover arrivare alle armi non appena avessero messo fuori un piede dalla foresta. A meno che Aric o Estellen avessero soluzioni “paranormali” da offrire, ma i due sembravano titubanti a riguardo. Soprattutto lo stregone sottolineò solo che avrebbe potuto offrire sì copertura, ma soltanto per brevi periodi, non per giorni interi. Stessa cosa più o meno valeva per la sacerdotessa di Paladine.

Sospendendo l’argomento e ripromettendosi di riprenderlo una volta che Eiliana fosse tornata da loro con buone notizie da parte di Valdore, Kail condusse di nuovo i suoi amici dai Londelle.

Trovò Demetrius ancora intento a dipingere e quasi del tutto ignaro di ciò che lo circondava, mentre Arielle si trovava seduta innanzi al piccolo camino, tesa a riscaldarsi le gambe, concentrata a fissare le gioiose fiammelle e persa nei suoi più intimi pensieri. Il diario di sua figlia giaceva chiuso poco distante da lei.

Il mezzelfo domandò se poteva disturbarla e lei gli regalò un caloroso sorriso. Dietro di lui, Estellen e Stuard gli fecero da scorta, mentre Aric rimase a guardare un po’ meglio il quadro di Demetrius.

Kail si sedette accanto a sua nonna, afferrando il diario di Eyne e sfogliandolo velocemente davanti a lui. Le domandò se aveva trovato il tempo di leggerlo e ovviamente Arielle gli confermò che era stata la prima cosa che aveva fatto dopo che si era allontanato. I due iniziarono dunque a discutere sui suoi contenuti.

In pratica Arielle ammise senza esitazioni che c’erano alcune sostanziali discrepanze tra ciò che sua figlia le aveva detto di persona sul medaglione (e sulla strada oscura che aveva scelto di percorrere) e ciò che invece aveva letto sul suo diario. Al fine di intendersi con il nipote senza possibilità di fraintendimenti, volle prima chiarire a Kail due cose, che, secondo il suo punto di vista, erano fondamentali per capire dove risiedeva la verità.

La prima era che lei rammentava bene ciò che le aveva detto sua figlia: il medaglione gliel’aveva dato un elfo silvano come lei, un mago dalle nere vesti, bandito anni prima dalla loro foresta per aver scelto un percorso oscuro come il suo. Eyne le confidò che non sapeva perché lui avesse voluto aiutarla, non sapeva nemmeno se desiderasse davvero farlo o soltanto infarcirle l’ennesimo inganno, ma il medaglione che le aveva dato era reale e serviva sul serio a sostenerla a contrastare la volontà di Cyan Bloodbane. Con il tempo e lo studio infatti lei aveva capito che la sua funzione era davvero quella, proprio come aveva specificato lo strano stregone silvano.

Il diario, invece, sosteneva che Eyne aveva preso il medaglione a Neraka, direttamente o indirettamente dalle mani di Takhisis. Certo, la dinamica della situazione non escludeva che fosse stato proprio lo stesso elfo scuro a fargliene dono all’interno del tempio, ma a Kail sembrava strana questa possibilità: nessuno, a quei tempi, a parte i chierici oscuri “neonati”, sapeva infatti che a Neraka sorgesse il santuario principale dedicato alla regina oscura. Inoltre, sul diario c’era scritto a chiare lettere come esso servisse per realizzare il rituale di resurrezione del suo amato Decius, ma Arielle ribadì, ancora una volta e con ancora più forza, come la figlia invece le avesse spiegato molto bene quale funzione avesse e non c’era stato nemmeno un accenno da parte sua ad un rituale negromantico, tanto orrendo e innaturale, da riportare in vita un morto, anche se amato come lei aveva amato Decius.

La seconda cosa che la nonna del mezzelfo gli volle far comprendere chiaramente, riguardava una considerazione che lei aveva maturato dentro di sé e che, lì per lì, l’aveva fatta passare solo per una sua sensazione. Ma più ci pensava invece e più se ne convinceva: in alcuni punti, la scrittura impressa su quel diario, per quanto riprodotta perfettamente, secondo Arielle non era quella di sua figlia!

Kail sgranò gli occhi, allibito. Lui non aveva notato questa differenza, ma sua nonna, la madre di sua madre, l’aveva fatto. L’elfa sorrise con calore, mentre lo osservava con dolcezza, spiegandogli che un giorno, forse, sarebbe diventato genitore anche lui e avrebbe capito, senza bisogno di utilizzare intricati incantesimi, quando una cosa apparteneva davvero al proprio figlio o figlia e quando no. La calligrafia era identica, ma il modo di scrivere, l’ineffabile carico emotivo presente nella sua personalità, mancava dentro quelle parole. Esse erano spente, vuote, senza forma né valore. Più ne parlava e più Arielle ne diveniva certa: alcune parti del diario, non erano state scritte da Eyne! Lei era troppo intensa, in ogni cosa che faceva.

Kail inarcò un sopracciglio.

“Questo è molto interessante…”

Pensò, tra sé, riflettendo su quella sconcertante rivelazione.

Quindi “qualcuno”, doveva aver manipolato i fatti, per lasciare in eredità, a chi avesse trovato il diario, contenuti in parte non veri. Ma chi avrebbe dovuto trovarlo e perché?

Se si ammetteva che le parole di Demetrius fossero state vere, nei pochissimi attimi di lucidità che aveva avuto ed in cui erano riusciti a discuterne, doveva esser stato per forza Moebius a farlo. Tuttavia, egli non poteva aver ordito quel piano per depistare Kail: un figlio illegittimo, che sarebbe nato quasi sessant’anni dopo questi fatti.

A meno che si pensasse ad un'ennesima intromissione da parte di qualche "cronomante", la spiegazione doveva trovarsi quindi da qualche altra parte, ma intanto Kail e i suoi compagni poterono imboccare un sentiero diverso, grazie alle considerazioni di sua nonna, che mai avrebbero potuto scovare senza il suo aiuto.

Arielle ammise che Demetrius non aveva mai creduto alle parole di sua figlia, quasi rinnegandola per aver scelto l’oscurità. Lei aveva scambiato la sua ostinazione a non credere ad Eyne, come una conseguenza della terribile follia che aveva iniziato ad afferrare la sua mente dopo il suo incontro con Moebius. Almeno secondo quanto lui affermava. Tuttavia lei era sua madre, ed una madre sapeva sempre cosa c’era nel cuore dei propri figli.

Nel frattempo, Aric aveva guardato quel quadro, sul quale Demetrius passava e ripassava il pennello senza sosta, per diversi interminabili minuti. In qualche modo percepiva che in quel “soggetto” era nascosta la verità, ma non riusciva a vederla e men che meno a rivelarla. Nemmeno con la magia. Aveva provato infatti con un suo piccolo incantesimo di base a portarla a galla, ma lì dentro sembrava non ci fosse niente. Niente di anomalo o soprannaturale perlomeno.

Eppure sentiva nella testa che la “volontà della staffa” sussultava inquieta.

Normalmente il demone non si era mai troppo scomposto, nemmeno quando egli si era trovato a fronteggiare un drago bianco. Invece, questa volta sembrava faticare a tenersi neutrale. Questa volta evidentemente era troppo importante. Aric provò dunque a concentrarsi e ad entrare in comunione con “la creatura”, pregandola di parlargli, di aiutarlo a capire. Bastava un semplice “gancio”, un aiutino e tutto si sarebbe chiarito, ne era certo. Ottenne però solo silenzio. Sconsolato, lo stregone stava quasi per raggiungere i suoi compagni accanto al fuoco, quando una voce, suadente ed astuta, gli esplose all’improvviso nel cervello.

“Non posso dirti molto mago, non quello che vorrei perlomeno. Come ti ho già spiegato, draghi e demoni evitano contese che potrebbero distruggerli. Soprattutto con i “verdi”: ingannatori e “ladri di realtà” per eccellenza. Se fossi in te però, andrei a guardare laddove non si vede, perché ciò che si vede, non è mai stato quello che in realtà avrebbe dovuto rappresentare.”

Perplesso, Aric implorò “la presenza” che viveva all’interno del suo bastone di essere più chiara e meno criptica, ma “Egli” si era chiuso di nuovo in un mutismo ostinato. Poi lo stregone richiamò a sé la compagnia e riportò quello che la “malvagia creatura” che lo accompagnava gli aveva appena rivelato, sottolineando che quelle parole così strane dovevano essere per forza la chiave per comprendere un pezzo decisivo di quel puzzle. Tuttavia, nessuno sembrava riuscire a venire a capo di quel rompicapo.

Finché Kail, illuminato da un’ispirazione forse divina, domandò a sua nonna se, oltre a quel "soggetto", che Demetrius stava ancora dipingendo, ci fossero altri quadri che egli aveva realizzato in precedenza. Ovviamente sua nonna annuì, ammettendo però, con una punta di vergogna, che lei li aveva stipati tutti e messi da una parte, perché essi erano tutti uguali! Non li aveva buttati via solo perché gli era sembrato poco rispettoso nei confronti di suo marito.

Estellen le domandò se avessero potuto esaminarne alcuni, poiché voleva capire fino a che punto fossero davvero “tutti uguali”, ed Arielle non ebbe difficoltà a soddisfare questa sua curiosità. I dipinti di Demetrius rappresentavano invero tutti lo stesso identico "soggetto", riprodotto in maniera talmente esatta, luci, ombre, colori, posizione delle figure, da sembrare uno la copia dell’altro!

Aric scuoteva la testa, asserendo che questo era impossibile!

Certamente Demetrius anche da cieco avrebbe potuto riprodurre "il soggetto" presente sul quadro, anche con una certa perizia, ma dipingere due opere assolutamente identiche, senza poterle vedere, esaminare, confrontare, era davvero impossibile. Qui inoltre ce n’erano a dozzine e tutte perfettamente uguali.

Arielle ammise candidamente di averle tolte tutte di mezzo, raggruppandole ogni anno in blocchi da dodici pezzi legati insieme. L’elfa infatti aggiunse che Demetrius realizzava un quadro ogni mese, terminandolo esattamente il giorno dodici. Non sapeva bene perché, né se l’era mai chiesto fino a quel momento: pensava semplicemente che il marito avesse preso questa abitudine come una specie di “metodo” e a lei pareva fosse una cosa buona.

Kail dovette reggersi per non finire per terra. Adesso le coincidenze stavano diventando un pochino troppe. Prima il diario poco coerente, poi i quadri “tutti uguali” come nella “Torre delle Stelle” a Silvanesti, infine il numero dodici, che doveva aver a questo punto per forza un qualche valore esoterico che lui ignorava, ma che sapeva molto bene essere il “numero preferito” dal drago verde. Sembrava anche stavolta un gigantesco ordito da parte del “grande ingannatore”, nel quale loro erano riusciti a scorgere una piccola falla, una minuscola crepa invisibile, che però avrebbe pian piano, come in un castello di carte in caduta libera, potuto smascherare il vero volto del “grande inganno”.

“L’inganno, nell’inganno, nell’inganno…”

Sibilò tra sé Aric, mentre impugnava meglio il suo bastone e si preparava a compiere la sua prossima mossa.

Estellen rammentò bene a tutti come lo scopo finale di Cyan fosse consegnare Silvanesti a suo figlio: l’unico che avrebbe potuto farlo tornare nella foresta da conquistatore! Lei non aveva capito per chi, dei Londelle, era stato concepito l’inganno presente nel diario o perché Moebius si fosse accanito così tanto proprio con la giovane sacerdotessa di E’li, Eyne Londelle, tantomeno perché Demetrius stesse realizzando dei dipinti tutti uguali, ma non aveva perso di vista nemmeno per un secondo il quadro generale, lo scopo ultimo di quel mostro verde con le ali: riprendersi una volta per tutte ciò che gli era stato strappato a forza dalle sue zampacce ossute! Ciò che per millenni aveva provato a corrompere e il dio che a Silvanesti era quasi diventato.

Aric desiderò svelare la verità, ma non aveva sufficiente potere per riuscirci.

Lui no. Ma il bastone si.

Lo stregone implorò il demone di aiutarlo ancora una volta, in cambio egli si sarebbe avvicinato di un altro passo a lui. Alla sua oscurità. Riluttante, ma evidentemente troppo attratto da quella prospettiva, la sua staffa maledetta lo sostenne nuovamente. Le mani di Aric iniziarono a brillare, finché dalle sue dita una bolla di energia azzurrina iniziò a circondare il dipinto e a rivelarne il vero volto! L’incantesimo “Visione del vero”, ben al di là delle capacità dello stregone, era stato infine lanciato e aveva funzionato benissimo.

“Moloch, hai osato interferire in affari che non ti riguardano e hai spezzato la tregua tra le nostre specie. Ti troverò e ti ucciderò, lo giuro!”

Una voce potente e spietata giganteggiò tra le minute pareti della “casa - albero” dei Londelle. A pronunciarle fu Demetrius, che cambiò oscenamente connotati, alzandosi in piedi minaccioso e spalancando occhi giallastri e fessurati, che chiaramente non erano i suoi! Poi l’anziano elfo cadde a terra esanime, mentre Arielle quasi impazzì per il terrore, intuendo in quel preciso momento che suo marito aveva avuto sempre ragione: era stato maledetto e dentro di lui c’era stato davvero, per tutto quel tempo, un germe blasfemo ed empio che apparteneva “all’incubo con le ali”! Estellen dovette soccorrerla, prima che l’elfa si sentisse male davvero.

Nel frattempo, quello che nel quadro stava per rivelarsi agli occhi dei nostri eroi, si prospettava essere davvero qualcosa di orribile e sconcertante: qualcosa che forse avrebbe cambiato le carte in tavola per tutti i silvani sopravvissuti al loro "Incubo" peggiore!

Tutto quello che invece Aric riuscì a pensare in quel momento fu:

“Ti chiami Moloch allora, felice di conoscerti…”.

Si diceva infatti, che conoscere il nome di un demone, garantiva potere su di lui. Uno strano sorriso diabolico gli si dipinse sul volto, in aperto contrasto con le espressioni atterrite dei suoi compagni!