Gli elfi selvaggi di “Rain” scortarono, attraverso invisibili sentieri che evidentemente solo loro riuscivano a scorgere, i loro fratelli nativi di “Sun” e i nostri eroi al loro villaggio. Non fu un cammino difficile, ma furono loro a renderlo tale, poiché pareva conoscessero alla perfezione ogni singolo albero, ogni singola fronda di vegetazione e muschio che avessero intorno. Gli uccelli, appollaiati sui rami, sembravano suggerir loro la via migliore da seguire. I loro movimenti erano perfetti.
Questo era quello che stava pensando di loro Kail e non era affatto una considerazione esagerata. Infatti, questi straordinari elfi tatuati non erano semplicemente degli “scout” come lo era lui, non erano loro a “padroneggiare” la foresta, piuttosto era “Essa” che li riconosceva come una propria estensione e dunque li copriva, se dovevano nascondersi o si ritraeva, se cercavano qualcosa di utile come cibo, acqua o erbe utili alla loro sopravvivenza.
Alla fine il drappello di Kagonesti si infilò in un pertugio composto da rovi, cespugli e sterpaglie, all’apparenza insignificante, ma che in realtà rappresentava l’abbrivio di un ben più ampio budello di collegamento, ancor più camuffato di quello che avevano visitato nell’altro villaggio. La compagnia dovette faticare un po’ questa volta per sbucare dall’altra parte, tenendo costantemente giù la testa e piegandosi sulle ginocchia varie volte: era chiaro che quello non era certo un passaggio pensato per portare lì la gente alta!
Quando arrivarono a destinazione, il mezzelfo poté così assistere al secondo miracolo in questa incredibile foresta: un villaggio totalmente autosufficiente e letteralmente fuori dal mondo, interamente ricavato dagli alberi del bosco che lo ospitava e in cui nemmeno un ramoscello veniva sprecato o ignorato nella sua più semplice ed essenziale funzione.
I figli di Cher – Kal si arrestarono, costringendo Stuard e compagni a fare altrettanto. Quindi attesero che il drappello di sentinelle, che li aveva prelevati e condotti lì, lasciassero il posto ad un altro gruppetto di elfi selvaggi, capeggiati da un elfo maturo, anch’egli completamente tatuato. Accanto a lui, Kail riconobbe subito Alchem. Dietro di loro, quattro elfi Kagonesti, armati di pugnali e lance, li seguivano passo passo.
L’anziano elfo scambiò poche battute con Nes – Kal. Al di la del tipo di convenevoli che condivisero e che indicavano molto bene il forte legame che esisteva tra i due, non fu difficile almeno intuire l’argomento della loro breve conversazione. Il mezzelfo infatti, trovava sempre molta difficoltà a capire il loro dialetto, pertanto non intese molto di più di questo. Solo quando parlò il ragazzo, fu facile per lui e anche per Aric, che masticava abbastanza bene l’elfico silvano, comprendere ogni parola:
“Costoro, padre, sono le persone di cui ti parlavo. Lei è la donna che ho visto nei miei sogni, quella che salvava mio fratello Perchem dall’oscurità. Anche i suoi amici erano lì con lei: questo è un dono che ci ha fatto E’li.”
Kail guardò negli occhi l’elfo maturo e ricordò, da una mezza frase di Eiliana, che egli si chiamasse Ichlem. Probabilmente invece, "Perchem" era il nome Kagonesti che aveva Attilus prima di lasciare per sempre la sua foresta. Istintivamente fece un lieve inchino con la testa, comunicandogli che lui e i suoi amici erano molto felici di essere lì. L’elfo anziano non aggiunse nulla lì per lì, fece poi un paio di passi in avanti, si schiarì la gola e disse:
“E’vero ciò che sostiene Alchem? Davvero voi siete le persone presenti nelle sue visioni?”
Kail rimase un po’ spiazzato da quella domanda, non perché non sapesse perfettamente che lui e i suoi compagni erano proprio coloro che suo figlio aveva visto nei suoi sogni, ma perché questa sarebbe dovuta essere una deduzione che avrebbe dovuto fare solo Alchem e non lui. Comprese in quel momento allora, che quel popolo, molto semplice e superstizioso, avesse anche delle piccole differenze nel modo di ragionare rispetto alla gente alta. Anzi, rispetto persino ai loro cugini Silvanesti e Qualinesti. Qualcosa di più spirituale, che però anche lui faticava a capire ed accettare.
Non desiderando però mettersi a discutere con Ichlem di semantica elementare, il mezzelfo preferì annuire, intuendo comunque molto bene quale fosse il punto della sua domanda. Solo in quel momento l’anziano sorrise. Facendo un gesto veloce ed inequivocabile con la mano, indicò a tutti, compresi i figli di Cher – Kal, di seguirlo.
Prima di lasciare quella zona del villaggio però, Aric corrucciò la fronte. Stava infatti riflettendo sul fatto assai strano che quel ragazzo tatuato avesse "visto" nei suoi sogni i suoi compagni e come questo fosse stato possibile, quando accadde qualcosa di ancor più surreale. Proprio nel momento in cui il padre di Alchem e chi lo aveva accompagnato si erano avvicinati a loro, una fonte di magia li aveva seguiti, lieve ma presente! Lo stregone fece il possibile per concentrarsi e tentare di identificarne perlomeno la posizione precisa, ma era troppo flebile e gli sfuggì tra le dita. Rammaricandosi per la sua mancanza di prontezza, Aric tenne per adesso la cosa per sé, ma un oggetto magico o un mago tra questa gente rappresentava un fatto perlomeno anomalo. Decise dunque di rimanere all’erta.
L’anziano Kagonesti scortò la compagnia all’interno di un albero cavo, morto probabilmente da decenni, che era stato adibito a “capanno”. Dentro c’erano vari oggetti utili, come erbe e pelli, ma non aveva né sedie né supporti utili per le lunghe conversazioni, pertanto tutti capirono che Ichlem li aveva portati lì solo perché era il primo luogo appartato che aveva trovato dove poter parlare in pace di cose importanti e personali.
Prima di iniziare a raccontare dettagli sulla sua famiglia e sui suoi tre figli, Perchem, Kirthem e Alchem, mandò il figlio più giovane a prendere cibo e acqua per i suoi ospiti. Alchem ci mise solo pochi minuti ad andare e tornare e Kail udì chiaramente, fuori “dal capanno”, che egli aveva scambiato due parole veloci con qualcuno, forse una sentinella, prima di obbedire a suo padre. Dettaglio che al momento risultò insignificante. Contestualmente però, anche lo stregone aveva percepito un altro particolare molto più rilevante. Quando Alchem era uscito infatti, Aric aveva di nuovo avuto quella stessa “percezione magica” al suo arrivo al villaggio, solo che adesso l’aveva distinta chiaramente, anche se non era riuscito a notare nulla di particolare nella zona antistante “al capanno”. Questa volta però avvertì i suoi amici e insieme a loro stabilì di riaprire molto presto l’argomento, perché poteva risultare davvero fondamentale.
In ogni caso Alchem riprese il suo posto accanto al padre, ed iniziò a fargli da interprete.
Ichlem non toccò affatto il tema delle circostanze in cui i suoi due figli più grandi erano spariti dalla foresta, particolare sul quale Kail si impose di ritornare più avanti nella conversazione, ma domandò con una certa comprensibile curiosità, cosa ne sapessero gli avventurieri di loro due oggi, nel tempo presente. L’elfo selvaggio anziano si era messo seduto a gambe incrociate e Kail era stato l’unico ad emularlo. Tutti gli altri gli stavano intorno, compresi i figli di Cher – Kal.
Iniziò Estellen, visibilmente imbarazzata. La giovane portavoce di Paladine parlò di Kirthem, che lei aveva “conosciuto” col nome di Raegina. In realtà specificò subito, mettendo i palmi delle mani avanti a sé, che lei non l’aveva mai incontrata di persona, ma che si era scontrata invece con il suo aguzzino. Raegina, infatti, come suo fratello, erano stati venduti a dei signori della guerra locali, nelle lontane “Terre Selvagge”. Sfortuna ha voluto che la giovane elfa fosse stata acquistata, come schiava personale, da un terribile orco, che le aveva fatto subire ogni genere di sevizia, fino ad ucciderla. Estellen ci mise un po’ a convincere Ichlem che non esisteva alcuna possibilità che sua figlia potesse essere sopravvissuta a quel genere di torture disumane che aveva patito, ma gli garantì che quel maledetto orco ora non era più su questa terra per potersene vantare. La sacerdotessa di Paladine poi si inchinò e gli afferrò le mani dolcemente. Quindi, con voce calda e rassicurante, gli sussurrò che Raegina era con E’li adesso e non avrebbe più sofferto, perché ora era davvero libera. Ichlem abbassò lo sguardo, poi lo rialzò fieramente e il suo viso pareva abbastanza rasserenato per le belle parole che quella giovane umana gli aveva regalato.
Bisbigliandò a bassa voce, chiese allora di suo figlio maggiore.
Qui intervenne Stuard, il quale aveva personalmente parlato con il re di Vantal, per garantire all’elfo selvaggio clemenza. Il cavaliere disse che Attilus si era macchiato di numerosi crimini, ma la sua principale attenuante risiedeva nel fatto che aveva visto sua sorella barbaramente torturata e brutalizzata fino a morire. La sua rabbia era cresciuta insieme al suo desiderio di vendetta e quando l’orco che l’aveva uccisa fu eliminato da Estellen, si era costituito senza opporre resistenza. Aggiunse dunque che, secondo il suo parere, egli doveva esser ancora vivo, prigioniero in qualche segreta di Vantal. Ichlem annuì, capendo appieno la situazione.
Quindi si alzò e azzardò una richiesta molto personale che i suoi ospiti accolsero con piacere: qualora si trovassero un giorno da quelle parti, con la benevolenza di E’li, avrebbe avuto la consapevolezza di morire felice se avessero riportato un messaggio a suo figlio più grande. Il messaggio era il seguente:
“Perchem, figlio mio. La disgrazia che ti è capitata non ha cancellato il tuo ricordo nel mio cuore e in quello di tuo fratello. Sappi che sei e sarai sempre amato. La foresta immortale ti aspetterà sempre.”
Kail promise di ottemperare se fosse passato per Vantal, cosa assai probabile visto quello che aveva intenzione di fare alla città nave! Tuttavia le parole di Ichlem stuzzicarono ulteriormente la sua curiosità: di che genere di disgrazia parlava l’anziano elfo?
Purtroppo la discussione si inasprì subito dopo la sua domanda.
Soprattutto perché Nes – Kal si lasciò scappare un commento che cambiò ogni cosa in quella stanza.
“Se non fosse stato per quella maledetta spia, oggi mia madre, Perchem, Kirthem e molti altri fratelli e sorelle, sarebbero ancora vivi…”
Spia? Quale spia? Kail scuoteva la testa confuso, osservando il parapiglia che era scoppiato tra Ichlem, che era assai dubbioso su questa eventualità e i figli di Cher – Kal, che invece ne parevano praticamente certi. Alchem aveva smesso di tradurre, cercando invano di sedare gli animi. Quando la polvere si abbassò e i cuori in subbuglio tornarono a battere a ritmi più calmi, il mezzelfo domandò chiarimenti in merito. Ichlem sospirò e prese subito la parola.
“Quando Shiriki e Kurun lasciarono la foresta, trascinarono via con loro anche la purezza nei cuori di alcuni suoi fratelli e sorelle. Sobillandoli con vuote promesse di vanagloriosi vantaggi tra la gente alta o forse sussurrando solo minacce di morte nelle loro menti deboli… almeno è questo che i giovani pensano sia successo e succeda ancora nei nostri villaggi.”
Terminò Ichlem scettico, con Alchem che chinava la testa affranto.
“Non vedo altra spiegazione, anziano… come spieghi altrimenti che gli orchi razziatori conoscano sempre prima, dove e come le nostre donne e i nostri bambini si muovono durante il giorno?”
Commentò causticamente Dar – Kal, ringhiando tra i denti. L’anziano non rispose a quella provocazione, preferendo invece una profonda pausa di riflessione.
“Stranamente, ogni qual volta che i più deboli di noi sono costretti ad uscire per raccogliere cibo, legna e altro, è quasi sempre quello il momento in cui vengono aggrediti e rapiti dalle “belve del Sanguinarium”…”
Insistette imperterrito il giovane elfo tatuato, guardando Kail fisso negli occhi.
“In effetti, è una ben strana coincidenza… e io ho smesso di credere da molto tempo alle coincidenze…”
Pensò tra sé il mezzelfo, avvicinandosi ad Aric. Gli domandò se per caso avesse modo di rintracciare quella strana “fonte magica” che aveva percepito per ben due volte nel villaggio. Lo stregone annuì, ma aggiunse anche che per farlo avrebbe dovuto cercare per tutto “Rain”, esaminando ogni singolo individuo. Sarebbe stato un po’ complicato insomma.
Il gruppo si raccolse da una parte e ne parlò un po’ tra di loro. Forse la possibilità che ci fosse una spia nel villaggio non era poi così remota come Ichlem sosteneva e se Aric aveva sentito una fonte magica avvicinarsi per ben due volte e poi di nuovo allontanarsi, poteva esistere una correlazione di qualche tipo tra le due cose.
La compagnia uscì all’esterno, escludendo subito Ichlem, suo figlio e i figli di Cher – Kal dalla lista dei sospettati. Provarono a scrutare meglio intorno “al capanno”, ma nessuno notò nulla in particolare che attirasse la sua attenzione.
Poi il mago ebbe la giusta intuizione. Tornò per un secondo all’interno e richiamò fuori Alchem. Aric gli domandò con chi si accompagnasse la prima volta che lui e suo padre li avevano accolti al villaggio e anche dopo, prima di tornare con cibo e vivande. Lo stregone gli parlò in lingua Silvanesti, tanto da stupire e non poco il giovane elfo selvaggio. Egli dunque lo riconobbe e definì come un “sapiente della gente alta” e, con grande rispetto, gli rispose che, al loro arrivo, era con le sentinelle attualmente in servizio al villaggio: quattro guerrieri che adesso pattugliavano la parte nord di “Rain”. La seconda volta, aveva incrociato per pochi secondi proprio gli stessi guerrieri che stavano per l’appunto andando a prendere posizione nella zona su cui vegliare.
Senza perdere un altro secondo, lo stregone allertò anche i figli di Cher – Kal e gli fece segno di seguirlo all’esterno. Quando tutti, tranne Ichlem, furono insieme, Kail andò dritto al punto. Forse c’era davvero una spia nel loro villaggio e dovevano esser lesti a smascherarlo, prima che potesse rivelare informazioni vitali per la loro missione e anche per la sopravvivenza stessa di molti membri di questa comunità!