“Ehi Kail, dai un’occhiata a questo!” Galeth era sceso da cavallo per controllare se sui corpi degli uomini che avevano abbattuto ci fosse qualcosa di determinante per capire chi fossero i loro mandanti. A quanto pare c’era riuscito. 

 Il grosso guerriero mostrò al mezzelfo una pietra rossastra, trovata nelle tasche del sicario che l’aveva aggredito. “Una pietra ematoide…” Bisbigliò Kail tra i denti. Una di quelle pietre magiche che i Corvi Rossi utilizzavano per controllare gli uccelli che  facevano da spie lungo tutto il territorio. Era così che li avevano seguiti e trovati. 

Galeth si alzò e passò il cristallo all’amico. Il medaglione di nuovo si scaldò appena quando lo scout lo prese nella mano. 

Il mezzelfo restituì la pietra al compagno e fece per dire qualcosa, ma barcollò leggermente. 

“Ehi…” 

Galeth lo afferrò prima che perdesse l’equilibrio e cadesse da cavallo. “Guardami.” Disse asciutto. Kail sollevò lo sguardo. Gli occhi erano lucidi, ma presenti. “Sto bene.” Galeth sbuffò appena. “Certo. E io sono un chierico di Paladine.” 

Indicò la ferita alla testa. “Quanto ti gira il mondo, da uno a dieci?” Kail esitò. 

“Sei…”

 “Sette.” Lo corresse Galeth. “E smettila di fare l’eroe.” Poi rimontò in sella e gli si affiancò. “Spostiamoci di qui. Ma quando non te la senti più, dimmelo…” Continuò il guerriero, cavalcando lentamente al suo fianco. “… non devi dimostrarmi niente.” Kail strinse la mascella, ricacciando dietro il dolore. “Dobbiamo arrivare a Port O’Call.” 

“Ci arriveremo…” Rispose Galeth conciso. “…ma non se ti spacchi il cranio prima.” Kail annuì piano. Era la prima volta, da quando avevano deciso di viaggiare insieme, che Galeth sentiva pronunciare dal mezzelfo quella parola senza alcuna resistenza.

Il mormorio del fiume Garnet iniziò a farsi strada nel silenzio della vallata.   

Poco prima di raggiungere il guado, il calore improvviso del medaglione gli bruciò la pelle. Kail alzò lo sguardo per istinto: era come se il pendaglio di sua madre, oltre a metterlo in guardia, riuscisse adesso persino a suggerirgli dove doveva guardare, quando intendeva avvertirlo che c’era qualcosa sopra le righe nelle vicinanze. 

Un corvo dagli occhi scarlatti era appollaiato su un vecchio tronco a lato del sentiero. Li scrutava con occhi fissi e vivi, inclinando appena la testa con espressione quasi intelligente. 

Il mezzelfo tirò fuori la pietra ematoide recuperata al “Passo dell’Orso” e provò a concentrarsi per controllarlo. Chiuse gli occhi, cercando di canalizzare la propria volontà, ma percepì chiaramente quanto le arti arcane non gli appartenessero. Senza il potere del medaglione, la sua mente non riusciva a stabilire nessun contatto. Senza il supporto di un vero incantatore, dominare quel volatile restava un’impresa impossibile. Sospirò e ripose la pietra. 

“Guarda là.” Disse Kail, indicando il volatile. Ma quando Galeth sollevò gli occhi, il tronco era vuoto. “Guardare… cosa?” Domandò Galeth perplesso. Kail si grattò la tempia confuso e borbottò tra sé: “Niente. Forse me lo sono immaginato…”

Superato il piccolo promontorio che portava al guado, scorsero due figure chinate su un carro ambulante. Erano intenti a sistemare una ruota malandata, probabilmente danneggiata da una buca profonda subito dopo aver attraversato il ponte. Erano uomini bassi e curvi, vestiti con abiti di buona fattura tipici dei mercanti di città e sembravano del tutto assorbiti dal lavoro, imprecando a bassa voce contro il legno scheggiato.

Cordialmente Galeth offrì il suo aiuto. I due uomini, che non parevano molto avvezzi ai lavori manuali, lo accettarono, ma di malagrazia. Erano nervosi: i loro sguardi si incrociavano spesso, rapidi e fugaci, come se nascondessero un segreto pressante. Avevano accolto quell’insperato aiuto solo perché piegati dalle circostanze, ma si vedeva lontano un miglio che desideravano ripartire al più presto, avvolti dal silenzio della strada. 

Kail tentò di scalfirne la riservatezza, riuscendo a strappare solo poche informazioni banali: provenivano dal porto ed erano diretti alla capitale, Garnet Thax. Tuttavia, notando la rigidità delle loro spalle e il modo in cui incrociavano nervosamente le mani, intuì subito che velassero dettagli ben più utili. 

Uno dei due, incalzato da una sua domanda sui pericoli della zona, si lasciò sfuggire una frase appena udibile, ma che catturò completamente l’attenzione del mezzelfo. “… meglio girare alla larga dalla vecchia fortezza di Grymace…” Quelle parole appena bisbigliate, evocarono in lui ricordi recenti, cupi ed angoscianti. 

Kail e Galeth si scambiarono un’occhiata d’intesa. Non era semplice prudenza da viandanti senza scorta: quei mercanti erano stati pagati per tacere, oppure, ipotesi ben più inquietante, erano stati minacciati o spaventati da qualcosa che avevano visto a sud, qualcosa che orbitava attorno alla torre di Grymace. Un orrore che li aveva svuotati di ogni forma di coraggio, lasciando in loro solamente il desiderio febbrile di fuggire il più lontano possibile! 

Galeth rimise a posto la ruota in pochi minuti. Per gratitudine, i mercanti rivelarono il nome del capitano che li aveva scortati da Crossing a Port O’Call: Melas Kar – Thon: un marinaio la cui fama sembrava precederlo lungo ogni rotta costiera. Senza indugiare oltre, i mercanti balzarono a cassetta e spronarono i cavalli. 

Lasciarono il ponte con una fretta tale che avrebbe fatto invidia a chiunque avesse un’orda di goblin alle calcagna.

Galeth e Kail li osservarono allontanarsi aggrottando le sopracciglia. Avvertirono chiaramente quel silenzio innaturale che seguiva la paura altrui. Qualunque cosa avessero visto laggiù, aveva lasciato un segno profondo nelle loro anime. “Forse è il caso dare un’occhiata.” Mormorò Galeth, più a sé stesso che al compagno. 

Oltrepassarono il ponte e seguirono il sentiero verso est per qualche miglio, immersi in un paesaggio che sembrava trattenesse il respiro. Poi Kail strinse le redini del cavallo e sospirò. La sua postura, solitamente fiera, era ora incrinata dalla fatica.

“Forse dovremmo fermarci qui un attimo…” Disse appena, notando una piccola area oltre la via segnata, riparata e coperta. Galeth annuì, osservando l’amico ondeggiare leggermente in sella. “Si. Passiamo la notte qui. Devi riposare, Kail. Non possiamo permetterci di proseguire con te in queste condizioni, non con l’ombra che spaventava quei mercanti alle spalle.” 

Mentre il sole calava, Galeth si occupò dei cavalli con gesti esperti, per poi dedicarsi al campo. Accese un fuoco, modesto ma rinfrancante e poi medicò la ferita di Kail, raccogliendo con perizia erbe officinali e dimostrando al mezzelfo che i suoi talenti non riguardavano solamente l’uso della spada. 

Preparò un unguento per la ferita del compagno e, per sé, un ultimo infuso di Ruta, necessario a mondare definitivamente i residui delle droghe che l’avevano steso due giorni prima. Quando Kail iniziò a cedere ad un sonno incombente, Galeth gli rivolse un mezzo sorriso rassicurante: un tacito invito a dormire senza curarsi di nient’altro. 

Il sonno lo colse senza preavviso. 

Kail si ritrovò in piedi su una distesa scura e immobile, come acqua nera pietrificata. Nessun cielo, nessuna terra. Solo una profondità infinita che sembrava inghiottire ogni luce. L’aria era densa, compressa; ogni respiro appariva faticoso, come se dovesse prima rispondere ad una volontà estranea e dominante.

Il mezzelfo percepì subito di non essere solo.

Prima arrivò la pressione, un peso invisibile sul petto, poi la sensazione opprimente di essere osservato da ogni direzione. Quando la presenza prese forma, non fu completa: un’ombra umanoide avvolta in un mantello scuro, dalla corporatura massiccia appena accennata. Sembrava che qualcosa di molto più grande fosse tenuto segretamente celato sotto quel velo d’ombra. La figura lo fissava immobile, con uno sguardo indagatore e inquisitorio, mentre il silenzio diventava quasi lacerante.

Kail provò a parlare, ma la voce gli morì in gola. 

“Non sforzarti…” Disse una voce, profonda, cavernosa, agghiacciante. Non proveniva da una bocca, ma vibrava direttamente dall’oscurità circostante. “Questo non è un dialogo. Non sei abbastanza importante da concederti una replica. Voglio che tu sia consapevole di chi hai deciso di sfidare.”

Kail comprese, con un brivido, di essere totalmente impotente. Poteva solo ascoltare, cercare di carpire ogni dettaglio utile e resistere il più a lungo possibile a quella pressione psichica prima che la visione lo spezzasse.

“Mi hai distrutto anni di lavoro.” Continuò la voce, senza rabbia manifesta, il che rendeva il tono ancor più terribile. “Hai spezzato, in un modo che non è mi è ancora del tutto chiaro, un vincolo che neppure gli spiriti legati a quel luogo erano riusciti ad infrangere. Hai spinto ciò che era piegato, incatenato, consumato, a ribellarsi, a distruggere un artefatto di immenso potere nell’unico modo possibile. Il sacrificio estremo. Mi chiedo come. Come tu possa esserci riuscito.”

L’ombra inclinò appena il capo.

“Un mezzelfo qualunque non può farlo. Su questo sarai d’accordo.” Attorno a Kail il buio si increspò, come reagendo a quelle parole. 

“Non so chi tu sia.” Disse la presenza. “Non ancora. Ma so che porti qualcosa con te. Una risonanza. Un artefatto, forse. Qualcosa che parla la lingua degli spiriti e anche molte altre lingue magiche. Probabilmente molte di più di quelle che tu possa mai immaginare.”

Un silenzio denso e minaccioso, cominciò a solidificarsi attorno a Kail, togliendogli il respiro.

“E’ così che ti ho trovato.” Il mezzelfo sentì un calore improvviso divampargli sul petto, là dove il medaglione riposava sotto la tunica, come se fosse stato sfiorato da dita invisibili ed incandescenti. 

L’ombra innanzi a lui si fece più ancor più cupa. Il mantello scuro si mosse appena, come scosso da un vento che non esisteva. “Non mi fido degli esseri umani.” Disse la figura velata. “Sono fragili. Imprevedibili. Tradiscono per paura o per ambizione.” Fece una pausa intensa. “Ma questo nuovo, giovane Lord, gode del favore delle forze oscure che muovono i fili più sottili. Forze di cui non sospetti la potenza… né la spietatezza.” 

Galen Dracos non pronunciò alcun nome, ma il mezzelfo intuì che si riferisse a “Lord V.”, citato nella lettera trovata nelle tasche del sicario di nome Kumik. Forse stava anche iniziando a capire chi l’aveva scritta

“Io non servo nessuno.” Continuò l’ombra con calma glaciale. “A parte la Dea dalle Cinque Teste di Drago. Io comando.” Due occhi rossi guizzarono per un attimo sotto il cappuccio che teneva il suo volto nascosto.

“I Corvi Rossi sono miei! Ogni loro lama. Ogni loro giuramento. Ogni loro fallimento. Ogni loro parola.” Fece un passo in avanti e il cuore di Kail ebbe un sussulto violento. 

Un gelo improvviso gli attraversò la schiena. Se uno aveva parlato, quanti altri l’avevano fatto? Quanti occhi li avevano osservati senza essere visti? Kail sentì affiorare un pensiero improvviso e velenoso. 

Spie. Spie ovunque. Sulla strada per Kayolin, tra le ombre di Wildtree. Persino tra le mura del maniero di Astarte. 

Il grande cavaliere si era fidato di lui. Ma chi altro lo stava segretamente ascoltando per fini meno nobili? Dracos inclinò ancora una volta il capo, come se stesse gustando il suo turbamento. 

“E’ così che ho saputo che qualcuno l’avrebbe condotta via da lì. Che l’avrebbe condotta lontano.” La parola “qualcuno” suonò come un’accusa tagliente.

Dopo un silenzio calcolato, la voce di Dracos si fece più sottile e pericolosa, quasi sibilante.

“Voglio sapere dove hai portato la bambina.” Fece un altro passo verso di lui. “E come hai fatto a convincere gli spiriti a distruggere il mio artefatto.” Il mantello si increspò, rivelando per un istante una massa scura dietro le sue spalle. “Voglio conoscere i tuoi segreti, mezzelfo.” 

Il medaglione al petto di Kail pulsò appena, caldo come brace sotto la cenere. Dracos rimase immobile, poi pronunciò un’ultima frase, calma e misurata. 

“Se oserai entrare ancora nei miei domini, ti sarà ancor più chiara la portata della grandezza con cui ti stati misurando, ma saresti anche più facile da catturare. Mi risparmieresti di inseguirti per tutta la Solamnia. E’ un bel dilemma il tuo. Ho giurato di ucciderti, ma prima estirperò da te con le mie mani tutto ciò che voglio sapere. Per cui ecco le mie ultime parole…” 

Kail rimase col fiato sospeso, gli occhi sgranati, la bocca contratta in un respiro strozzato. 

“Spero tanto che tu lo faccia.”

Kail si svegliò di colpo, il cuore che batteva forte, la testa ancora confusa dal sogno e la mano stretta sul petto. Il medaglione era caldo, pulsante. Le parole di Dracos suonavano come una condanna: solo ora comprendeva quanto fosse profondo l’abisso in cui era precipitato.    

Accanto a lui, Galeth scattò a sedere, come se avesse percepito la vibrazione del terrore dell’amico. Mancava poco all’alba.

“Tutto bene?” Chiese Galeth, ancora mezzo assopito. Il mezzelfo prese un respiro profondo, cercando di scacciare il gelo che ancora gli stringeva le ossa. “No.” Sussurrò. “Non credo proprio.” Galeth si raddrizzò, il volto improvvisamente serio. “Cosa c’è che non va?”

Kail si alzò, constatando che la ferita non gli faceva più molto male. Iniziò a disfare il campo per dissimulare il nervoso. “Mi ha contattato … qualcuno. Non stavo sognando, mi è venuto a cercare con la magia.” Galeth lo studiò attentamente, con un’ombra di scetticismo nello sguardo: “Chi? E che t’ha detto?” 

“Galen Dracos.” Rispose Kail, guardando severamente l’amico negli occhi. L’espressione di Galeth mutò leggermente. “E tu sei certo che fosse lui e non un delirio causato dal colpo che hai preso alla testa?” Kail annuì lentamente. Galeth sospirò. Poi fece segno di continuare, mentre iniziava a sellare i cavalli.

“Non è umano… o almeno, non come noi. Sa chi siamo e cosa abbiamo fatto al maniero… e sa di Erstellen. Lo è venuto a sapere perché è lui il capo dei Corvi Rossi! Il famoso stregone misterioso di cui parlavi.” 

Galeth si voltò lentamente, lo sguardo inquieto. Le parole dell’amico avevano senso e incastravano ogni tassello al posto giusto: Galen Dracos a capo dei Corvi Rossi spiegava quella fitta rete di spie e sicari che infestava il territorio, preparando il terreno per “l’invasione” di cui lo stregone aveva parlato.

Kail fece una pausa, guardando il cielo che cominciava a schiarirsi. “Lord V. è il comandante in carica di questa campagna militare; Dracos è uno dei suoi luogotenenti. A quanto ho capito, lo stregone non si fida degli esseri umani, ma questo Lord V. sembra godere del favore di forze oscure inimmaginabili, potenti e feroci.” Galeth non commentò, assorbendo ogni parola come una spugna. 

“Vuole sapere come ho fatto a parlare con gli spiriti e a convincerli a distruggere il suo manufatto maledetto e… e vuole Erstellen. Non avrà pace finché non riuscirà a strapparmi questi due segreti. Solo allora mi ucciderà.” 

Galeth inarcò un sopracciglio e salì a cavallo. Stringendo le labbra sentenziò: “Beh, se ti ha trovato una volta nel sogno, lo farà di nuovo. Non sapremo mai quando e come, ma lo farà.” Kail annuì, cupo. “Lo so… ma non abbiamo scelta. Dobbiamo muoverci. E ho comunque intenzione di dare un’occhiata alla torre di Grymace.” Afferrò le redini di Aghnes e balzò in sella. 

Dopo circa un paio d’ore, il terreno iniziò a cambiare. Una torre si stagliava all’orizzonte: massiccia, con bastioni ormai in rovina. Una volta importante avamposto dei Solamnici, ora appariva desolata: un relitto di antiche guerre combattute, ma di cui si era ormai persa la memoria. 

Kail percepì qualcosa di strano, di innaturale: un’inquietudine che lo spinse a stringere le redini tra le dita. Il suo medaglione infatti aveva preso a scaldarsi e a vibrare lievemente contro il petto. Mentre Galeth vedeva solo mura crollate, pietra spezzata e silenzio, agli occhi dello scout la roccaforte apparve improvvisamente diversa.

Una specie di cupola bluastra sembrava circondarla! Una barriera magica, uno schermo incantato che distorceva i sensi dei curiosi, inducendoli a proseguire per la loro strada, ignari di ciò che accadeva realmente al suo interno.

Kail serrò le labbra, memore delle parole di Galen Dracos riguardo la scelta che avrebbe potuto fare se avesse scovato un altro dei suoi avamposti. Mentre valutava come agire, il compagno indicò un lato della torre.

Quando il goblin emerse oltre il limite invisibile, fu come se venisse espulso dall’aria stessa. Fortunatamente Galeth, non potendo percepire il magico, non poteva far caso a questo dettaglio. 

La creatura avanzò di qualche passo all’esterno, guardinga e nervosa, per poi rientrare oltre quel confine che solo il medaglione permetteva a Kail di scorgere. 

I due compagni si guardarono per un attimo intenso. “Lo seguiamo?” Chiese Galeth. “Si, ma andrò da solo.” L’amico provò a protestare, ma Kail lo interruppe spiegandogli che se il compito era soltanto osservare ed ascoltare, la discrezione sarebbe stata la loro arma migliore. Ed il silenzio non era certo il punto forte del guerriero. 

A malincuore Galeth assentì: “Kail, mi raccomando: raccogli informazioni e torna da me.” Il mezzelfo annuì, affidò le redini all’amico e si preparò all’incursione.

Lo scout si mosse basso tra le erbacce, silenzioso come un’ombra. Attraversare la cupola fu come immergersi nell’acqua fredda: per un istante i suoni si ovattarono, poi tutto tornò vivido. E la rovina cambiò volto.

Il cortile interno era stato ripulito. Una porzione del terreno era scavata in profondità e sostenuta da travi robuste. Blocchi di pietra appena squadrati erano accatastati con ordine e casse allineate per dimensione. Un argano fissato su una struttura stabile dominava lo scavo centrale. 

Non era un accampamento improvvisato, era un’opera in costruzione. Kail si nascose dietro una pila di pietre ed osservò.       

Il goblin era già nel cortile. Una seconda creatura, di guardia con una rozza lancia presso l’imboccatura di una scalinata che scendeva nel sottosuolo, lo vide e gli ringhiò contro in una lingua gutturale. Anche se Kail non capiva le parole, il tono non lasciava spazio a dubbi: accusa, disobbedienza.

Il goblin abbassò il capo. Poi lo rialzò con un’espressione di rassegnata disperazione. “Fame.” Gracchiò. 

La guardia lo spinse brutalmente con l’asta della lancia, poi gridò verso il basso. Kail notò che la creatura che aveva visto rientrare nella cupola, aveva qualcosa in mano. Forse un coniglio o un altro piccolo animale selvatico. 

Improvvisamente, un rumore metallico, ritmico e pesante, risalì dal sotterraneo. Un uomo in armatura di piastre completa, nera come l’abisso, apparve sulla scala. Non usciva dalla cupola, né arrivava dall’esterno: risaliva direttamente dalle viscere della struttura.  

L’armatura era priva di insegne, ma teschi metallici rinforzavano le giunture dei gomiti e delle ginocchia, brillando di una luce sinistra. Ogni passo era misurato, marziale. Si fermò davanti al goblin, sovrastandolo.

“Di nuovo…” La voce era un sussurro basso, privo d’emozione. “Fame…” Ripeté la creatura, agitando le mani con nervosismo. “Ieri hai oltrepassato il raggio permesso.” Continuò l’uomo in nero, ignorando la supplica. “Fame.” Bisbigliò ancora l’affranto goblin. 

“Due mercanti ti hanno visto rientrare.” La parola “mercanti” venne pronunciata senza rabbia, solo come semplice constatazione. “Si sono spaventati. Hanno proseguito il cammino. Ma poteva andare diversamente.”

Il goblin respirava forte, incapace di comprendere la logica del comandante umano. “Uccidere mercanti…” Riuscì a dire, quasi a suggerire una soluzione. 

“Non siamo predoni.” Ribatté il guerriero in armatura, facendo un passo avanti. “Non si vincono le guerre inseguendo ogni testimone. Questa guerra si prepara in silenzio.” 

Il goblin ringhiò piano. “Fame.” Fu l’unica risposta che la creatura riuscì a mormorare ancora.

“Anche oggi hai fatto la stessa cosa di ieri, mettendoci in pericolo. Siamo pochi e ognuno di noi è una risorsa preziosa, per questo ti ho graziato una volta. Tuttavia… gli ordini non sono consigli.” La spada uscì con un sussurro metallico. Un solo colpo, pulito. La testa del goblin rotolò nel fango del cortile insieme al resto del suo corpo. 

L’uomo rinfoderò la lama senza nemmeno ripulirla. Poi si rivolse alla guardia: “Riducete le razioni. Nessuno deve oltrepassare il perimetro della cupola senza autorizzazione!” Il goblin annuì. Diede un calcio alla testa del suo simile, poi afferrò per le gambe i suoi miseri resti e li trascinò verso la scalinata, lasciando una scia scura sulla pietra. In pochi istanti, il cortile tornò al suo silenzio innaturale. 

Kail rimase immobile ancora per qualche altro battito. Non per paura, ma per rimettere insieme i pezzi di ciò che aveva visto ed udito. Non aveva assistito ad una brutalità cieca. Aveva visto disciplina. Non aveva udito bestemmie, improperi o frasi sconnesse, ma ordini precisi. Disposizioni militari.

Deglutì a fatica, percependo la portata di quella scoperta. La minaccia che incombeva sulla Solamnia non coinvolgeva un’orda barbarica di orchi e goblin, ma una gerarchia ferrea, dove ogni errore veniva sanzionato con precisione chirurgica. Si trovavano di fronte un esercito in formazione, una macchina bellica che si muoveva nell’ombra e quel pensiero lo terrorizzava più di qualsiasi mostro munito di zanne e artigli. 

Quando fu certo che l’attenzione nemica si fosse spostata altrove, si ritirò. Scivolò tra le rovine, attraversò di nuovo la cupola invisibile (in quel preciso momento il medaglione vibrò di nuovo) e tornò nel mondo dove il vento suonava normalmente tra gli alberi. 

Galeth lo attendeva al limitare del bosco. Lo sguardo del guerriero si posò sul suo volto preoccupato. “Allora? Hai trovato il goblin?” Kail rimase in silenzio per qualche passo, mentre riprendevano il cammino lungo il sentiero verso sud. “Ho trovato molto di più… e molto peggio di un semplice goblin solitario.” Bisbigliò infine con tono cupo. Il guerriero si raddrizzò, la sua attenzione ora era totale. “Spiegati.” 

“C’è un incantesimo di occultamento che avvolge l’intera area della torre.” Esordì il mezzelfo. “E’ una magia che impedisce a chiunque dall’esterno di vedere o sentire cosa stia succedendo davvero lì dentro.” 

Mentre Galeth attendeva pazientemente ulteriori dettagli, Kail sospirò corroso dall’inquietudine.

“Non sono bande disordinate. Stanno costruendo qualcosa. Scavano e sono guidati da una severa disciplina … e chi comanda non tollera errori. Un goblin è uscito due volte per fame: è lui che i mercanti hanno avvistato ieri. Oggi è stato giustiziato per questo.” 

Il mezzelfo si concesse una pausa carica di tensione.

“Il comandante ha detto che non si vincono guerre inseguendo ogni singolo testimone, perché attirerebbero solo pattuglie di cavalieri.”  

Galeth serrò la mascella. Kail abbassò la voce. “Non è il caos dei predoni, Galeth. Sono preparati militarmente.” Lo scout concluse con un sussurro. “Aspettano solo il segnale per la chiamata alle armi!” 

Ripresero il cammino verso Port O’Call, con il rumore degli zoccoli che si perdeva nella polvere del sentiero. Kail non si voltò, ma sentiva ancora il peso di quella torre alle spalle. La guerra che stava montando non avrebbe avuto il volto della furia. Avrebbe avuto il volto dell’ordine. 

E questo lo inquietava più di qualunque orda urlante di orchi e goblin.