Per la prima volta dopo anni, l’alba sorse su Ravenshadow’s Keep senza portare nebbia. Con la sua scomparsa, parve essersi dissipato anche il tocco malsano di Galen Dracos sulla roccaforte.
La luce filtrava tra le pietre annerite della cappella di Kiri – Jolith, rivelando un cortile silenzioso, troppo silenzioso. Le mura del maniero non sembravano più osservare sinistramente, non parevano più trasudare ostilità e inquietudine. Eppure per Kail, quel silenzio pesava quanto una promessa non mantenuta.
Si svegliò prima del sole, come se il sonno non avesse mai osato reclamarlo del tutto. Il ricordo era ancora lì, inciso come una lama nella carne: la voce minacciosa di Galen Dracos, bassa, ferma, colma di odio trattenuto. Il giuramento pronunciato davanti al Lord spettrale di Ravenshadow, quando già sapeva che l’avamposto gli era stato negato forse per sempre.
“Allora lo cercherò tra le ceneri del mondo. Se non è morto stanotte dilaniato dagli spettri, desidererà di esserlo domani: scoprirà che lo prenderò, gli estirperò tutti i suoi segreti e poi mi nutrirò della sua anima.”
Kail strinse i pugni. Sapeva molto bene che quelle non erano parole vuote.
Alle sue spalle, Galeth si mosse. Un gemito soffocato, poi un respiro più profondo. Il mercenario aprì gli occhi lentamente, come fosse risalito a fatica da un abisso senza fine.
“Sono ancora intero?” Borbottò, cercando di sollevarsi sui gomiti. “Più di quanto dovresti.” Rispose Kail, porgendogli dell’acqua.
Galeth bevve avidamente, poi gli restituì la borraccia e si guardò intorno confuso grattandosi la testa. “Non ricordo come sono arrivato qui.” Ammise. “Rammento la nebbia, il maniero… e poi il buio.” Sospirò, poi si tese verso la pietra frantumata della cappella, spremendo lo sguardo oltre gli squarci nel tentativo di distinguere un segno, un dettaglio vitale che gli rivelasse il destino della Torre. “Questo posto… è finita, vero?”
Kail annuì ma non sorrise. “E’ finita per il maniero,” Disse. “non per chi l’aveva preparato per i suoi biechi scopi.”
Mangiarono in silenzio. Pane duro, carne secca. Un pasto senza conforto.
Quando Galeth tentò di alzarsi, lo colse un violento capogiro. Riusciva a stare in piedi, ma il tremito alle gambe era evidente. Kail lo osservò con attenzione, poi commentò: “Garnet Thax è fuori discussione,” Disse senza giri di parole. “Troppa strada, troppa gente, troppe orecchie.” Esitò un istante, poi aggiunse: “E la verità è che non stai bene; non riusciresti a reggere il ritmo del viaggio in queste condizioni.”
Galeth aggrottò la fronte, cocciuto. “Sto benissimo…” Replicò senza troppa convinzione. Poi si congelò sul posto e si voltò verso l’amico. “Che intendi per… troppe orecchie?”
Kail ispirò lentamente. “C’è uno stregone,” Sussurrò infine. “Si chiama Galen Dracos.” Pronunciare quel nome sembrò rendere l’aria più fredda . “E’ lui che ha reso maledetto questo maniero, legandolo ad un artefatto di sua invenzione. E’ lui che grazie ad esso, l’aveva predisposto per il ruolo futuro di avamposto militare.”
Galeth rimase in silenzio. Si sedette su un pezzo di pietra e ascoltò attentamente il racconto di Kail. “Ci ha inseguiti senza sosta fino a sera, come un’ombra che non voleva staccarsi. Poi, d’un tratto ha desistito. Non per pietà: voleva che fosse la maledizione stessa a consumarci dall’interno, lasciando che il lavoro sporco lo facesse la magia nera che permeava ogni cosa dentro il maniero…” Kail scosse il capo, ricordando il buio della notte scorsa. “Ma stanotte è cambiato tutto. Sono riuscito a vincere quell’oscurità e lui è tornato indietro furioso, dopo aver percepito che il cristallo era stato distrutto e il sortilegio spezzato. E’ in quel momento che la sua caccia è diventata personale.” Fece una breve pausa, poi aggiunse con un tono quasi incredulo. “Mentre eravamo nascosti qui, ha parlato con Lord Ravenshadow: il cavaliere spettrale a capo di questo maniero. Pare che in qualche modo alcuni degli antichi spettri che ivi dimoravano, siano sopravvissuti allo sfacelo di questa rocca. Per fortuna, aggiungerei: senza di loro non ce l’avrei mai fatta ad uscirne vittorioso. Ma ora Drakos sa che siamo stati noi. E sa che non siamo più solo prede, ma nemici.”
Galeth lo guardò un po’ perplesso. “E da quando in qua riesci a vedere o a parlare con i fantasmi?” Domandò in tono caustico. Kail sospirò, ma non tradì alcuna emozione. Decise in quell’istante che non avrebbe fatto parola con Galeth del medaglione di sua madre, non ancora. Sentiva che quel segreto era un peso che doveva portare da solo. “Non ne sono capace infatti. Credo sia dipeso dalla volontà degli spettri di guidarmi, affinché rompessi la maledizione che li teneva soggiogati al cristallo.” Continuò poi, fingendo di non notare lo scetticismo dell’amico.
“Comunque non c’e’ stato alcun combattimento tra loro. Solo parole… e promesse.” Continuò Kail, tentando di sviare il discorso.“Che tipo di promesse?” Chiese Galeth, piano. Kail distolse lo sguardo, fissando il vuoto. “Che troverà chi ha mandato all’aria i suoi piani.” Fece un’altra pausa intensa. “E che lo ucciderà.” Galeth deglutì. “E pensa che quel qualcuno…” Kail annuì. “Ne è certo.”
Seguirono alcuni attimi di silenzio. Il vento attraversava il cortile, muovendo cenere vecchia e foglie secche. “Anche per questo non andiamo a Garnet Thax.” Riprese Kail. “Nelle grandi città è più facile nascondersi … ma è anche più facile essere visti. Drakos ha tempo. E risorse.” Galeth si passò una mano sulla barba pensieroso. “Allora dove?” Kail indicò verso sud. “Kayolin, prima. Poi Wildtree. Dopo quello, il mare.” Sentenziò, stringendo meglio le bisacce su Aghnes.
“Port o’Call…” Mormorò Galeth. “E poi l’Abanasinia.” Kail annuì, montando a cavallo. “Più a sud andremo …” Aggiunse secco. “… più sottile diventerà la sua presa su di noi. O almeno è questo quello che spero.”
Prima di partire il mezzelfo si voltò un’ultima volta verso Ravenshadow’s Keep. Nel cortile, per un istante, gli sembrò di percepire una presenza immobile: il Lord del maniero, colui che l’aveva protetto. Adesso era rimasto solo, custode di una pace pagata con un sacrificio eterno, quello di sua moglie: dama Cyric. Kail evitò di dire a Galeth che doveva la vita ad uno spettro che aveva provato pietà per lui.
Spronò il cavallo. Il sentiero da battere era chiaro, ma l’ombra che li seguiva non veniva dalla Torre del Corvo: veniva dal sud.
Il cammino che conduceva a Kayolin si snodava tra campi bassi e colline morbide: un paesaggio che sembrava voler rassicurare chiunque volesse percorrerlo. L’erba era corta, battuta dal vento e i pali di confine erano ancora dipinti con i colori della Solamnia, sebbene il tempo li avesse sbiaditi. Era il genere di luogo che prometteva rifugio, pane caldo e stalle asciutte.
Eppure, avvicinandosi al villaggio, Kail avvertì una sensazione sottile, difficile da definire. Quella che le si avvicinava di più era forse: attenzione!
Kayolin si presentava come un borgo agricolo modesto: una ventina di case in legno e pietra, un piccolo emporio, una locanda dal tetto spiovente e un recinto comune per i cavalli. Il fumo saliva dritto dai comignoli, segno di un pomeriggio sereno. I contadini lavoravano i campi, i bambini correvano lungo la strada principale.
Tutto era normale. Forse troppo normale.
Quando Kail e Galeth attraversarono il limite del villaggio, l’atmosfera cambiò istantaneamente. Alcune conversazioni di interruppero di colpo: non bruscamente, o in modo plateale, ma attraverso una serie di pause calibrate e sguardi rapidi che pesavano più di mille parole.
Una donna smise di ridere. Un uomo abbassò gli occhi al loro passaggio. Un vecchio, seduto su una panca logora, osservò i due cavalieri un attimo più a lungo del necessario, come se stesse cercando di sovrapporre i loro lineamenti a un volto visto altrove. Galeth, ancora rigido nei movimenti, si chinò leggermente sulla sella per non dare troppo nell’occhio. “Se questo è un villaggio tranquillo …” Mormorò a mezza voce. “… la gente qui ha un modo strano di accogliere gli stranieri.”
Kail non rispose subito. Stava osservando la locanda. Sopra pendeva un’insegna consumata: Il “Covone Dorato”. Qualcuno l’aveva ridipinta di recente, ma il colore era stato steso in fretta, senza cura. “Non cercano guai.” Bisbigliò infine. “Ma li temono.”
Scesero da cavallo e li affidarono a un garzone del posto. Il ragazzo annuì, educato, ma evitò di fare domande. A dire il vero evitò tutto ciò che avrebbe potuto portare ad una qualunque conversazione. Anche circostanziale.
All’interno della locanda l’aria era calda e profumava di pane e zuppa. C’era gente, ma non molta. Un mercante solitario beveva in silenzio. Due uomini parlavano sottovoce vicino al camino. Quando Kail passò accanto a loro, uno dei due tacque di colpo.
La locandiera li squadrò con un sorriso professionale. “Siete diretti a nord o a sud?” Chiese, come se fosse una domanda abituale. Kail esitò una frazione di secondo. “Verso sud.” Disse infine.
La donna annuì, ma il suo sguardo indugiò sul mantello, sull’arma e sulla stanchezza ancora visibile sul volto di Galeth. “Strade lunghe di questi tempi.” Domandò a bassa voce, più come una constatazione che come una domanda. “Perché lo chiede?” Si intromise Galeth, curioso. La locandiera strinse le labbra, un gesto rapido che sembrava voler chiudere una porta. “Perché la gente parla. E quando la gente parla troppo, in genere qualcuno di losco ascolta.” Non aggiunse altro. Portò loro da mangiare pane scuro e una zuppa densa e si allontanò.
Kail restò in silenzio mentre consumavano il pasto. Kayolin non era un luogo ostile, ma era un luogo vigile. Come se il villaggio avesse imparato a sopravvivere abbassando la testa e facendo finta di non vedere.
Prima di andarsene, Kail notò un dettaglio curioso: vicino al pozzo centrale, inciso nel legno di un sostegno, spiccava un simbolo rozzo, quasi cancellato dalle intemperie. Una spirale spezzata! Non era un marchio sacro, né l’insegna di una bottega. Era un’impronta di passaggio, un codice muto lasciato da chi non voleva esser trovato, ma che aveva bisogno di segnare la via.
Kail distolse lo sguardo e fece notare a Galeth la spirale interrotta con un cenno del mento. Poi si immerse nei propri pensieri, stringendo le redini mentre ripartivano. Kayolin concesse loro riposo, acqua e pane, nulla di più. Ed era chiaro ad entrambi che restare oltre il necessario sarebbe stato un errore.
Quando lasciarono il villaggio, nessuno si oppose al loro passaggio. Nessuno li salutò. Il silenzio dei popolani li accompagnò come una nebbia spessa finché le ultime case non sparirono dalla loro vista. Ma Kail ebbe la netta sensazione che, una volta scomparsi oltre la collina, qualcuno avrebbe iniziato a fare domande. E qualcun altro, forse il ragazzo delle stalle o la locandiera stessa, avrebbe risposto.
La strada che lasciava Kayolin verso sud era poco più di una pista battuta, incorniciata da siepi basse e alberi radi. Dopo il primo miglio, il villaggio scomparve e con esso quella fragile parvenza di normalità.
Il silenzio si fece più fitto.
Kail notò per primo le tracce. Non erano impronte evidenti, ma segni di passaggio recente lungo il margine della strada: rami spezzati di fresco, erba calpestata dove nessun carro avrebbe motivo di deviare. Qualcuno si era appostato lì, osservando la via senza percorrerla davvero, come un predatore che studia il sentiero della preda. Galeth seguì il suo sguardo, stringendo gli occhi per mettere a fuoco il limitare del bosco: “Non sono animali.” Mormorò. “E’ un passaggio troppo ordinato. Troppo… paziente.”
Poco oltre, su un palo di confine mezzo marcito, Kail scorse lo stesso simbolo intravisto a Kayolin: una spirale spezzata, incisa in modo rapido, come un segnale lasciato a chi sapeva riconoscerlo. Non era un marchio ufficiale, né un rozzo segno di briganti comuni. Era un messaggio silenzioso che confermava i suoi sospetti più cupi.
“Ci precedono …” Sentenziò il mezzelfo, fermando Aghnes per un istante. “… stanno segnando il territorio, Galeth. Quel simbolo non è per noi, è per chi sta arrivando da sud per darci il benvenuto.” Il mercenario serrò la mascella, spronando il cavallo senza aggiungere una parola.
Il vento muoveva le fronde con un fruscio inquieto e per un istante entrambi ebbero la stessa sensazione di non essere soli. Poi fortunatamente passò. Nessun rumore di passi. Nessuna freccia che fischiava tra i rami. Nessuna voce. Solo la certezza gelida che qualcuno, da qualche parte tra le ombre del bosco, sembrava avesse preso nota del loro passaggio. Kail affiancò l’amico. “Wildtree è più avanti. Non fermiamoci.” Galeth annuì, stringendo le redini. La strada riprese a scorrere fluida sotto gli zoccoli, ma da quel momento nessuno dei due la considerò più innocua.
Wildtree era un villaggio costruito per resistere. Case basse, legno scuro, pietra grezza. Le porte erano rinforzate, le finestre strette. Qui il bosco era vicino e nessuno fingeva che non rappresentasse una minaccia.
Kail avvertì subito che l’attenzione degli abitanti non era semplice curiosità: era valutazione, calcolo freddo, come se il villaggio avesse imparato, col tempo, a riconoscere chi portava guai senza nemmeno volerlo.
Nella locanda, mentre consumavano un pasto frugale, Galeth incrociò uno sguardo che lo costrinse a irrigidirsi appena. Una guardia del villaggio, appoggiata ad un muro con una lancia tra le mani, lo osservava senza fissarlo apertamente.
Quando i loro sguardi si incontrarono, l’uomo fece un lieve cenno col capo. Più tardi, all’esterno, mentre Kail era lì vicino che controllava i cavalli, la guardia si avvicinò a Galeth.
“Non pensavo di rivederti da queste parti…” Disse l’uomo a bassa voce. Galeth lo squadrò, il corpo che sembrava ritrovare d’istinto una postura più rigida, quasi marziale. “Joram.” Rispose, e quel nome restò sospeso tra loro come un vecchio debito non ancora pagato.
Non servivano spiegazioni. C’era sicuramente un passato condiviso tra loro, probabilmente uno di tipo militare, fatto di ordini urlati, notte fredde sotto stendardi solamnici o di guardie locali. Galeth portava evidentemente addosso cicatrici che non erano solo fisiche. Il modo in cui i suoi occhi cercarono quelli di Joram tradiva una fratellanza nata nel fango e nel sangue.
“C’è gente che paga bene.” Continuò Joram. “Per sapere se due uomini con la vostra descrizione passano di qui. Uno ferito. Uno mezzelfo.” Galeth strinse la mascella. “E tu che hai detto?” Joram fece spallucce. “Che Wildtree vede passare troppa gente per ricordarsi tutti.” Si concesse una pausa intensa, lo sguardo che cercava un’ultima volta quello del vecchio commilitone. “Ma non tutti i miei colleghi sono così prudenti. E l’oro brilla più della lealtà, a volte …” Joram si avvicinò appena, parlando quasi senza muovere le labbra. “Se siete diretti a sud, muovetevi. Subito. E non seguite il sentiero principale più del necessario.” Non aggiunse altro. Si voltò e si allontanò con passo deciso, riprendendo la sua ronda come se quell’incontro non fosse mai accaduto.
Ripartirono nel primo pomeriggio, lasciandosi Wildtree alle spalle. Il sentiero verso sud si restrinse, costeggiando una zona di rovine dimenticate: ciò che restava di un edificio di confine, forse una cappella o un posto di guardia. Le pietre erano crollate, ma su una di esse Kail riconobbe un segno ormai familiare: la spirale spezzata, fresca e minacciosa!
E’ li che incontrarono i cavalieri.
Tre uomini procedevano in direzione opposta, da sud verso nord. Mantelli scuri, volti coperti. Rallentarono quando li incrociarono. Non estrassero armi. Non salutarono. Uno di loro parlò, la voce roca che sembrava grattare contro il silenzio del bosco. “Strade complicate, queste. Specialmente per chi viaggia con un ferito”. Kail non rispose, le mani bene in vista ma pronte, gli occhi che analizzavano ogni movimento dei tre. Un altro aggiunse, con tono studiato, quasi teatrale: “Avete visto forse un vecchio maniero più a nord? Dicono sia pericoloso, di questi tempi”.
Galeth avvertì il peso di quelle parole fin nelle ossa. Non erano casuali. Erano sondaggi. “Non ci fermiamo nei luoghi morti.” Rispose infine. “Portano sfortuna”.
Per un istante sembrò che l’incontro sarebbe finito così, poi però il silenzio fu spezzato dal sibilo dell’acciaio. Il cavaliere più giovane, accecato dalla gloria, si scagliò contro Kail con un fendente disperato: un gesto improvviso e rapace, troppo rapido per essere concordato. Estrasse l’arma e attaccò, con l’impeto di chi voleva distinguersi, di chi voleva poter dire: “sono stato io!”
“Idiota!” Ringhiò uno degli altri due, ma era troppo tardi. Anche lui sguainò la spada e fronteggiò Galeth. Lo scontro fu breve e violento. Il guerriero, seppur debilitato, combatté a denti stretti e riuscì ad avere la meglio con precisione impeccabile, senza subire alcun danno.
Kail, in sella ad Aghnes, caricò il primo aggressore, abbattendolo con perizia e ferocia letali. Nonostante l’eroico furore, la battaglia non fu priva di conseguenze per il mezzelfo: subì una profonda ferita alla testa che ne bagnò il volto di sangue. Mentre i primi due cavalieri stramazzavano tra le pietre dei ruderi, il terzo arretrò bruscamente, lanciò un fischio d’allerta e fuggì al galoppo verso nord.
Durante la mischia, Kail riuscì a identificare il volto dell’uomo che aveva dato inizio all’aggressione. Lo riconobbe subito. Si trattava di uno degli sgherri di Galen Dracos. Lo stesso volto visto giorni prima, quando Galeth era prigioniero a Knollwood. Non il mago in persona certo, ma uno dei suoi cani.
Kail fece per inseguirlo, ma Galeth lo fermò. “Aspetta!” Gridò, afferrandolo per il braccio. “No, potrebbe portarci fuori strada o peggio dritti nelle mani di Drakos.”
Kail rimase immobile, lo sguardo fisso sul cavallo del sicario che si allontanava e il respiro corto per l’adrenalina e la ferita. Galeth aveva ragione e quella consapevolezza rendeva tutto più inquietante.
Ormai non c’erano più dubbi. Non erano solo in viaggio: erano braccati!