Kail decise di non perdere tempo prezioso e si diresse subito alla scala che portava alla parte più alta del maniero di Lord Ravenshadow.

Il vento fischiava tra le arcate sventrate della sommità della Torre. La scala si apriva su una stanza semi-crollata, esposta al cielo plumbeo. 

Al centro della sala, sospeso su un piedistallo di ossidiana, che pareva pulsare di vene violacee, il cristallo maledetto vibrava, emanando rintocchi sordi che scuotevano le ossa. Intorno ad esso, una vorticosa orda di spettri ruotava incessantemente: forme deformate di odio e dolore. Non camminavano, non ripetevano scene dimenticate, non cercavano di mostrargli qualcosa di un ormai perduto passato: essi orbitavano veloci attorno a quell’empio oggetto, come satelliti di una stella oscura. 

Kail strinse il medaglione della madre. Attraverso il metallo caldo, la sua vista mutò: non vedeva più solo ombre, ma i volti distorti dei nobili caduti, i loro occhi vuoti fissi su di lui.

Fece un passo in avanti. Il cristallo prese a scuotersi come fosse impazzito. Gli spettri rallentarono, fin quasi a fermarsi. Poi si girarono tutti verso di lui, le bocche eteree deformate in una specie di ghigno malefico. 

“Lasciati andare…” 

Sussurrò una voce melliflua e vibrante dentro la sua testa. Il mezzelfo era preparato ad una cosa del genere, visto il tremendo potere oscuro che quell’artefatto emanava, e socchiudendo gli occhi la ignorò.

Come fece un altro passo avanti, il vortice accelerò di nuovo. Ma questa volta alcuni spettri si staccarono dalla massa, artigli di gelo tesi verso la sua gola. 

Kail li schivò, ruotando su se stesso e scartando di lato più volte per evitarli. Ora che li osservava da vicino, con inquietante minuzia di particolari, sembravano proprio gli stessi nobili che aveva visto nella sala tattica, solamente che adesso erano presenti e letali e non soltanto un’eco del passato. 

Lo scout cercò di passare al contrattaccare con la spada di Anteus, ma lambì solo fumo fluttuante e ombre evanescenti. Trafisse uno spettro vestito con un panciotto e una camicia di seta, ma esso non svanì: si dissolse per un attimo per poi apparire nuovamente davanti a lui, gli occhi vuoti e spenti di chi non provava niente. 

“Sono troppi e le mie armi sono inutili…” 

Sussurrò Kail tra sé, indietreggiando mentre cercava di schivare l’ennesimo assalto.

Una mano spettrale gli sfiorò la spalla, bruciando come ghiaccio vivo. 

Il medaglione che aveva al collo fremeva. Kail sperava che esso riuscisse a proteggerlo e probabilmente lo stava facendo, ma non nel modo in cui si era aspettato. Gli spettri sembravano in effetti rallentati: parevano attaccarlo senza convinzione, ma non smettevano di provarci e per quanto fosse agile, erano pur sempre creature soprannaturali e la sua tempra non poteva reggere per molto. 

“Abbraccia il mio potere…” 

La sinistra voce tornò a farsi sentire, questa volta con più insistenza. Era una voce che prometteva speranza di salvezza, ma aveva un retrogusto oscuro che non lasciava Kail affatto tranquillo. Eppure non vedeva come avrebbe potuto fare a cavarsela in quella situazione: gli affondi della sua spada non sortivano alcun effetto contro quelle creature fatte d’ombra e lui iniziava a sentirsi stanco. 

All’improvviso, un lampo di acciaio etereo squarciò l’oscurità. Il Lord si parò davanti a lui, la sua lama antica che scintillava di una luce morente!

“Non fermarti ragazzo!” Gridò il Lord, la voce che risuonava come il metallo che stride. “Io terrò a bada questa tempesta. Tu distruggi quella maledetta pietra!” 

Rincuorato di non esser solo e felice che il Lord non l’avesse abbandonato, Kail scattò. Raggiunse il cristallo e calò la spada con tutta la forza della sua disperazione. Il metallo rimbalzò contro la pietra con un suono secco, vibrando così forte da fargli sanguinare le mani. Quando alzò gli occhi per guardarlo, l’artefatto era intatto. 

“C’era da aspettarselo…” Si disse Kail , lo sguardo affranto.  

In quel momento, il Lord fu travolto. Un’ondata di anime lo soverchiarono e tre ulteriori spettri si staccarono dal turbinio di ombre che ruotavano attorno al cristallo per avventarsi su Kail, pronti a strappargli il cuore. 

Eppure essi rallentarono all’ultimo momento: lo aggredirono, ma era come se fossero titubanti per qualcosa. Qualcosa di terribile, ancor più terribile di loro stessi. Per quanto esitanti, alla fine Kail venne afferrato da uno spettro e provò un dolore che mai nella sua vita aveva sperimentato. Era come se la sua anima gli venisse strappata dal corpo. In quegli attimi di assoluta agonia udì di nuovo la voce, cavernosa e suadente al tempo stesso: 

“Non avrai altre occasioni: accoglimi e io ti salverò la vita…” 

A quel punto Kail capì! Non era il cristallo a parlargli, ma il suo medaglione! Non che gradisse l’idea di abbandonarsi al potere del pendaglio oscuro di sua madre, ma l’alternativa sarebbe stata morire o diventare un servo dell’artefatto maledetto di Galen Dracos. 

Scelse il medaglione.

Le vene del collo gli divennero nere e gonfie. Le sue pupille si dilatarono fino a cancellare l’iride, trasformando i suoi occhi in due pozzi di abisso. Un ruggito sovrumano gli squarciò la gola. La sua spada si tinse di un’aura cinerea, capace di ferire l’immateriale. Fu una fortuna che non ci fosse nessuno di vivo ad assistere alla sua trasformazione, poiché sarebbe stato giustificato a pensare che fosse diventato un mostro. 

Kail si alzò e cominciò a falciare gli spettri con una ferocia metodica, quasi meccanica. In quel momento capì perché gli spettri erano così riluttanti ad avvicinarsi a lui: avevano paura. Avevano paura di lui. Di quello che sarebbe potuto diventare!  

Con la ferocia di un demone iniziò a cacciare gli spettri, uno ad uno, ma ad ogni colpo che infliggeva, ogni ombra che cancellava, sentiva la sua anima allontanarsi di un passo da lui. Le mura del maniero sembravano sussurrargli: “Sei nostro. Diventa il nuovo guardiano. Diventa tu stesso la maledizione”. 

Quando tutti gli spettri che non vorticavano attorno al cristallo furono eliminati, il mezzelfo si diresse con passo deciso verso il Lord. Il signore del maniero alzò istintivamente lo scudo e fu una fortuna, perché Kail aveva levato la spada anche contro di lui! Colpì e affondò la lama diverse volte, cercando un varco nella sua guardia.

Grazie al medaglione si era salvato la vita, ma ora non riusciva più a fermarsi: la sua fame di distruzione sembrava non avesse limiti. Kail iniziò a disperarsi e fu in quel momento che la sentì: una presenza oscura e sanguinaria, che si era attaccata alla sua anima, spingendolo a compiere gesti atroci perfino contro i suoi amici!  

 “Kail fermati, Ti sta consumando!” 

La voce della Dama risuonò chiara sopra il tumulto. Lei emerse dall’ombra della scala, luminosa e ferma. 

Kail, in preda alla trance della mutazione, si voltò verso di lei, la lama ancora alzata. 

“Mia Signora, no! Indietro! Se tocchi quel cristallo, la tua essenza verrà dispersa per sempre. Non ci sarà un aldilà, non ci sarà un luogo dove potrò riabbracciarti. Diventerai polvere e nulla più!” Implorò il Lord, intuendo le intenzioni della moglie.  

“E’ l’unico modo, mio caro. Guarda il ragazzo: sta diventando un mostro per colpa nostra” Disse lei con un sorriso triste. 

Si avvicinò a Kail, incurante della sua aura oscura e gli posò una mano sul medaglione. “Guarda i suoi occhi. Se non intervengo ora la maledizione avrà un nuovo ospite e tu avrai un nuovo nemico da servire. Non lascerò che accada.” 

Poi abbassò leggermente gli occhi in un attimo di tristezza. “La pace richiede un debito di sangue e luce, che solo chi ha amato questo luogo può pagare.” 

Kail aveva ancora il braccio alzato e la spada in pugno, ma nonostante l’oscurità presente nella sua anima, questa volta gli fu più facile resistere alla tentazione di uccidere. Dama Cyric, in qualche modo che non capiva, era riuscita a calmarlo. 

Lentamente, tremando per lo sforzo del contrasto, rinfoderò la spada. Lei gli sorrise e si volse al cristallo. 

Con un gesto solenne, abbracciò poi la pietra maledetta. La luce che emanava dalla Dama divenne accecante: una purezza che agiva come forza “uguale e contraria” all’entropia di Galen Dracos.

“Addio mio signore. Sii il custode dei ricordi, non del dolore.” Mormorò lei. 

Poi il cristallo esplose in mille frammenti di luce bianca. Gli spettri si dissolsero in un sospiro di sollievo collettivo e la nebbia che soffocava il maniero svanì all’istante. La Dama si fece trasparente, svanendo infine come rugiada al sole. 

Kail cadde in ginocchio, la mutazione che regrediva lasciandolo spossato e tremante. Ricordava poco, quasi nulla della furia che l’aveva quasi consumato. 

Il Lord rimase lì, con lo sguardo triste e la mano protesa verso Cyric: ultimo baluardo spettrale di Ravenshadow’s Keep. 

“Và ora.” Disse, dopo alcuni istanti di assoluto silenzio e senza voltarsi. “Ti sei guadagnato la tua salvezza e quella del tuo amico. Io… io resterò qui. Guardiano di una casa che ora può finalmente riposare.” 

Stremato, il mezzelfo scese di corsa i gradini della Torre appoggiandosi più volte alla balaustra. Raramente si era sentito così sfinito. Raggiunse indisturbato i cavalli e finalmente uscì all’aria aperta. 

Chiuse gli occhi e si abbandonò per un breve istante all’aria frizzante della notte. Alle sue spalle si era concluso un incubo che avrebbe portato sicuramente strascichi nel tempo a venire. 

Trovò con facilità la cappella di cui parlava la Dama e, tra mille detriti, rinvenne anche il passaggio che permetteva di penetrare in ciò che ne rimaneva. Vide il corpo di Galeth disteso a terra, incolume. Sospirò di sollievo. Adesso voleva solo riposare: la sua mente non riusciva a dominare l’istinto di chiudere gli occhi e dormire, pertanto sistemò i cavalli e raccolse qualche arbusto accendendo un piccolo fuoco. 

Tuttavia quella dannata giornata non aveva intenzione di finire, perché il medaglione aveva ripreso a vibrare e a bruciare quasi impazzito!  

Decise di affidarsi al suo istinto e spense immediatamente il piccolo falò. Appena in tempo, perché una sagoma grossa e scura si materializzò all’interno del cortile del maniero! 

Si trattava proprio di Galen Dracos!  

Da alcune spaccature presenti nei muri della cappella, il mezzelfo riuscì a vederlo. Era senza dubbio lui. Non gli era parso però che avesse usato la magia per tornare indietro. Per quanto incredibile, lo stregone sembrò piuttosto essere atterrato dall’alto. Kail aveva udito infatti un tonfo sordo, come se qualcosa di pesante fosse caduto dal cielo. 

Il mago nero percepì il vuoto attorno a sé. La maledizione era stata estirpata. La sua opera era stata infranta! 

“Chi ha osato!” Ringhiò frustrato, le mani che si accendevano di fiamme verdastre. 

Poi si voltò verso la cappella, scrutando con occhi rossi come il fuoco le crepe che si aprivano sulle sue pareti semi - crollate. Kail deglutì: possibile che l’avesse visto?

Poco prima che lo stregone potesse muoversi o fare qualunque cosa però, il Lord emerse dal suolo, solenne. 

“La tua ombra non abita più qui, Galen Dracos. Un eroe ha spezzato le tue catene e il sacrificio di una donna buona ha purificato la tua lordura.”

Dracos  osservò un’ultima volta tutto il maniero alla ricerca di un segno della presenza di qualche essere vivente, ma digrignando i denti per la rabbia, un suono talmente sinistro ed innaturale che Kail riuscì ad avvertirlo fin dentro la cappella, alla fine dovette desistere. Il Lord aveva proteso infatti la sua volontà, nascondendo la presenza di Kail e Galeth al suo sguardo magico. 

“Un eroe, dici?” Lo stregone tornò a fissare lo spettro del cavaliere con un sorriso crudele. “Allora lo cercherò fino in capo al mondo. Se non è morto stanotte dilaniato dagli spettri, desidererà di esserlo domani: scoprirà che lo prenderò, gli estirperò tutti i suoi segreti e poi mi nutrirò della sua anima.”  

Poi si voltò e uscì dal portone del maniero, fondendosi ad un’oscurità ancor più ampia della sua. Una folata di vento spazzò via polvere e arbusti innanzi al cortile, mentre una macchia nera oscurava Solinari nel cielo. Fu solo per un momento, ma Kail intuì che quello non poteva essere solo un oscuro presagio. Quell’oscurità nel cielo rappresentava la vera minaccia di cui parlava Galen Dracos quando aveva usato il termine: “invasione”! 

Rabbrividì e riaccese un timido fuocherello per la notte: l’alba sarebbe presto arrivata e con essa fu certo che una nuova e costante minaccia l’avrebbe accompagnato durante tutto il percorso della sua missione.