Kail e Galeth uscirono dal villaggio di Knollwood cavalcando furiosamente.
I loschi figuri dai quali erano sfuggiti per un soffio non sembravano semplici furfanti. Non sembravano nemmeno al livello dei sicari del Corvo Rosso.
Soprattutto il tizio grosso e ricurvo, ammantato di nero, che Kail aveva intravisto uscendo dalle stalle. Qui si parlava di qualcosa di diverso, un tipo di pericolosità fuori dal comune. Un pericolo che aveva un’origine soprannaturale! Non aveva mai provato una sensazione del genere: quell’uomo gli aveva letteralmente dato i brividi.
Il mezzelfo rifletteva su questo mentre tagliava per i campi, preferendo evitare la via maestra per rallentare gli inseguitori. Era sicuro infatti che quelle persone, quella “persona”, non avrebbe mollato l’osso facilmente. Li avrebbe seguiti fino in capo al mondo se necessario e quindi sarebbe stato meglio non offrirgli un percorso facile.
Aghnes e il cavallo di Galeth percorsero brevemente i gelidi campi coltivati della periferia del villaggio, fino poi a ributtarsi sul sentiero principale ma in direzione sud, verso Garnet Thax: una grande città nella provincia di Kayolin, che avrebbe sicuramente potuto offrire loro ristoro e riparo.
Lungo il percorso, la sensazione di essere costantemente minacciato non abbandonò mai il mezzelfo, tanto da iniziare ad angosciarlo e a confonderlo senza motivo: più volte era stato costretto a sterzare a causa di ombre che si allungavano lungo il sentiero, quasi a voler ghermire lui e il suo amico. L’oscuro medaglione di sua madre non vibrava più per fortuna, ma aveva preso a scottare sotto la maglia: qualunque cosa questo volesse significare.
Inoltre Kail aveva un problema impellente: Galeth stentava a rimanere in sella. L’aveva ben legato e la sua tempra da guerriero gli impediva di cedere al sonno e a lasciarsi andare, ma aveva bisogno assoluto di riposo. Gettando ogni tanto uno sguardo preoccupato su di lui, il mezzelfo si convinse che il suo compagno non sarebbe mai riuscito ad arrivare sveglio a Garnet Thax, quindi decise di valutare altre opzioni.
Tra tutte quelle che gli vennero in mente, quella più pratica e funzionale in quel momento era quella di fermarsi a passare la notte nella vecchia fortezza diroccata di Ravenshadow! Egli sapeva poco su quel posto, solo dicerie che fosse un luogo infestato dai fantasmi e informazioni storiche frastagliate che aveva raccolto qua e la negli anni. Tuttavia non essendo particolarmente superstizioso e attento ai racconti sulle casate solamniche, decise di deviare e accamparsi lì da qualche parte e lasciar passare la notte.
Esistevano infatti delle piante depurative, che avrebbero aiutato Galeth a smaltire le tossine, che crescevano proprio in prossimità di mura di pietra e luoghi umidi. Non che si considerasse un erborista, ma in tanti anni passati tra boschi e sentieri impervi, aveva imparato che la Ruta o la Melissa avrebbero svolto bene quel lavoro.
Ad un certo punto Kail fu costretto a rallentare l’andatura o si sarebbe perso il guerriero. Afferrò dunque le redini del cavallo di Galeth e proseguì per un altro breve tratto verso sud, per poi risalire leggermente verso Nord – Ovest. Poi si fermò a guardare oltre la densa bruma che sembrava abbracciare ogni cosa. Intravide un guscio di pietra diroccata e perennemente avvolta da questa nebbia vagamente innaturale.
Una sensazione di disagio e preoccupazione lo assalì prepotente: e se le voci fossero state vere? E se quel luogo fosse davvero maledetto?
Istintivamente si guardò indietro: il suo fine udito elfico non sentiva zoccoli all’inseguimento, per ora, ma era certo che presto qualcuno sarebbe arrivato.
“Che cosa può andare peggio di così, mezzelfo?”
Commentò Galeth, a mezza bocca. La stanca voce del guerriero si infilò a forza tra i suoi pensieri e le sue ancora incerte scelte. Kail sorrise amaro ed annuì, spronando infine la sua cavalla a procedere e tirando con sé anche quello dell’amico.
La foschia, ad un certo punto del loro cammino, si fece talmente fitta che lo scout ebbe paura di perdere l’orientamento. Tuttavia, fu lesto a regolarsi con le stelle in un breve momento in cui il cielo fece capolino, riuscendo a ritrovare la direzione e la determinazione giusta per uscire da quella prigione biancastra.
Poco prima di diradarsi però, la nebbia fece ai due compagni un regalo insieme inaspettato ed agghiacciante: una figura eterea, di una donna non più giovanissima ma ancora aggraziata, passò loro davanti. I due compagni non capirono se camminava velocemente o fluttuava inseguendo il vento. Vestita di una semplice camicia da notte, ella si fermò giusto un attimo, come se cercasse di ritrovare la via giusta, prima di proseguire e fondersi con la bruma che permeava ogni cosa. Non si curò di loro, ma Kail si congelò lo stesso sul posto, fissando Galeth quasi a chiedergli se avesse visto anche lui quell’inquietante fenomeno. Poi deglutì per il nervoso.
Dal canto suo il guerriero non era sicuro di niente: per qualche minuto sembrava si fosse riavuto, ma ora aveva ripreso a stropicciarsi gli occhi, mostrando chiaramente che dovevano assolutamente fermarsi a fargli riprendere fiato.
Tuttavia Aghnes era diventata irrequieta e Kail dovette scendere e bendarle gli occhi per costringerla a muoversi. Fortunatamente, dopo poche altre decine di metri la nebbia scomparve e la fortezza di Ravenshadow si palesò davanti a loro.
Le mura erano fatte di blocchi di granito scuro, ora coperte di rampicanti neri e secchi che sembravano artigli. Nonostante il vento di montagna, attorno alle rovine regnava un silenzio quasi opprimente. Non si vedevano animali selvatici, non si sentivano grilli o uccelli, tranne un lieve gracchiare lontano. Fili di nebbia protrudevano dalla fortezza in rovina, come se fosse essa stessa a generare la densa bruma.
La rocca inoltre emetteva un debolissimo bagliore bluastro: un dettaglio inquietante, poiché di certo Kail non era un mago, ma quel riflesso azzurrino era sicuramente frutto di qualcosa di soprannaturale. Ed egli era certo che fosse lo scuro pendaglio di sua madre che gli permetteva di vedere cose oltre la realtà materiale.
Kail si mosse e si avvicinò alla fatiscente struttura. Molte sezioni del camminamento di ronda erano crollate, lasciando brecce aperte che facevano intravedere un’oscurità minacciosa e solenne.
Il mezzelfo riuscì però a non pensarci troppo. Lì vicino infatti trovò quel che cercava: alcune piantine selvatiche di Ruta che sembravano fare proprio al caso sue. Le colse e iniziò a guardarsi intorno sperando di trovare un anfratto sicuro per un accampamento di fortuna, ma i suoi sensi di elfo lo misero subito in allarme.
Realizzò che accamparsi fuori non sarebbe stato molto indicato, poiché udì distintamente delle voci non troppo lontane che si avvicinavano a cavallo. I loro inseguitori li avevano quasi stanati, ed avevano fatto molto prima di quanto aveva immaginato!
Il medaglione adesso, oltre a bruciare come di consueto, aveva ripreso anche a vibrare leggermente. Questa cosa iniziava a mandarlo ai matti.
Non c’era tempo da perdere: la sola speranza era nascondersi tra le mura fatiscenti del maniero e attendere che l’oscurità della notte calasse. La fortezza era molto grande e se fossero stati fortunati, avrebbero perfino trovato un posto adatto per accendere un piccolo fuoco e preparare l’intruglio che avrebbe aiutato Galeth a smaltire le tossine.
Tuttavia, più Kail si inoltrava nel maniero e più il calore del suo medaglione sulla pelle tendeva ad aumentare. Forse che si scaldava non a causa dei loro inseguitori, ma per via di questo spettrale edificio? Non poteva escluderlo. A questo punto non poteva escludere più nulla.
Dal cortile interno, pieno di sterpaglie e pietra crollata, potevano scorgersi le torri di guardia: un tempo orgogliose, erano adesso mozzate o inclinate. Le feritoie, private dei vetri e dei rinforzi, sembravano orbite vuote di un teschio. La torre più alta, la “Torre del Corvo”, svettava ancora integra ma era costantemente circondata da stormi di corvi neri, ben visibili alla luce della luna piena.
Corvi rossi e corvi neri: sembrava che la sua vita fosse minacciata costantemente da questi uccelli ultimamente!
Solinari era alta in cielo, mentre Lunitari, nascosta al di sotto di essa, rilasciava dei bagliori rosati, rendendo ancor più inquietante l’ambiente circostante.
Mano a mano che avanzavano, i corvi gracchiavano, come se cercassero di avvertire gli improbabili proprietari del maniero della presenza di intrusi nel cortile.
Blocchi di pietra e detriti ostruivano quasi tutte le antiche entrate alle altre aree della rocca, ma la torre principale sembrava praticabile. Kail si avvicinò al portone: aveva sentito il nitrito di un cavallo poco fuori le mura, segno che i segugi erano giunti alla fortezza.
Ma come era stato possibile? Sembrava quasi che conoscessero questo posto e che riuscissero a scorgerli anche se ben nascosti da foschia ed oscurità.
Il portone era un massiccio blocco di ebano ferrato alto tre metri e segnato da solchi profondi che ricordavano artigliate. Al centro spiccava un batacchio in argento ossidato a forma di teschio di corvo. I suoi occhi di ossidiana sembravano seguire ogni loro movimento.
Lo scalpiccio degli zoccoli si era fatto molto vicino ora. Il portone sembrava chiuso, ma quando Kail allungò una mano il medaglione vibrò ancor più forte, ed esso si spalancò come spinto dalla forza di un orco. Kail si guardò preoccupato dietro di sé, poi fece scendere Galeth da cavallo. Il mezzelfo sorresse il compagno e insieme entrarono nell’androne interno devastato dal tempo.
Come varcarono la soglia, il portone si richiuse alla loro spalle con un suono sordo e secco. C’era un freddo innaturale che permeava ogni cosa. Inoltre il buio era quasi assoluto.
Fortunatamente, i suoi occhi elfici riuscivano a rubare quel poco di luce che filtrava dai muri, permettendogli di avere almeno una vaga idea su ciò che li circondava. Poco più avanti si apriva una piccola area libera da detriti e marciume e il mezzelfo decise di accamparsi lì. Sistemò il guerriero per terra e mise i cavalli a scudo di Galeth, così da trasmettergli calore e un minimo di riparo. Poi si alzò e raggiunse di nuovo il portone.
Passi pesanti si avvicinavano dall’altra parte, lenti e misurati. Il medaglione adesso ardeva e vibrava quasi impazzito e Kail trattenne il fiato, sguainando lentamente la spada. Poi una voce potente e gutturale che gli gelò il sangue disse:
“La via ci è preclusa per ora. La magia oscura che permea queste mura deve essere preservata. E’ probabile che i fuggiaschi non usciranno vivi di qui e questo sarebbe un male, ma non possiamo fare altro per ora che andarcene”.
Egli si mosse più volte avanti e indietro innanzi all’uscio, come una fiera incerta se mollare la preda o meno. Poi si allontanò.
“Mio signore Galen Dracos, non potete disperdere questi nefandi sortilegi, visto che sono opera vostra?”
Commentò una voce molto più umana e piuttosto spaventata.
“No. Torneremo qui solo quando i tempi saranno maturi per l’invasione.”
Sentenziò colui che si chiamava Galen Dracos, mentre probabilmente raggiungeva il suo cavallo. Per quanto per niente sollevato dalle parole di quegli uomini, che parlavano di oscuri sortilegi, della loro morte prematura e di un’invasione, Kail si concentrò su Galeth e sulla sua tisana depurante. Il guerriero si era quasi addormentato, ma lui accese comunque un fuoco e preparò il distillato, costringendolo a berlo d’un fiato. Poi lo coprì e iniziò a riflettere meglio sulla “natura” di quel Galen Dracos e su ciò che aveva detto.
Egli doveva essere probabilmente uno stregone o un mago reietto, poiché, se aveva maledetto o incantato quella fortezza per fini bellici, voleva dire che la guerra stava davvero salendo da sud (come Astarte aveva sospettato da tempo). Lo stregone poteva aver in mente di usare quella costruzione come base operativa e poteva averla incantata per tenere lontani i curiosi come loro.
La questione si faceva particolarmente seria: se avevano rapito Galeth, l’avevano fatto per ottenere informazioni su Erstellen. Galen Dracos aveva rischiato molto, esponendosi in prima persona per riuscirci. Eppure esisteva qualcosa per lui che era più importante della bambina, più importante della potenziale figlia di Paladine!
Quel mago aveva preferito lasciare intatte le difese mistiche della fortezza, piuttosto che provare a mettere le mani su di loro e cercare di saperne di più su di lei. Aveva scelto una fragile certezza a lungo termine, piuttosto che una rivelazione incredibile e potente, che però poteva anche essere un buco nell’acqua. Scuotendo la testa, Kail sospirò: perlomeno la piccola era al sicuro, per ora.
Provò ad aprire il portone, ma esso, come si era aspettato, sembrava sigillato. Non restava dunque che ispezionare la torre e sperare di trovare un’altra uscita.
La costruzione era quasi tutta crollata, ma allontanandosi giusto un po’ per guardare meglio in giro, mentre Galeth si era appisolato, lo scout scoprì delle scale che scendevano dabbasso. Notò poi che un corridoio praticabile, che recava intorno i resti di arazzi e antica orpelleria ormai in totale disfacimento, portava ad un’ampia stanza, che probabilmente un tempo doveva essere stata una sala tattica importante. Un altro passaggio, più piccolo, conduceva poco più avanti ad una scala di legno malmessa, che si inerpicava verso l’alto e ai piani di sopra.
Soddisfatto per l’ispezione preventiva, Kail tornò da Galeth, scoprendo però suo malgrado che il guerriero non si trovava più lì!
All’inizio lo maledì, pensando che poteva perlomeno aspettarlo prima di prendere iniziative che lo portassero ad allontanarsi. Poi però una risata di donna, pungente e sinistra, si levò intorno al mezzelfo, inducendolo a credere che forse Galeth non si era allontanato di sua sponte. Forse il motivo della sua scomparsa era di ordine soprannaturale.
Sincerandosi che almeno i loro cavalli stessero bene, il mezzelfo si convinse che a quel punto valeva la pena iniziare a controllare meglio i luoghi calpestabili che aveva trovato durante l’ispezione.
Cominciò dunque dalla sala tattica.
Oltre all’immancabile muffa e resti di mobilia marcita, c’era un tavolo in noce logoro ma ancora in piedi messo al centro della stanza, con tante sedie ormai in frantumi intorno. Un alto scranno ancora abbastanza solido si levava oltre il tavolo, a ridosso di un piccolo camino sulla parete est.
All’apparenza il mezzelfo non notò nient’altro, ma ad un certo punto il medaglione si agitò quasi fosse impazzito, emanando un calore quasi insopportabile nonostante il freddo pungente della stanza. La porta che era spalancata si chiuse con uno scatto feroce, ed egli notò sbalordito che qualcosa di incredibile stava accadendo innanzi ai suoi occhi attoniti. Alcuni “nobili spettrali” sedevano adesso attorno al tavolo!
Tutto l’arredamento della stanza si era ricostruito di ombre e nebbia eterea, sembrando quasi reale. Se non fosse stato per i contorni spettrali, che Kail vedeva attorno ad ogni cosa qui dentro, sembrava uno scenario concreto, vero. Sullo scranno di nuovo saldo e solenne, era ora seduto un possente e ombroso cavaliere che li ascoltava. Nessuno però parlava: la scena sembrava un momento sospeso nel tempo, come se tutti fossero sul punto di fare o dire qualcosa che però non riusciva a concretizzarsi, a svilupparsi.
D’improvviso qualcosa si sbloccò, ed i nobili presero a parlare e ad agitarsi, anche piuttosto animatamente. Le loro voci spettrali erano come vetri che graffiavano l’acciaio e per Kail fu difficile riuscire a non mettersi le mani sulle orecchie. Essi parlavano l’uno con l’altro, ripetendo ossessivamente le stesse conversazioni:
“Dobbiamo prepararci alla guerra!”.
Disse uno di loro, un tipo calvo sulla cinquantina.
“Il nostro è un nemico troppo forte da affrontare senza l’aiuto di Solanthus, Eregor! Lo sai fin troppo bene.”
Rispose un altro nobile, più giovane ed aitante.
“Mio Signore…”
Disse infine un terzo uomo, alto e dallo sguardo infido.
“… che cosa dovremmo fare, dunque? Allestire un esercito per respingere l’invasione o mandare un ambasciatore a Solanthus per chiedere rinforzi?”
Il cavaliere sullo scranno però non rispose subito e la stessa conversazione si ripeté ancora, ed ancora, allo stesso identico modo.
Dopo minuti di assoluto sgomento, Kail si avvicinò e iniziò a far caso anche ai dettagli di quella scena. Era una situazione assurda per lui. Pur non essendo uno stregone capì senza troppa fatica che quella scena rappresentava un’eco del passato. Probabilmente un momento cruciale per tutti i presenti. Addirittura per l’esistenza della fortezza stessa.
Quello sullo scranno doveva essere Lord Ravenshadow e quelli attorno al tavolo i suoi consiglieri e i nobili del suo feudo.
Tuttavia, malgrado il mezzelfo non sapesse molte cose riguardo questa fortezza, antecedente all’epoca del Cataclisma, alcune informazioni di ordine comune sulla zona le conosceva bene. Attorno a queste terre non c’era mai stata alcuna invasione in quei tempi. Gli unici scontri, che purtroppo erano stati frequenti in quel buio periodo successivo alla devastazione causata dalla montagna di fuoco, erano avvenuti tra i cavalieri, ormai invisi e la gente comune, che li ritenevano responsabili di aver causato il Cataclisma appoggiando il Re Sacerdote di Ishtar. Questa fortezza era caduta probabilmente a causa di una guerra civile, non per mano di orchi o nemici del genere!
Kail cercò di avvicinarsi allo scranno ma i suoi passi si facevano pesanti ogni secondo che passava. Si rese conto subito del perché: questo luogo stava succhiando via le sue energie vitali per potersi “mostrare” a lui. Kail intuì anche che era il medaglione che gli stava facendo vedere di continuo questa scena. Ma perché? E soprattutto: lo stava facendo per il suo bene o per danneggiarlo?
L’unica soluzione era parlare con il cavaliere della casata di Ravenshadow, prima che le forze lo abbandonassero del tutto.
Kail ascoltò un altro paio di volte l’intera conversazione, finché si convinse che quei nobili gli stavano mentendo volontariamente. Si trattava di un complotto contro il Lord del maniero: più osservava la scena e più se ne convinceva. Appoggiandosi al tavolo si rivolse dunque al cavaliere rivelandogli tutti i suoi sospetti. La guerra a cui si stavano riferendo quegli uomini non si sarebbe mai combattuta: era una menzogna per coprire i loro interessi. C’era stata una guerra civile, tragica, terribile, dove erano morti tanti innocenti, ma il pericolo non proveniva da alcuna invasione, solo da uomini poco contenti dell’operato dei cavalieri nei tempi passati. Dal canto loro i cavalieri furono costretti alla repressione, uccidendo molte persone per difesa e questo scatenò una contesa che segnò la fine di molti feudi e molte fortezze come quella.
Mentre il mezzelfo parlava con fatica, raccontando le antiche storie miste alle sue intuizioni, ad un certo punto l’immagine del cavaliere sembrò sbloccarsi. Egli lentamente si alzò e disse:
“Chi sei tu? Mostrati. Sento la tua voce, ma non vedo la tua forma.”
Kail si presentò come Kail Uth Mohdi e provò a mettersi lungo una linea diretta con il suo interlocutore. Quando Lord Ravenshadow gli fece capire che riusciva a vederlo e che conosceva la sua casata, annuì e attese qualche commento da parte sua.
“Benvenuto, Kail Uth Mohdi. Conosco bene Andreas Uth Mohdi: la sua casata è degna di fiducia e ben accetta nella mia roccaforte. Tuttavia, ho un grave dilemma e non so decidermi. Cosa dovrei fare secondo te?”
Domandò il Cavaliere della Rosa, afferrando l’elsa rovesciata della spada che aveva al fianco. Kail inarcò un sopracciglio prima di rispondere: Andreas era il nonno del nonno del nonno di suo nonno! Quindi ribadì che ciò che gli aveva appena raccontato era la verità, che egli era stato ingannato dai suoi nobili e che il suo spirito si trovava incastrato tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Come un fantasma, uno spetto dei tempi andati, era stato tradito senza conoscerne i motivi.
Il Cavaliere della Rosa rifletté molto sulle parole del mezzelfo, trovandole alla fine sensate: egli infatti già sospettava dell’imbroglio dei suoi uomini più vicini, solo stentava a crederci. Kail lo incalzò, dicendo che egli era rimasto incastrato in questo “loop temporale” per secoli, che le cose non si potevano cambiare, ma che poteva fare qualcosa di buono adesso, per entrambi. Poteva liberarlo da quella stanza, magari indicandogli anche dove si trovasse un’uscita praticabile e prendere coscienza che l’inganno che aveva subito era davvero capitato.
Il mezzelfo gli parlò anche dei sortilegi oscuri scagliati da Galen Dracos sul suo maniero, ritenendo e non a torto, che il cavaliere aleggiasse qui, sospeso tra due mondi, da molto prima dell’arrivo dello stregone. Gli parlò di lui e della guerra che stava salendo da sud. Una guerra terribile, contro le forze del male. Questa si che era reale, ed era una vera invasione!
Lord Ravenshadow annuì, percependo ancora una volta le parole del mezzelfo come veritiere. Tuttavia egli gli domandò di fare qualcosa per lui prima di ottenere il suo aiuto. Lo pregò di donargli un ricordo qualsiasi che aveva nella mente legato a questo maniero che era stata la sua casa per tanto tempo.
“Voglio rammentare per un’ultima volta le verdi terre del mio castello. Donami questo ricordo e io farò molto più che liberarti.”
Kail annuì e lasciò che lo spettro scrutasse nei suoi ricordi finché trovò quello che cercava: una ridente e soleggiata mattina di primavera inoltrata, ove egli aveva sfiorato, con il cuore gonfio di gioia per motivi che non rammentava nemmeno, i confini della fortezza circa dieci anni prima. Il mezzelfo notò che il cavaliere aveva chiuso gli occhi e stava sorridendo, mentre quel ricordo scivolava via da lui per sempre.
Poi la porta alle sue spalle si aprì lentamente e Lord Ravenshadow pian piano scomparve. Tutto sommato il prezzo che aveva pagato per uscire da quella stanza non era stato molto alto, ma scommetteva che invece trovare un modo per lasciare definitivamente quella tenuta abbandonata lo sarebbe stato molto di più.